Discorsi, e lettere/Lettera al Valoroso, ed Onesto Messer mentore revisore sopra l'uso che hanno le Donne di portar fiori in sul capo

Lettera al Valoroso, ed Onesto Messer mentore revisore sopra l'uso che hanno le Donne di portar fiori in sul capo

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Lettera al Valoroso, ed Onesto Messer mentore revisore sopra l'uso che hanno le Donne di portar fiori in sul capo
Discorso, o sia Interpretazione de' Riti usati dalle Romane Donne nel Sacrifizio della Dea Buona Lettera al medesimo intorno alla ritiratezza delle Donne
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LETTERA
Al Valoroso, ed Onorando Messer
Mentore Revisore1
Sopra l'uso che hanno le Donne di portar Fiori in sul capo


QUantunque volte mi torna alla mente quella piacevol dimanda che voi mi faceste, intorno [p. 27 modifica]al costume, che hanno le Donne, di ornarsi il viso co’ fiorellini, altrettanto mi muojo di voglia di compiacervi nelle vostre ricerche. Valoroso Messere, o per meglio dire, Dottissimo Amico, il chiedere perchè in mezzo della fronte, o sur una tempia piuttosto si ponga quel vago ornamento, non è cosa a mio parere da filosofo, il quale non dee di siffatte cosucce di femmine andare in traccia, come cosucce appunto, che prodotte non sono dalla natura cotanto provida madre, ma furono da vane donnicciuole per maggiormente la vanità loro pascere soltanto inventate. Comunque però la faccenda vada, io voglio appagarvi, se avrete flemma d’ascoltar le mie ciance. Dissivi adunque, la vostra ricerca non essere da filosofo, e pure ella è filosofica quant’altra mai. Voi domandaste a me ragione, perchè quel fiorellino posato io m’avea sulla destra tempia, e non in mezzo della fronte, siccome la maggior parte delle Donne lo accostumano portare; e ciò faceste con avvedutezza veramente da filosofo, come vi siete, non è egli vero? A voi piaceva di scoprire terreno, e sia detto con buona pace vostra, volevate udire dalla mia bocca quella confessione, che a male in corpo, e di rado i galantuomini si sentono di fare, cioè: Perchè hollo posto così, nollo so nè pur io medesima; so ben moltissime averne vedute ornate nella stessa foggia, ed il simile anch’io feci, a guisa delle pecore: E ciò che fa la prima, e l’altre fanno. Tolga il Cielo, Amico gentile, ch’io voglia senza fune confessarvi l’ignoranza, che mi circonda. [p. 28 modifica]Le Donne, come voi ben sapete, hanno, ed ebbero sempre mai una cert’aura di parer molto vaghe innanzi agli occhi di voi altri leggiadrissimi uomini, nè questo è una malattia fresca, ma derivante dalle prime antiche Donne. Sicchè posta una tal massima fitta nella leggera fantasia loro, si fecero a inventare ornamenti, onde comparire quali realmente di essere si pensavano. Per tal fine adunque (lasciamo il vario vestito da un lato) presero a mirare i prati per le varie maniere de’ fiori lieti e ridenti, e soffermandosi elleno a vagheggiare la pomposa mostra de’ medesimi fra loro si posero in mente la madre di sì bei fiori vaghissima Primavera; e pensate voi, come le pazzerelle se la figurassero di mille, e mille d’essi inghirlandata. Quindi effigiata che se l’ebbero, ecco che tosto si fecero a circondarsi elleno ancora il crine e il seno di que’ tanto vagheggiati fiori, anzi de’ più gai, vistosi, e in fatto di attrattiva, dirò così, più loquaci infra i medesimi. Che ciò sia vero, chiari ne abbiamo gli esempli nelle Donne del contado, che i leggiadri Poeti antichi e moderni pastorelle a noi dipinsero. Le quali tosto che la braccirosea Aurora fuori dal letto balzava lasciando il suo canuto vecchio mesto e solo, moveano dalla magione adducendo seco loro le agnelle, e mentre queste le verdi erbette pasceano, tutto lo studio per esse si poneva nello scerre, e cogliere i più vaghi fiorellini, intrecciandoli poscia, e facendone a’ capelli bizzarre ghirlandette. Nè questo era costume particolare delle Donne, ma stendevasi fino [p. 29 modifica]agli uomini, se Teocrito non mi fa smentire, là dove introducendo egli pastori, e capraj, con questi sentimenti, secondo egli esprime Anton Maria Salvini, fa parlare Licida:2

E io in quel dì d’aneti, o pur di rose,
O di bianche viole una ghirlanda
Tenendo in capo ec.

E ’l dolcissimo Anacreonte in più luoghi, fra gli altri nell’Oda 42, canta per traduzione del Rolli:

Bramo è ver, Bromio scherzoso,
De’ tuoi balli l’allegria,
E destando al suon la lira
Fra galanti giovinetti
Bever godo in compagnia.
Ma di star le tempia cinte
Con bei serti di giacinto,
Folleggiando tra vezzose
Amorose donzellette,
Nulla v’è che più m’allette.

Come che discorrendo io seco voi delle Donne soltanto, non dovessi degli uomini far parola, pur recata mi sono a portarvi i suaccennati passi, affinchè veggiate, che le Donne, se divote sono d’imitare gli uomini, ebbero, ed hanno compagnia, onde poter essere prosciolte da quella taccia, che a torto bene spesso loro si attribuisce. Ma questo sia per non detto, avvegnachè se l’imitazione vicendevole non fosse tra l’uno e l’altro sesso, guai a’ poveri [p. 30 modifica]mercatanti! Eglino non ispaccerebbero sì tosto cotanti drappi, e smancerie, e converrebbe loro morir di fame. Ma ritorniamcene pure donde ci siam dipartiti. Teocrito un’altra volta al suo caprajo facitore di serenate così fa cantare, essendo sdegnato con Amarillide sua innamorata:

Or or tu mi farai mandare in pezzi
La grillanda, ch’a te, cara Amarilli,
D’edera io serbo colle belle bocce,
E con apio odoroso intesta, e mista.3

Ma di grazia, voi mi potreste dire, che occorre di altre ciance, s’io son Poeta, e posso a te narrarle tutte, non che tu le stia qui a me raccontando? Io lo so, che pur siete Poeta, e bravo Poeta, anzi per tal ragione appunto non voglio davvantaggio seccarvi, e passo dalle Donne villerecce alle cittadine, le quali forse più vi vanno a grado di quello altri pensano. Ora qui ci sarà che dire: imperciocchè a voi non piacerà, siccome fate conto, che a me pur non troppo piaccia, il voler, che le colte cittadine abbiano dalle rozze Donne del contado appreso a ornarsi il capo co’ fiorellini. Nulla di certo potrei su questo fatto asserirvi; poichè appresso le antiche Romane io non trassi da’ buoni Scrittori se non che l’uso di portar bende a’ capelli, le quali come vuole spezialmente il P. Stanislao Santinelli, erano secondo lo stato delle persone in varie foggie adoperate. E sentite di grazia le sue medesime parole: Le [p. 31 modifica]vergini, e le maritate portavano bende a’ capelli. Differenza correa però tra le bende dell’une e dell’altre di stato però ingenuo, e libero. Con semplice benda legano i capelli le vergini, con doppia le matrone. Le vergini non troppo studio ponevano nell’affettarsi i capelli, il quale studio più praticavano le maritate, e più ancora le meretrici. Le nubili con una benda in un fascio legavano i capelli: le maritate con doppia benda in due fasci. Le Donne Romane non procedevano velate, o col capo coperto, come alcuni opinarono; imperocchè ancor che avessero qualche picciolo coprimento sul capo, come di cuffietta, che esse latinamente chiamavano Mitra, o di reticella, non per tanto con ciò venivano a coprirsi, o velarsi il capo, salvo le Flamine, e le Novizie, e quelle solamente durante il tempo delle cirimonie nuziali, e salvo pure qualcuna, che render si volea dalle altre singolare.4 Da ciò che n’asserisce il mentovato erudito Autore, mi sento dire all’orecchio più forte, ch’io non vorrei: Madonna, e’ non si raccoglie, che l’uso ci fosse appo quella nazione del portar fiori in sul capo. Piano, Messere, rispondo io, che, se al nostro Storico non piacque di presentarci quelle Madonne ornate di fiori, ora che ne dirò col Petrarca,5

Zefiro torna, e ’l bel tempo rimena
E i fiori, e l’erbe, sua dolce famiglia;

fiori non mancheranno al bisogno, onde ornarle da [p. 32 modifica]capo a piede. Amico dottissimo, forse nè pur questa mia proposizione vi garba? Ditelo fuor fuori, che a colui, cui piace di vincere la lite, credetemi, e’ non gli mancano sutterfugj per dare acqua alla sua macina; ed a me pure, che sono nello stesso gagno, non mancheranno ragioni per farmi valere il mio, e nello stesso tempo appagare il vostro genio. Ma innanzi; e procuriamo di rintracciar l’origine di questo costume. Voi ben sapete appo i Gentili le moltissime Deità, che si veneravano, e sapete ancora quanto varj fossero i riti nel sacrificare a quegli Dei bugiardi. Ora non mi potrete impedire, che sopra questi riti non mi soffermi un cotal poco, giacchè una conseguenza mi sembra doverne trarre, che fuor del mio proposito non mi pare. Udite per tanto. A Giove, Padre degli Dei, l’alta annosa quercia era dedicata dal volgo: col verde mirto grillande s’intessevano a Venere bella: dell’eterno alloro a Febo erano vaghi serti tessuti: a Cibele si offeriva il superbo pino: ad Ercole il forte si umiliava il pioppo amator de’ fonti: e finalmente a Minerva la saggia si donavano del bianco ulivo le fruttifere palme. Oltre a ciò da’ Maestrati di que’ tempi, secondo i molti riti, erano ancora varj i Sacerdoti, e le Sacerdotesse a tali uffizj destinati. Ora i medesimi Sacerdoti, e le Sacerdotesse non comparivano, se non coronati delle frondi di quell’albero, il quale sacro era a quel Dio, di cui erano ministri. Non per tanto, se a voi sembrasse meno a proposito, che io qui parli di corone di [p. 33 modifica]frondi, e di ramuscelli, quando il nostro punto batte sopra a’ fiori, io voglio che vi risovvenga di quelle corone tessute di fiori, le quali ponevansi i Gentili in capo nel tempo di lietamente banchettare, e massimamente nelle feste di Flora, nelle quali non pure i convitati, ma eziandio le stesse mense di vermiglie rose si coronavano: siccome nel libro quinto de’ Fasti per bocca del Poeta Nasone ci porge testimonianza la Dea medesima, così descrivendo quel bagordo:

Tempora sutilibus cinguntur tota coronis
     Et latet injecta splendida mensa rosa.
Ebrius incinctis philyra conviva capillis
     Saltat, et imprudens utitur arte meri.
Ebrius ad durum formosæ limen amicæ
     Cantat: habent unctæ mollia serta comæ

Ora perciocchè cotai serti servivano per rito di religione, i Cristiani abborrendo ogni superstizione, non facevano de’ fiori corone, ma li tenevano in un falcetto in mano, come accenna Tertulliano nell’Apologetico. Per altro le ghirlande di fiori eziandio fuor di religione d’usavano in segno di allegrezza, e giocondità, come si può ricavare da Properzio nell’Elegia decima del terzo libro, dove fingendo egli, che dalle Muse gli fosse stato annunziato il giorno natalizio della sua donna Cintia, dopo di averle fatti mille prosperi augurj, la esorta a recarsi tutta su d’un’aria festevole, e giojosa: e quindi sopra ogn’altra cosa le raccomanda di non lasciare il capo senza ghirlanda. Eccovi l’intero passo: [p. 34 modifica]

Tuque, o cara mihi, felicibus edita pennis
     Surge, et poscentes justa precare Deos.
Ac primum pura sommum tibi discute lympha,
     Et nitidas presso pollice finge comas.
Dein qua pridem oculos cepisti veste Properti,
     Indue; nec vacuum flore relinque caput

E similmente si trova presso Plauto nella Donzella Persiana, che il servo Toffilo, tutto allegro per aversi acquistata Lenniselene, prima di dare cominciamento alla gozzoviglia, per dimostrare alla nuova liberta la gran festa, ch’ei ne facea, con queste graziose paroline un vago serto le presenta:

Do hanc tibi florentem florenti: tu hic eris dictatrix nobis.

Nè qui strana cosa vi sembri, s’io passando a un tratto dalla profana allla sacra erudizione, non posso far a meno di rammemorare ciò che appunto si legge anche nel libro della Sapienza intorno a quegli scapestrati, e miscredenti uomini, i quali pensando, che colla morte del corpo avesse fine anche lo spirito, andavansi gli uni gli altri invitando al trastullo, e diceano:6 Vino pretioso, et unguentis nos impleamus: et non prætereat nos flos temporis. Coronemus nos rosis, antequam marcescant: nullum pratum sit quod non pertranseat luxuria nostra. Ora da questi ornamenti a’ Sacerdoti, a alle Sacerdotesse unicamente appartenenti, ne trasse, siccome io penso, motivo il volgo di ornarsene le [p. 35 modifica]tempie, affine di più onorare e rendere più lieto quel giorno da esso lui celebrato. Quindi e’ mi parrebbe di poter tuttavia dedurre, che il medesimo costume a noi pervenuto fosse, con questa differenza però, che allora le fiondi e i fiori si adoperavano durante il sacrificio ed i banchetti, ed ora semplicemente i fiori si usano, e questi tuttavia non a carra, od a barelle, si versano sul capo, come dalle donne villerecce far si solea, ma dalle cittadine unicamente con simmetria ed ordin decente sopra esso si dispongono. Dell’origine di una tale usanza per dir vero la mia insufficienza non giunge a saper dirvene d’avvantaggio. Il perchè se non vi grava ascoltare, passerò a rendervi ragione del perchè piuttosto sopra una tempia, che in mezzo della fronte io ponga alcuna volta quel fiorellino, che sì l’occhio vi ferisce. Ma di grazia permettete, ch’io qui chiami per terzo a tormi di questo impaccio il leggiadro filosofante Messer Agnolo Firenzuola, il quale in mia vece gentilmente vi risponda. Sentitelo: risponde egli a Madonna Lampadia, che appellandolo Messer Celso, così seco lui ragiona. “Madonna Lampadia. Ma diteci la cagione del portar de’ fiori, che nel vero io mi son dilungata un poco troppo da casa: ma scusimi il giusto odio, ch’io porto a questi intonacati. Celso. Voi dovreste sapere, che ordinariamente si dorme più in sulla tempia destra, che in sulla sinistra; laonde avviene, che quella parte, per essere più depressa, e più ammaccata, viene avvallare alquanto più che l’altra; come eziandio si vede nelle barbe degli uomini, le quali per [p. 36 modifica]la medesima cagione sempre son men folte nella destra, che nella sinistra parte: ora perciocchè e’ faceva mestiere alzare la parte avvallata, con un poco d’arte costumarono le Gentildonne porvi alquanti fiori, ma piccioli e gentili, che la sollevassero, e alzassero un poco, ma in modo ch’e’ non facessero sparir l’altra: e furon di due sorti, ma d’un color medesimo, e il quale piuttosto ajutasse, ch’e’ togliesse la freschezza alle vermiglie guance, al candor di tutto il viso, com’è l’azzurro: e tolsero i fiorcappucci, e i fioralisi, i quali per questa cagione s’acquistaron que’ nomi. Perciocchè, come voi dovete aver sentito dire, le Donne anticamente portavano in capo certe acconciature, che si chiamavano cappucci; e perciocchè quei fiori si mettean sotto a que’ cappucci, però furon chiamati fiorcappucci, quasi fior da cappucci: quali venivano appunto a ricoprir quella tempia avvallata, della quale abbiam parlato di sopra. I fioralisi, perciocchè aveano il gambo un po’ più lungo, e più si potevano estendere verso il viso, furon chiamati fioralisi, quasi fior da visi, o fiori atti all’adornamento del viso. Usaronsi ancora le viole mammole, per quel poco del tempo, ch’elle duravano, e per colore, e per grandezza quasi simili ai già detti fiori: e furon chiamate viole mammole, quasi volessero dire fiori da mammole; e percio le chiamò il Poliziano Mammolette verginelle, quasi volesse inferire, ch’egli eran fiori, ovvero viole da fiorir verginelle. Le viole, che molti dall’odore chiaman gherofani, le rose, ed altri simili fior più grandi, e odoriferi, si portavano in mano a quei tempi: e acciocchè con quel color troppo acceso e’ non imbiancassero il [p. 37 modifica]natural colore del rosseggiante volto, e’ non se gli mettevano in sulle guance: che ben sapete quanto il color rosso è ordinariamente nimico della incarnazione delle belle guance, e di tutta la carne di voi altre Donne.„ E più sotto: Ma torniamo a’ nostri fiori di grazia: dico dunque, che e’ vennero certe monne ciolle, le quali senza considerar la cosa troppo per lo minuto, veggendo, ch’uno di quegli fioretti porgeva tanta grazia, a uso di sofiste, fecer questo argumento fra loro: se un picciolo fiorellino fa tanta vaghezza, che farà un grande? e se uno, o due, che faranno dieci, o dodici, o un mazzo? e cominciarono a por su, come voi vedete, senza considerar se la testa è larga, se ’l viso è lungo, se le tempie son fonde, s’elle son rilevate. Se la moglie di Panfilo facesse a mio modo, la se ne metterebbe forse manco: la quale avendo un po’ le tempie in dentro, con que’ gherofani ch’ella si pone alle gote: e forse ch’ella non se gli mette giù basso; non solamente si fa sparire il color delle guance, che non ha da vendere, ma col sollevarle più che non le bisognarebbe, mostra, che le tempie sien più avvallate, che elle non sono: e ponetevi cura, come voi la vedete, che voi vi accorgerete, s’io vi dico il vero, o s’io me ne intendo. Per mia fe, Amico gentile, che il nostro Firenzuola sa il fatto suo; il perchè fo il conto di lasciarvi occupato nell’esame delle ragioni da lui addotte, e nello stesso tempo con un bello inchino di pregarvi della continuazione della vostra amicizia, e conversazione, che tanto pregio. Sono

Vostra buona Serva Atalia.

Note

  1. Questi è il Chiarissimo Signor Clemente Baroni Cavalcabò.
  2. Idillio VII.
  3. Trad. del Salvini, Idillio 3.
  4. De disciplina et moribus Romanorum Fœminarum.
  5. Son. 269.
  6. Lib. Sap. cap. II.