Il tulipano nero/Parte seconda/XVI

XVI - Un ultima preghiera.

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Alexandre Dumas (padre) - Il tulipano nero (1850)
Traduzione dal francese di Giovanni Chiarini (1851)
XVI - Un ultima preghiera.
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XVI


Un ultima preghiera.


In quel solenne momento allo scoppio dei ripetuti applausi, una carrozza passava per la strada fiancheggiata dal bosco, seguiva lentamente il suo cammino a cagione dei bambini spinti fuori della linea degli alberi per l’accasamento degli uomini e delle donne.

Polverosa, stanca, cigolante sopra i suoi fuselli quella carrozza chiudeva l’infelice Van Baerle, cui dall’aperta portiera cominciavasi ad offrire lo spettacolo che noi abbiamo impreso, molto imperfettamente senza dubbio, a mettere sotto gli occhi dei nostri leggitori.

La folla, il frastuono, la pompa di tutti gli umani e naturali splendori sbalordirono il prigioniero come se un baleno fosse entrato nel suo ergastolo.

Malgrado la poca prontezza che aveva usata il suo compagno a rispondergli allorquando avealo [p. 284 modifica]interrogato sulla propria sua sorte, egli sì azzardò d’interrogarlo un’ultima volta intorno a tutto quel tramestio, che sulle prime poteva e doveva credere ch’ei ne fosse affatto estraneo.

— Che cosa è questa, vi prego, signor luogotenente? domandò all’officiale incaricato di scortarlo.

— Come potete vedere, e signore, replicò costui, è una festa.

— Ah! una festa! disse Cornelio con quel tuono tristamente indifferente di un uomo, a cui nessuna gioia di questo mondo non più appartenga da molto tempo.

Poi dopo un po’ di silenzio e qualche passo della vettura, domandò:

— La festa patronale di Harlem? perchè vedo gran fiori.

— Infatti l’è una festa in cui i fiori sono, o signore, i protagonisti.

— Oh! il dolce profumo! oh! che bei colori! esclamò Cornelio.

— Fermate, disse l’officiale al soldato che faceva da postiglione con uno di quei dolci movimenti di pietà che non trovansi che nei militari, fermate perchè il signore possa vedere.

— Oh! grazie, signore, della vostra gentilezza, soggiunse malinconicamente Van Baerle; ma emmi ben dolorosa la gioia altrui, vi prego dunque, risparmiatemela.

— Come vi aggrada; andiamo, via. Avevo comandato che si fermasse, perchè me lo avevi richiesto, e di più perchè passate per amatore dei fiori, e di quelli specialmente, di cui oggi si celebra la festa. [p. 285 modifica]

— E quali fiori si festeggiano oggi, signore?

— I tulipani.

— I tulipani! esclamò Van Baerle; oggi è la festa dei tulipani?

— Sì, signore; ma giacchè questo spettacolo vi affligge, andiamo.

E l’officiale si apprestava a tiare l’ordine di continuare il cammino.

Ma Cornelio l’arrestò; un dubbio doloroso attraversogli la mente.

— Signore, domandò di una voce tremante, non sarebbe oggi che si conferisce il premio?

— Il premio del tulipano nero, già.

La faccia di Cornelio imporporossi; il brivido gli corse per tutto il corpo; e il sudore gocciavagli dalla fronte.

Poi riflettendo che lui e il suo tulipano assenti, la festa abortirebbe senza dubbio per mancanza di un uomo e di un fiore per coronarla:

— Ahimè! egli disse, tutte queste brave persone saranno come me infelici, perchè non vedranno questa gran solennità, alla quale sono invitate, o per lo meno la vedranno incompleta.

— Che volete voi dire?

— Voglio dire, disse Cornelio, accovacciandosi in fondo della vettura, che eccetto qualcuno che io conosco, il tulipano nero non sarà mai trovato.

— Allora, signore, disse l’officiale, cotesto qualcuno che voi conoscete, lo ha trovato; perchè quello che in questo momento tutta Harlem contempla, è il fiore che voi riguardate come introvabile.

— Il tulipano nero! esclamò Van Baerle, [p. 286 modifica]gettandosi più che a metà fuori della portiera. Dov’è? dov’è?

— Laggiù sul trono, lo vedete?

— Lo vedo!

— Andiamo, signore, disse l’officiale, ora bisogna partire.

— Oh! per pietà, di grazia, signore, disse Van Baerle, oh! non mi menate via! lasciatemi guardare un altro poco! Come? Quello che vedo laggiù è il tulipano nero, proprio nero... possibile? Oh! signore, l’avete voi visto? No, no, deve avere delle macchie, deve essere imperfetto, e forse è tinto di nero; oh! s’io fossi lì, saprei ben dirlo io, o signore; lasciatemi scendere, lasciatemelo vedere da vicino, ve ne prego.

— Che siete matto? Non posso.

— Ve ne supplico.

— Ma dimenticate che siete prigioniero!

— Sono prigioniero, è vero; ma sono un uomo d’onore, e sul mio onore, signore, non fuggirei mai, non tenterei mai di salvarmi; lasciatemi solamente guardare il fiore!

— Ma i miei ordini, signore?

E l’officiale fece un nuovo movimento per ordinare al soldato di rimettersi in via.

Cornelio l’arrestò ancora.

— Oh! siate paziente, siate generoso! tutta la mia vita dipende da un moto della pietà vostra. Ahimè! la vita mia, signore, probabilmente non sarà lunga. Ah! che voi non sapete quanto io soffra; non sapete l’aspra guerra che fassi nella mia testa e nel mio cuore; perchè se fosse mai, continuò Cornelio disperatamente, perchè se fosse mai il mio [p. 287 modifica]tulipano rubato a Rosa! Oh! signore; capite bene che cosa sia l’aver trovato il tulipano nero, l’averlo visto un momento, averlo conosciuto perfetto, che gli è a un tempo un capo d’opera dell’arte e della natura, e doverlo perdere e perdere per sempre? Oh! signore bisogna che scenda e vada a vederlo; voi mi starete accanto sè vi piace, ma voglio vederlo, sì, voglio vederlo!

— Tacete, disgraziato, e rientrate presto in carrozza, perchè ecco la scorta di Sua Altezza lo Statolder che passa d’innanzi; se il principe rimarcasse uno scandalo, se sentisse un rumore, si sarebbe fatta buona io e voi.

Van Baerle più spaventato pel suo compagno che per sè, si rimise in carrozza, ma non vi potè stare un mezzo minuto, ed erano appena passati i primi venti cavalieri, che si rimise alla portiera, accennando e supplicando lo Statolder giusto al momento ch’ei passava.

Guglielmo impassibile e semplice secondo il solito, portavasi al posto per compire il suo officio di presidente. Aveva in mano il suo rotolo di pergamena, che in questo giorno di festa era divenuto il suo bastone del comando.

Vedendo quell’uomo che accennava e supplicava, riconoscendo forse ancora l’officiale che accompagnavalo, il principe diede l’ordine di fermarsi.

Nel momento i suoi cavalli frementi sugli zoccoli ferrati fermaronsi a sei passi da Van Baerle rannicchiato nella sua carrozza.

— Che cosa c’è? dimandò il principe all’officiale, che al primo cenno dello Statolder era saltato giù dalla vettura, e gli si avvicinava rispettosamente. [p. 288 modifica]

— Mio Signore, gli rispose, è il prigioniero di Stato che per ordine vostro, sono stato a cercare a Loevestein e che vi conduco a Harlem, coma Vostra Altezza ha desiderato.

— Che cosa vuole?

— Dimanda istantemente che gli si permetta di fermarsi qui per un momento.

— Per vedere il tulipano nero, mio Signore, esclamò Van Baerle, giungendo le mani, e poi quando lo avrò visto, quando avrò saputo ciò che mi preme sapere, allora morirò, se bisogni, ma morendo benedirò a Vostra Altezza, misericordiosa intermediaria tra la Divinità e me, Vostra Altezza che permetterà che la mia opera abbia avuto il suo fine e la glorificazione sua.

Era infatti un curioso spettacolo vedere questi due uomini, ciascuno alla portiera della sua carrozza, cinta dalle loro guardie; uno onnipotente, e l’altro miserabile; l’uno nell’atto di salire sul suo trono, l’altro credentesi vicino a montare sul suo palco.

Guglielmo aveva riguardato freddamente Cornelio e ascoltato la di lui fervorosa preghiera.

Allora indirizzandosi all’officiale:

— Costui, disse, è il prigioniero ribelle, che ha tentato di uccidere il suo carceriere a Loevestein?

Cornelio cacciò un sospiro e abbassò la testa. La sua faccia dolce e mesta arrossì e impallidì al tempo stesso. A quelle parole, a quella infallibilità divina del principe onnipotente e onnisciente, il quale, per qualche secreto messaggio invisibile al resto degli uomini, sapeva già il suo delitto, e presagivagli non solo una punizione indubitata, ma ancora un rifiuto. [p. 289 modifica]

Non si provò niente affatto a contrariare o a difendersi: offerse al principe il toccante spettacolo di una ingenua disperazione bene visibile e commovente per un cuore così grande e di uno spirito tanto vasto quanto quello che lo contemplava.

— Permettete al prigioniero che scenda, disse lo Statolder, e che vada a vedere il tulipano nero, ben degno di essere veduto almeno una volta.

— Oh! fece Cornelio mezzo svenuto dalla gioia e pencolante sul montatoio della carrozza; oh! Signor mio!...

E gli si strinse la gola; e se non l’avesse sorretto l’officiale col braccio, co’ ginocchi e la fronte nella polvere il povero Cornelio avrebbe ringraziato Sua Altezza.

Dato il permesso, il principe continuò il suo cammino nel bosco in mezzo alle acclamazioni le più entusiaste.

Giunse ben presto alla sua gradinata, e il cannone tuonò nel lontano orizzonte.