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I Nibelunghi (1889)/Avventura Trentaquattresima

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Anonimo - I Nibelunghi (XIII secolo)
Traduzione dall'alto tedesco medio di Italo Pizzi (1889)
Avventura Trentaquattresima
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Avventura Trentaquattresima

In che modo gittaron fuori i morti


     Dopo tanta fatica, assiser quivi
I prenci, e camminâr per l’ampia sala
Ed Hàgene e Volkero. E s’appoggiavano
Gli uomini affranti a le lor targhe, e andava
5Sermone arguto fra que’ due. Gislhero,
Il cavaliero di Borgogna, allora
Così parlò: Non anche, amici cari,
Pensar v’è dato a riposar. Qui vuoisi
Fuor di casa portar le morte genti.
10Anche assalti avrem noi, ch’io sì del vero
Vo’ favellarvi. E restar questi morti
Non dènno a lungo qui tra’ nostri piedi,
E prima ancor che tocchino vittoria

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Gli Unni in battaglia, altre ferite ancora
15Assestar vogliam noi, quali gran bene
Fannomi in verità. — Ferma speranza,
Giselhero soggiunse, ho di cotesto.
     Oh! me beato per cotal signore,
Hàgen dicea. Fuor che a guerrier valente,
20Ad altri non s’addice esto consiglio,
Quale oggi porse a noi il giovinetto
Nostro signore. Tutti lieti voi
Essere ne dovete, o di Borgogna!
     E seguìan quel consiglio e per le porte
25Settemila gittavano di dentro
Morti guerrieri. Giù cadeano i morti
Dai gradini dell’aula, e da’ congiunti
Si levò degli estinti alto clamore
D’angoscia e di dolor. Qualcuno v’era
30Di leggiera ferita, e se con dolce
Cura qualcun l’avesse in guardia preso,
Risanato ei sarìa; ma sì fu d’uopo
Ch’egli morisse per l’alta caduta.
Gli amici suoi lo piansero, e di questo
35Grave rancura li prendeva. Disse

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Volkero intanto, suonator di giga,
Eroe buono d’assai: Ora vegg’io
La verità, qual mi fu detta! Vili
Son gli Unni tutti e piangon come donne.
40Almeno, elli dovrìan darsi pensiero
Di tal che grave ebbe ferita. — Allora
Un de’ margravi si pensò che tale
Favellasse da senno. Un suo congiunto
Caduto vide là nel sangue e tosto
45Di sue mani il ricinse, e già volea
Di là portarlo. Ma di mortal colpo
Presto il raggiunse il menestrello ardito.
     E come gli altri videro cotesto,
Fuga dovunque incominciò. Principio
50Fean elli tutti a maledir di giga
Il sonatore, ed egli un giavellotto,
Forte, acuto d’assai, sollevò in alto,
Qual degli Unni nemici alcun gli avea
Scagliato incontro. Or questo egli vibrava
55Con gran forza e vigor sovra la folla,
Lontano assai, lungo il castello, e a quelli
D’Ètzel guerrieri più in là dalla sala

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Spazio donava a soffermarsi.1 Quella
Forza di lui gagliarda, oh! più d’ogni altra
60Cosa temea la gente accolta! E stavano
Dinanzi dal castel molte migliaia
Di valorosi, ed Hàgene e Volkero
Ad Ètzel re lor mente e lor pensiero
Fean principio a ridir. Però venìano
65In grave cura questi eroi valenti
E ardimentosi. Bello inver sarìa,
Hàgene disse, che dinanzi agli altri
Tutti pugnasse un re, che di sua gente
È sostegno e conforto, in quella guisa
70Che ognun qui fa de’ miei signori. Ei fendono
Gli elmi, e giù cola da’ lor ferri il sangue.
     Era fiero Ètzel re, però lo scudo
Afferrò tosto. Or vi guardate, a lui
Disse donna Kriemhilde, e a’ vostri prodi
75Oro offrite in lo scudo in fino all’orlo.

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S’Hàgene vi raggiunge, in mano vostra
La morte avete voi. — Tanto era fiero
Il nobil re, che non volea da tanto
Ritrarsi a dietro, ciò che raro assai
80Oggi si fa da principi possenti;
E sì fu d’uopo via di là menarlo
Per la correggia dello scudo. Allora,
Hàgene incominciò con agro core
Così a schernirlo: Parentela lunga,
85Hàgene disse cavaliere, è questa
Quale Ètzel e Sifrido insiem fra loro
Han suggellata!2 E Sifrido a Kriemhilde
Amor portava, prima assai che te
Costei vedesse. O abietto re d’assai,
90A che tramando vai a me di contro?
     Questo sermone udìa del nobil sire
La donna allora. Oh, sì! fu per cotesto
Kriemhilde in fiero duol, che altri, dinanzi
D’Ètzel ai valorosi, in questa guisa

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95Lei osasse schernir. Però fe’ inizio
Trama a compor contro agli ospiti ancora.
     Quei che per me, dicea, colpirà morto
Hàgene di Tronèga e la sua testa
Qui a me dinanzi porterà, la targa
100D’Ètzel da me s’avrà di fulgid’oro
Tutta piena; e darògli anche in mercede
Molti buoni castelli e terre ancora.
     Or’io non so che aspettino, gridava
Di giga il suonator. Mai non vid’io
105Starsi così vilmente armati eroi,
Poi che s’intese offrir premio sì grande.
Davver! che a questi non sarà benigno
Ètzel giammai! Cotesti che si mangiano
Così vilmente di lor prence il pane
110Ed ora a lui, nel periglio più grave,
Ribelli sono, qui vegg’io codardi
Starsi ed inerti, ed esser vônno intanto
Arditi e prodi. Onta si avranno sempre!


Note

  1. In maniera alquanto umoristica è detto che Volkero cacciò lontano dalla sala gli Unni spaventati.
  2. Sposando Kriemhilde. Parentela lontana, perchè Sifrido era prode ed Etzel e vile.