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Poteva così fissare per ore ed ore il giovane, senza che egli se n’avvedesse, senza incomodarlo neanco colla preghiera muta del suo sguardo supplichevole; poteva deliziarsi nell’intimo dell’anima, senza che un sorriso di disdegno o di collera la facesse soffrire.

Il sole s’alzava sull’orizzonte.

Il suo primo raggio guizzava ancora pel cielo increspato, e andava a baciare le bianche nuvolette che volavano al suo incontro.

Appena la luce blanda e soave del mattino rischiarava la terra, e sorprendea le ombre indolenti, che dormivano sotto le vôlte frondose degli alberi.

Era l’ora che il cactus1, il fior della notte, chiudeva il calice pieno di rugiada con cui distilla il suo profumo, per tema che il sole non offenda la bianchezza diafana de’ suoi petali.

Cecilia colla sua grazia ingenua correa spensierata sopra l’erba ancora umida, cogliendo ora una graciola2 azzurra che ondeggiava sul suo stelo, ora un malvalisco3 che apriva i suoi vaghi bottoni scarlatti.

  1. Vi sono diverse specie di cactus; i più vaghi sono il bianco, il rosa e il giallo, che gli indigeni chiamavano urumbeba. Aprono tutti il loro calice a mezzanotte e lo chiudono allo spuntar del sole.
  2. È il nome scientifico dato da Fr. Velloso nella sua Flora Fluminensis al piccolo fiore azzurro di un arbusto indigeno.
  3. Nome che Saint-Hilaire diede a una specie di malva indigena brasiliana, che ha il fiore scarlatto.