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Il nostro padrone/Parte seconda/XI

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XI

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XI.

Come Marielène prevedeva, la sua pensione prese in breve un grande sviluppo.

Per risolvere la questione delle serve ella accolse in casa una vecchia di buona famiglia decaduta, che si adattò ammirabilmente alle faccende più umilianti e fin dal primo giorno cercò di contentare in [p. 296 modifica]e in tutto la sua padrona per non subire l’umiliazione d’essere sgridata da lei.

— Tu, figlia mia, se non sei contenta di me devi dirmelo subito, con buone maniere, — diceva con la sua voce dolce e stanca. — Le persone beneducate, e tu hai fama d’esserlo, non si abbassano mai a sgridare i propri servi; anzi li trattano bene, e dicono loro, quando li comandano «fatemi il piacere» e «grazie» quando sono serviti.

Per non smentire la sua fama di persona beneducata, Marielène cercò di contentarsi della nuova serva; anzi continuò a chiamarla signora, ma non potè abituarsi a dirle «mi faccia il piacere» quando le dava gli ordini, e tanto meno «grazie» quando l’altra li eseguiva. Ad ogni modo andavano d’accordo, e lavoravano tutte e due come due schiave. In breve cominciarono a scambiarsi qualche confidenza; però la «signora» Arrita era molto riservata e severa e non rideva mai. Alta e robusta, col viso severo circondato da un fazzoletto scuro, rassomigliava, anche nel modo di parlare, alla maestra Saju; ma nonostante questa rassomiglianza ella non poteva soffrire la vicina di casa della sua padrona.

Una sera, verso i primi di maggio, mentre appunto ella criticava Sebastiana che a [p. 297 modifica] giorni usciva tutta vestita da paesana bene stante, con stivaletti da signora e coperta di gioielli, e a giorni andava in campagna, scalza e in guarnellino, a cogliere erbe mangerecce in compagnia di quella buona lana ch’era Predichedda, ecco rientrò inaspettato Bruno.

Marielène gli andò incontro inquieta. Egli era pallido, invecchiato, con gli occhi cerchiati.

— Bruno, cuore mio, che hai?

— Ma nulla!

— Tu stai male. Sei pallido come un pezzo di tela. Perchè sei tornato allora?

— È la prima volta che torno inaspettato? Ti assicuro, non ho nulla! — egli disse irritandosi.

Ma il suo insolito accento di collera impensierì maggiormente Marielène. Ella non insistè, ed egli sedette accanto alla porta spalancata. Era una sera dolce e luminosa; sopra il muro del cortile si stendeva una fascia di cielo color d’oro, e dall’orto di Sebastiana saliva il profumo delle rose. Egli si sentiva stanco, quasi disperato. Dopo giorni e giorni di lotta, di passione, di desiderio e di pentimento, s’era deciso a scendere a Nuoro con la scusa di consultare un medico, — poichè aveva avuto un altro accesso del suo male [p. 298 modifica] misterioso, — ma in realtà per riveder Sebastiana. La primavera, come altre volte, lo fiaccava, lo vinceva; e al cader della sera egli si buttava sul suo giaciglio, affranto come se qualcuno lo avesse bastonato.

Mentre Marielène apparecchiava la tavola, egli osservava la vecchia, dritta davanti ai fornelli, pallida e dura nel suo vestito nero composto di una sottana molto increspata alla vita e di una giacca abbottonata fino al mento, e non sapeva perchè, sentiva una forte antipatia per lei.

— Che c’è di nuovo in paese, signora Arrita? Che diceva poco fa? Parlava d’un turco.

— Sì, — riprese la vecchia, senza voltarsi, — c’è un turco che gira, con una cassetta di cianfrusaglie. Io domandavo a Marielène, che è una donna saggia e beneducata, se una persona seria può fermarsi a guardare queste cianfrusaglie ed a ridere e scherzare col turco che le vende.

— Tanto più che sarà un napoletano in gonnellina.

— Per questo no: è proprio un turco e viene da Gerusalemme. Ha persino delle reliquie, e davanti a queste io mi segno. Ma le persone che dico io non guardan le reliquie; no, tutto al più guardano le corone di madreperla e le medaglie d’oro. [p. 299 modifica] Son persone vane, sciocche; gente senza conseguenza....

Ella parlava con disprezzo.

— Sì; oggi il turco è passato di qui almeno sette volte. E ogni volta essa è venuta fuori, ed ha guardato, ha riso, a mio credere ha anche civettato con quel miscredente. Ah no, gente di conseguenza non fa così: dice: passa diritto, va in bonora....

— Ma chi?

— Ma dico le nostre vicine: Sebastiana!

Egli non domandò altro. Ah, ella rideva, si divertiva anche coi turchi? Ed egli si consumava per lei! Ah, no! Ah, no! Egli era stanco: aveva bisogno di lei a qualunque costo, e voleva vederla la sera stessa; morisse pure, ma dopo aver conosciuto per un attimo la felicità!

Si alzò per andare nella camera da letto, ma mentre saliva le scale Marielène gli corse appresso.

— Bruno, senti, senti, l’ho affittata....

— Che cosa?

— La nostra camera.... Al segretario della sottoprefettura.... Un nobile.... ricco.... Mi dà ventidue lire al mese.... Ho portato il nostro letto su....

Ella aveva portato il letto nuziale in soffita. Bruno sentì una cupa irritazione [p. 300 modifica] quando si trovò lassù: gli parve di doversi da un momento all’altro spezzare la testa contro le travi oblique del soffitto in pendìo, e che la sua vita fosse così, senz’aria, senza luce, schiaciata da un coperchio fatale. Ritornò giù, deciso ad insultare sua moglie; ma ella correva di qua e di là, agile e silenziosa come un fantasma, e i pensionanti rientravano, e si udivano le loro risate, i loro ordini, e la signora Arrita diceva:

— Per Don Francesco, le trote bisogna lasciarle friggere un po’ di più. È così esigente quel benedetto uomo.... va in bonora è vero che può esserlo.... paga bene....

Per rispetto a questo «don Francesco» Bruno tacque e sedette di nuovo accanto alla porta. Solo dopo qualche momento disse, scuotendo la testa:

— Si sta male!

— Si sta male in soffitta? — Pazienza, ora fabbricherete l’altra ala della casa. Domani deve arivare la calce, domani deve venire il capo — mastro per ordinare le fondamenta; edificherete un vero palazzo con poca spesa. Va in bonora, non lamentarti, Bruno, sei fortunato.... Con una moglie come la tua.... va in bonora....

Quasi senza volerlo egli riprese a fare [p. 301 modifica] i suoi calcoli. Quattro camere, risparmiando i muri che già c’erano, si potevano edificare con poco, — diceva bene la signora Arrita, — e con un migliaio di lire si arredavano, e ad affittarle a venti lire l’una ecco formavano già una buona rendita, anche senza contare i guadagni della pensione.

Egli non si mosse, in attesa che Marielène finisse di servire a tavola e gli parlasse del nuovo affare: ma di tanto in tanto sollevava gli occhi melanconici e guardava il cielo, al di sopra del muro del cortile; e il cielo si copriva di un velo violetto, scintillante di stelle, e l’odore dell’orto di Sebastiana diventava sempre più acuto.

A un tratto un omettino biondastro e calvo, con occhiali turchini, uscì dalla sala da pranzo stuzzicandosi i denti, e domandò a Bruno:

In vetta alla strada? Sarebbe in principio od in fondo alla strada?

— Se è in fondo non è in vetta! — disse Bruno non senza ironia. Egli rispettava i suoi pensionanti, ma aveva appreso da Predu Maria e dagli altri paesani a burlarsi un po’ dei «forestieri», e anche il suo linguaggio andava di giorno in giorno sempre più corrompendosi, soffocato dal [p. 302 modifica] dialetto e dalle espressioni locali come il grano dal loglio.

— Ma anche il principio non è la vetta, — insisteva l’omino, quando all’improvviso sorrise e abbassò la voce, come parlando fra sè: — ecco il fondo e la vetta, l’alfa e l’omega....

Sebastiana entrava, dal portoncino del cortiletto, con un ciuffo di erbe odorose in mano. Vedendo Bruno, pallido nel chiarore che veniva dalla cucina, ella provò un’emozione profonda, quasi un senso di spavento, ma seppe dominarsi, e disse piano, timida, porgendo le erbe al professore:

— Eccole l’armidda. Senta che profumo!

L’omino afferrò, con l’erba, la mano di lei, e disse galantemente:

— Fosse anche cicuta, in mani vostre odorerebbe di rose.

Ella si svincolò senza parlare, accorgendosi che Bruno la fissava con una specie di curiosità febbrile.

Il professore andò ad esaminare l’erba presso il lume: rialzò gli occhiali sulla fronte, odorò i ramoscelli sottili, fragili, coperti di foglioline minutissime e di fiorellini violetti, e domandò alla signora Arrita se era proprio quella l’armidda.

Timus herba barona? [p. 303 modifica]

La vecchia non sapeva il latino e non conosceva le erbe; ma conosceva e sapeva altre cose, e invece di badare al mucchietto d’erba che l’omettino scuoteva come una matassa, ella osservava quei due, immobili nel vano della porta, egli seduto, ella in piedi, muta come una statua, e le sembrava che essi si guardassero come due amanti....

Poco dopo entrò anche la maestra e domandò notizie di Predu Maria.

— Sta bene: ingrassa! — disse Bruno, e la maestra cominciò a lodare il genero, parlando con più affettazione del solito per farsi sentire dalla signora Arrita.

Sebastiana, seduta sul limitare della porta, coi gomiti sulle ginocchia e il mento sulle mani intrecciate, pareva immersa in un sogno che nulla valeva a rompere. A un tratto però Marielène e la vecchia serva cominciarono a parlare del professore d’italiano, burlandosene, e dicendo alla maestra Saju:

— State attenta per Sebastiana! Una sera o l’altra lo troverete nascosto sotto la scala.

— Lo ammazzerò con la chiave! — disse allora Sebastiana con voce assonnata. Poi ricadde nel suo torpore, e solo dopo che Bruno fu uscito ella si scosse, sbadigliò e [p. 304 modifica] disse che se ne andava a dormire. Nel cortiletto rimasero Marielène, la maestra e la signora Arrita; e queste due si dicevano qualche insolenza, ma in modo garbato e fino, come due grandi dame.

Sebastiana rientrò a casa, ma invece di andare a letto rimase sul ballatoio: la notte era così dolce, così bella! Dov’era andato Bruno? Da un’altra donna? Ella si sentiva triste, perchè le sembrava che egli la disprezzasse e la sfuggisse; ma all’improvviso lo vide attraversare l’orto e salire la scaletta, cauto e silenzioso come un ladro. Felice e spaventata ella gli andò incontro e gli cadde smarrita fra le braccia; ed egli la trascinò nella camera, e cominciò a rivolgerle aspri rimproveri: le sue risate, i suoi divertimenti, i fiori dati al professore.... le sue frasi leggere.... il turco....

— Io non so.... io non so.... — ella mormorava smarrita. — Io non guardo nessuno.... non penso che a te. Credimi una buona volta, Bruno, cuore mio....

Nell’oscurità della camera, rotta appena dal vago chiarore della porticina aperta, ella osò avvinghiarsi a lui, decisa a non lasciarselo sfuggire più, ed egli tacque e parve vinto. La strinse a sè, perdutamente, e un silenzio quasi lugubre regnò intorno [p. 305 modifica] a loro; ma non avevano finito di scambiarsi il primo bacio quando la voce della maestra risuonò in fondo alla scaletta.

— Sebastiana? Perchè stai ancora con la porta aperta? Chiudi.

Bruno si staccò subito da lei, ed ella cominciò a tremare di paura e nello stesso tempo a ridere per la diffidenza di sua madre.

— Ella ha paura del professore....

Egli le chiuse la bocca con la mano, e per alcuni istanti il silenzio tornò a regnare intorno a loro. Ma per lui furono istanti di terribile angoscia; con le pupille dilatate fissava il vano grigiastro della porta, e gli sembrava di veder la figura della maestra apparire da un momento all’altro, nera, mostruosa, tale da oscurare tutto il cielo stellato.... Per rassicurarlo Sebastiana uscì nel ballatoio e disse a voce alta:

— Non chiudete, mamma: scendo perchè devo prendere ancora il lume.

Infatti scese, e si trattenne alcuni momenti in cucina accendendo un lume, e ridendo e scherzando perchè la maestra le raccomandava di chiudersi bene in camera.

— Non dubitate, chiuderò bene....

La sua voce e le sue risate vibravano [p. 306 modifica] nella notte come trilli d’usignolo. Ella non si era mai sentita così lieta e commossa....

Nel salire la scaletta spense il lume e rientrò al buio in camera sua, stendendo le mani, palpitando e sorridendo, incosciente e folle come un uccellino in amore che svolazza dietro al suo compagno: ma all’improvviso gemette e lasciò cader le braccia come ali ferite. Bruno non c’era più!