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Carlo Innocenzo Frugoni

1833 C Indice:Zappi, Maratti - Rime I.pdf Canzoni letteratura Chè non vieni, Aglauro, bella Intestazione 23 settembre 2008 75% Canzoni

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Nuvola apps bookcase.svg Questo testo fa parte della raccolta Rime dell'avvocato Gio. Batt. Felice Zappi e di Faustina Maratti sua consorte

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ABBATE C. I. FRUGONI.


Invitando Aglauro a venire a Venezia, ne descrive il viaggio.


Chè non vieni, Aglauro bella,
     Valorosa Pastorella
     3All’Adriaca Città,
Chè del Mare nata in seno
     Di sè posto ha l’aureo freno
     6Nelle man di Libertà?
Piano è il calle, agevol, breve:
     Sù via giungi al carro lieve
     9Quattro fervidi destrier.
Chè più tardi? Ecco gli Amori
     Gire innanzi, e di bei fiori
     12Seminarti ogni sentier.
L’almo suolo, ove or tu sei
     Omai lascia, che gli Dei
     15Degnar troppo a tanto ben.
Nè ritenga il tuo bel piede
     La Città, che in riva siede
     18Del famoso picciol Ren.
Sebben chiara eccelsa madre
     Sia d’ingegni, e di leggiadre
     21Alme accese di valor:

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Sebben pronta in vari modi
     A vestir l’alte tue lodi
     24Di poetico valor:
Dritto vanne ver l’antica
     Tanto a Febo ancor amica
     27Gran Città, che bagna il Pò:
Dove al suon d’amori e d’armi
     Divin Cigno co’ suoi carmi
     30L’aure e l’acque innamorò.
Ivi sol ti posa tanto,
     Ch’ei ti vegga d’un bel pianto
     33Il suo cenere onorar:
E l’avello, onde ancor mille
     Movon delfiche faville,
     36D’un gentil verso segnar.
Ma non tinger di bell’ira
     Il sembiante, su cui spira
     39Vezzo e grazia anco il furor.
Di Torquato il nobil tetto
     Pur là sorge nè disdetto
     42Per me vienti il fargli onor.
Quelle mura fortunate,
     Se fian sol da te baciate
     45Che bramar potran di più?
Delle cose, che hanno vita,
     E d’Amor senton ferita,
     48A tal ben qual scelta fu?
Pur gl’indugi rompi e togli,
     Nè soverchio a star t’invogli
     51Il piacer che inganna il dì.
L’uno e l’altro Cigno altero
     Ferrea legge di severo
     54Sordo Fato a noi rapì.
Gia ti chiama su le chete
     Placid’onde agile abete,
     57Ove Amor nocchier sarà;
E saranvi le tre belle

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     Grazie seco, e in un con elle
     60Allegrìa, che con lor sta.
Vedrai piani, vedrai sparte
     Ville, e case a parte a parte
     63Lungo il margine apparir:
E del calle ogn’aspro affanno
     Per temprarti elle sapranno
     66Il lor nome a te ridir.
E sapranti ancora elette
     D’Amor vaghe canzonette
     69Su la cetra accompagnar:
E i bei versi, onde Savona
     Tanto grido ha in Elicona,
     72Ed i tuoi forse cantar.
Ma nel Pò non tener fiso
     Deh soverchio il vago viso,
     75Onde tanti Amor ferì:
Splendon troppo i tuoi bei lumi:
     Arser anco i freddi Fiumi
     78Per minor bellezza un dì.
Ben è ver, che l’unto pino
     Tosto il Veneto marino
     81Pigro stagno solcherà:
Ed oh quale il Mar farassi,
     Sù lui quando alto vedrassi
     84Sfavillare tua beltà!
Le Nereidi in quel giorno
     Al bel Legno liete intorno
     87Sorgeranno a carolar:
E a suonar le torte conche
     I Tritoni, e le spelonche
     90Del mar tutte rallegrar.
Piagge, e lidi, ed acque e venti
     Tanto allor lieti e ridenti
     93Si mostraro, e forse più,
Quando l’alma Dea di Gnido
     Fender l’onde, e al caro lido
     96Approdar veduta fu.

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Onestà non era seco,
     Qual vedrassi venir teco
     99Di candor cosparsa il vel:
E dirà: Quest’Alma bella
     Tra noi scese dalla Stella,
     102Che più pura splende in Ciel.
Ben a Teti fia, che incresca
     Il confronto, e che non esca
     105Del stuo lucid’antro fuor:
Sebben quando esce dal Maore
     Tra suoi Numi assisa appare
     108Su gemmata conca d’or.
Ma dell’una e l’altra nera
     Tua pupilla messaggiera
     111Qualche Ninfa a lei n’andrà:
Molto a lei dell’agil; fianco,
     Del crin bruno, e del sen bianco
     114Ma non tutto dir saprà.
In fin quella veder dei
     Gran Città, che gli alti Dei
     117Sopra l’acque collocare
E fe’ lei cento eccelse molr
     Di Teatri al Mondo soli,
     120E di Templi torreggiare.
Qual più brami in Mare, e in Terra
     Al tuo sguardo si diserra
     123Doppio comodo sentier:
Ma tu tienti, a quel, che snella
     Fender vedi Navicella
     126Di sagace Gondolier.
Fra lietissimi pensieri,
     Sopra i morbidi origlieri
     129Posa il fianco, e in giro va:
E Palagi vedrai starsi
     Sopra l’onde, e quelle farsi
     132Terso specchio a lor beltà.
Che fia poi qualor velato

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     Vedrai d’ostro il gran Senato
     135L’ampia Sala riempir:
E la prisca di Quirino
     Gloria in esso, e il bel Latino
     138Chiaro Genio rifiorir?
Ma già lieta ecco s’appresta
     A condur qui gioia, e festa
     141La stagione del Piacer.
Giovinetta, che di rose
     Flagel siringe, e le noiose
     144Cure fuga, e i rei pensièr.
Mascheretta a lei non manca,
     Ch’arte industre in sottil bianca
     147Cera involse, e figurò:
Pronte ha quante adorne e belle
     Di vestir fogge novelle
     150Francia altera a noi mandò.
Calzan già gli aurei coturni
     Lieti Drammi nè notturni
     153Ozi usali a risuonar:
Già gli amanti, come vuole
     Liberta, che seco ir suole
     156Riconsigliansi d’amar.
Deh quai candidi ed onesti
     Piacer preganti, che a questi
     159Dolci lidi volga il pie!
Bei contenti, e bei diporti
     Della vita son conforti:
     162Senza lor bella non è.
Vieni, Aglauro, e qui disvela
     Que’ due lumi, ove si cela
     165Amor quale in Ciel si sta:
Vieni, e godi; fuggon l’ore,
     E nemica empia d’Amore
     168Ratto vien la curva età.