Istoria del Concilio tridentino/Libro quinto/Capitolo III

Libro quinto - Capitolo III (settembre 1557 - dicembre 1559)

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CAPITOLO III

(settembre 1557 - dicembre 1559).

[Malcontento del papa per la poca severitá di Enrico II verso i riformati e per due editti lesivi della libertá ecclesiastica. — Insuccesso della conferenza religiosa di Worms. — I nipoti Carafa cadono in disgrazia di Paolo IV. — Impulso da lui dato all’inquisizione. — Piano di riforma della costituzione dello stato pontificio. — Opposizione del papa a Ferdinando eletto imperatore. — Morte di Carlo V.— Manifestazioni di riformati vietate da Enrico II. — Morte della regina Maria ed elezione di Elisabetta Tudor, non voluta riconoscere dal papa. — Ripristino dell'anglicanismo in quel regno. — Alla dieta di Augusta i protestanti riaffermano l'avversione a qualsiasi concilio subordinato al papa. Ferdinando riconferma i decreti sulla pace religiosa. — Pace di Cáteau-Cambrèsis: i sovrani s’impegnano ad un concilio per la pacificazione religiosa. — Progressi della riforma nei paesi cattolici, e persecuzioni. — Per introdurre l'inquisizione Filippo II dá ai Paesi Bassi un nuovo ordinamento episcopale, approvato dal papa. — Enrico II si oppone alle tendenze riformistiche del parlamento di Parigi: arresto dei capi. — Convegno di riformati a Parigi per fissare una comune professione di fede. — Inutile intervento dei principi tedeschi perché il re usi tolleranza. — Il papa sempre piú favorevole a rafforzare l' inquisizione e avverso al concilio. — Morte di Enrico II e di Paolo IV. — Tumulti in Roma contro i Carafa e l' inquisizione. — Provvedimenti presi dal collegio cardinalizio. — Persecuzione dei riformati in Spagna ed in Francia ad opera di Filippo II e di Francesco II. — Condanna a Parigi di Anne Dubourg.]

Non ben tosto la guerra fu finita, che novi travagli vennero al pontefice, perché da Francia fu avvisato che la notte delli 5 settembre in Parigi s’erano ridotti a celebrar la «cena» in una casa da ducento persone; il che scopertosi dalla plebe, la casa fu assalita, ed essendone alquanti fuggiti, le donne e li piú deboli furono presi; de’ quali essendone stati sette abbruggiati, e il maggior numero riservato per l’istesso supplicio, [p. 225 modifica] dopo che fossero ben indagati tutti li complici, li svizzeri mandarono ad interceder per gli altri; e il re, che per la guerra col re di Spagna (cosí si chiamò Filippo dopo la rinoncia fatta dal padre) aveva di loro bisogno, ordinò che si procedesse con moderazione. Il papa di questo s’alterò fuor di modo, ne fece querimonia in consistoro, e disse non esser maraveglia se le cose di quel re succedevano male, perché stimava piú gli aiuti degli eretici che il favor divino. Si era giá scordato il pontefice che durante la guerra sua, dolendosi li cardinali dell’inquisizione che li grisoni protestanti, condotti al suo soldo per la difesa di Roma, usassero molti vilipendi contra le chiese e le imagini, la Santitá sua gli riprese, dicendo che quelli erano angeli mandati da Dio per custodia di quella cittá e sua, e teneva ferma speranza che Dio li averebbe convertiti. Cosi gli uomini giudicano diversamente negl’interessi propri e nei fatti altrui!

Prese anco di qui occasione il papa di rammemorare due ordinazioni, quell’istesso anno fatte da quel re, dicendo esser contra la libertá ecclesiastica, quali egli era risoluto che fossero annullate. L’una fu pubblicata il primo marzo: che li matrimoni fatti da figli inanzi il trigesimo anno finito, e dalle figlie inanzi il ventesimoquinto, senza consenso del padre o di chi li ha in potestá, siano per se medesmi nulli. L’altra del primo maggio: che tutti li vescovi e curati risedessero, in pena di perdita delle entrate, con imposizione d’un sussidio estraordinario, oltra le decime ordinarie, per pagare 5000 fanti. Il pontefice a queste cose non pensò quando n’ebbe nova, essendo la guerra in atto e avendo bisogno del re; cessato questo, si doleva che fosse posta mano sino nei sacramenti e gravato il clero insopportabilmente. Perciò diceva esser necessario con un concilio provveder a tanti disordini, che erano molto maggiori abusi che quanti si sapevano oppor all’ordine ecclesiastico; che bisognava di qua incominciar la riforma; che li prelati francesi non ardivano parlare stando in Francia, ma quando fossero in concilio in Italia, liberi dal timore del re, si sarebbero ben uditi li lamenti e le querele. [p. 226 modifica]

In questi disgusti, parte di allegrezza fu al pontefice che un colloquio incominciato in Germania per componer le differenze della religione, il qual dava molta molestia al papa e alla corte (come sempre quei colloqui dato avevano), era risoluto in niente. L’origine, progresso e fine del quale, per intelligenza delle cose seguenti, mi par necessario raccontare.

Ferdinando nella dieta di Ratisbona avendo confermata la pace della religione sino alla concordia, per trovar modo d’introdurla, fu nel recesso dei 13 marzo deliberato che si tenesse un colloquio in Vormes di dodici dottori dell’antica religione e dodici de’ protestanti, nel quale le differenze fossero discusse, per ridur le parti a concordia. A questo colloquio deputò Ferdinando presidente il tanto nominato vescovo di Naumburg. Convenute ambe le parti il 14 agosto al luoco, li dodici protestanti non furono in tutto concordi, perché alcuni di loro, desiderando una perfetta unione della Chiesa, volevano far opera di conciliar insieme la dottrina degli elvezi, la quale era dilferente nella materia dell’eucaristia; e a questo effetto li ministri di Genéva avevano formata una confessione in questa materia, che a Filippo Melantone e a sei altri degli augustani non dispiacque, né satisfece agli altri cinque. Questo penetrato dal vescovo, uomo accorto e fazioso, il cui fine era che il colloquio si dissolvesse senza frutto, fu autore alli cattolici di proponer che, essendosi instituito il colloquio solamente tra loro e li augustani, pertanto era necessario prima concordemente dannar tutte le sette de’ zuingliani e altri; perché dannati di comun concordia gli errori, facil cosa sará che rimanga chiara la veritá. Li cinque soprannominati, non pensando piú oltre, consentirono che cosí si facesse; Melantone, qual s’accorse dell’artificio che era per seminar divisione tra loro, e per metterli al ponto con li svizzeri, con quei di Prussia e altri, diceva che prima bisognava concordar della veritá, e poi con quella regola dannar gli errori. Il vescovo, mostrando alli cinque che dagli altri sette erano sprezzati, li indusse a partirsi dal colloquio, e scrisse a Ferdinando il successo, concludendo che non si poteva proceder piú inanzi [p. 227 modifica] per la partita di quelli, e per non voler li rimasti dannar prima le sette. Rispose Ferdinando esser suo desiderio che si continui, e che gli augustani richiamino li cinque partiti, e che li cattolici si contentino tra tanto di cominciare a discutere gli articoli controversi. Il vescovo, vedutosi perso il suo ponto, fu autore alli collocutori cattolici di rescrivere al re che non era giusto incominciar trattazione se non erano tutti li protestanti uniti, perché averebbe bisognato di novo trattar con li assenti quello che fosse concluso con li presenti, e far una doppia fatica. E senza aspettar altra risposta, tutti si ritirarono; e della separazione del colloquio l’una parte diede la colpa all’altra, ciascuna sopra le suddette ragioni.

Il papa, vedutosi per la guerra passata privato del credito col quale riputava poter spaventar tutto ’l mondo, con un atto eroico pensò riacquistarlo, e sprovvistamente il 25 gennaro in consistoro privò il Cardinal Carafa della legazione di Bologna e del governo tutto, e lo relegò a Civita Lavinia; e levò a Gioanni Carafa, fratello di quello, il capitaniato e la cura dell’armata, relegatolo a Galessi; l’altro nepote privò di governator di Borgo e lo relegò in Montebello; comandando che le donne e i figli e le fameglie partissero da Roma, ed essi non si discostassero dalle relegazioni, sotto pena di rebellione. Privò anco degli offici tutti quelli a chi ne avea dato a contemplazione loro; consumò piú di sei ore in querelarsi e inveir contra le opere loro mal fatte, con tanta escandescenza, che si sdegnava contra li cardinali che, per mitigarlo, mettevano qualche buona parola; e al Cardinal Sant’Angelo che, lodata la giustizia, gli raccordò un detto usato da Paulo III frequentemente, che il pontefice non debbe mai levar ad alcuno la speranza di grazia, rispose al cardinale che meglio averebbe fatto Paulo III suo avo, se avesse cosí proceduto contra il padre di lui e castigate le sceleratezze di quello. Instituí novo governo in Roma e nello stato della Chiesa, dando cura di espedir tutti li negozi a Camillo Ursino, al quale aggionse li cardinali di Trani e di Spoleto, affettando in queste azioni fama di giustizia, e rivoltando le colpe delli gravami patiti [p. 228 modifica] da’ popoli sopra li nepoti. Cosí scaricato del governo, si diede tutto a pensar all’ufficio dell’inquisizione, dicendo che quello era il vero ariete contra l’eresia; e per difesa della sede apostolica, risguardando poco quello che convenisse al tempo, pubblicò una nova constituzione sotto il 15 febbraro, quale volse che fosse sottoscritta da tutti li cardinali. In quella rinnovò qualonque censura e pene prononciate da’ suoi precessori, qualonque statuto di canoni, concili e Padri in qual si voglia tempo pubblicati contra eretici, ordinando che fossero rimessi in uso gli andati in desuetudine; dechiarò che tutti li prelati e principi, eziandio re e imperatori, caduti in eresia, fossero e s’intendessero privati delli benefici, stati, regni e imperi senz’altra dechiarazione, e inabili a poter essere restituiti a quelli, eziandio dalla sede apostolica; e li beni, stati, regni e imperi s’intendano pubblicati, e siano delli cattolici che gli occuperanno: cosa che diede molto che dire, e se non fosse stata dal mondo immediate tenuta in poca stima, averebbe acceso il fuoco in tutta cristianitá.

Ma un’altra occorrenza fece apparir al mondo che non aveva moderato l’alterezza dell’animo. Carlo imperatore sino del 1556, per sue lettere scritte agli elettori e principi, diede a Ferdinando assolutamente tutta l’amministrazione dell’Imperio, senza che comunicasse altro seco, comandando che da tutti fosse ubidito. Dopo destinò ambasciatori in Germania alla dieta Guielmo prencipe d’Oranges con due altri colleglli, per transferir in Ferdinando il nome, titolo, dignitá e corona, come se egli fosse morto: il che non parendo agli elettori opportuno, fu differito sino quest’anno 1558. Nel quale a’ 24 febbraro, giorno della nativitá, della coronazione e d’altre felicitá di Carlo, dalli ambasciatori suoi in Francfort, in presenza delli principi elettori, fatte le ceremonie della resinazione, Ferdinando fu inaugurato con li soliti riti. Il pontefice, udito questo, diede in un’eccessiva escandescenzia; pretese che sí come la conferma pontificia è quella che fa l’imperatore, cosí la rinoncia non si potesse fare se non in mano sua, e in quel caso a lui appartenesse far imperatore chi gli fosse [p. 229 modifica] piaciuto, allegando che gli elettori hanno facoltá concessagli per grazia pontificia di elegger imperatore in luoco del defonto, ma non esserli comunicata potestá di eleggerlo in caso di resignazione, ma restare nell’arbitrio della sede apostolica, si come alla disposizione di quella sono affette tutte le dignitá a quella risegnate. Per il che esser nulla la resignazione di Carlo, e la total autoritá di provveder d’imperatore esser devoluta a lui; e fu risoluto di non riconoscer il re de’ romani per imperatore.

Ma Ferdinando, se ben conscio di ciò, destinò Martino Gusmano suo ambasciatore per darli conto della rinoncia del fratello e dell’assonzione sua, per testificarli la riverenza, promettendoli obedienza, e significandoli che averebbe mandato ambasciaria solenne per trattar la coronazione. Il papa ricusò d’ascoltarlo, e rimesse alli cardinali di discutere la materia: li quali, cosí volendo e disponendo lui, riferirono che l’ambasciatore non si poteva ammettere se prima non constava che la resignazione di Carlo fosse legittima e che Ferdinando fosse giuridicamente successo; perché se ben egli fu eletto re de’ romani, e l’elezione confermata da Clemente per succedere morto l’imperatore, esser necessario che l’imperio restasse vacante per morte. Oltre di ciò tutti li atti di Francfort esser nulli, come fatti da eretici che hanno perduto ogni autoritá e potestá; onde bisognava che Ferdinando mandasse un procuratore e rinonciasse tutte le cose fatte in quella dieta, e supplicasse il papa che per grazia convalidasse la rinoncia di Carlo e assumesse Ferdinando all’Imperio per virtú della sua piena potestá, dal quale poteva sperar benigna grazia paternale. Secondo questo conseglio deliberò il papa e fece intender al Gusmano, dandoli tempo tre mesi per eseguir questo; oltra li quali era risoluto non voler sentirne piú parlare, ma dover crear esso un imperatore. Né fu possibile rimoverlo, se ben il re Filippo, per favorir il zio, mandò Francesco Vargas espresso, e dopo lui Gioanni Figaroa per pregarlo. Ferdinando, intese queste cose, ordinò al Gusmano che se in termine di tre giorni dalla ricevuta non era ammesso dal papa, dovesse partire, avendo [p. 230 modifica] protestato che Ferdinando con gli elettori averebbeno determinato quello che fosse stato di dignitá dell’Imperio. Ricercò il Gusmano di novo audienza, la qual il papa gli concesse in privato, e non come ad ambasciator cesareo; e uditolo narrare quanto aveva in instruzione, e quello che gli era scritto dall’imperatore, rispose che le cose considerate dalli cardinali erano molto importanti e che non poteva risolversene cosí presto: che averebbe mandato un noncio alla Maestá cesarea di Carlo V; tra tanto, se egli aveva commissione dal suo padrone di partire, partisse, e protestasse tutto quello che gli pareva. Per il che l’ambasciator, fatta la protesta, si partí; e se ben l’istesso anno morí Carlo il 21 settembre, non fu possibile che il papa si rimovesse dalla deliberazione fatta.

Essendo cresciuto in questo tempo nella Francia il numero di quelli che «riformati» si chiamavano, crebbe anco in loro l’animo; ed accostumandosi nella cittá di Parigi che la sera della state il popolo in gran moltitudine esce dal borgo San Germano in una campagna a pigliar il fresco e diportarsi con diverse sorti di giuochi, quei della nova religione si diedero, in vece di giuochi, a cantar i salmi di David in versi francesi; di che la moltitudine per la novitá prima rise, poi anco lasciati li giuochi s’aggionse a quei che cantavano; e camminò cosí inanzi la novitá che, levato a fatto il giuoco, tutto il solazzo fu convertito in quel canto; anzi il numero di quelli che s’adunavano a quel luoco incominciò ad accrescer piú del solito. Il noncio del pontefice portò all’orecchie del re la novitá, come cosa perniciosa e pericolosa, poiché li misteri della religione, soliti celebrarsi nella Chiesa in lingua latina da soli religiosi, si mettevano in bocca della plebe in lingua volgare, che era invenzione de’ luterani; raccordando che, quando non s’avesse alli primi tentativi rimediato, s’averebbe trovato in breve tutto Parigi luterano. Il re ordinò che fosse proceduto contra gli autori principali; nel che non si camminò molto inanzi, avendo ritrovato in quel numero Antonio re di Navarra e la moglie: ma fu proibita l’azione per l’avvenire in pena capitale. [p. 231 modifica]

Gran mutazione fece anco quest’anno la religione in Inghilterra. Morí a’ 17 novembre seguente la regina, e l’istesso giorno anco il Cardinal Polo; il che fu causa di eccitar pensieri, in quelli che non si satisfacevano del governo passato, a restituire la riforma di Edoardo e separarsi totalmente da spagnoli. E questo perché il re Filippo, per tener un piede in quel regno, aveva trattato di dar Isabetta, sorella e successore di quello, a Carlo suo figlio; e dopo che poca speranza vi fu della vita di Maria, aveva anco gittato diverse parole di pigliarla esso in matrimonio. Ma la nova regina, prudente (come in tutto il suo governo mostrò), assicurò prima il regno con giuramento di non maritarsi in forestiero, e si coronò per mano del vescovo di Carleyl aderente alla romana chiesa, senza far aperta dechiarazione qual religione fosse per seguire, disegnando, quanto prima fosse nel governo, fermarla col conseglio del parlamento, e d’uomini dotti e pii riformare stabilmente lo stato della religione. Per il che anco confortò li principali della nobiltá, che desideravano mutazione, a proceder senza tumulto, assicurando che non averebbe violentato alcuno. Fece dar conto immediato al pontefice della sua assonzione, con lettere di credenza scritte ad Edoardo Carno, che anco si ritrovava in Roma ambasciator della sorella. Ma il papa, procedendo col suo rigore, rispose che quel regno era feudo della sede apostolica; che ella non poteva succeder, come illegittima; che egli non poteva contravvenire alle dechiarazioni di Clemente VII e Paulo III; che era stata una grande audacia l’aver assonto il nome e il governo senza lui; che perciò ella meritava che non ascoltasse alcuna cosa: ma pur volendo proceder paternamente, se renonciará le pretensioni sue e si rimetterá liberamente nell’arbitrio di lui, fará tutto quello che con dignitá della sede apostolica si potrá fare.

Fu da molti creduto che alla inclinazione del papa si fossero aggionti gli uffici del re di Francia, il quale, temendo non seguisse matrimonio tra lei e il re di Spagna con dispensazione pontificia, stimò bene assicurarsene, se fossero troncate le pratiche al bel principio. Ma la nova regina, intesa la risposta [p. 232 modifica] del papa, e stupendosi della precipitata natura dell’uomo, giudicò che il trattar con lui non fosse utile né per lei né per il regno. Onde, cessata la causa per quale aveva deliberato far le cose con sodisfazione anco di Roma per quanto fosse possibile, lasciò libertá alla nobiltá di metter in deliberazione quel che fosse da fare per servizio divino e quiete del regno: da che ne segui che, fattosi disputa in Westmonster in presenza di tutti li stati, incominciata l’ultimo marzo sino al 3 d’aprile, tra li eletti da ambe le parti, a questo effetto congregato il parlamento, furono aboliti tutti li editti della religione fatti da Maria, restituiti quelli del fratello Edoardo, levata l’obedienzia al papa, e alla regina dato il titolo di capo della chiesa anglicana, confiscate le entrate dei monasteri, e assegnate parte alla nobiltá e parte alla corona, levate le immagini dei templi dal populo e bandita la religione romana.

Un altro accidente occorse: che nella dieta in Augusta celebrata, veduti gli atti del colloquio l’anno inanzi disciolto senza frutto, e non lasciata speranza che per quella via si potesse far cosa buona, Ferdinando propose di procurar che il concilio generale fosse rimesso in piedi, esortando tutti a sottoporsi alli decreti di quello, come rimedio unico di rimover le differenze. Al che li protestanti risposero che consentirebbono in un concilio convocato non dal papa ma dall’imperatore in Germania, dove il papa non preseda, ma stia sottomesso al giudicio e relasci il giuramento alli vescovi e teologi, e abbino in quello voto anco li protestanti, e tutto sia regolato secondo la Scrittura, e siano riesaminate le cose fatte in Trento; il che se dal papa non si possi ottenere, si confermi la pace della religione secondo la convenzione di Passau, avendo con esperienza troppo manifesta conosciuto che da alcun concilio pontificio non si può cavar alcun bene. Ma l’imperatore, conoscendo la difficoltá di ottener dal papa le proposte, ed esserli levato il modo di negoziar con lui per la controversia della rinoncia di Carlo e sua successione, confirmò l’accordo di Passau e li recessi delle diete fatte dopo. [p. 233 modifica]

Il pontefice, avendo troncato il modo di trattar con Ferdinando e con la Germania, non seppe che dir a questo, avendo però dispiacer maggiore del ragionamento tenuto del concilio che della libertá concessa per il recesso, risoluto di non voler concilio fuori di Roma, per qualúnque causa potesse avvenire. Per il qual rispetto anco un terzo successo non fu meno grave, cioè la pace fatta in Cambré[sis] a’ 3 aprile tra il re di Francia e Spagna, molto ben stabilita con li matrimoni della figlia di Enrico nel re di Spagna, e della sorella nel duca di Savoia; nella qual pace tra gli altri capitoli era convenuto che ambidue li re si dassero la fede d’adoperarsi concordemente, acciò fosse celebrato il concilio e riformata la Chiesa e composte le differenze della religione. Considerava il pontefice quanto fosse specioso quel titolo di riforma e il nome di concilio; come era perduta l’Inghilterra e la Germania tutta, parte per li protestanti e parte per la discordia sua con Ferdinando: questi due re uniti e ciascuno d’essi offeso gravemente da lui, lo spagnolo di fatti e di parole, e il francese di parole almeno: non restarli alcuno a chi potesse aver refugio. Considerava li cardinali esser tutti sazi del governo suo, li popoli suoi poco ben affetti per l’incomoditá della guerra e delle gravezze. Questi pensieri afflissero il vecchio pontefice, in maniera che era poco atto all’esercizio del suo carico, non poteva tener li consistori con la solita frequenza, e quando li teneva, consumava il piú del tempo in parlar dell’inquisizione e in esortar a favorirla, per esser unica via di estinguer l’eresie.

Ma li due re non convennero insieme nell’accordo di procurar il concilio per alcuna mala volontá, o per interessi di alcuno di essi contra il pontefice né contra il pontificato, ma per trovar remedio alle nove dottrine, le quali nelli stati loro facevano grandissimi progressi, ed erano prontamente udite e ricevute dagli uomini conscienziati. E quel che piú agli re importava, li mal contenti e desiderosi di novitá s’appigliavano a quella parte, e sotto pretesto di religione intraprendevano quotidianamente qualche tentativi, cosí nelli Paesi [p. 234 modifica]

Bassi come nella Francia, essendo li popoli molto amatori della libertá, e avendo per la prossimitá alla Germania gran commercio con quella. Per le qual cause nei principi delli moti passò anco qualche semenza, la qual per proibir che non prendesse radice, e l’imperatore Carlo V nei paesi suoi, e il re di Francia nel suo regno fecero molti editti, e comandarono diverse esecuzioni, come di sopra alli tempi suoi è stato detto. Ma poiché il numero dei protestanti crebbe in Germania, e li evangelici moltiplicarono in svizzeri, e la separazione prese piede in Inghilterra, per le guerre piú volte eccitate tra l’imperatore e ’l re l’una e l’altra parte fu costretta condur soldati tedeschi e svizzeri e anglesi, li quali nelli loro quartieri predicando, e professando pubblicamente la rinnovata religione, coll’esempio e altre maniere furono causa che s’appigliasse anco in molti del populo. È ben certa cosa che constrinse l’imperator Carlo a tentar d’introdur l’inquisizion spagnola, vedendo che gli altri remedi non profittavano; se ben per le cause giá narrate fu anco costretto in parte desistere. E il re Enrico di Francia concesse anco alli vescovi l’autoritá di punire gli eretici, cosa in quel regno non accostumata. E con tutto che il numero nei Paesi Bassi, tra impiccati, decapitati, sepolti vivi e abbruggiati, dal primo editto di Carlo sino a questo tempo della pace aggiongesse a cinquantamila, e in Francia fossero fatti morire qualche notabil sommo; con tutto ciò in questo tempo le cose si trovavano nell’uno e l’altro luoco in peggior stato che mai; sí che constrinsero li re a pensar concordamente a trovarci rimedio, facendone massime grande instanzia dal canto de’ francesi il Cardinal di Lorena, e dal canto de’ spagnoli il Granvella vescovo d’Arras. Li quali essendo stati in Cambrai a trattar la pace dall’ottobre sino all’aprile insieme con li altri deputati dalli re, negoziarono particolarmente tra loro li modi come quella dottrina si potesse estirpare; e furono poi anco grandi instromenti di tutto quello che seguí nell’uno e l’altro stato. Allegavano essi, dell’aver contrattato e promessosi insieme scambievole assistenza in quest’opera, il zelo della religione e il servizio [p. 235 modifica] delli loro principi; ma l’universal voleva che la vera causa fosse ambizione e disegno d’arricchir delle spoglie dei condannati.

Il re di Spagna, fatta la pace, per incominciar a dar qualche ordine, non potendo introdur apertamente l’inquisizione, pensò di farlo obliquamente per mezzo delli vescovi. Ma ritrovandosi tutti li Paesi Bassi con due soli vescovati, Cambrai e Utrech, e del rimanente il clero soggetto a’ vescovi di Germania e Francia; e quei due vescovati ancora sudditi ad arcivescovi forestieri, a’ quali non si potevano negar le appellazioni, onde era impossibile che per mezzo di questi potesse eseguir la sua intenzione: giudicò bene levar tutti li suoi dalle soggezioni de vescovi non sudditi a sé, e instituir in quelle regioni tre arcivescovati, Malines, Cambrai e Utrech, ed erigere in vescovato Anversa, Boisleduc, Gand, Bruges, Ypre, Sant’Umar, Namur, Arlem, Middelburg, Levarda, Groninga, Roremonda e Deventer, applicando a questi per entrate alcune ricche abbazie: e tutto ciò fece approvare per una bolla del papa, data il medesmo anno sotto il 19 maggio. Il che quando fu risaputo, se ben preso pretesto che per il passato la infrequenza degli abitatori in quei [luoghi] non ricercava maggior numero de vescovi, ma ora la moltitudine degli uomini, la dignitá delle cittá richiedere che siano onorate con titoli ecclesiastici, nondimeno s’accorse la nobiltá e il popolo che questa era un’arte d’introdur l’inquisizione. E si confermarono, veduta la bolla del papa; il qual, secondo l’uso romano di stipular sempre la sua potenza o vero utilitá, portava per causa della nova instituzione che quel paese era tutto circondato e assediato da scismatici inobedienti a lui capo della Chiesa, onde eravi gran pericolo della fede per le fraudi e insidie delli eretici, quando non vi fossero posti novi e buoni guardiani. Questa occorrenza fece restringere insieme quei nobili, e pensar ad ovviare, prima che la forza prendesse piede. Per il che deliberarono di non pagar il tributo se non erano levati dal paese li soldati spagnoli, e cominciarono ad inclinar maggiormente alla nova opinione e favorirla: il che fu poi causa delli altri avvenimenti turbulenti che si diranno. [p. 236 modifica]

Ma il re di Francia, desideroso di provveder che la setta luterana non facesse maggior progressi nel regno, avendo inteso che tra li conseglieri del parlamento ve n’erano alquanti di quella macchiati, per reprimerli, tenendosi a’ 15 giugno in Parigi una «mercuriale» (cosí chiamano il giudicio instituito per esaminar e corregger le azioni delli conseglieri del parlamento e giudici regi), dovendosi parlar della religione, dopo principiata la congregazione entrò il re. Disse d’aver stabilito la pace al mondo con le nozze della sorella e della figlia a fine di provveder alli inconvenienti nati intorno la religione nel suo regno, la qual debbe esser principal cura dei principi; però, avendo inteso che di questa materia si doveva trattare, li esortava a maneggiar la causa di Dio con sinceritá. E avendo comandato che proseguissero le cose incominciate, Claudio Viola, uno di essi, molte cose disse contra li costumi della corte romana e le cattive consuetudini passate in perniciosi errori, i quali hanno dato causa alle sètte nascenti. Per il che era necessario mitigar le pene e raffrenar la severitá, sin che con l’autoritá d’un concilio generale si levassero li dissidi della religione e si emendasse la disciplina ecclesiastica, unico rimedio a questi mali, sí come li concili di Costanza e Basilea avevano giudicato, comandando perciò che ogni dieci anni si celebrasse il concilio generale. Il parer di costui fu seguitato anco da Lodovico Fabro e da alcuni altri; al che Anna Borgo aggionse esser molte sceleratezze dannate dalle leggi, per pena delle quali non basterebbono la corda e il fuoco: frequentissime le biasteme contra Dio, li spergiuri, li adultéri, non solo dissimulati, ma ancora con vergognosa licenza fomentati; facendo conoscere assai chiaramente che parlava non solo delli grandi della corte, ma del re ancora, con soggiongere che mentre cosí dissimulatamente si vive, sono preparati vari supplizi contra quelli che d’altro non sono colpevoli se non d’aver manifestato al mondo li vizi della corte romana e dimandatone l’emenda. In contrario di che Egidio Magistro, primo presidente, parlò contra le nove sètte, concludendo non esservi altro rimedio che il giá usato contra li albigesi, che Filippo [p. 237 modifica] Augusto ne fece morire seicento in un giorno, e contra i valdesi, soffocati nelle caverne dove si erano ritirati per ascondersi. Finiti di dir li voti, il re soggionse aver udito con le orecchie proprie quello che gli era andato a notizia: il male del regno nascere perché nel medesimo parlamento vi è chi sprezza l’autoritá del pontefice e sua; ben sapere che sono pochi, ma causa de molti mali. Però esortava li buoni a continuare, facendo il loro debito; ordinò che immediate fossero fatti prigioni Fabro e Borgo; e dopo ne fece prender nelle case loro quattro altri. Il che pose gran spavento in quelli che abbracciavano la nova dottrina, perché essendo li conseglieri di parlamento in Francia reputati sacrosanti e inviolabili, e vedendoli impregionati per la sentenzia detta nella pubblica assemblea, si poteva far conclusione che a nessuno il re averebbe perdonato.

Ma non occorrono mai esempi di timori, che insieme non avvengano altri di pari ardire. Imperocché in quel medesimo tempo, come se non vi fosse pericolo alcuno, li ministri de’ riformati (che cosí si chiamavano li protestanti in Francia) si radunarono in Parigi nel borgo San Germano, dove fecero una sinodo, presedendovi Francesco Morello principal tra loro, con diverse constituzioni del modo di tener concili, di levar la dominazione nella Chiesa, dell’elezione e ufficio de ministri, delle censure, delli matrimoni, delli divorzi e delli gradi di consanguinitá e affinitá, a fine che per tutta Francia non solo avessero la fede, ma ancora la disciplina uniforme. S’accrebbe anco l’animo, perché, andato in Germania fama della severitá che in Francia si usava, li tre elettori e altri principi protestanti di Germania mandarono ambasciatori al re a pregarlo di comandare che fosse proceduto con pietá e caritá cristiana verso li professori della loro religione, non colpevoli d’altro che di accusar li costumi corrotti e la disciplina pervertita della corte romana, cosa fatta per inanzi giá piú di cento anni da altri dottori francesi, uomini pii. Poiché essendo la Francia quieta e in pace, facilmente si possono comporre le dissensioni nate per quella causa, con deputazione d’uomini [p. 238 modifica] sufficienti e desiderosi della pace, che esaminino la confessione loro alla norma della santa Scrittura e dei Padri vecchi, tra tanto suspendendo la severitá dei giudizi: il che essi riceverebbono per cosa gratissima, restandoli perciò molti obbligati. Diede il re benigna risposta con parole generali e promessa di darli satisfazione, come li averebbe significato per persona espressa che gli manderebbe. Nondimeno non rallentò niente della severitá, ma dopo la partita degli ambasciatori fece deputar giudici nelle cause de’ pregioni, quattro del corpo del parlamento, col vescovo di Parigi e coll’inquisitore Antonio Demochares, che procedessero all’espedizione quanto prima.

Tutte queste cose erano al papa note; e sí come sentiva dispiacer grande per il progresso della dottrina novamente introdotta nelli stati dell’uno e l’altro re, cosí li piaceva che quei principi vi pensassero, e ne faceva con loro instanza per suoi nonci, e per uffici con gli ambasciatori appresso a sé residenti; ma non averebbe voluto altro rimedio che quello dell’inquisizione, la quale era stimata da lui rimedio unico, sí come in ogni occasione diceva; reputando che quello del concilio non fosse per far maggior frutto di quello che nelli prossimi anni si aveva veduto seguire, cioè ridur in peggior stato le cose.

Mentre sta in questi pensieri, ritrovandosi anco molto indisposto del corpo, ecco la morte del re di Francia, successa alli 2 luglio per una ferita ricevuta nell’occhio correndo alla giostra: della quale il papa fece demostrazione grandissima di duolo. E in vero se ne doleva, perché, se bene sospettò, e con ragione, per l’intelligenza tra li due re, nondimeno pur restava qualche speranza di separarli: ma morto questo, si vedeva a discrezione di quel solo che piú temeva, cosí per esser piú offeso, come per esser di natura occulta e difficile da penetrare. Temeva anco che nel regno di Francia non s’allargasse a fatto la porta per introdur le sètte, e che non si stabilissero, inanzi che il novo re acquistasse tanta prudenza e reputazione, quanta si vedeva necessaria per opporsi a tante difficoltá. In queste angustie visse pochi giorni afflitto; e [p. 239 modifica] deposte tutte le speranze che l’avevano sino allora sostenuto, morí il 18 agosto, non raccomandando altro alli cardinali salvo che l’ufficio dell’inquisizione, unico mezzo, come diceva, di conservar la Chiesa, esortando tutti a metter li loro spiriti per stabilirlo bene in Italia e dovunque si potesse.

Morto il pontefice, anzi spirante ancora, per l’odio concepito dal populo e plebe romana contra lui e tutta casa sua nacquero cosí gran tumulti in Roma, che li cardinali ebbero a pensar molto piú a quelli, come prossimi e urgenti, che alli comuni a tutta la cristianitá. Andò la cittá in sedizione; fu troncata la testa alla statua del papa e tirata per la cittá; furono rotte le pregioni pubbliche e liberati piú di quattrocento carcerati ritenuti in quelle; e al luoco dell’inquisizione, che a Ripetta era, andati, non solo estrassero li pregioni, ma posero fuoco in quello, e abbruggiarono tutti li processi e scritture che vi si guardavano, e poco mancò che il convento della Minerva, dove li frati soprastanti a quell’ufficio abitavano, non fosse dal populo abbruggiato. Giá ancora vivendo il papa, il collegio de’ cardinali aveva richiamato il Carafa; e dopo la morte, nella prima congregazione che li cardinali tennero, fu liberato dal castello il Cardinal Morone impregionato, che era stato vicino ad esser sentenziato per eretico. Vi fu gran difficoltá se poteva aver voto nell’elezione, opponendosi quelli che lo tenevano per contrario; ma in fine fu dechiarato che intervenisse. Furono costretti li cardinali a consentire che le insegne di casa Carafa per tutta Roma fossero stracciate, le mobili, e demolite le stabili.

Ridotti poi nel conclavi il 5 settembre, otto giorni dopo il legittimo tempo, trattenuti dagl’inconvenienti, composero li capitoli che secondo il costume da tutti sono giurati, a fine di dar qualche ordine al governo, tutto sconcertato per li modi troppo severi tenuti da Paulo. Doi ne furono spettanti alla materia di che trattiamo: l’uno, che la differenza con l’imperatore, come pericolosa di far perder quel rimanente di Germania che restava, fosse sopita, ed egli riconosciuto per imperatore; l’altro, che per la necessitá della Francia e della [p. 240 modifica] Fiandra il concilio, come unico rimedio contra le eresie, fosse restituito. La vacanza del pontificato fu piú longa di quello che le necessitá del tempo comportavano, e causata piú dall’interesse de’ principi, che si vi interposero oltre il consueto, che per proprie discordie de’ cardinali.

Li quali mentre erano nel conclave serrati, il re Filippo dalli Paesi Bassi partendo per mare passò in Spagna, (avendo patito una gran fortuna e a pena riuscitone salvo, perduta quasi tutta l’armata, con una suppellettile di grandissimo precio che seco portava), risoluto di fermarsi in Spagna senza piú vagare. Diceva d’esser liberato per singoiar provvidenza divina, acciò si adoperasse ad estirpar il luteranesmo: al che diede presto principio. Imperocché immediate gionto, e arrivato in Siviglia a’ 24 settembre, per dar un grand’esempio nelli auspici del suo governo e levare ad ognuno la speranza, fece abbruggiar per luterani Gioanni Ponzio, conte di Baileno, insieme con un predicatore, e molti altri del collegio di Sant’Isidoro, dove la nova religione era entrata; e alcune donne nobili al numero di tredici, e finalmente la statua di Costantino Ponzio, il quale, confessor di Carlo V, nella solitudine sua lo serví in quel ministerio sino al fine, e raccolse nelle sue braccia l’imperatore moriente. Questo pochi giorni inanzi era morto in pregione, nella quale per imputazione di eresia fu posto immediate dopo la morte dell’imperatore; la qual esecuzione, se ben contra una statua inanimata, pose terrore molto maggiore, concludendo ognuno non potersi sperare né connivenza né misericordia da chi non riputava degno di rispetto quello che, infamato, disonorava la memoria dell’imperatore maggiormente. Passò poi il re in Vagliadolid, dove parimente in sua presenzia fece abbruggiar ventotto della Principal nobiltá del paese, e ritener pregione fra’ Bartolomeo Carranza (del quale s’è fatta frequente menzione nella prima riduzione del concilio a Trento, fatto poi arcivescovo di Toledo, principal prelato di Spagna), toltogli tutte l’entrate. E non si può negare che queste esecuzioni, con altre che poi alla giornata successero, se ben non tanto esemplari, fossero [p. 241 modifica] causa di mantener quei regni in quiete, mentre altrove tutto era pieno di sedizioni; perché quantonque in molti, nella nobiltá massime, fosse seminato delle nove opinioni, restarono però dentro degli animi ascoste, per la cauta natura de’ spagnoli d’aborrir li pericoli e non esporsi ad imprese ardite, ma solo mirar all’operar sicuramente.

Ma in Francia, mancato il re Enrico, la cui morte li novi riformati ascrivevano a miracolo, s’accrebbe loro l’animo, se bene in Parigi non ardivano mostrarsi manifestamente. Perché Francesco suo figlio, novo re, dopo il sacro suo celebrato a Reims 20 settembre, ordinò che fosse proseguito il processo contra i consiglieri pregioni, e deputò il presidente Sant’Andrea e Antonio Demochares inquisitore per scoprir li luterani. Questi giudici, avendo guadagnato alcuni plebei giá professori di quella religione, ebbero notizia dei luochi dove occultamente si congregavano: per il che molti uomini e donne furono imprigionati, e molti fuggirono; i beni de’ quali erano confiscati dopo una citazione per tre editti. E con l’esempio di Parigi il medesmo si fece in Poitú, in Tolosa e in Ais di Provenza, faticandosi Giorgio Cardinal Armeniaco, il quale, per non abbandonar quell’impresa, non si curò d’andar a Roma per l’elezione di pontefice, usando ogni diligenza acciocché li scoperti fossero presi. Dalle qual cose irritati li professori di quella religione, e scoperto il gran numero, fatti piú audaci, mandavano attorno molte scritture contra il re e la regina e quei di Lorena, ad arbitrio de’ quali il re si governava, autori della persecuzione, meschiandovi dentro delle cose della religione; le qual scritture essendo volontieri da tutti lette, come cose composte per pubblica libertá, insinuavano nell’animo di molti la nova religione.

In fine del giudicio constituito contra li conseglieri, dopo longhe contestazioni fu una assoluzione di tutti, eccetto di Anna Borgo, il quale a’ 18 dicembre fu abbruggiato, non tanto per inclinazione delli giudici, quanto per risoluta volontá della regina, irritata perché li luterani disseminarono, in molte scritture e libelli mandati attorno, che per divina provvidenza [p. 242 modifica] il re era stato nell’occhio ferito, in pena delle parole dette a! Borgo, che voleva vederlo abbruggiare. Ma la morte e costanza di un uomo cosí conspicuo eccitò nelli animi de molti la curiositá di sapere che dottrina era quella per quale cosí animosamente aveva sostenuto il supplicio, e fu causa di far crescere molto il numero, il quale anco per altre cause andava aumentandosi ogni giorno. Onde gl’interessati nella destruzione loro, o per amor della vecchia religione o come ecclesiastici, e per esser stati autori delle passate persecuzioni, reputando necessario scoprirli prima che il numero fosse cosí grande che non si potesse poi opprimere, a questo fine in tutta Francia, e in Parigi massime, fecero metter immagini della beata Vergine e del li santi in ogni cantone, accendendoli inanzi candele e facendo cantare a’ facchini e altre persone plebee le solite preci della Chiesa, postivi anco uomini con cassellette che dimandavano limosina da comprar candele; e chi passando non onorava le immagini, o non stava con reverenza a quei canti, o non dava le lemosine richieste, li avevano per sospetti, e il manco male che li potesse avvenire era di esser maltrattati dalla plebe con pugni e calci, perché anco gran parte erano impregionati e processati. Questo irritò li reformati e fu gran causa della congiura di Goffredo Renaudio, de quale si dirá.