Guerra in tempo di bagni: racconto/VII - Il sarto della sarta

VII — Il sarto della sarta

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VII.


Il sarto della sarta.


La sera, sulla rotonda di Pancaldi, era gran febbre di curiosità.

— Dunque, il capitano Liberti?

Ma coloro che sapevano qualche cosa, erano impenetrabili: e tale riserbo faceva supporre che le cose non andassero troppo bene per il conte Tibaldi, sebbene egli con aspetto sorridente e sicuro troneggiasse, quasi, come l’eroe del giorno, in un gruppo di signore e di gentiluomini, [p. 191 modifica]dove un elegante bisbiglio era interrotto da frequenti risate, sopratutto nella bocca adorabile della contessa Cellesi, nel cui viso ovale e sereno splendevano le grazie.

Le due Cingoli, invece, parevano afflitte da invincibile musoneria e respingevano, asciutte asciutte, tutti gli assalti dei curiosi, trincerandosi in un contegno che pareva riserbo prudente, mentre non era invece che ignoranza perfetta.

A un tratto si manifestò un movimento generale, in quel brulichìo di teste, sotto la luce viva e livida delle lampade Siemens. Sul ponticello di ingresso, s’inoltrava lentamente con le mani incrociate sul dorso, l’ammiraglio Sterbini, fumando, con disinvoltura, un gigantesco sigaro d’avana. Egli non era quasi mai apparso ai concerti serali, perchè, tra l’altro, de[p. 192 modifica]testava la musica. Di rado usciva la sera e unicamente per andare a prendere una tazza di cioccolatto nel severo e taciturno stabilimento Palmieri, dove barattava qualche parola con due senatori e un generale a riposo, i quali, più che discorrere, sentenziavano, e si trovavano d’accordo soltanto sopra un vitale argomento: il mondo andava di male in peggio!

Le Cingoli aguzzarono gli occhi e tesero gli orecchi.

Massimo, seduto tra la Santacilia e il conte Tibaldi, esclamò:

— Attenti: c’è da temere qualche sorpresa del nemico, che s’inoltra con troppa sicurezza, verso le nostre trincee.

Infatti, l’ammiraglio, dopo aver dato un’occhiata a destra e a sinistra, s’avanzava, a lenti passi, con fare indifferente, [p. 193 modifica]verso il gruppo dei cospiratori, accorgendosi che le sue mosse erano seguite con molta curiosità.

Forse avrebbe preferito una furiosa tempesta dell’Oceano a tutti quegli occhi indagatori che lo spiavano, ma in quel momento raccolse tutte le abitudini dell’uomo di comando, per conservare un’apparenza dignitosa, imperturbabile: e spiegò un sangue freddo degno veramente d’ammirazione quando salutò, con tutto l’ossequio romantico del bel giovane del 1849, la Santacilia, il barone De Renzis e gli altri componenti il gruppo, per poi sedere, con grande naturalezza, proprio accanto al conte Tibaldi, come niente fosse.

Le Cingoli, pur non sapendo come spiegare tutta quella strategia, notarono e sopratutto fecero notare che il conte, due [p. 194 modifica]o tre volte, aveva cambiato di colore, che la sua espressione dimostrava un visibile impaccio e che Massimo Cybeo, il quale aveva sgallettato fino a quel momento, quasi colto da una improvvisa smania per la politica, s’era allontanato, verso il tabaccaio, per leggere troppo attentamente un articolo di fondo della Tribuna, sopra la ricomposizione dei partiti parlamentari.

L’ammiraglio fremeva e se la godeva, nel tempo stesso, scorgendo la visibile confusione del conte e l’imbarazzo degli altri: inutilmente, la contessa Cellesi sfoggiava il suo spirito, per dare un avviamento possibile alla conversazione: i discorsi parevano cadere nel vuoto, e il barone De Renzis, macchinalmente ripeteva, come un intercalare:

— Ma non finisce più, questo concerto? [p. 195 modifica]

L’ammiraglio sorrideva sotto i baffi, e a un certo punto, con la destra, battè famigliarmente sul ginocchio del conte Tibaldi, dicendogli:

— Come va, caro Giorgio? mi sembrate un pochino distratto.

— Ho un gran sonno.

— Meglio per voi: credevo, invece, che l’aria del mare vi facesse passare delle notti molto agitate. E infatti, sembrate anche un pochino nervoso. M’hanno detto che oggi vi hanno veduto al tiro a segno.

— È vero, — arrischiò maliziosamente il conte: — ho tentato qualche tiro!

— Qualche tiro.... birbone? — soggiunse l’ammiraglio.

— Ma che! — balbettò Giorgio, — sono stato là un’oretta per ammazzare il tempo. [p. 196 modifica]

— Ecco come siete fatti voi altri giovanotti moderni: il tempo è galantuomo e tutti cercano di ammazzarlo! ma proprio vero che ce l’avevate solo col tempo? ragazzo mio, non scherzate con le armi da fuoco; non si sa mai quel che possa succedere. Siete già stato sul terreno?

— Due volte.

— Alla pistola?

— No: alla sciabola.

— Con esito felice?

— Ho ferito sempre l’avversario.

— Ma la pistola è tutta un’altra faccenda: io, ai miei tempi, ho avuto tre duelli alla pistola e tutti e tre a morte.

— I vostri avversari, dunque?...

— Due son più forti e sani di me: soltanto il terzo è morto....

— Sul terreno? [p. 197 modifica]

— No: dopo dieci anni, di polmonite.

— I duelli alla pistola, — disse il De Renzis, per dire qualche cosa, — o sono troppo tragici o sono una grandissima burletta.

— Avete ragione! — soggiunse l’ammiraglio, e volgendosi al Tibaldi: — se, adunque, vi capitasse un duello alla pistola, procurate che sia una grande burletta, e ci faremo tutti un sacco di risate.

— Mi sentirò incoraggiato a riderne, se me ne darete l’esempio.

— Magari: io, vedete, ne rido già fin d’ora: e vi raccomando un’altra cosa: che il duello sia a tre passi, o anche a due: gli avversari sparano, poi si pigliano a braccetto e vanno a far colazione: così, non soltanto l’onore, ma anche l’appetito è soddisfatto. [p. 198 modifica]

Il conte simulò una schietta risata, esclamando:

— Voi la sapete lunga, sui duelli alla pistola.

— M’è cascato il discorso su questo argomento, perchè so che ne deve succedere uno qui a Livorno....

— Davvero? — chiese, ostentando naturalezza, la Santacilia.

— Oh sì! — rispose gaiamente l’ammiraglio, — ve ne posso dare io la notizia ufficiale: un duello tremendo: già si stanno fabbricando i proiettili.... con mollica di pane.

L’ammiraglio tormentò ancora un pochino il conte e i suoi amici con velati epigrammi, poi andò a chiacchierare con le Cingoli, che l’aspettavano con ansia, per uscire da tanta e crudele oscurità. [p. 199 modifica]

Massimo si riavvicinò al conte:

— Mi pare che il vecchio, — gli disse, — si burli di te, di voi, di tutti.

— Appunto.

— E che pensi di fare? Ti vuoi appigliare o no al passo decisivo?

— Il cassone! — mormorò Giorgio, con una specie di brivido.

— È necessario: — replicò Massimo, con fermezza, — miss Trollope m’avverte che in casa Sterbini si preparano delle novità, che ancora non ha potuto scoprire, perchè l’ammiraglio diffida di tutto e di tutti: pare abbia fatto una gran scena alla signorina, e voglia precipitar tanto le cose, che ha dato ordine di preparare la corbeille nuziale.

— Tanto meglio, servirà per me.

— Speriamolo: ma dovrai avere delle [p. 200 modifica]delusioni, se si continua nelle farsette: la signorina Bice ha dichiarato a miss Trollope d’esser pronta a tutto, anche a compromettersi.

— E miss Trollope?

— Quanto a lei, poi, mi sono compromesso io; mi sono impegnato di sposarla il giorno stesso del tuo matrimonio.

— E in compenso?

— Nessun compenso: quella ragazza è fredda e pratica come un notaio: come amante, lascia a desiderare.... tutto: come moglie, sarà perfetta.

La verità è che, in casa Sterbini, in mezzo a un’apparente tranquillità, c’era molto trambusto, a cominciare dal povero Gennaro, che non sapeva darsi pace d’essere stato canzonato atrocemente, tanto nel finto suicidio, come nel falso capitano, [p. 201 modifica]senza contare l’equivoco del portalettere, che avrebbe potuto finire anche peggio. Per giunta, Mario e Prospero si burlavano continuamente di lui, dandogli dell’imbecille a tutto spiano. Il pover’omo se l’aveva presa tanto a cuore, che si scordava persino d’ubbriacarsi e quando, ritto sul portone, vedeva passare qualche ufficiale dì marina, che andava all’accademia navale, lo guardava con paura feroce quasi avesse visto un coccodrillo.

L’ammiraglio poco parlava e poco si lasciava vedere: ma guai a chi capitava sotto la scarica dei suoi malumori concentrati.

Per paura di qualche strattagemma, non aveva partecipato a nessuno, neppure alla curiosità morbosa delle Cingoli, la notizia del prossimo arrivo del Liberti: s’era li[p. 202 modifica]mitato a pronunciare una specie di sentenza inappellabile, secondo cui, come egli diceva, o per amore o per forza, si sarebbe compiuto il matrimonio dentro una settimana e aveva soggiunto a miss Trollope:

— Abbia la bontà, lei, che è l’unica persona seria qua dentro: s’incarichi alla svelta di tutti i preparativi necessari. Bice è largamente provvista di tutto, ma un bel corredo è necessario.

— Se il signor ammiraglio vuole indicarmi a chi devo dirigermi?

— Brava! e che ne so io di sarte e di modiste? se si trattasse di tabacco!

— Se crede, posso avvertire mademoiselle Eugénie.

— E chi è?

— Una parigina, che l’inverno sta alla [p. 203 modifica]capitale: e l’estate porta a Livorno le ultime novità della moda per contentare le sue clienti: è all’albergo del Giappone. So che, tra l’altro, in fatto di biancheria e di ricami, ha cose stupende e di ottimo gusto.

— Fate quel che volete voi: è roba che non mi riguarda. Vi raccomando soltanto una cosa: vedete d’indurre Bice a mettere giudizio e a non ficcarsi in testa cose impossibili, perchè, lei lo sa, son buono come il pane, ma se mi piglia una arrabbiatura, non ci vedo più, e allora, figlia o non figlia, comando io e guai a chi mi resiste.

La mattina appresso, Gennaro, con uno straccio stava ripulendo i cristalli dell’invetriata del vestibolo, borbottando contro la sua cattiva stella e le malizie degli [p. 204 modifica]uomini, quando una carrozza si fermò davanti al portone e Gennaro, dall’alto della scala a libretto, voltandosi, vide scendere un ufficiale di marina, che somigliava a quell’altro, come due goccie d’acqua.

— Ah, ci siamo, — esclamò, — ma questa volta, non mi ci pigliano.

E sceso dalla scala, afferrò la scopa con piglio marziale, come fosse un fucile, e si piantò, in atto offensivo e difensivo, in mezzo al corridoio che aveva da poco lustrato con la pietra pomice.

L’ufficiale oltrepassò il limitare e Gennaro gli gridò con voce arrogante:

— Dove va lei, scusi? chi vuole? chi cerca?

L’ufficiale s’arrestò, tutto sorpreso per l’accoglienza così brusca, come non si fa[p. 205 modifica]rebbe a un cane in chiesa, e rispose con asprezza risentita al portiere:

— Andate a dire all’ammiraglio che c’è il capitano Liberti.

— Ma finiamola con queste burlette! non venga a seccar la gente! vada pei fatti suoi, se no, la finisce male.

— Ma son matto, io, — esclamò l’ufficiale, — o è matto questo mascalzone?

— Un mascalzone sarete voi! — urlò Gennaro inviperito, brandendo minacciosamente la scopa, — ma siamo stanchi di questi gabbamondi e, se non ve ne andate di corsa, vi sfascio questa sul grugno.

L’ufficiale afferrò rabbiosamente la scopa che quasi gli sfiorava la faccia e lasciò andare un ceffone a Gennaro, che liberò la scopa e gliene diede una botta sopra una spalla, urlando: [p. 206 modifica]

— Guardie, soccorso!

Arrivò Mario, che non capiva niente in quella colluttazione e afferrò per il colletto l’ufficiale, che si divincolava furiosamente, facendosi lacerare l’uniforme. Così, tra tutti e due, riescirono a spingerlo fuori dal portone, appunto mentre giungeva di corsa una guardia di pubblica sicurezza, che stava facendo l’asino a una venditrice di aranci.

L’ammiraglio, che ancora stava a letto, sentì del baccano di fuori, ma s’imaginò che fosse una rissa di monelli o di vetturini e proseguì la sua lettura dei giornali, sorseggiando il caffè, tanto più che quella cagnarata giungeva assai smorzata di tono a lui, che aveva la camera verso il giardino.

L’ufficiale, incespicando nello scalino, era mezzo scivolato a terra, e si rialzò [p. 207 modifica]rosso, acceso, convulso di rabbia, con gli occhi sfavillanti, fuori della testa.

Anche la guardia l’aveva, lì per lì, afferrato per il collo, ma poi, davanti a un’uniforme di ufficiale, lasciò andare la presa, e si mise in atteggiamento di rispetto, chiedendo a Gennaro, con forte accento meridionale:

— Neh? che gosa è quesdo ammutinamendo?

— Guardia, arrestatelo! è un imbroglione....

— Imbroglione a me? pezzo di canaglia! — gridò l’ufficiale, misurando un nuovo ceffone al portiere che rialzò la scopa, come una bandiera.

— Signor gomandante! — s’intromise la guardia, — abbia la sofferenza; uno sbiegamiendo è negessario! [p. 208 modifica]

— Ma andate a farvi friggere anche voi.

— Si manca di risbeddo all’agende dell’autorità! non sendo più nulla....

— Ma io sono il capitano....

— Non è vero, è una mascherata! — strillò Gennaro.

— Gabidano o non gabidano, abbiate la combiacenza di seguirmi con le buone in quesdura!

E non ci fu verso! Il capitano, bestemmiando, risalì sulla carrozzella; la guardia si pose a cassetto, e Gennaro seguì a piedi la vettura, dopo aver consegnato la scopa a Mario con lo stesso gesto con cui gli avrebbe consegnato lo scettro del sacro romano impero.

Mezz’ora dopo Mario credeva d’impazzire. [p. 209 modifica]

La palazzina, così tranquilla e silenziosa, parve diventata un covo di serpenti a sonagli.

Suonava il campanello del portone di strada. Suonava il campanello dello châlet. Suonava il campanello dell’ammiraglio.

Tinniva furiosamente, con la petulanza abituale dell’infernale strumento, il campanello del telefono.

Mario, impicciato come Arlecchino, servo di due padroni, sbuffava nell’atrio, si voltava a destra e a sinistra, e non sapeva nel contrasto del cervello a chi dare la preferenza.

Ma, dopo un momento d’esitazione, prese la decisione più logica, sia per affetto, sia per evitare un paio di schiaffi: andare dall’ammiraglio. Il quale si stava vestendo e sagrando secondo il solito. [p. 210 modifica]

— Vedi un po’, — gridò a Mario, — quella bestia feroce di telefono: è un’ora che suona e mi urta i nervi.

Mario corse al telefono ch’era in un gabinetto attiguo, e poco dopo l’ammiraglio intese la sua voce:

— Signor padrone, vogliono lei.

— Rispondi tu: sai bene che io non ci capisco mai niente, in quell’abominio, che il diavolo se lo porti. Chi mi domanda?

— La questura centrale.

— La questura? vada all’inferno; e che vuole da me?

— Dice che si tratta di faccenda delicata, che vada subito.... Dev’essere per la questione di Gennaro.

— C’è stata una questione Gennaro?

— Signor sì: ha preso a legnate un [p. 211 modifica]altro di quei tali imbroglioni che vengono a molestarci. Gennaro, appunto, sta in questura.

— Questa ci mancava! basta, andiamo a sentire che diavolo succede.

— Se permette, intanto, vado a vedere chi ha suonato al portone.

Nel vestibolo, Mario incontrò Lisetta, che gli disse:

— L’inglese ha detto che, se viene la modista parigina, la fai passare subito da lei: hai capito?

Mario rispose con un brontolìo e un’alzata di spalle: da che Lisetta preferiva a lui una guardia di finanza, non la poteva soffrire. Dischiuso il portone, Mario si vide davanti un giovanotto vestito con eleganza esagerata, vistosa, seguito da due uomini, con un carretto, su cui tor[p. 212 modifica]reggiava un vecchio cassone, dipinto di verde, di proporzioni enormi.

Il giovane chiese con accento esotico:

Monsieur l’ammiraglio Sterbini?

— Che desidera? chi è lei?

— Sono la modiste.

— Ma allora si tratta della signorina?...

— Precisamente: ho apportato tutto quello che si può desiderare di più distinguato e della derniera novità: posso far importare questa mia malla dalla damigella?

Mario diede una mano ai facchini e il cassone, meno pesante di quel che pareva a prima vista, fu portato nel vestibolo, mentre appunto scendeva l’ammiraglio i cui nervi erano tesi come corde di violino.

— Che cos’è, — domandò, — quell’impiccio? [p. 213 modifica]

— È la roba della sarta, — rispose Mario.

— E la sarta dov’è?

— Per voi servirvi, me voila! — esclamò il giovanotto.

L’ammiraglio lo guardò tutto sorpreso.

— Voi siete.... una sarta?

— Me sono il primiero commesso di madamigella Eugénie, pronto a voi servirvi.

— E perchè non è venuta lei? pretendereste prendere voi le misure alla signorina?

— Non si tratta prendere misure: sufficierà che madamigella prenda cognizione degli articoli, per indicare quel che di suo piacimento: in seguito,'mia padrona molto orosa venire prendere vostre ordinanze.

— Basta, — brontolò l’ammiraglio, — questo cicalone mi fa perdere il tempo: [p. 214 modifica]chiamate miss Trollope e che se la spicci lei. Corro in questura a sbrigare quest’altro pasticcio.

Appena l’ammiraglio fu uscito, Mario mandò Lisetta a chiamare miss Trollope, che tosto comparve con l’abituale sua serenità. Non ci fu mestieri di molte spiegazioni, poichè ella disse:

— Ho capito di che si tratta: fate portare i campioni nel saloncino al pianterreno dello châlet.

I facchini, aiutati da Mario, trasportarono il cassone nel luogo indicato e poi aspettarono gli ordini del commesso di mademoiselle Eugénie, il quale disse loro:

— Andate pure e rivenite verso mezzogiorno.

Quando tutti si furono allontanati, il commesso afferrò la mano bianca e affu[p. 215 modifica]solata di miss Trollope e vi impresse un lungo bacio, ma l’inglese si svincolò dalla stretta dicendo con un sorriso:

— Liberiamo il prigioniero.

— Può liberarsi da sè, — rispose Massimo, — perchè il cassone si apre per di dentro: guardate, ecco Lazzaro che viene fuora.

Infatti, Giorgio, che non aveva perduto una parola, alzò il coperchio del cassone, e fece vedere la sua faccia pallida, spaurita e sorridente, che pareva un misto fra la convalescenza e l’agonia.

Massimo l’aiutò a uscire dal cassone, chiedendogli:

— Respiravi bene?

— Benissimo: soltanto la posizione era molto disagiata e sentivo intormentirsi le braccia e le gambe in un modo spaven[p. 216 modifica]toso: quando poi mi hanno calato dal carrettino, ho preso una botta qui alla testa, che vi dev’essere rimasto il segno.

— No, non si vede niente.

— Meno male: e la signorina Bice? — chiese Giorgio a miss Trollope.

— Adesso scende: capirà!... è un pochino turbata, scossa: e poi l’imminente arrivo del capitano....

— Se lo trovo, lo strangolo! — borbottò Giorgio.

— Lascia andare questi propositi feroci, — soggiunse Massimo, — o piuttosto questi spropositi, e vediamo di far qualche cosa di decisivo, di serio.

— Fare? io non farò nulla che non piaccia alla signorina Bice.

— E io credo abbia più coraggio lei di te. [p. 217 modifica]

— Eccola! — disse miss Trollope che aveva sentito un leggero fruscio per la scaletta.

E Bice comparve, serena sempre e fiorente come calendimaggio.

Massimo e la inglese, in un cantone, parevano profondamente assorti nelle faccende loro, tanto che Giorgio e Bice, alla fine, si potevano credere soli, senza la noia di nessun terzo incomodo. Eppure, non parlavano nessuno dei due. L’emozione li vinceva e Giorgio appena aveva trovato la forza di stringere assai teneramente la mano delicata e tremante della ragazza.

— Massimo, pur facendo finta di non vedere, disse a voce alta:

— Annie adorata! io vorrei dirvi un mondo di cose: ma questa felicità non [p. 218 modifica]può durare che ben pochi minuti e conviene profittarne, per intenderci sul da farsi.

Giorgio capì l’antifona di Massimo. Parlo a nuora perchè suocera intenda!

Bice, a sua volta, lo incoraggiava con certi dolcissimi sguardi, che invece lo confondevano. Finalmente, balbettò:

— Signorina....

— Chiamatemi Bice: quel signorina mi è tanto antipatico!

— Ebbene, sì, Bice mia, delizia mia, fiore mio, adorazione mia, anima mia....

— Così va bene! — esclamò Massimo, quasi rispondesse a una frase di miss Annie.

— Io mi sento desolato, — proseguì Giorgio con ardore, — di pensare che tanta felicità non durerà che un lampo; [p. 219 modifica]io, che vorrei passare la eternità accanto a voi, bel giglio profumato....

— E io pure sento, — rispose Bice con adorabile semplicità, — che vi voglio tanto, tanto bene e che la mia vita non può essere felice, se non unita alla vostra.

— Grazie, anima mia! — gridò Giorgio, febbrile per entusiasmo e baciando e ribaciando la mano della fanciulla; — noi dunque non facciamo niente di male: non è un delitto il nostro amore: delitto vero è voler separare due esseri che sono fatti l’uno per l’altro; noi dobbiamo unirci a dispetto di tutti: davanti a un amore così puro e sacro, voi dovete bandire tutti gli scrupoli di fanciulla....

— Io non ho scrupoli; — rispose Bice, con voce calma e sicura: — io non ho pregiudizi; so che il vostro amore è degno [p. 220 modifica]di me, comprendo che l’affezione vostra è grande quanto il rispetto, e non ho nessuna esitazione: qualunque cosa si deva fare, eccomi pronta: mi affido totalmente al vostro onore di gentiluomo, senza dubbi, senza sospetti. Nessuno, neanche mio padre, appunto perchè mi è padre, ha diritto di sacrificarmi.

— Sono orgoglioso d’infondere nel vostro bel cuore tanta fiducia e ne sarò degno....

— Decidete voi della mia.... della nostra sorte.

— Io farò ancora un tentativo presso l’ammiraglio....

— Sarà inutile; è troppo testardo, — l’interruppe Massimo, il quale pur discorrendo a bassa voce con Annie, non perdeva una sillaba del dialogo dei due innamorati. [p. 221 modifica]

— E allora, — esclamò Bice, con desolazione, — che fare?

Giorgio esitò un momento, poi diede un’occhiata a Massimo, che l’incoraggiava a parlare, e finalmente si decise a dire:

— Non c’è che una via di salvezza: uscire da questa casa!

— Fuggire da casa mia? — mormorò Bice, colta da un tremore istintivo.

— Perchè esitare, amore mio bello! — replicò Giorgio, con passione, — quando sapete che, al di là di questa casa, c’è il rispetto, c’è l’amore, c’è un nome degno di voi? Credete a me, vi parlo con coscienza: vostro padre, alla fine, sarà e si mostrerà felice di vedervi unita a me. Non mi disse forse che, senza l’impegno con quel capitano, sarebbe stato fortunatissimo di chiamarmi suo figlio? [p. 222 modifica]

Massimo credette opportuno il suo intervento:

— Guardi, signorina: miss Annie, senza dubbio, è il modello dell’onestà, della virtù: eppure ella non esiterà un momento a seguire i nostri disegni: è vero, mia bellissima Annie?

— Verissimo: quando il fine è giusto, nobile e onesto, son lodevoli i mezzi.

— Logica del cuore e della mente! — esclamò Cybeo, tentando un bacio sulle guancie biancorosate dell’inglese, — decidiamoci, dunque. Io già ho a tutto pensato. Il muro del giardino è alto due metri appena....

— Sempre troppo, per noi donne, così impicciate.... dalle vesti! — soggiunse Annie.

— Ve lo dissi: si può escludere anche [p. 223 modifica]tale ostacolo. Vi farò avere due vestiti da uomo.

Shocking!

— Sì, sì, shocking, ma comodissimo....

Bice fece una gran risata all’idea di travestirsi da uomo; il progetto la divertiva immensamente e Massimo profittò di quel momento ilare, per esporre il suo piano strategico, che, secondo lui, era infallibile....

Una scenetta curiosa, intanto, si svolgeva in questura. Il commendator Serrao, il quale aveva avuto una confusa nozione di quella commedia amorosa e dal barone De Renzis era stato pregato di non produrre complicazioni, all’arrivo di Gennaro e dell’ufficiale, era stato a sentire l’uno e l’altro, con un sorrisetto sarcastico, senza accordare fiducia a nessuno dei due. Era [p. 224 modifica]il vero capitano Liberti o un falso Liberti? Nel dubbio, il questore, pure mostrandosi molto gentile e deferente verso il capitano, si teneva sulle generali, e finì per consentire, parendogli ragionevole, alla proposta del capitano, chiamando l’ammiraglio.

Quando l’ammiraglio si trovò davanti al capitano Liberti, l’animo suo fu combattuto in un singolare contrasto: — Devo abbracciarlo o stare in guardia, per paura d’un novo imbroglio?

Ma bastarono pochi secondi a dissipare ogni equivoco, con grande confusione di Gennaro, che, smessa l’alterigia, avrebbe voluto trovarsi due metri sotto terra.

Malgrado gli anni decorsi, questa volta l’ammiraglio, senza equivoci, riconobbe i lineamenti di Ezio Liberti e soffocandolo [p. 225 modifica]di abbracci, gli domandò mille scuse del qui pro quo, dicendogli:

— Venite subito a casa mia: vi spiegherò, per la strada, questa dispiacevole faccenda.

Il commendator Serrao si stropicciò le mani, lieto di non aver avuto noie e l’ammiraglio col capitano salirono in carrozzella, avviandosi verso la palazzina. E strada facendo l’ammiraglio, lasciando da parte quei dettagli che avrebbero potuto urtare l’amor proprio del capitano, espose la situazione, facendo passare il conte Tibaldi per un pazzo di cui Bice non teneva nessun conto.

Appena entrati nella palazzina, l’ammiraglio disse al capitano:

— Credete a me: Bice sarà incantata di vedervi. [p. 226 modifica]

E trascinandolo attraverso il giardino, si precipitò verso lo châlet, gridando:

— Bice, Bice! Ecco finalmente il capitano Liberti!

E prendendolo per mano, entrò nel salottino a pianterreno, ma si arrestò come fulminato, esclamando:

— Porco Giuda!

Il povero ammiraglio non osava credere ai propri occhi: gli pareva di fare un gran brutto sogno.

Massimo saviamente pensò ch’era meglio rimanere in trappola un solo, anzichè due, e profittando della sorpresa, si avviò, pian piano, quasi inosservato, verso l’uscita.

Il conte Tibaldi, a sua volta, conservò la necessaria presenza di spirito, e, fatto un inchino assai rispettoso all’ammiraglio, [p. 227 modifica]cui la rabbia concentrata aveva tolto l’uso della parola, gli disse, con accento molto cortese:

— Non avendo trovato voi, ho voluto procurarmi il piacere di salutare la signorina Bice, lieto di trovarla nelle stesse disposizioni d’animo verso di me.

— Questa è un’audacia senza confronti! — balbettò l’ammiraglio, che si sentiva scoppiare, — in casa mia! in casa mia....

— Avete ragione, e vi prometto che non rivedrò più la signorina, se non quando voi stesso mi obbligherete a vederla.

E salutando ancora, il conte s’avviò per andarsene, mentre l’ammiraglio, stupefatto, intontito, non faceva che ripetere:

— Io?... io.... io stesso.... mondo ladro.... accidenti e saette.... io? [p. 228 modifica]

— Sì, sì, — replicò Giorgio, dal fondo del giardino, — voi stesso in persona.

Seguì un momento di silenzio. L’ammiraglio roteava gli occhi accesi in giro, come una belva inferocita, dentro un gabbione, e proruppe, finalmente, contro miss Annie:

— Giusto lei! con quella faccia di santarellina; e io che mi fidavo, mannaggia il firmamento! sa che le ho da dire? che quanto più presto se ne andrà per i fatti suoi, mi farà un piacerone che non se l’imagina neppure.

— Anche subito, se desidera! — rispose l’inglese con una flemma che chiamava gli schiaffi.

— Subito no, — rispose invelenito l’ammiraglio, — domani, doman l’altro, quando piacerà a me: lei è pagata fino alla fin del mese. [p. 229 modifica]

Miss Annie fece un lieve inchino e scomparve dopo aver detto freddamente:

— Aspetterò i suoi ordini!

Mentre l’ammiraglio sbuffava, rimasero di fronte il capitano, molto imbarazzato, rigirando tra le dita il berretto filettato d’oro, e la signorina Bice, che, un pochino rossa in faccia, pareva nondimeno avere appreso da miss Annie l’invidiabile flemma britannica. Del resto, conosceva troppo bene l’indole del papà: un eccellente can barbone, che abbaiava moltissimo, senza mordere mai.

— Ecco.... ecco qui.... — prese a dire l’ammiraglio più confuso che mai, — ti presento il capitano Liberti.

— È già la seconda volta che me ne presenti qualcuno! — rispose Bice, ridendo. [p. 230 modifica]

— Questo è il vero, l’autentico, per cento diavoli. Ti presento dunque.... anzi, non ti presento nulla, perchè sono indignatissimo della tua condotta.

— Non ho niente da rimproverarmi.

— È quello che vedremo poi: ritirati nelle tue stanze e aspetta i miei ordini.

— Dio mio! — esclamò Bice abbracciandolo e dandogli un bacione forte forte, — non vorrai mica licenziarmi, come miss Annie?

E poi scappò, ilare e leggera, come una gazzella.

Tutto l’uragano che s’era addensato sulla fronte rugosa dell’ammiraglio, a un tratto, disparve. Il tenero occhio paterno pareva seguire ancora la graziosa fanciulla. Poi, si volse al capitano, lo prese a braccetto e, rifacendo il cammino at[p. 231 modifica]traverso i viali fiorenti di ligustri e d’eliotropi, gli disse:

— Vedete, come si profitta della mia bontà? ma, del resto, che cosa farci? tutto quello spirito, non è che un effetto della sua ingenuità; credete, è ancora una vera bambina, che non capisce niente, una bambina stordita....

— Sarà! — brontolò il capitano, — ma confessate, caro ammiraglio, che mi trovo in una condizione molto curiosa e punto lusinghiera. Capirete! un fidanzato che viene accolto a legnate....

— Lasciamo andare! vi ho spiegato l’equivoco.

— Va bene: l’equivoco si è dileguato, ma.... la scopata resta! — proseguì il capitano, stropicciandosi la spalla ancora indolenzita, — ma passiamo pure sopra [p. 232 modifica]la scopa e veniamo.... allo scopo: vi pare piacevole per un fidanzato, che, proprio nella prima visita alla futura sposa, trovi.... il suo posto occupato da un altro?

— Vi ho già spiegato....

— D’accordo, ma noi passeremo la vita a farci delle spiegazioni, senza spiegarci chiaramente mai. Vostra figlia mi piace e mi conviene, non do nessun peso ai grilli e a imprudenze ingenue d’una ragazza, ma intendiamoci! non pretendo impormi, non intendo che si faccia nulla per forza e a controgenio: se la signorina sente di non avere nessuna inclinazione per me, rinunciamo pure ai nostri progetti.

— Ma vi dico di no! — l’interruppe l’ammiraglio con la sua cocciutaggine rabbiosa, — se non era l’intrusione di [p. 233 modifica]quell’imbecille, Bice era contentissima, me lo scriveva sempre, dal collegio di Poggio Imperiale! non vedeva l’ora di diventare la signora Liberti. Venite qua, nel mio studio, vi farò vedere le sue lettere, e voi stesso vi convincerete che non fu mai fatta all’animo suo la più piccola violenza.

Infatti il capitano lesse quelle famose lettere, in cui Bice, con entusiasmo di ragazzina, parlava del suo futuro matrimonio.

E dopo aver letto, anche per soddisfazione di amor proprio, convenne nei ragionamenti dell’ammiraglio e concluse:

— Lasciamo dunque passare questo periodo di capricci senza conseguenze.

— Al contrario; le cose finora sono in uno stato che non pregiudica nulla, [p. 234 modifica]ma lasciarle inoltrare sarebbe peggio. Non conviene dar tempo alla fantasia d’una giovinetta di scaldarsi. Credete a me: il matrimonio concluso in pochi giorni troncherà ogni pasticcio.

— Facciamo pure come vi piace; ma ve lo dichiaro fin d’adesso: non si concluderà nulla, senza il consenso della signorina.

— Pienamente d’accordo; tornate questa sera e avrete di sicuro tale consenso, con la massima spontaneità.

Il capitano uscì dalla palazzina Sterbini alquanto pensoso e mormorando tra sè:

— Uhm! la cosa mi sembra chiara: il giorno che andiamo al municipio, lei.... ne sposa un altro!