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Appendice

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Atto V Notizia storica
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APPENDICE.

Dall’edizione Paperini di Firenze.

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L’AUTORE

A CHI LEGGE1.


DOPO aver io parlato intorno la presente Commedia nella precedente Lettera all’Illustrissimo ed eruditissimo Signor Marchese Maffei, poco mi resta da trattenermi su tal proposito col Lettore. Tuttavolta defraudar non voglio di una piccola Prefazione quei che delle Opere mie si compiacciono, qualche cosa aggiungendo, che disutile non mi sembra. Avviserò gli Attori principalmente, che senza di me avessero il mio Moliere a rappresentare, valersi nel recitare i versi d’una maniera la quale, secondo me, è la più facile per l’Attore, e la più grata agli Ascoltatori. Non si canti il verso, non si declami, non gli si dia un suono caricato, vibrato, fuor di natura; ma per lo contrario non si avvilisca soverchiamente, non si nasconda il metro, e non facciasi lo studio vano di rendere i versi una stucchevole prosa.

Cotali versi (dicansi di quattordici piedi, o di due settesillabi uniti) hanno un certo suono naturale ed umano, che alla prosa infinitamente somiglia; che però recitandoli, come naturalmente si leggono, senza sublimarli e senza confonderli, non può a meno qualsisia Recitante di non riuscirvi. Ciò non ostante, alcuni ho io sentito recitarli assai male, appunto per questo, perchè credevano con una soverchia caricatura di migliorarli. Non evvi cosa più fastidiosa, oltre la declamazione dei versi, e in questa parte non loderò mai li Francesi per le loro esclamazioni, i loro lunghi sospiri, e la caricatura non meno delle loro piume, che delle espressioni loro; siccome non loderò nè tampoco quegli Italiani, che con soverchia familiarità intendono recitare in prosa i più sonori versi della Tragedia. Siccome i tragici Eroi sono persone per lo più ideali, o nelle virtù, o nei vizj, dai Poeti caricatissime, e parlano un linguaggio fuor del comune, e con pensieri non usitati e strani, sembra altresì ragionevole [p. 88 modifica]che quegli Attori che li rappresentano, osservino un certo modo di dire un poco più sostenuto. Nei versi comici meno gravità si richiede, ma non sì poca onde si deturpino affatto; poichè se questi non accrescono pregio all’opera, non si hanno a usar dagli Autori, e se per essi vien migliorata, non hanno a vergognarsene i Recitanti.

Un’altra cosa dirò agli Editori, se per avventura ristampar vo- lessero le mie Commedie. Si vagliano essi di questo mio esemplare, stampato come le Commedie in versi stampar si devono, non già di quello della edizion di Venezia2, in cui, oltre gli sensi rotti ed i versi confusi, stampato egli è in guisa tale, come se fosse in prosa.

Poveri Autori, a che son eglino mai sottoposti!

  1. Questa prefazione fu stampata l’anno 1753, nel t. II dell’ed. Paperini di Firenze.
  2. Alludesi all’ed. Bettinelli.