Dolori e giustizie

Giovanni Prati

Olindo Malagodi 1852 Indice:Prati, Giovanni – Poesie varie, Vol. II, 1916 – BEIC 1901920.djvu sonetti Dolori e giustizie Intestazione 23 luglio 2020 25% Da definire

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Canto elegiaco offerto a due nobilissime giovani I morti di Novara
Nuvola apps bookcase.svg Questo testo fa parte della raccolta XI. Dai 'Canti politici'
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V

DOLORI E GIUSTIZIE

Dunque sui sacri margini
velati dalla bruna
ombra dell’Alpe, il languido
mio capo adagerò,
5svegliando ai consapevoli
silenzi della luna
di melodie fantastiche
l’onda regai del Po?
Grazie a’ miei fati. Un intimo
10desio, come d’amante,
di voi pur sempre, o memori
plaghe, mi punse il cor.
Tornerò dunque a premervi,
piagge dilette e sante,
15che un di sull’orme al profugo
lauri cresceste e fior.

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Come la bruna rondine,
fida del mar veliera,
drizza pur sempre al cognito
20trave l’affetto e il voi;
io vi drizzai la trepida
piuma del cor leggiera,
piú che alle stelle e .ai zeffiri
del mio materno suol.
25Ché voi mi amaste, e un gelido
cor non amaste. Oh giorni
mici desolati! oh vedove
notti del mio pensieri
oh ingrate veglie! oh inutile
30sogno de’miei ritorni!
in che nefandi calici
Dio mi costrinse a ber!
Le fresche aurore, i limpidi
miei vespri alla collina,
35l’eco de’ corni e il fervido
moto de’ veltri al pian,
gli antri, le coste, i floridi
boschetti e la marina
sul mesto cor dell’esule
40versar lusinghe invan.
Sin di due trecce il morbido
nerissimo volume,
e il canto, per la tenebra
ignea colonna a me,
45mai piú rifar non seppero
agli estri miei le piume,
dacché il poeta, o libere
alpi, l’addio vi die’.

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Oli, quante volte, un arido
5« crespo mirando, un fiore,
sveglie bizzarre al cupido
latente sovvenir,
di procellosi palpiti
sentii balzarmi il core,
55e il pronto viso in porpora
mutarsi e tramortir!
Oh, quante volte, armigero
nido di prodi antico,
di te parlando, un gemito
60 l’anima mia levò.
siccome avvien nei facili
momenti, che all’amico
si vuol narrar d’un misero
nodo che Dio spezzò!
65Con si fiero tormento io t’amai;
e negli occhi dell’esule, oh credi,
la letizia non venne piú mai!
Solitario nell’erme mie sedi,
non curando la infida ventura,
70ai pensosi silenzi mi diedi!
E lá presso alla pia sepoltura,
che raccoglie il mio dolce parente,
lacrimai colla mesta natura!
Ma pur sempre dal petto fremente
75misi un grido sul molto e nefando
cimiterio dell’itala gente.
E il ben vigile sgherro esecrando
per quel grido mi orili la catena,
poi le tetre miserie del bando.
80Ti ringrazio, o mia gloria e mia pena,
fedel musa, che meco hai diviso
gli ardui giorni, costante e serena;

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ti ringrazio, ché il mesto mio viso
piú ti valse dell’intima acuta
85ricordanza del tuo paradiso.
Ahi! la fede deH’uom si tramuta,
non la tua; così splendida e forte
come l’ora in ch’io t’ho conosciuta!
Dolce amica, alle pallide e corte
90mie giornate, te sola vogl’io,
dolce amica, al mio letto di morte.
Ché in te sola del nido natio
piú m’accese l’indomito affetto,
ché in te sola conobbi piú Dio.
95Aimè! d’odio rigurgita il petto
de’ mortali, e l’un verme si scaglia
sovra l’altro a rapirsi il banchetto!
No, mia musa. È una giusta battaglia
quella ch’odi sul sacro Ticino:
100ben fu cinto ogni brando, ogni maglia.
Lá si pugna pel nostro destino,
lá son vólti dell’Alpe i leoni
nelle reni all’estranio Caino.
E tu pensa le grandi canzoni,
105musa mia, quando l’aquila infame
fia respinta nei patrii burroni.
E coperta di barbaro ossame
splenda Italia, e a quel pasto s’allegri
delle cagne notturne la fame.
110Oli speranza!... Ondeggiavano i negri
battaglioni, fremevan le squille,
ruggia l’ira nel polso degli egri,
era un rombo di campi e di ville,
dardeggiavan di guerra sbianco
115le pensose virginee pupille;
di purpureo, di verde e di bianco
colorata era l’aria d’intorno,
luccicava d’un ferro ogni fianco.

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Oh speranza! fior breve d’un giorno!
120Tu cadesti coll’ombra... e rimase
di percossi un funereo soggiorno.
Quanto lutto di vedove case!
quante mense deserte di figli!
quante piagge di tenebra invase!
125che tumulto di fughe e d’esigli!
Segno d’odio è re Carlo frattanto.
Io cantato lo avea nei perigli...
E pei tristi fu colpa il mio canto!
Arca di sette popoli,
130re de’ sabaudi e mio,
chi ti contrista, o martire,
sfregia l’Italia e Dio.
Ma tu, mio re, consolati,
ch’ebra o demente voce
135la savoiarda croce
contaminar non può.
Io ti cantai. Sacrileghe
mani scagliar la pietra
sulla raminga e povera,
140ma liberal, mia cetra;
e fèr sinedrio, e dissero
le iene ilei deserto
che il fulgid’òr d’Alberto
i canti miei comprò!
145Vili! dannate il perfido
labbro a sigillo eterno.
Me la latrata ingiuria
fa sogghignar di scherno.
Vili! le meste pagine
160rigo de’ miei sudori,
ma non ha gemme ed ori
per comperarle un re!

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Che se dall’umil polvere,
dove obbliato io sono,
155piú il capitan che il principe
canto e Tacciar che il trono;
se incito i forti a sperdere
degli amorrei le tende,
chi la mia cetra offende
160quanto è minor di me!
Si, ti cantai, magnanimo
d’Italia mia soldato,
caro al Signor, di splendidi
dolori incoronato!
165Lá ti cantai sul veneto
mar, che tu, re, guardavi;
e, premio al canto, i savi
le carceri m’aprir.
Mastri in foggiar repubbliche,
170non certo a voi m’atterro.
Amo il furor di Spartaco;
odio de’Gracchi il ferro:
piango al destin di Cesare,
qual di leon caduto;
175 e del pugnai di Bruto
m’è orrendo il sovvenir.
Ribalenò sul memore
Tebro quell’arme ancora...
Ma che nefanda tenebra
180 dopo la bieca aurora!
Piú Samuel non vigila
di Solima alle porte;
e un bruno vel di morte
copre di Dio l’altar.

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185Pietá, Signor! Terribili
son questi giorni al mondo!
Vasto è l’abisso; e Satana
ride dall’empio fondo:
e, consegnato ai turbini
190quell’esecrabil riso,
la terra e il paradiso
s’avventa a separar.
De’ miei fratelli o fèretri,
quanto v’invidia il core!
195Bella è la morte a vespero
quando col sol si muore
colá sui campi! Il bambolo
oggi a dolor si vesta,
e coronata a festa
200sia la caduca etá.
Meglio morir che incedere
su maladetta arena,
dietro recando il sonito
della servii catena!
205Liberi no, ma despoti
veggio dovunque e sento;
e chi un ne abborre, a cento
come obbedir potrá?
Meglio recar nei gelidi
210regni dell’ombra i lumi
stanchi ed offesi. O picciolo
ma pur divin tra i fiumi,
che a questa bella Italia
crescon le rose indarno,
215o insuperabil Arno,
sulle cui rive un di

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trasse Alighier dall’ispide
guance il dolor piú vero,
e poi dall’arco i numeri
220dell’immortai pensiero,
tu pur sei tetro! e il margine
però di fiori hai cinto.
La bara dell’estinto
sparsa è di fior cosi.
225È parricida l’alito
dei violenti, il credi,
fiume gentil. Né all’umide
or piú vagar mi vedi
stelle nascenti, o attendere
230cogli occhi inebriati
gli splendidi e rosati
tramonti del tuo ciel.
Né mi vedrai. La libera
mia veritá dispiacque.
235Meglio fidar le súbite
ire alle nubi e all’acque,
meglio che all’uom. Difficile
pei coraggiosi è il giorno
che ruota il pazzo intorno
240la daga od il flagel.
Savi tu cerchi, o misera
Italia mia; né trovi
che rotte plebi, e cupide
rabbie, e tumulti novi:
245e in cenci da postribolo,
tra fescennine mazze,
tratta per Lebbre piazze
la casta libertá.

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Oh! di cocenti lacrime
250righiam sommessi il ciglio,
miei generosi. È tramite
per me d’onor P esigilo.
Date le spalle al pelago
delle cittá frementi,
255o arcani fiumi! o venti!
tra noi si parlerá.
Coll’alba e coi crepuscoli,
per fide selve e piani,
si parlerá, dal mobile
260tetto dell’uom lontani.
Si parlerá coll’aquila
della petrosa vetta,
coll’erma lodoletta
dal canto mattinier.
265Parte di sé quest’Iside
bella ed arcana a noi
rivelerá. Col novero
poco de’ figli suoi,
dall’ombre malinconiche
270esce la dea talora,
e parla, a chi l’adora,
verginalmente il ver.
Lá sulle balze inospite,
campo a perpetui soli,
275dove l’abisso odorano
scherzando i cavrioli,
dove alla rara e pendula
ombra di qualche pianta
sibila il ghiro, e canta
280sui vespri il mandrian;

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lá chiederem gli oroscopi
di questo palmo d’erba,
che nomiam terra, imagine
si poca e si superba!
285E, riguardando immobili
tra i nembi e le paure
da quell’eterne alture
sull’ondeggiante pian,
vedrem ferirsi adúlteri
290schiavi e tiranni in guerra,
scettri e catene infrangersi,
ebra balzar la terra,
e fra la rea caligine
di quella notte atroce
295la sanguinosa croce
del Nazaren tremar.
Lá dall’aerio culmine
questo vedrem. Ma, quando
l’ara de’tuoi pontefici
300sia vendicata, e il brando
de’ figli tuoi, penisola
sacra di fede e d’armi,
suoneran altri i carmi
dal Cozio sasso al mar.
305Oh, se ritorni a splendere
nel ciel della speranza
l’arco de’ forti, il mistico
segnai dell’alleanza,
che un di dall’Arno al Tevere
310parve raggiar si lieto,
dal Tevere all’Oreto
e daH’Oreto al Po,

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oh se ritorni!... Ascoltami,
giusto Signor: s’aggreva
315molto fallir sugli òmeri
dolenti di quest’Èva.
Troppo, egli è ver, di Gerico
s’è maculato il fiore;
ma la tua man, Signore,
320purificar lo può.
Pensa che d’Eli e Davide
qua la progenie crebbe,
che qua scintilla il vertice
del portentoso Orebbe,
325che sigillati scorrono
qua sotto i tuoi lavacri,
che qua tra i cedri sacri
la sposa tua fiori.
Verghe, ceffate e spasimi
330scagliano i figli in lei;
gettan sull’aurea clamide
le sorti i farisei.
Fremi, o Signor! la chiamano
regina d’Israele,
335e poi l’aceto e il fiele
le versano cosi!
Fremi, o Signor! la tiepida
famiglia de’ tuoi fidi
ben, lacrimando, annovera
340della tradita i gridi;
ma non si lancia a toglierle
dal sanguinoso crine
il serto delle spine
per darlo ai percussor.

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345E, se talun fra il sibilo,
degli itali laureti
l’alta del cor risuscita
ira de’ tuoi profeti,
fremi, o gran Dio! lo dannano
350alla catena e al bando...
Quando i tuoi giusti, oh! quando
vendicherai, Signor?
E lá frattanto il barbaro
spia da’ lombardi colli
355l’ire selvagge, e un brindisi
manda, ghignando, ai folli.
Poi sul guancial men timida
china la testa a sera,
e forse all’alba spera
360rizzarsi alla tenzon!
E l’armi nostre, ahi! deboli
saranno ed infelici;
che chi la madre insanguina,
non può ferir nemici.
365Cosi, rompendo il téutono
nelle pollute stanze,
misurerá le danze
de’ nostri ceppi al suon.
Tresca intanto la turpe semenza;
370pane d’odio al suo desco si frange,
si tracanna licor di demenza.
Poi da’ sabbati l’ebbra falange
fuor si vomita, e ruota il flagello
sulla inerme, che sotto vi piange.
375Orsú! dunque, raccogli il fardello,
o percossa tu pur: ma sorridi,
dolce musa, al tuo dolce fratello.

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Altre stelle vedremo, altri lidi,
qua lasciando uno stuol numerato,
380scudo a noi, d’animosi e di fidi;
che le tempia all’iniquo peccato
solcherá con le cifre dell’ira,
e il dolor ci fará vendicato.
Dolce musa, per Paure s’aggira
385dell’Arabia un augel, che si pasce
negli odor della mistica pira.
Poi, combusto dall’orride fasce
del roveto, piú bello e raggiante
dal suo cenere mesto rinasce.
390Musa mia, questo afflitto esulante
muore anch’egli; ma tu, mia cortese,
non turbar le pupille tue sante
Nacque anch’ei nell’arcano paese,
dove è dato alla spoglia che muore
395vendicar della morte le offese.
Oggi passa in silenzio il mio cuore;
ma dimani il Signor lo risveglia,
perché giusto coi giusti è il Signore.
Tu frattanto dèi compier la veglia
400al defunto, che in cento, che in mille,
di qua lunge, orizzonti si speglia,
per recar nelle consce pupille
tali sguardi e sul labbro tai cose,
che ai codardi sien folgori e squille.
405Mentre te di ligustri e di rose
cingerò con le man rinnovate,
come il crin delle donne amorose.
E, in baciar le mie labbra rosate,
sentirai coinè pregne di cielo
410son le spoglie alla morte involate.
E tu allor nel tuo candido velo
sorgerai solitaria e gentile;
e, al tuo canto, dai vepri e dal gelo

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su per l’aura un effluvio sottile
415salirá: poi fia rotta repente
ogni gleba in un cespo d’apriie.
E in quell’ora profonda e ridente,
lá seduta nel tuo paradiso,
ti vedran se sei bella e innocente.
420E diran: — Per che spazio è diviso
il suo canto dai canti mortali,
e dal riso del mondo il suo riso
Péra il giorno che un nembo di strali
fu scagliato per aura si pura.
425a ferir quel sembiante e quell’ali!
E tu, nova e celeste figura,
riderai, come donna che pensi,
d’altre cose, e di queste non cura.
E, a velarti, una nube d’incensi
430mollemente verrá dalla valle
in quell’ora di giubili immensi.
Ma tu intanto ti grava le spalle
della croce del tuo pellegrino,
e soletta dividi il suo calle.
430 Non si monta per altro cammino
su quel giogo coperto di fiori,
non si splende gentil cherubino
che passando per questi dolori.
Con occhi cento, il livido
440poter, che in me s’indraga,
freme dei pigri farmachi,
conta le notti e i di;
e va chiedendo ai rigidi
mastri dell’arte maga
445quando potrá uest’ibrida
larva sgombrar da qui.

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— Perché riman? del popolo
l’urlo e il pugnai non tenie?
che fa costui? Domestico
450sangue toscan non è.
O perché dunque, incognito
d’are, di patria e seme,
un volgo reo gli prodiga
fiori e speranze al piè?
455Via questa larva! il folgore
de’ canti suoi possiede.
Via questa larva! i facili
sonni turbar ci può.
Molti, che noi non amano,
460in questa larva han fede!
Oh tristo il di che l’ospite
Arno abitar pensò!
Ma, piú dell’altre, oh perfida
notte per noi fallita,
465che lo dovea, fra tacite
armi, di qua snidar!
Gli saria stata ignobile
sfregio l’ambigua uscita...
E invece un’egra cóltrice
470or gli diventa aitar!
E un cicalio di bamboli
sta contro noi frattanto,
e, a denunciar quest’opera,
spreca lamento e stil.
475Oh che rovente lamina
è questo reo compianto,
che penetrò le viscere
della cittá servii! —

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Non v’accorate. I pallidi
480labbri di sangue schietto
stillano, è ver; mi macera
cupo, latente ardor;
da scellerate afTrangere
tossi mi sento il petto;
485l’ore notturne io numero;
brucio di febbre ancor:
ma sdegnerei di crescervi,
o tribolati e vili,
l’ansie paure e i torbidi
490sogni che il ciel vi dá.
Or voi la man stringetemi,
pochi, di cor gentili.
Firenze, addio. Fu nobile
colpa la mia pietá.
495M’odi. Il fatai tuo lastrico
cela un vulcan, né il sai:
sulle colombe i cupidi
falchi l’artiglio aprir.
e tra i ruscelli e i salici
500dall’ombra de’ rosai
le tenebrose vipere
si slanciano a ferir!
Certo, le ree potrebbero
morir sotto i piè vostri,
505o fieramente unanimi,
se vi bastasse un cor.
Dio piú non manda gli angeli
per duellar co’ mostri;
e l’uom, che inerte spasima,
510merita il suo dolor.

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Sacra è la casa, il tempio,
la libertá, la croce,
gli avi, le spose, i pargoli,
il campo ed il confin:
515con chi li lascia offendere
sia l’offensor feroce,
e al neghittoso imbianchisi
nel vituperio il crin.
Non ti turbar, mia tenera,
520mia dolce ispiratrice!
Che l’ansio cor ti palpita
pe’ miei perigli, io so:
ma sia dannata ai vermini
bocca che il ver non dice:
525reo di silenzi al vindice
mio Dio non salirò.
Vieni e partiam. Con vincoli
di fede e di coraggio
ci uni la vita: esanime
530io sarò teco ancor.
Mi bacerai de’ lúgubri
ceri notturni al raggio,
mi deporrai sul feretro,
lo cingerai di fior.
535Quindi sull’erma lapide,
chiusa in tuo vel pudico,
risponderai, se a chiedere
ti venga il passeggier:
— Le spoglie pie qua dormono
540d’un mio profondo amico,
cui lieti di non risero,
perché non tacque il ver. —

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Sorella mia, non piangere...
Dammi un amplesso. Oh! vedi
545come soave e placido
laggiú tramonta il sol?
Sorella mia, con simile
pace si muor, mel credi.
Rose vogl’io, non lacrime
550sul funebre lenzuol.