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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1910, VII.djvu/88

78 ATTO QUINTO

          E copre lor d’un velo d’atomi tetri e densi,
          E il cerebro sublima, ed imprigiona i sensi;
          Onde alle cose esterne sembra cambiarsi aspetto,
          Tolto da’ caldi fumi il lume all’intelletto.
          Anche l’amor talvolta opra con pari incanto,
          Cagion di fiero sdegno ai miseri, o di pianto.
          Ma quando è regolato, amore è cosa blanda.
          Come il vin moderato è salutar bevanda.

SCENA II.

Isabella in veste da camera, e detto.

          Moliere.Oimè! Isabella mia...
          Isabella. Eccomi a voi prostrata.
          (si getta a’ piedi di Moliere)
          Mirate ai vostri piedi un’alma disperata.
          Moliere.Sorgete, anima mia: oh ciel!1 che avvenne mai?
          Isabella.Mia madre...
          Moliere. Ah madre ingrata2! Tu me la pagherai.
          Isabella.Stava dal duolo oppressa...
          Moliere. Fermatevi, aspettate.
          (va a chiuder l'uscio)
          Di qui non passerai. Mia vita, seguitate.
          Isabella.Stava dal duolo oppressa fra la vigilia e il sonno,
          Che chiudersi del tutto questi occhi miei non ponno:
          Quando la genitrice, piena di sdegno il viso,
          Venne al mio letticciuolo, gridando: olà, ti avviso,
          Alla novella aurora alzati dalle piume.
          Disparve, e portò seco senz’altro cenno il lume.
          Restai qual chi da tetro sogno fatal si desta.
          E mia madre, dicendo, o qualche larva è questa?
          Piansi, tremai, poi corsi a rammentar suoi detti;
          Ed assalita i’ fui3 da mille rei sospetti.

  1. Bett.: Oh Dei!
  2. Bett. e Pap.: indegna.
  3. Bett.: Ed assalir m’intesi.