Il guarany/Parte Prima/Capitolo XI

Parte Prima - XI. Pery

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José de Alencar - Il guarany (1857)
Traduzione dal portoghese di Giovanni Fico (1864)
Parte Prima - XI. Pery
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CAPITOLO XI.


PERY.

Scendendo la scala di pietra dello spianato, Cecilia domandava alla sua cugina:

— Dimmi una cosa; perchè non parli al signor Alvaro?

Isabella trasalì.

— Mi sono accorta, continuò la fanciulla, che neppur rispondi alle cortesie che egli ci usa.

— Che egli ti usa, Cecilia; replicò la giovane dolcemente.

— Confessa che non ti va a genio. Gli hai antipatia?

La giovane si tacque.

— Non parli?... bada che allora mi fai immaginar qualche altra cosa! continuò Cecilia stando sul faceto.

Isabella impallidì; e levando la mano al cuore [p. 95 modifica]per comprimerne i violenti battiti, fece uno sforzo supremo, e trasse fuori alcune parole che parvero arderle le labbra.

— Ben sai che lo abborro!...

Cecilia non vide l’alterazione della fisonomia di sua cugina, perchè essendo in quel momento arrivata al basso, avea dimenticato la conversazione, e cominciato a sollazzarsi con infantile allegrezza sull’erba.

Ma ancorchè si fosse accorta del turbamento della giovane, e della scossa che avea provato, per certo avrebbe ciò attribuito a qualche altro motivo, all’infuori del vero.

L’affezione che avea per Alvaro, pareale tanto innocente, tanto naturale, che giammai si era immaginata che dovesse un dì mutarsi da quello che era; cioè da un piacere che la facea sorridere, e da un’imbarazzo che la faceva arrossire.

Da quest’amor dunque, se era amore, non potea far stima di ciò che avveniva nell’animo d’Isabella; non poteva comprendere la sublime menzogna, che le labbra della giovane aveano allora proferita.

Quanto a Isabella, temendo tradire il suo secreto, aveasi svelto dal cuore, pieno di amore, quella parola d’odio, che era per lei quasi una bestemmia.

Ma ciò avea preferito, piuttosto che rivelare lo stato della sua anima; quel mistero, quell’ignoranza che avvolgeva il suo amore, e lo ascondeva agli occhi di ognuno, avea per lei una voluttà ineffabile. [p. 96 modifica]

Poteva così fissare per ore ed ore il giovane, senza che egli se n’avvedesse, senza incomodarlo neanco colla preghiera muta del suo sguardo supplichevole; poteva deliziarsi nell’intimo dell’anima, senza che un sorriso di disdegno o di collera la facesse soffrire.

Il sole s’alzava sull’orizzonte.

Il suo primo raggio guizzava ancora pel cielo increspato, e andava a baciare le bianche nuvolette che volavano al suo incontro.

Appena la luce blanda e soave del mattino rischiarava la terra, e sorprendea le ombre indolenti, che dormivano sotto le vôlte frondose degli alberi.

Era l’ora che il cactus1, il fior della notte, chiudeva il calice pieno di rugiada con cui distilla il suo profumo, per tema che il sole non offenda la bianchezza diafana de’ suoi petali.

Cecilia colla sua grazia ingenua correa spensierata sopra l’erba ancora umida, cogliendo ora una graciola2 azzurra che ondeggiava sul suo stelo, ora un malvalisco3 che apriva i suoi vaghi bottoni scarlatti. [p. 97 modifica]

Tutto avea per lei un incanto inesprimibile; le lagrime della notte che tremolavano come brillanti sulle foglie dei palmizi; la farfalla che colle ale ancora intorpidite aspettava il tepore del sole per avvivarsi; la viuvinha4 che ascosa tra le frondi avvertiva il suo compagno, che il giorno si avanzava raggiando; tutto faceale mettere un grido di meraviglia e di piacere.

Nell’atto che la fanciulla trastullavasi in tal modo per la campagna, Pery, che la seguiva da lontano, parve di repente assalito da un pensiero che gli fè correre un brivido per l’ossa: gli sovvenne della tigre.

D’un salto s’internò in una gran macchia d’alberi, che elevavansi ad alcuni passi; si udì un ruggito soffocato, un gran fracasso di frondi che si sfracellavano, e l’Indiano ricomparve.

Cecilia erasi voltata un po’ tremante:

— Che è ciò, Pery?

— Nulla, signora.

— È così che promettesti star quieto?

— Cecy non andrà più in collera.

— Che vuoi tu dire?

— Pery lo sa! rispose l’Indiano sorridendo.

Questa semplice frase esprimeva nella sua concisione una delicatezza di sentimento ammirabile.

La sera innanzi avea provocato una lotta spaventosa per domare e vincere un animal feroce, [p. 98 modifica]e presentarlo sommesso e inoffensivo ai piè della fanciulla, giudicando che ciò le cagionerebbe un piacere.

Adesso turbandosi per l’affanno che potea essere recato alla sua signora, distruggeva in un istante quell’azione eroica, senza proferire una parola che la rivelasse.

Bastava che egli sapesse ciò che avea fatto, e che tutti dovevano ignorare; bastava che la sua anima sentisse l’orgoglio di quel nobile coraggio, che si spandeva nel sorriso de’ suoi labbri.

Le fanciulle, che eran ben lungi dal sapere fino a che punto fosse giunta la pazzia di Pery, e che non giudicavano possibile che un uomo potesse fare quello che realmente avea fatto, non compresero nè la frase, nè il sorriso.

Cecilia era giunta a un capanno di gelsomini in riva all’acqua, che le serviva di stanza da bagno: era uno dei lavori eseguiti dall’Indiano con quella cura ed amore, che poneva in soddisfare ai voleri della fanciulla.

Pery già si era recato in riva al fiume, e se ne stava da lungi; Isabella si assise sull’erba.

Allora allargando i ramoscelli dei gelsomini che occultavano affatto l’ingresso, Cecilia penetrò in quel piccolo padiglione di verzura, ed esaminò se le foglie erano tutt’all’intorno ben continue; se non ci avea alcuna apertura, ove penetrasse l’occhio del giorno.

L’innocente fanciulla arrossiva persino del raggio di luce, che potesse spiare i tesori di beltà nascosti sotto i candidissimi lini. [p. 99 modifica]

Fu soltanto dopo questo esame scrupoloso, e ancora arrossendo di se stessa, che cominciò ad acconciarsi per il bagno.

Ma nell’atto che si spogliò il guarnelletto e mise a nudo la sua candida spalla e il collo puro e dilicato, poco mancò che non cadesse svenuta di confusione e di affanno.

Un uccelletto, ascoso tra le foglie, garrulo e maliziosetto, gridò distintamente:

Bem te vi5!

Cecilia rise della tresca e dell’affanno, e terminò di indossare l’abito da bagno che le copriva tutta la persona, lasciando appena a nudo le braccia e il piede dilicato.

Entrò nell’acqua come un uccellino; Isabella che l’accompagnava per compiacenza, restò seduta sulla sponda del fiume.

Quanto era vaga Cecilia nuotando sulle pure linfe della corrente, co’ suoi biondi capelli disciolti, e le braccia candide che curvavansi graziosamente per imprimere al corpo un dolce movimento.

Pareva uno di quei bianchi cigni o collereire6 color di rosa, che solcano dolcemente [p. 100 modifica]la superficie dei laghi, sotto le cui ali l’acqua par si renda più tersa e tranquilla per lasciarle correre a discrezione.

Talvolta la leggiadra fanciulla col corpo disteso, sorridendo al cielo azzurro, lasciavasi trasportare dalla corrente, o inseguiva le piccole anitrine selvatiche e le marreche che fuggivanle innanzi.

Tal’altra Pery, che tenevasi in distanza dalla parte superiore del fiume, coglieva qualche fiore parassito, lo collocava sopra una barchetta di scorza d’albero, che affidava alla correntìa.

La fanciulla inseguiva la barchetta a nuoto, raccoglieva il fiore, e sulla punta delle dita andava ad offrirlo ad Isabella, che, sfogliandolo tristamente, mormorava quelle parole cabalistiche, con cui il cuore cerca d’illudersi.

In vece però di consultare il presente, interrogava il futuro, perchè sapeva che il presente non avea speranze per lei, e che se il fiore dicesse il contrario, mentirebbe.

Era scorsa mezz’ora che Cecilia stava nel bagno, quando Pery, che collocato sopra un albero, non cessava di gettare tutto all’intorno lo sguardo, vide sull’opposta riva agitarsi gli arbusti.

L’ondulazione in quelli prodotta andava stendendosi, come se un gran corpo strisciasse sul terreno e si avvicinasse al luogo ove la fanciulla si stava bagnando, finchè arrestossi dietro alcune grosse pietre che erano in riva al fiume.

Alla prima occhiata l’Indiano s’accorse che il [p. 101 modifica]largo solco tracciato tra i fusti di quelle piante non potea esser prodotto, che da un animale di gran corpo.

Diessi a correre rapidamente pe’ rami degli alberi, attraversò il fiume sopra quel ponte aereo, e ascoso tra le frondi, riuscì a collocarsi perpendicolarmente al luogo ove ancora si facea notare l’oscillazione.

Vide allora seduti fra gli arbusti due selvaggi mal coperti da un grembiule di penne gialle, che coll’arco teso e la freccia in atto di partire aspettavano che Cecilia passasse nella direzione di un vano lasciato dalle pietre, per iscoccare il colpo.

E la fanciulla scevra di cure, tranquilla, già avea teso il braccio, e solcando l’acque passava sorridendo avanti la morte che la minacciava.

Se si fosse trattato della sua vita, Pery sarebbe rimasto calmo; ma Cecilia correva un pericolo, e però nè fece riflessione, nè misurò il cimento cui si esponeva.

Lasciossi cadere come una pietra dall’alto dell’albero; delle due freccie che partivano, una se gli confisse nell’omero, l’altra sfiorandogli i capegli mutò direzione.

Si levò in piedi, e senza nemmeno pensare a svellersi la saetta dalla spalla, d’un sol movimento trasse dalla cintola le pistole ricevute dalla sua signora, e spaccò la testa dei selvaggi.

Udironsi due gridi di terrore, che partirono dall’opposta riva, e quasi subito la voce tremola e collerica di Cecilia che chiamava: [p. 102 modifica]

— Pery!...

Egli baciò le pistole ancora fumanti e stava per rispondere, quando a due passi sorse dal mezzo di un cespuglio un’Indiana, che internossi prestamente nel bosco.

Diè un’occhiata nella direzione di Cecilia, e giudicandola ormai fuori del bagno e in luogo sicuro, lanciossi dietro all’Indiana, che già di molto lo avanzava nel corso.

Una larga striscia vermiglia, che partiva dalla ferita, tingeva la sua bianca tunica di cotone; Pery si sentì d’improvviso vacillare e si pose disperatamente la mano al cuore, come per arrestare il sangue nelle vene che si vuotavano.

Fu un momento di lotta terribile tra lo spirito e la materia, tra la forza della volontà e il potere della natura.

Il corpo sveniva, i ginocchi piegavano; e Pery alzando le braccia, come per afferrarsi alle cime degli alberi, contraendo i muscoli per reggersi in piedi, lottava inutilmente contro la debolezza che s’impadroniva di lui.

Si dibattè un momento contro quella potente attrazione, contro quella gravitazione che lo curvava a terra; ma era uomo, e dovea cedere alla legge della creazione.

Frattanto, soccombendo, il valente Indiano resisteva sempre; e già vinto, pareva lottare ancora.

Non cadde, no; quando la forza gli mancò per intiero, abbandonossi lentamente, e toccò la terra co’ ginocchi. [p. 103 modifica]

Ma allora si ricordò di Cecilia, della sua signora che dovea vendicare, e per cui dovea vivere onde salvarla e vegliar sovr’essa.

Fece uno sforzo supremo, e contraendosi, pervenne a rialzarsi; fece alcuni passi brancolando, aggirossi nell’aria, e battè contro un albero, a cui si abbracciò convulsivamente.

Era una cabuiba7 altissima, che s’innalzava dal fondo della foresta, e dal cui tronco cenerognolo gemeva una resina color di opala, che si liquefaceva in olio.

Il soave aroma che esalava da quelle gocciole, fece aprire all’Indiano gli occhi semispenti, che si illuminarono di un raggio di felicità.

Applicò ardentemente le labbra al tronco, e sorbì una di quelle lacrime, che cadde nel suo seno come un balsamo potente.

Si sentì rivivere.

Stese l’olio sopra la ferita, stagnò il sangue e respirò.

Era salvo.



Note

  1. Vi sono diverse specie di cactus; i più vaghi sono il bianco, il rosa e il giallo, che gli indigeni chiamavano urumbeba. Aprono tutti il loro calice a mezzanotte e lo chiudono allo spuntar del sole.
  2. È il nome scientifico dato da Fr. Velloso nella sua Flora Fluminensis al piccolo fiore azzurro di un arbusto indigeno.
  3. Nome che Saint-Hilaire diede a una specie di malva indigena brasiliana, che ha il fiore scarlatto.
  4. Quest’uccelletto nero canta sul far del giorno; dicono sia il primo a salutare il nascere del sole.
  5. Bem te vi, cioè: ti ho veduto. Il canto di quest’uccelletto è una delle singolarità del Brasile, di cui molto si maravigliarono al loro arrivo i Portoghesi; vari cronisti ne parlarono. E in fatti l’imitazione delle parole è perfettissima.
  6. È uno dei più vaghi uccelli acquatici del Brasile; le sue penne sono di un bello color di rosa.
  7. La cabuiba, il Balsamum Peruvianum di Pison, distilla un liquore citrino, di un odore gradevole, che dicono miracoloso per la cura delle ferite recenti.