Il figlio di Grazia/XVIII

XVIII

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XVII XIX

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XVIII.

Quando tornarono i forestieri, Dorina continuò a farsi prestare libri da tutti i ragazzi e le signorine, per passarli a Natale; e per lui faceva raccolta dei giornali illustrati che lasciavano sulla tavola nel salotto di lettura. Voleva che Natale ne sapesse come tutti i signori, — lui che aveva più ingegno di tutti loro — ella pensava.

Ciò che aveva certamente più di molta e molta gente quel ragazzo di quindici anni, era il buon senso e la rettitudine. La sua anima era sana come il suo corpo, e, come gli animali rifiutano d’istinto i cibi nocivi, così il suo spirito sceglieva ciò che era realmente buono e sano. Egli non leggeva per esempio tutto quello che Dorina gli dava; vi erano delle cose che dopo un’occhiata, dopo poche righe, lasciava; altre che si divorava avidamente e che rileggeva, concentrandovi, non solo l’attenzione, ma anche tutta l’anima sua. [p. 144 modifica]

Dorina ricordava sempre le parole di sua madre: — peccato che non abbia ambizioni; potrebbe diventare uno di quegli uomini che guidano il mondo al bene, — e pensava: Ora gli verrà voglia di continuare gli studi e di diventare un signore. Ma non osava suggerirglielo. Le pareva che le buone idee germogliassero in Natale come i fiori sulla montagna, senza che ci fosse bisogno che nessuno li seminasse, e stava ad attendere, paziente, lasciando che i mesi passassero. Ogni libro che le restituiva era una gioia per lei, perchè egli che non era chiacchierone, diceva la sua opinione con poche parole, ma in un modo tutto diverso degli altri.

A volte diceva: — sì, questo libro è bello, ma è inutile: lascia il tempo che trova. — Ma ce n’erano altri che gli facevano invece dire: — è un libro che fa i pensare: un uomo può diventar migliore dopo averlo letto. — Una volta aveva detto: — Ecco, ora ho capito come si devono giudicare certe cose. Le idee sono come i vestiti: finchè il sarto ce li mostra tenendoli in mano ci sembrano belli, sì, ma non sappiamo capire se proprio anderanno bene. Nelle storie che si leggono, le idee sono messe indosso alla gente e allora si può meglio vedere se siano giuste o no. —

Passò un altro estate e ancora non veniva la parola aspettata da Dorina; mai Natale esprimeva il rimpianto di non continuare gli studi, o il rammarico di essere nato contadino e il desiderio di migliorare il suo stato. I libri di viaggi non gli destavano la smania di visitare altri paesi, le descrizioni della vita signorile non gli suscitavano invidie.

Un giorno finalmente, ch’erano soli dopo l’ora del tramonto, nella cucina dove non avevano ancora [p. 145 modifica]acceso il lume e quasi non si vedevano più in viso, Dorina gli chiese che cosa contava fare quando sarebbe stato uomo.

«Che cosa?» ripetè Natale, non comprendendo la domanda.

«Non vorrai seguitar tutta la vita a condur le bestie sull’alpe e a segar fieno.»

«Spero che Dio mi darà questa fortuna,» rispose Natale, stupito da quelle parole della sua amica. «Non so davvero che cosa noi abbiamo fatto di bene per meritarci d’aver della terra nostra e così belle bestie. Quando vedo partir tanti uomini del paese per andar a lavorare fuor di confine, t’assicuro che io provo una vergogna. Mi par che tutti debbano pensare: perchè quelli lì, così grandi e grossi, stanno a casa e non hanno fastidî?» Tacque un momento, poi disse: «non capisco, Dorina, perchè hai detto quelle parole....»

«Volevo dire....» continuò esitando Dorina «che col tuo talento puoi continuar a studiare e diventar qualche cosa....»

Natale si mise a ridere. «Oh! forse segretario comunale, per star tutto il giorno inchiodato al tavolo a scrivere cose noiose?»

«Oh, qualche cosa di più....»

«Sindaco?... eh, lo potrei diventare anche senza studiare più di quello che so; anche mio padre è stato sindaco per qualche anno; e ne sa meno di me. C’è il segretario apposta per i sindaci ignoranti» aggiunse ridendo. «Ma per far del bene al proprio paese non occorre esser letterati: basta aver del giudizio e del cuore. Guarda, Dorina; io l’ho pensato molto in questi ultimi tempi.... Ma forse non l’ho pensato io, forse [p. 146 modifica]l’ho letto in un libro, non so; ma adesso lo penso anch’io. Il mondo è come un gran stagno dove ciascun uomo deve gettare il suo sasso. Il sasso è il bene che fa; dove esso è caduto si forma un cerchio nell’acqua, poi un secondo, un terzo, e s’allarga s’allarga fin quasi a toccar le sponde; così tutti i cattivi gaz che sono nell’acqua vengono a galla, e spariscono; più sassi vi si getta e più l’acqua si move e diventa pura. Ma non c’è bisogno, vedi, di andar tanto in su per buttar il sasso: anzi, chi lo getta dall’alto lo fa cader troppo rapido e va giù dritto senza quasi agitar l’acqua.... Meglio è star sulla riva. Non mi sono spiegato bene, vedi Dorina, ma io so cosa voglio dire.»

Dorina tacque.

Dopo un poco disse: «Dunque tu non vuoi saperne più di quello che sai?...»

«Oh sì, il corpo ha bisogno di cibo e di aria e l’anima di sapere,» ha detto il missionario. «Ma io voglio imparare quello che mi può essere utile nella mia posizione. Ne abbiamo parlato anche con la mamma e mio padre. La mamma dice: — io credo che ogni uomo deve stare dove Dio l’ha collocato e fare il maggior bene che può al suo posto. — E quello che penso anch’io: quando i nostri uomini traversano il San Bernardo per andar in Francia, camminano tutti insieme: se quelli forti e giovani allungassero il passo, resterebbero indietro soli i vecchi e i deboli senza soccorso. Non ti pare, Dorina?

Se io volessi uscire dal mio stato, avrei bisogno dell’aiuto di tanti per farmi una posizione e non potrei pensare che a me, non avrei più tempo di pensare agli altri. Invece così, io non ho bisogno di [p. 147 modifica]nessuno e potrò essere un poco utile a quelli che Dio mi ha messo intorno.»

Dorina, colle mani distese in grembo, guardava nel buio dove appena intravvedeva la figura di Natale, e ascoltava quella voce presa quasi da un senso di divozione.

Oh sì, sì, com’era giusto tutto ciò ch’egli diceva! quand’egli parlava, la sua mente provava come un benessere, le idee le uscivano dalla nebbia e tutto le appariva luminoso.

A un tratto, dall’angolo del camino, una voce forte disse: «Quanti anni hai, Natale?»

«Sedici,» egli rispose, turbato di aver avuto, senza saperlo, un altro ascoltatore.

Ma era il vecchio Vincenzo. «Di’ a Dorina» riprese «che tu ne sai a quest’ora già più di molti avvocati e di molti dottori. Non è la scienza che insegna l’onestà: e vai più il pensare che lo studiare.»

La voce di Dorina ancora non si fece udire. Natale allungò la mano, trovò i suoi ginocchi, e posandovela dimandò piano: «sei in collera, Dorina?...»

Ma le mani sottili di lei presero la sua mano robusta, ed ella chinò un momento la testina fino a sfiorarla cogli occhi umidi.

Quando la mamma entrò regnava nella stanza un gran silenzio, e soltanto quand’ebbe accesa la lampada s’accorse di quei tre seduti lontano l’uno dall’altro. «Oh, bella compagnia vi facevate!» esclamò ridendo.

Ella non sapeva che erano davvero uniti in quel momento dagli stessi pensieri.