Apri il menu principale

Pagina:Polo - Il milione, Laterza, 1912.djvu/284

270 il milione

morti; e fatto ch’ebbono questo, si si partirono, e ritornarono in loro terre. Avete inteso tutti i fatti di tarteri e di saracini, quanto se ne può dire, e di loro costumi, e degli altri paesi che sono per lo mondo, quanto se ne puote cercare e sapere; salvo che del Mar maggiore non vi abbiamo parlato nè detto nulla, nè delle provincie che gli sono d’intorno, avegnachè noi il ciercamo ben tutto. Perciò il lascio a dire, che mi pare che sia fatica a dire quello che non sia bisogno nè utile, nè quello ch’altri fa tutto dì, che tanti sono coloro che il cercano e ’l navicano ogni dì che bene si sa, sí come sono viniziani e genovesi e pisani, e molta altra gente che fanno quel viaggio ispesso, che catuno sa ciò che v’è; e perciò mi taccio e non ve ne parlo nulla di ciò. Della nostra partita, come noi ci partimmo dal Gran Cane, avete inteso nel cominciamento del libro in uno capitolo, ove parla della briga e fatica ch’ebbe messer Matteo e messer Niccolò e messer Marco in domandare commiato dal Gran Cane; e in quello capitolo conta la ventura ch’avemo nella nostra partita. E sappiate, se quella aventura non fosse istata, a gran fatica e con molta pena saremo mai partiti, sí che appena saremo mai tornati in nostro paese. Ma credo che fosse piacere di Dio nostra tornata, acciochè si potessero sapere le cose che sono per lo mondo; che, secondo ch’avemo contato in capo del libro nel titolo primaio, e’ non fu mai uomo nè cristiano nè Saracino nè tartero nè pagano, che mai cercasse tanto del mondo, quanto fece messer Marco, figliuolo di messer Niccolò Polo, nobile e grande cittadino della città di Vinegia. Deo gratias. Amen Amen.