Coi Bersaglieri dell'Undicesimo Reggimento in guerra/In Val Dogna

In Val Dogna

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Bordaglia Alta In linea a Quel Tarond
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In Val Dogna.


Così trascorreva la vita tra un turno di trincea ed uno di riposo, facendo, come diceva Mussolini, «la guerra del buio, della notte».

Infatti, mentre le giornate trascorrevano quasi sempre tranquille, le notti erano movimentate. Fucileria, bombe a mano, mitragliatrici, cannonate!

Mussolini, che era di un’attività straordinaria, fece frequenti ricognizioni allo scoperto, ed in quel tempo disegnò, e fece scavare sotto la sua direzione, una trincea nella posizione denominata Bordaglia Alta.

La trincea offriva ottimi requisiti di offesa e di difesa, e i due bracci della trincea ebbero rispettivamente il nome di Trincerone dei Bersaglieri e di Trincea Cadorna.

Gli allarmi erano frequenti e giustificati dagli attacchi che il nemico, in quel tempo, sferrava incessantemente alle posizioni contigue del Pal Piccolo e del [p. 24 modifica]Pal Grande. Talvolta gli Austriaci facevano dei bombardamenti continui, e dovemmo lamentare grandi perdite.

Mi ricordo che la ridotta N.° 8, occupata dalla squadra di Mussolini, fu un giorno la più colpita.

Intanto giungevano vaghe voci di cambio di fronte.

Infatti, il 27 aprile giungeva un Battaglione di Fanteria, che doveva sostituirci.

La partenza avvenne il giorno 28, alle ore 4 del mattino.

Attraversammo a scaglioni Forni Avoltri, e la 5a Compagnia si riunì col Battaglione a Comeglians, prima tappa. Ponemmo la mensa all’albergo Reter, e lì ci furono le presentazioni agli altri ufficiali, e al comandante del Battaglione maggiore cavalier Roberto Galassini.

A Comeglians, ebbi occasione di trattenermi varie volte con Mussolini e Reali.

Facemmo insieme una passeggiata sul Degano, e presi un’istantanea, che Mussolini volle firmarmi per ricordo.

Il 30 aprile facemmo la seconda tappa, Comeglians-Villa Santina. Di qui, in treno speciale, partimmo per Chiusaforte e a piedi giungemmo a Dogna. [p. 25 modifica]

L’alba del primo maggio ci sorprese in marcia per la bella strada costruita dal Genio.

La 5a Compagnia destinata di riserva si accantonò in parte a Costa Sacchetto, prossima al Comando del Reggimento, e il mio plotone si attendò.

A Chiut cambiai attendente, e presi il bersagliere Melosi Piacentino, caratteristico tipo lucchese, appartenente alla squadra comandata da Mussolini, e da Lui così descritto magistralmente nel Suo Diario di guerra, a pagina 123:

«Melosi Piacentino, lucchese, tornato dall’America. Classe 1893. È il vero tipo del toscano medio: asciutto, intelligente e provvisto di una buona lingua snodata.

— Sono tornato in Italia per l’onore — egli mi dice, iniziando la nostra conversazione. — Cinque anni or sono andai in America e quando fu chiamata la mia classe, non essendomi presentato, fui dichiarato disertore. In America, a Richmond, capitale dello Stato di Virginia, avevo un piccolo commercio di confettiere. Gli affari non andavano male. Scoppiò la guerra europea. Quando l’Italia entrò in campo, sentii che non potevo più oltre restare lontano dalla mia patria e sono [p. 26 modifica]tornato. Potevo entrare nella Sanità, ma ho preferito un’arma combattente e sono qui a fare il mio dovere. —

È un fatto, che i soldati tornati dall’America costituiscono la parte migliore delle truppe al fronte».


*


Le case di Costa Sacchetto fanno parte del villaggio di Chiut, colle divisioni di Chiut di Sopra e Chiut di Sotto.

È un aggruppamento di poche case di legno di fronte all’imponente Jof del Montasio che si eleva per 2754 metri. Eravamo come truppe di riserva nel settore, e la posizione alpestre era adattatissima per rinfrancare il fisico della truppa duramente provata nelle trincee del Kukla, del Rombon, dell’Iavorcek e del Volaja.

Il capitano Mozzoni si dètte premurosa cura di sistemare la truppa nel miglior modo possibile, e dopo un lavoro intenso, l’accampamento assunse un aspetto ridente.

Mussolini aveva collocata la sua tenda in un angolo dell’accampamento, e vi aveva trapiantato intorno dei piccoli abeti. [p. - modifica]


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Un nido d’aquila. Posto di vedetta sul M. Navajust.



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Il Blockaus N.° 6 di Bordaglia Alta.



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Sotto la tenda trascorreva molte ore del giorno, scrivendo o leggendo, e riceveva frequenti visite di amici che venivano anche dai Reggimenti prossimi per salutarlo.

Più spesso che cogli altri, Mussolini si intratteneva col bersagliere Ciuchi, romano, un popolano buono e servizievole che si adoperava nell’aiutare coi suoi servizi il caporale Mussolini a cui era affezionatissimo.

Anzi, il Ciuchi dormiva sotto la stessa tenda di Mussolini assieme ad Oreste Reali e al sergente Orlandi.

In quel periodo di tempo fui comandato, come istruttore, ad un corso di allievi-ufficiali che si teneva al fronte.

Successivamente ebbi l’incarico di censore postale, noiosa ed improba fatica, che solo la necessità della guerra può giustificare.

Anche nel disimpegno di questa mansione, potei apprezzare il senso di disciplina di Mussolini. Ebbi così modo di farmi un esatto concetto dei sentimenti della truppa, e di verificare l’elevato spirito dei Bersaglieri.

Certamente vi influiva il sistema paterno, più che disciplinare, che l’ottimo colonnello Beruto aveva stabilito, ma più di tutto lo attribuisco alla presenza fra [p. 28 modifica]la truppa, di ottimi graduati e di uno spirito dinamico come Mussolini 1.

Non è quindi da meravigliarsi se, senza esagerazioni e spirito di Corpo, l’11° Reggimento Bersaglieri era uno dei migliori e dei più agguerriti.

Un esempio magnifico si ebbe in quei tristi giorni in cui giunse la notizia della rotta sugli Altipiani. Numerosi ufficiali, Mussolini alla testa dei graduati, e quasi la totalità dei Bersaglieri, fecero gerarchicamente richiesta al Comando d’essere inviati al contrattacco, e rimasero dolenti, quando il Comando, pur apprezzando l’atto generoso, rispose che riserbava il Reggimento per un’eventuale azione sul fronte della Carnia. Il riposo [p. - modifica]


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Il bersagliere Piacentino Melosi.



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L'Aiutante Maggiore del 83° Battaglione

Ten. Corrado Baldesi.



[p. - modifica] [p. 29 modifica]a Costa Sacchetto si protrasse sino al 25 giugno, e durante tale periodo di tempo, la truppa fu occupata con esercitazioni, lavori stradali, e traino di pezzi d’artiglieria.

Mi piace ricordare un episodio mirabile della forza di volontà che avvenne durante il turno di riposo a Costa Sacchetto.

Un bersagliere di Parma, un certo Maietti, affètto da una grave malattia alle gambe, e per uno dei frequenti errori di diagnosi dei medici ritenuto abile alle fatiche di guerra, era stato dal Comando del Reggimento, in considerazione del suo stato, esonerato dal prestar servizio di guardia, ed incaricato di custodire una mucca che forniva il latte per l’infermeria. Questo bravo italiano che mai ebbe a lamentarsi della sua sorte mentre tanti giovani abili erano imboscati nelle retrovie, cercava di rendersi utile il più che fosse possibile, e dètte prova di una grande fermezza di carattere e di tanta buona volontà che merita di essere citato come esempio.

Analfabeta, era questa l’unica cosa di cui si rammaricava. Il dover ricorrere ai compagni per scrivere e per farsi leggere le lettere familiari gli rincresceva.

Il Maietti approfittò dell’incarico avuto per mettersi [p. 30 modifica]a studiare e, aiutato dagli ufficiali e un po’ dai compagni, riuscì dopo poco più di un mese a leggere e a scrivere correntemente.

Vi immaginate quale sforzo deve aver fatto quel bersagliere che mentre disimpegnava il suo servizio al fronte, minato da una grave malattia, rubando le ore al sonno e al riposo, volle e riuscì ad imparare a leggere e a scrivere?

Quanti si sentirebbero capaci di fare altrettanto?

Ecco un esempio, umile e mirabile insieme. [p. - modifica]


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Costa Sacchetto

Il monumento dei «serpenti» eretto dai Bersaglieri.



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Gli effetti del fulmine a Cima Seckiez.



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  1. Sarebbe molto interessante il ricercare più ampiamente e più a fondo l’influenza diretta, o meglio più vicina e immediata, in confronto e in relazione a quella esercitata su l’intera Nazione, di uno spirito singolare ed unico, come Mussolini, sul Reggimento dei Bersaglieri cui apparteneva.

    Sarebbe interessantissimo, per l’anima e per la storia, ricercare l’influenza squisitamente soldatesca di un uomo sì rappresentativo oltre che straordinario ed unico, il quale dopo essere stato l’«eroe» più avversato che compreso e seguìto (e tuttavia nella profonda anima del popolo i germi dell’arditissimo rovesciamento rivoluzionario e drammatico dal pacifismo alla concezione della guerra, dal neutralismo all’intervento avrebbero maturato!) ora con semplice e perfetta disciplina, vestiva la sua divisa, disimpegnava le sue corvées, stava di fronte al nemico.

    Il camerata Baldesi ci offre lo spunto dello studio e della meditazione.

    (p. d.).