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Lettera al medesimo intorno alla ritiratezza delle Donne

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Lettera al medesimo intorno alla ritiratezza delle Donne
Lettera al Valoroso, ed Onesto Messer mentore revisore sopra l'uso che hanno le Donne di portar fiori in sul capo Discorso intorno alla superbia delle Donne
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LETTERA
Al medesimo Messer Mentore Revisore
Intorno alla Ritiratezza delle Donne.


MEntore valoroso, voi non m’onorate della vostra ornatissima persona una sola volta, ch’io non mi senta con gentil dente proverbiare intorno alla mia ritiratezza. Vi sembrano coteste cose forse da Filosofo vostro pari? Io, se debbo dire schiettamente quello mi sento intorno a ciò, vi farò comprendere, che siete dalla parte del torto. Imperciocchè oltre i doveri, che seco porta una madre di famiglia, de’ quali intendo or ora fare alcun cenno, chi sa, che nella mia ritiratezza io non abbia riposta quella felicità, la quale a voi, eruditi Filosofi, cotanto dà a meditare, e scrivere, onde colle dotte opere, e col sottile pensamento, e fino giudizio, voi, non meno che tant’altri perspicaci Ingegni vostri pari, tanto, e sì eminente grado, nella vasta Repubblica delle lettere mercato v’avete. Dissi, cotanto vi dà a meditare, perchè forse da quanto scerno nelle vostre leggiadre, ma discordi fabbriche, non per anche le avete saputo la vera nicchia trovare. Un saggio Principe, il quale attenda alla felicità di se, e del suddito, intantochè non gli venga disdetta parte del suo Regno, tranquillamente soggiorna nella sua Reggia, nè gli cale, ch’altri possegga [p. 39 modifica]infinito numero di terre, o che immerso fra le delizie vane meni la vita. Io che nel mio niente mi piace eguagliarmi a un Principe, ho ritrovato la mia felicità nella mia solitudine; ed eccomi alle prove. Io mi proposi infino dal primo dì, ch’entrassi nel regno di coloro, i quali possono fare stato della loro metà (per valermi d’un vezzo di dire Francese), di camminar per quella via, che a simile stato convenga, e che al mio corto intendimento potesse essere la migliore. Quindi mi posi in animo di amare la ritiratezza, di esser sollecita al bene della famiglia, e finalmente di non prendermi a cuore se non se il buon ordine delle cose aspettanti alla mia casa. Posti i fondamenti, io seguitai la fabbrica, e cotanto rimasi paga, che se astratta mi vedete talora, agevolmente potete dire: Costei del sistema, che piantò, è veramente innamorata. Ora camminando io per una via, che rintracciai da me medesima, ed operando come fo, non perchè altri mi guidi, o sforzi, ma per mera elezione, perchè non ho io da dire d’aver ritrovato in questo mio contegno di vivere la mia intera felicità? Dissi intera, in quanto più o meno felice può chiamarsi colui, il quale sfuggendo più che può le miserie, ed arrivando a conoscere la propria felicità, in più o meno eminente grado si fa a possederla; in quella guisa appunto, che cantò il leggiadro Poeta Sannazzaro:

Tant’è felice l’uom, quant’ei si reputa.

Adunque sarà felice quegli, il quale cercando la sua felicità per mezzo delle proprie sue azioni, già [p. 40 modifica]conosce in che consista relativamente a lui, e già sente di possederla. Ma lasciamo di grazia da un canto omai la felicità, della quale più chiara idea senza l’ajuto di un qualche valente Filosofo vostro pari io non saprei darvi, e venghiamo a discorrere degli obblighi, che aspettano ad una Madre di famiglia, e di cui destinai farvi motto. Non tanti rimbrotti di grazia, Mentore gentile, se mi trovate intenta a trattar l’ago, e ’l fuso, più che la penna, ovvero più che a’ passatempi, inclinata all’assidua cura della famiglia. Imperciocchè ho ritrovato chi per me vuol far ragione. Chi troverà, dice Salomone invaso dalla Divina Sapienza, chi troverà la Donna forte! il suo prezzo è di lontano, e dagli ultimi confini della terra. Nel cuor di lei ripone la fiducia sua il marito, e non avrà bisogno di spoglie. Gli renderà bene, e non male per tutti i giorni di sua vita. Cercò lino e lana, ed operò col consiglio delle sue mani. Si rese qual nave di un mercatante, che porta da lungi il suo pane. Levossi di notte tempo, e diede da mangiare a’ suoi domestici, ed alle sue ancelle. Esaminò una vigna, la comperò. Del frutto di sua mano piantò la vite. Armò di fortezza i suoi lombi, e rinforzò il suo braccio; assaggiò, e vide, che buona era la sua negoziatura. In tempo di notte non s’estinguerà la sua lampada. Stese la mano sua a cose forti, e le di lei dita diedero di piglio al fuso. Aprì la mano sua inverso al bisognoso, e stese ambe le mani al povero. Non paventa la famiglia sia dal freddo della neve, poichè tutti i suoi domestici son vestiti di doppio abito. Fece per se un [p. 41 modifica]vestito vergato, il quale è di porpora, e di bisso. Cospicuo siede presso alle porte il suo marito tra’ senatori della terra. Fece un velo, e lo vendette, e consegnò al Cananeo una cintola. La fortezza, e il decoro è la sua veste, e negli ultimi giorni riderà. Aprì la bocca sua con discorsi di sapienza, e sulle labbra di lei sentivasi sempre la legge di clemenza. Considerò gli andamenti della sua famiglia, e non mangiò il pane oziosa. Si levarono i suoi figliuoli, e la predicarono beatissima; si levò il marito, e la lodò. Molte figlie ammassarono ricchezze. Tu le superasti tutte. Fallace è l’avvenenza, varia la bellezza: la Donna col timor di Dio sia la sola encomiata. Datele del frutto delle sue mani, e sulle porte le proprie geste la esaltino. Valoroso Mentore, fra le lodi della Donna forte io non veggo quella del pigliarsi bel tempo, come voi mi suggeriste spesse fiate. Sicchè non m’avrò tutto il torto, se alle vostre persuasioni non mi do per vinta. Ben me lo avrei, quando posti a tergo gl’infiniti obblighi, che a noi s’attengono, andassi in traccia di quelle cose, che bene spesso oltre agli svantaggi infiniti, che seco portano, inducono a perdere la bella pace, che cotanto lieta, e gradita rende la vita umana. Non niego esser necessario un qualche sollievo per coloro, che ingombri di domestiche, e casalinghe cure il più della giornata passano; ma qual sollievo maggiore? Ecco filato il lino, ecco tessuta la tela, ecco la famiglia ben ordinata, ecco la pace, ecco la concordia, ecco l’intera armonia. Mira il soldato l’inimico vinto ed ucciso, ed espugnata la fortezza; [p. 42 modifica]e ricco di prede dopo i sudori, ed il sangue, che sparse, immemore della fatica, che sostenne, rammenta il ben, che possiede, e questo è

Del lungo affanno la chiesta mercede.

Arò il villano la terra, piantò la vite, seminò il grano e poste in obblivione le penose fatiche, si rallegra in veder i grappoli rosseggianti tra il folto de’ verdi pampani, e le gravi spiche, che largamente ondeggiano per le ajuole de’ suoi avventurosi campi. Ed io sola andrò in traccia di vani passatempi, quando dalle opere della mia mano abbondevolmente il piacer mi viene somministrato? Memore gentilissimo, le mie prede sono il fuggir l’ozio, non perdere il tempo; la mia messe sono i lavorieri miei, quelli delle mie ancelle; la mia interna allegrezza si è quella, che m’apporta la felicita; sicchè fuori di questo mio centro, io mi farei un bel nulla da porsi coll’altre nulle, che formano i milioni de’ milioni delle nulle. Giuditta la saggia, la forte Giuditta vivea ritirata cotanto, che Betulia non la conobbe, se non se dopo la gloriosa impresa; ma la conobbe quasi lampo, che ferisce la pupilla, e passa, avvegnachè sollecita a bene della Patria soltanto si mostrasse, e poscia contenta dell’opera nella solitudine antica si ritornasse. Sara, o come altri vogliono, Sarai moglie d’Abramo, dice S. Ambrogio per attestato del Royaumont1, che lontana dall’ordinario costume delle altre donne, che sotto qualsisia [p. 43 modifica]menomo pretesto procurano di comparir in pubblico, ella al contrario se ne stava ritirata e neppur si faceva vedere dagli Angeli raccolti per ospiti da suo marito. Con che insegna alle Donne Cristiane, che tutta la loro applicazione debb’essere l’attendere alla cura della famiglia nel ritiro delle lor case. Nè questo ritiro da chi saggiamente pensa, ed opera, come voi, potrà essere condannato, non dico in me soltanto, ma neppure in cotante saggie, e valorose Donne de’ nostri tempi, le quali fono l’ornamento, e ’l decoro del secol nostro. Imperciocchè conoscendo voi, ed estimando dirittamente la ragione, perchè una simile condotta, anzichè di biasimare, non la vorrete approvare? Io fo, nè male forse m’appongo, che alcuni Spiriti bizzarri, non sapendo distinguere il melo dal pruno, confondono ben sovente la doverosa ritiratezza di noi Donne colla vita, che fanno le chiete; onde sogliono dire in aria di beffeggiatori: colei è una santocchia, costei è una spigolistra; e non badano, che quadri o no il lor paragone, vestendo senza contanti il povero condannato all’arabesca; ma come stimano i panni altrui, tal sia di loro; che non val darsi pensiero di simil gente: Intendami chi può, che m’intend’io. Ma s’io m’ingegno, gentil Messere, di dimostrarvi quanto convenevole cosa sia in noi la ritiratezza, non è per questo ch’io condanni il contegno delle altre Donne del mio grado, che anzi intendo d’esaltare per mezzo del mio assunto maggiormente il brio e lo spirito di qualunque si sia nobil Donna, la quale intervenendo alle [p. 44 modifica]civili conversazioni più ch’io non soglio, sa dimostrare, con quanta lestezza provvede alla cura delle domestiche faccende, e nello stesso tempo a que’ civili uffizj, e leciti passatempi che a lei s’aspettano, attende. Nè questo mi negherete voi essere un accoppiar l’utile al dolce, un saper distribuire l’ore della giornata, in somma essere una vita vantaggiosa, e dilettevole; ed io la stimo, e pregio; ma sono come coloro, che dopo aver lodato il vago monte, Salga chi vuole all’onorate cime, dicono, che noi ci attenghiamo all’amena pianura. Qui non ha luogo la detrazione, l’invidia; qui non regnano le perturbazioni dell’animo, le discordie; qui ha fede l’amicizia, la pace: in una sola parola qui veggo rifiorire il cotanto decantato secolo d’oro; e quantunque a taluno io sembri quasi vivere segregata dal consorzio umano, pure godo quant’altre mai della conversazione di coloro, che gentilmente onorandomi di lor visite, nello stesso tempo mi somministrano largo campo, onde apprendere di giorno in giorno novelle cose. Intanto mi sia lecito, Mentore dottissimo, di conchiudere, che obbligo indispensabile corre ad una Madre di famiglia di vivere ritirata, di attendere alle casalinghe cure, di non gettare il tempo in vane cose, d’impiegar la femminil sua mano in que’ lavorieri, che secondo il grado della sua nascita a lei s’attengono, e finalmente di meritarsi l’onore, e stabilirsi la base del proprio decoro unicamente col mezzo del retto e saggio suo operare, tanto presso della sua cara Metà, come appo [p. 45 modifica]di coloro, che saggi estimatori sono delle opere altrui. E qui piena di verace stima, alla vostra buona amicizia raccomandandomi sono.

Note

  1. Riflessioni Morali.