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Il milione (Laterza,1912)/CLXXXIII

< Il milione (Laterza,1912)
CLXXXIII. D'una gran battaglia

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CLXXXIII. D'una gran battaglia
CLXXXII Nota
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CLXXXIII (CCXXI-CCXXXII)

D’una gran battaglia.

Al tempo degli anni Domini mcclxi si si cominciò una grande discordia tra gli tarteri del ponente e quegli del levante: e questo si fu per una provincia, che l’uno signore e l’altro la voleva, sí che ciascuno fece suo isforzo e suo aparecchiamento in sei mesi. Quando venne in capo degli sei mesi, e ciascuno sie uscie fuori a campo; e ciascuno avea bene in sul campo bene trecentomila cavaglieri, bene apparecchiati d’ogni cosa da battaglia, secondo loro usanza. Sappiate che lo re Barga (Barca) avea bene trecentocinquantamila di cavalieri. Or si puose a campo a dieci miglia presso l’uno all’altro; e voglio che voi sappiate che questi campi erano i piú ricchi campi che mai fossono veduti, di padiglioni e di trabacche, tutti fomiti di sciamiti e d’oro e d’ariento; e costí istettoro tre dí. Quando venne la sera, che la battaglia dovea essere la mattina vegnente, ciascuno confortò bene sua gente, ed amonío sí come si conveniva. Quando venne la mattina, e ciascuno signore fu in sul campo, e feciono loro ischiere bene e ordinatamente. Lo re [p. 269 modifica] Barga fece trentacinque ischiere, lo re Alau ne fece pure trenta, perchè avea meno di gente; e ogni ischiera era da diecimila uomeni a cavallo. Lo campo era molto bello e grande, e bene faceva bisogno, che giammai non si ricorda che tanta gente s’asembiasse in su ’n un campo; e sappiate che ciascuna gente erano prodi ed arditi. Questi due signori furono amendue discesi della ischiatta di Cinghi Cane; ma poi sono divisi, che l’uno è signore del levante e l’altro del ponente. Quando furono acconci l’una parte e l’altra, e gli naccheri incominciarono a sonare da ciascuna parte, allora fu cominciata la battaglia colle saette: le saette cominciarono ad andare per l’aria tante, che tutta l’aria era piena di saette; e tante ne saettarono che piú non n’avevano. Tutto il campo era pieno d’uomeni morti e di fediti. Poi missoro mano alle ispade: quella era tale tagliata di teste e di braccia e di mani di cavalieri, che giammai tale non fu veduta nè udita; e tanti cavalieri a terra, ch’era una maraviglia a vedere da ciascuna parte; nè giammai morì tanta gente in un campo, che niuno non poteva andare per terra, se no su per gli uomeni morti e fediti. Tutto il mondo pareva sangue, che gli cavagli andavano nel sangue insino a mezza gamba. Lo romore e il pianto era sì grande di fediti ch’erano in terra, ch’era una maraviglia a udire lo dolore che facevano. E lo re Alau fece sì grande maraviglie di sua persona, che non pareva uomo, anzi pareva una tempesta; sí che il re Barga (Barca) non potè durare, anzi gli convenne alla perfine lasciare il campo, e missesi a fuggire: e lo re Alau gli seguì dietro con sua gente, tuttavia uccidendo quantunque ne giugnevano. Quando lo re Barga fu isconfitto con tutta sua gente, e il re Alau si ritornò in sul campo, e’ comandò che tutti gli morti fossero arsi, cosí gli nemici come gli amici, peroch’era loro usanza d’ardere i [p. 270 modifica]morti; e fatto ch’ebbono questo, si si partirono, e ritornarono in loro terre. Avete inteso tutti i fatti di tarteri e di saracini, quanto se ne può dire, e di loro costumi, e degli altri paesi che sono per lo mondo, quanto se ne puote cercare e sapere; salvo che del Mar maggiore non vi abbiamo parlato nè detto nulla, nè delle provincie che gli sono d’intorno, avegnachè noi il ciercamo ben tutto. Perciò il lascio a dire, che mi pare che sia fatica a dire quello che non sia bisogno nè utile, nè quello ch’altri fa tutto dì, che tanti sono coloro che il cercano e ’l navicano ogni dì che bene si sa, sí come sono viniziani e genovesi e pisani, e molta altra gente che fanno quel viaggio ispesso, che catuno sa ciò che v’è; e perciò mi taccio e non ve ne parlo nulla di ciò. Della nostra partita, come noi ci partimmo dal Gran Cane, avete inteso nel cominciamento del libro in uno capitolo, ove parla della briga e fatica ch’ebbe messer Matteo e messer Niccolò e messer Marco in domandare commiato dal Gran Cane; e in quello capitolo conta la ventura ch’avemo nella nostra partita. E sappiate, se quella aventura non fosse istata, a gran fatica e con molta pena saremo mai partiti, sí che appena saremo mai tornati in nostro paese. Ma credo che fosse piacere di Dio nostra tornata, acciochè si potessero sapere le cose che sono per lo mondo; che, secondo ch’avemo contato in capo del libro nel titolo primaio, e’ non fu mai uomo nè cristiano nè Saracino nè tartero nè pagano, che mai cercasse tanto del mondo, quanto fece messer Marco, figliuolo di messer Niccolò Polo, nobile e grande cittadino della città di Vinegia. Deo gratias. Amen Amen.