Il guarany/Parte Terza/Capitolo XIII

Parte Terza - XIII. Il combattimento

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José de Alencar - Il guarany (1857)
Traduzione dal portoghese di Giovanni Fico (1864)
Parte Terza - XIII. Il combattimento
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CAPITOLO XIII.


IL COMBATTIMENTO.

Erano le sei del mattino.

Il sole innalzandosi sull’orizzonte, versava torrenti di luce sovra quelle ampie foreste di un verde splendente.

Il tempo era magnifico; il cielo azzurro, smaltato di nuvolette bianche, che si increspavano come le pieghe di un lenzuolo.

Gli Aimorè aggruppati intorno ad alcuni tronchi già mezzo inceneriti, facevano apparecchi per un assalto decisivo.

Il loro istinto selvaggio suppliva all’industria dell’uomo incivilito; la prima e più antica delle arti è incontestabilmente l’arte della guerra; l’arte della difesa e della vendetta, i due più forti stimoli del cuore umano.

In quel momento gli Aimorè preparavano [p. 122 modifica]saette infiammabili per incendiare la casa di don Antonio de Mariz; non potendo vincere il nemico colle armi, facean disegno di distruggerlo col fuoco.

Il modo onde apprestavano quei terribili proiettili, che ricordavano i razzi e le palle infocate de’ popoli inciviliti, era molto semplice; avvolgevano alla punta delle freccie fiocchi di cottone imbevuto di resina di almecega.

Quelle saette così infiammate, scoccate dai loro archi, volavano per l’aria e venivano a piantarsi nelle travi, nelle finestre e nelle porte della casa; il fuoco che il vento non potea spegnere, accendeva quelle materie, stendeva la sua lingua vermiglia e propagavasi per l’edifizio.

Nell’atto che erano occupati in tale lavoro, una gioia feroce animava tutte quelle sinistre fisonomie, in cui la bravura, l’ignoranza e gli istinti carnivori avean quasi del tutto cancellata l’impronta della razza umana.

I capelli arruffati cadevano loro sulla fronte e occultavano per intero quella parte nobile del volto, che è creata da Dio per sede dell’intelligenza e trono ove il pensiero dee regnare sopra la materia.

Le labbra scomposte, crispate per una contrazione dei muscoli facciali, aveano perduto quell’espressione soave e dolce che è loro impressa dal sorriso e dalla parola; da labbra d’uomini eransi trasformate in mandibole di fiere avvezze agli urli ed ai bramiti. [p. 123 modifica]

I denti acuti come le zanne del jaguar, più non avevano lo smalto lor naturale; armi e strumento ad un tempo di alimentazione, il sangue areali tinti di quel color giallognolo, ch’è proprio dei denti degli animali carnivori.

Le grosse ugne nere e arrapinate, che crescevano alle dita, la pelle aspra e callosa rendevano le loro mani piuttosto zampe terribili, che membra destinate a servir l’uomo e a dare all’aspetto la nobiltà del gesto.

Larghe pelli di animali coprivano il corpo gigantèo di que’ figli delle foreste, che, a non vederne il portamento diritto, sarìansi riputati una razza di quadrumani indigena del nuovo mondo.

Alcuni ornavansi di penne e di collane d’ossa; altri interamente nudi aveano il corpo unto d’olio per ripararlo dagli insetti.

Distinguevasi fra tutti un vecchio che pareva il capo della tribù. La sua statura alta, diritta, malgrado l’età avanzata, sorpassava il capo dei suoi compagni aggruppati o seduti attorno al fuoco.

Non lavorava; sopravvedeva unicamente al lavoro dei selvaggi, e di tratto in tratto gettava qualche occhiata minacciosa verso la casa, che sorgeva in distanza sulla roccia inespugnabile.

Al suo lato una bella Indiana, nel fior dell’età, bruciava sopra una pietra cava alcune foglie di tabacco, il cui fumo elevavasi in grandi spirali e cingeva il capo del vecchio di una specie di bruma o nebbia. [p. 124 modifica]

Egli aspirava quell’aroma inebriante, che facea dilatare il suo vasto petto, e dava alla sua fisonomia terribile un non so che di sensuale, che potrebbe chiamarsi la voluttà de’ suoi istinti da cannibale.

Avvolta dal denso fumo che si rinnovava attorno di lei, quella figura fantastica pareva alcun idolo selvaggio, alcuna divinità creata dal fanatismo di quei popoli ignoranti e barbari.

Di repente la piccola Indiana, che soffiava nelle bragie per far bruciare le foglie di tabacco, trasalì; alzò il capo e fissò gli occhi nel vecchio, come per interrogare la sua fisonomia.

Vedendolo calmo e impassibile, la fanciulla si inerpicò sulla spalla del selvaggio, e toccandolo lievemente nel capo, gli susurrò una parola all’orecchio.

Voltossi questi tranquillamente, e un riso sardonico mise a nudo i suoi denti: senza rispondere, obbligò l’Indiana a sedere di nuovo ed a continuare la sua occupazione.

Non era scorso che poco intervallo dopo questo piccolo accidente, quando la fanciulla trasalì un’altra volta; avea udito da presso lo stesso rumore sentito prima in distanza.

Nell’atto che, spaventata, cercava assicurarsi bene di quanto accadeva, uno dei selvaggi seduto in cerchio attorno al fuoco a lavorare, fece lo stesso movimento dell’Indiana e alzò la testa.

Come se un filo elettrico mettesse in comunicazione quella gente e imprimesse in tutti [p. 125 modifica]successivamente la stessa scossa, l’uno dopo l’altro interruppe di botto il suo lavoro, e chinando l’orecchio si pose ad ascoltare.

La fanciulla non origliava soltanto; portatasi lungi dal fumo, e di rincontro al vento che tirava in quell’istante, di tratto in tratto aspirava l’aria, con quella finezza di olfato con cui i cani fiutano la fiera.

Tutto ciò seguì rapidamente, senza che gli attori di questa scena avessero tampoco il tempo di scambiare un’osservazione e dire quel che pensavano.

Di repente l’Indiana mise fuori un grido; tutti si volsero dalla sua parte e la videro trepidante, allibita, appoggiarsi con una mano sopra l’omero del vecchio cacico, e coll’altra stesa nella direzione della foresta, che stava lì presso a due braccia, e serviva come di fondo al quadro.

Il vecchio rizzossi allora colla stessa calma feroce e sinistra; e impugnando la pesante mazza, che parea la clava d’un ciclope, la fece aggirare sul suo capo come un giunco; dipoi piantandola nel terreno e poggiandovisi sopra, aspettò.

Gli altri selvaggi armati dei loro archi, dei loro tronchi, specie di lunghe spade di legno che tagliavano come il ferro, collocaronsi a paro del vecchio, e pronti all’assalto aspettarono anch’essi.

Le donne si mescolarono coi guerrieri; i fanciulli, difesi dalla barriera formata dai petti dei combattenti, rimasero nel centro del campo. [p. 126 modifica]

Tutti, cogli occhi fissi ed ogni altro senso teso, stimavano veder l’inimico comparire ad ogni istante, e apparecchiavansi a cadergli sopra con quell’audacia e quell’impeto di assalto onde era segnalata la razza degli Aimrè.

Passarono pochi secondi in quell’aspettazione inquieta; il rumore udito a principio era cessato interamente; che fosse un’illusione?

Un sibilo, o piuttosto uno di que’ suoni lievi che produce un corpo fendendo l’aria, attraversò lo spazio; i selvaggi trasalirono, e giudicarono che il nemico questa volta stesse per prorompere dal seno della foresta.

Ma il nemico cadde in mezzo a loro d’improvviso, senza che potessero accorgersi se era sorto dal seno della terra o disceso dalle nuvole.

Era Pery.

Altiero, nobile, raggiante di quell’invitto coraggio e di quell’eroismo sublime, di cui già avea dato tante prove, l’Indiano appresentossi in faccia di dugento nemici, forti e bramosi di vendetta.

Cadendo sopra di loro dall’alto di un albero ne aveva abbattuto due; e aggirando lo spadone come una ruota attorno il suo capo, si aperse un cerchio nel mezzo dei selvaggi.

Allora accostossi a un macigno che soprastava a un rialzo di terreno, e apparecchiossi a quel mostruoso combattimento di un uomo solo contro dugento.

La posizione in cui si era messo lo favoriva, [p. 127 modifica]se ciò era possibile, rispetto a una siffatta disparità di numero; solo due nemici potevano assaltarlo di fronte.

Passato il primo spavento, i selvaggi, inferociti, si tesero come una molla, come una tromba dell’oceano, per scattare sopra l’Indiano che ardiva assaltarli a petto scoperto.

Videsi una confusione, un turbine orribile di uomini che si ributtavano, che cadevano e contorceansi; capi che si rizzavano ed altri che scomparivano; braccia e schiene che si agitavano e si contraevano; parevano tante parti di un solo corpo, o membra di qualche mostro ignoto che dibattevasi in convulsioni.

Nel mezzo di quel caos scorgeasi ai raggi del sole lampeggiare con riflessi rapidi e quasi ignei la lamina dello spadone di Pery, che passava e ripassava colla celerità del baleno quando scoscende le nuvole e attraversa lo spazio.

Un subisso di grida, di imprecazioni e gemiti rauchi e soffocati, che si confondea collo scricchiolare dell’armi, elevavasi da quel pandemonio, e andava a perdersi in distanza nei rumori della cascata.

Seguì una calma orribile; i selvaggi, resi immobili dallo spavento e dalla rabbia, sospesero l’assalto; i corpi dei caduti alzavano una barriera tra loro e l’avversario.

Pery abbassò lo spadone e aspettò; il suo braccio destro affaticato da quell’enorme sforzo, non potea più servirgli e cadeva inerte; passò l’arma nel braccio sinistro. [p. 128 modifica]

Era in buon punto.

Il vecchio cacico degli Aimorè avanzavasi contro di lui, squassando la sua immensa clava, irta di squame di pesci e denti di fiera: arma formidabile, che il suo braccio possente facea muovere colla leggerezza della freccia.

Gli occhi di Pery sfavillarono; addirizzando fieramente il suo corpo, fissò nel selvaggio quello sguardo sicuro e certo, che mai non lo ingannava.

Il vecchio accostandosi alzò la clava, e imprimendole un moto di rotazione stava per scagliarla addosso a Pery e abbatterlo; non vi sarìa nè spada nè spadone capace di resistere a tanto cozzo.

Quello che avvenne fu di tal rapidità, che non è possibile descriverlo; quando il braccio del vecchio aggirando la clava stava per vibrare il colpo, lo spadone di Pery lampeggiò nell’aria e schiantò il pugno del selvaggio: mano e clava rotolarono sul terreno.

Il vecchio selvaggio mandò fuori un bramito che fu ripercosso in lontananza dagli echi della foresta, e innalzando al cielo quel moncherino, ne sparse all’aria le goccie di sangue, che caddero sopra gli Aimorè, come scongiurandoli alla vendetta.

I guerrieri si lanciavano per vendicare il loro capo: ma un nuovo spettacolo appresentossi ai loro sguardi.

Pery, vincitore del cacico, diede un’occhiata [p. 129 modifica]all’intorno, e vedendo la strage fatta, i cadaveri degli Aimorè ammonticchiati l’uno sull’altro, piantò la punta dello spadone nel terreno e spezzò la lama. Prese dipoi i due frammenti, e li scagliò nel fiume.

Allora seguì nel suo interno una lotta silenziosa, ma terribile a chiunque potesse comprenderla. Avea spezzato la sua spada, perchè non volea più combattere; era tempo di implorare la vita dal nemico.

Ma quando giunse il momento di effettuare quell’atto supplichevole, chiedeva a sè stesso una cosa sovrumana, una cosa superiore alle sue forze.

Egli, Pery, il guerriero invincibile, il selvaggio libero, il signore delle foreste, il re di quella vergine terra, il capo della più valente nazione dei Guarany, supplicare l’inimico per la sua vita! Era impossibile.

Tre volte volle inginocchiarsi, e tre volte gli stinchi delle sue gambe, distendendosi come due molle d’acciaio, lo obbligarono a rizzarsi.

Finalmente la memoria di Cecilia fu più forte della sua volontà.

Inginocchiossi.