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Pagina:Deledda - Il nostro padrone, Milano, Treves, 1920.djvu/300


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quando si trovò lassù: gli parve di doversi da un momento all’altro spezzare la testa contro le travi oblique del soffitto in pendìo, e che la sua vita fosse così, senz’aria, senza luce, schiaciata da un coperchio fatale. Ritornò giù, deciso ad insultare sua moglie; ma ella correva di qua e di là, agile e silenziosa come un fantasma, e i pensionanti rientravano, e si udivano le loro risate, i loro ordini, e la signora Arrita diceva:

— Per Don Francesco, le trote bisogna lasciarle friggere un po’ di più. È così esigente quel benedetto uomo.... va in bonora è vero che può esserlo.... paga bene....

Per rispetto a questo «don Francesco» Bruno tacque e sedette di nuovo accanto alla porta. Solo dopo qualche momento disse, scuotendo la testa:

— Si sta male!

— Si sta male in soffitta? — Pazienza, ora fabbricherete l’altra ala della casa. Domani deve arivare la calce, domani deve venire il capo — mastro per ordinare le fondamenta; edificherete un vero palazzo con poca spesa. Va in bonora, non lamentarti, Bruno, sei fortunato.... Con una moglie come la tua.... va in bonora....

Quasi senza volerlo egli riprese a fare