Il Moliere/Atto V

Atto V

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Atto IV Appendice
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ATTO QUINTO.

SCENA PRIMA.

Moliere solo.

Oh sciocchi intemperanti! non san che sia la vita;

L’un l’altro ad accorciarla col crapolare1 invita.
Umanità infelice! non hai bastanti mali,
Che nuovi ne procaccia la gola de’ mortali.
Il chimico sa trarre balsami dal veleno;
Quei col vin salutare s’empion di tosco il seno.
Beva Leandro pure, beva a sua voglia il Conte,
Io sfuggo di vederli venire all’ire,2 all’onte;
Poichè serpendo il vino per fibre e per meati,
Alla ragione ascende de’ spinti svegliati,

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E copre lor d’un velo d’atomi tetri e densi,

E il cerebro sublima, ed imprigiona i sensi;
Onde alle cose esterne sembra cambiarsi aspetto,
Tolto da’ caldi fumi il lume all’intelletto.
Anche l’amor talvolta opra con pari incanto,
Cagion di fiero sdegno ai miseri, o di pianto.
Ma quando è regolato, amore è cosa blanda.
Come il vin moderato è salutar bevanda.

SCENA II.

Isabella in veste da camera, e detto.

Moliere. Oimè! Isabella mia...

Isabella.  Eccomi a voi prostrata.
(si getta a’ piedi di Moliere)
Mirate ai vostri piedi un’alma disperata.
Moliere. Sorgete, anima mia: oh ciel!3 che avvenne mai?
Isabella. Mia madre...
Moliere.  Ah madre ingrata4! Tu me la pagherai.
Isabella. Stava dal duolo oppressa...
Moliere.  Fermatevi, aspettate.
(va a chiuder l'uscio)
Di qui non passerai. Mia vita, seguitate.
Isabella. Stava dal duolo oppressa fra la vigilia e il sonno,
Che chiudersi del tutto questi occhi miei non ponno:
Quando la genitrice, piena di sdegno il viso,
Venne al mio letticciuolo, gridando: olà, ti avviso,
Alla novella aurora alzati dalle piume.
Disparve, e portò seco senz’altro cenno il lume.
Restai qual chi da tetro sogno fatal si desta.
E mia madre, dicendo, o qualche larva è questa?
Piansi, tremai, poi corsi a rammentar suoi detti;
Ed assalita i’ fui5 da mille rei sospetti.

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Perchè dovrei levarmi doman6 pria dell’aurora?

Perchè vien ella irata a dirmelo a quest’ora?
Ahimè! la mia rovina al nuovo sol m’aspetto.
L’attenderò, dicea, tranquillamente in letto?
Oimè! Molier, mia vita, ti perdo, se qui resto.
Balzo allor dalle piume: come poss’io, mi vesto.
Apro l’uscio socchiuso, odo russar mia madre,
E quai fra l’ombre vanno timide genti e ladre,
Stendo l’un piede, e l’altro sospendo in aria incerto,
Fin che l’altr’uscio trovo per mia ventura aperto.
Affretto il passo allora, balzo volando7 in sala,
Ritiro il chiavistello, precipito la scala.
Giungo alle stanze vostre, a voi ricorro ardita,
Eccomi ai vostri piedi a domandarvi aita.
Moliere. Deh, alzatevi. Ah, Isabella, che mai faceste? Oh Dio!
Cagliavi l’onor vostro, vi caglia l’onor mio.
Di notte una fanciulla discinta, senza lume,
Mentre la madre dorme, abbandonar le piume?
Che dir farà di voi un animo sì ardito?
Isabella. Diran che amor condusse la sposa al suo marito.
Moliere. Ma come dir lo ponno, se tali ancor non siamo?
Isabella. Oh ciel! di qui non parto, se tai non diveniamo.
A questo ardito passo per voi guidommi amore,
Sollecita mi rese di perdevi il timore.
Se a voi nota è la colpa, cui nota è la cagione,
Voi riparar potete la mia riputazione.
Porgetemi la destra, e coll'anello in dito
Dir potrò: Che volete? Moliere è mio marito.
Moliere. Oh caso inaspettato! Cara Isabella mia,
Di rimediar domani di me l’impegno sia.
Tornate onde veniste, rider di noi non fate.
Isabella. Ah, misera ingannata! Crudel, voi non mi amate.
Avrà la genitrice, con sue lusinghe e vezzi.
Comprato l’amor vostro, comprati i miei disprezzi.

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Ma se da voi che adoro, barbaro! son tradita,

Posso a chi diedi il cuore, donare ancor la vita.
Tornar più non mi lice, tornar più non vogl’io.
Perduta ho la mia pace, perduto ho l’onor mio.
Farò che il mondo sappia chi fu del mal cagione,
E andrò dove mi porta la mia disperazione.
Moliere. Isabella,8) mia vita...
Isabella.  Molier, mia cruda morte...
Moliere. Fermatevi, mia cara, sarò di voi consorte.
Isabella. Se tale ora divengo9, l’onor vi reco in dote:
Scema, se al volgo ignaro tali follie son note.
Tanti sospiri e tanti, sparsi non siano in vano...
Moliere. Ah, resista chi puote... Mio bene, ecco la mano.
Mia sposa, ecco, vi rendo.
Isabella.  Or son contenta appieno.
Frema la genitrice e crepi di veleno.
Moliere. Domani il sacro rito si compirà.
Isabella.  L’anello
Datemi almen.
Moliere.  Prendete. (si leva uno de’ suoi)
Isabella.  Oh caro! oh quanto è bello!
Voi ponetelo al dito.
Moliere.  Sì, ve l’adatto io stesso.
(lo prende, e glielo pone in dito)
Isabella. Venga la genitrice, venga a sgridarmi adesso.
Moliere. Ma non convien, mia vita, che noi restiam qui soli.
Isabella. Oh come mi stai bene! oh quanto mi consoli!
(parla con l’anello)
Moliere. Ho degli amici in casa, che stetter meco a cena.
Troppo lor sembrerebbe ridicola10 la scena.
Venite in questa stanza, e stateci sicura.
(accenna la stanza ove è entrato Pirlone)
Isabella. E vi dovrei star sola? Morrei dalla paura.

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Moliere. Lunga non fia la notte. Verrà con voi Foresta.

Siate saggia, Isabella, quanto voi siete onesta.
Ecco il lume. Apro l’uscio. Entrate, io vi precedo.
Isabella. V’andrò mal volentieri.
Moliere.  Ah traditor, che vedo?
(apre l’uscio e vede Pirlone)

SCENA III.

Il signor Pirlone dalla camera, e detti.

Pirlone. Eccomi a voi prostato. Così vuol la mia sorte;

Schernitemi voi pure, datemi pur la morte.
Non è che a’ vostri piedi mi getti un vil timore;
Mi guida il pentimento, il rimorso, il rossore.
In quel recinto oscuro11 il ciel m’aperse un lume.
Mi fece il mio periglio pensare al mio costume.
E il popolo commosso contro Pirlone a sdegno,
Essere m’assicura dell’altrui fede indegno.
Temei de’ carmi vostri l’aspre punture acute,
Qual s’odia dall’infermo chi porge a lui salute;
E feci ogni mia possa per occultare al mondo
L’immagine d’un tristo, che mi somiglia al fondo.
Pentito d’ogni errore, l’usure mie detesto.
Rinunzio all’impostura, al vivere inonesto;
A voi, al mondo tutto mi scopro qual io sono,
E delle trame indegne, Molier, chiedo perdono.
Moliere. Ed io perdon vi chiedo, se a voi feci l’oltraggio
D’usar le spoglie vostre nel noto personaggio.
Oh scene mie felici! oh fortunato inganno,
Se val d’un uom perduto a riparare il danno!
Diasi la gloria al vero: il ciel con mezzi tali
Sovente il cuor rischiara dei miseri mortali.

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Isabella. Pirlone, a voi non deggio rimproveri, ma lode:

Fu di quel ben ch’io godo, cagion la vostra frode.
Più presto si scoperse di me la fiamma ascosa.
Più presto di Moliere fatta son io la sposa.
Pirlone. Lasciate ch’io men vada scevro da insulti e scorni,
Sin che la plebe dorme, piangente ai miei contorni.
Moliere. Da’ servi miei scortato... Chi picchia a quella porta?
(si sente picchiare all’uscio)
Isabella. Oimè! la genitrice s’è di mia fuga accorta.
(Ma più di lei non temo, Moliere è mio marito.)
La farò disperare con quest'anello in dito).
(Moliere va ad aprire la porta)

SCENA IV.

Foresta e detti.

Moliere. Che vuoi?

Foresta.  Strepiti grandi12. Va la Bejart in traccia...
Isabella è con voi? Signor, buon pro vi faccia.13 (parte)

SCENA V.

La Bejart vestita succintamente, e detti.

Bejart. Perfida, qual disegno ti ha da Molier condotta?14

Ah Molier traditore! Ah, tu me l’hai sedotta!15
Rendimi la mia figlia, rendila, scellerato.
Moliere. Ella non è più vostra.
Bejart.  Sì, ch’ella è mia, spietato!
Al ciel di tal violenza, e al tribunal mi appello.
Vieni meco. Isabella.
Isabella.  Signora, ecco l’anello.

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Bejart. Lo strapperò dal dito...

Isabella.  Oibò.
Bejart.  Vien qui, sfacciata.
Isabella. Portatemi rispetto, son donna maritata.
Moliere. Eh, lo sdegno calmate, e fia per vostro meglio.
Sposo son d’Isabella, e in sua difesa io veglio.
Staccarmela dal fianco non vi sarà chi possa.
Congiunti in matrimonio vivrem sino alla fossa.
È vano il furor vostro, sia collera o sia zelo;
Non si discioglie in terra, quel ch’è legato in cielo.
Bejart. Oimè! morir mi sento. Moliere, anima indegna!
Colei che t’amò un giorno, or t’aborrisce e sdegna.
Restane, figlia ingrata, accanto al tuo diletto,
E sia per te felice, com’io lo sono, il letto.
Fuggo d’un uomo ingrato la vista che mi cruccia,
E andrò, per vendicarmi, a unirmi a Scaramuccia.
Isabella. (Le darò il buon viaggio).
Moliere.  Eh via, frenate l’ira.
Pirlone. Signora, quello sdegno che a vendicarvi aspira.
Farà pentirvi un giorno d’averlo il vostro cuore
Mal conosciuto.
Bejart.  In vano mi parla un impostore.

SCENA ULTIMA.

Valerio e detti.

Valerio. Molier, per voi tal giorno sempre divien più bello.

Vi reco in questo punto un trionfo novello.
L’ardito Scaramuccia cede la palma a voi:
Partirà16 di Parigi con i compagni suoi.
L’esito fortunato della commedia vostra
L’obbliga a ritirarsi, e rinonziar la giostra.
Bejart. (Oimè! tutto congiura a rendermi scontenta).
Moliere. Eppur gioia perfetta il ciel non vuol ch’io senta.

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Se mi amate, Isabella, la vostra genitrice

Pregate, che mi renda col suo perdon felice.
Isabella. (Lo sposo lo comanda, e il cuor me lo consiglia).
Signora, perdonate l’eccesso a vostra figlia.
Amor mi rese ardita: mi duol d’avervi offesa;
L’interno affanno mio col pianto si palesa.
Oimè, lo sdegno vostro! Oimè! m’avete detto:
Felice com’io sono, sia per te, figlia, il letto.
Oimè! che da mia madre, misera, odiata sono!
Bejart. Ah! il ciel ti benedica, t’abbaccio e ti perdono.
Moliere. Viva la saggia madre, viva la mia diletta.
Molier la sposa abbraccia, la suocera rispetta17.
Dov’è Leandro e il Conte? (a Valerio)
Valerio.  Il vin gli ha superati,
E con Moliere in bocca si sono addormentati.
Non facean che lodarvi; ed era ogni bicchiere
Con voti consacrato al merto di Moliere.
Questo vuol dir che l’uomo, ne’ giorni suoi felici.
Ovunque volga18 il ciglio, può numerar gli amici.
Moliere. Or sì felice giorno posso chiamar io questo,
In cui nulla ravviso d’incerto e di funesto.
Il pubblico m’applaude, si cambian gl’impostori.
Mi crescono gli amici, son lieto fra gli amori.
Sol manca di Moliere, per coronar la palma.
Che gli uditor contenti battano palma a palma.

Fine della Commedia.

  1. Bett. e Pap.: con il bicchiere.
  2. Bett.: ai sdegni e ecc.
  3. Bett.: Oh Dei!
  4. Bett. e Pap.: indegna.
  5. Bett.: Ed assalir m’intesi.
  6. Bett.: domane levar.
  7. Bett. e Pap.: coi salti.
  8. Bett. e Pap.: Guerrina, oh Dio.
  9. Bett. e Pap.: Se tal divengo adesso.
  10. Bett.: Ridicola un po’ troppo riusciria lor ecc.
  11. Accenna lo stanzino dov’era stato la prima volta.   1
    1. Non si trova questa nota nelle edd. Bett. e Pap.
  12. Zatta: strepiti, gridi.
  13. Segue nelle edd. Bett., Pap. ecc.: «Mol. La madre ci ha scoperti. a Guerrina. Guerr. Ebben, che potrà dire? - For. (Pirlone è uscito fuori? Addio le trenta lire). parte.»
  14. Bett. e Pap.: Perfida, indegna figlia, sugli occhi miei fuggita?
  15. Bett. e Pap.; rapita.
  16. Bett.: Ei parte.
  17. Bett. e Pap.: e voi, suocera, inchina.
  18. Bett.: Dove rivolga.