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Cesare II

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I.

— Come suoni bene, Emilia, stasera!

Queste parole escivano con un sospiro dalle labbra di un bel giovane di ventidue anni, che stava appoggiato allo spigolo del pianoforte, davanti al quale sedeva una fanciulla di diciassette.

— Bellino! esclamò questa con risentimento comico, interrompendo il valzer che andava strimpellando alla peggio. Chi ti dà il diritto di canzonarmi? Vantati della tua prosa, vah!

— La mia prosa è cattiva, lo so, lo dice il signor Arturo e tanto basta. Ma questo non ha importanza. Se tu mi volessi bene saresti come me, che trovo sempre bello quello che tu fai, e mi diverto anche alla tua musica. [p. 6 modifica]

— Già! anche quando stono.

E Emilia lasciò il suo tormentato istrumento e s’avvicinò alla finestra come se fosse stata in collera, in realtà per nascondere un’interna inquietudine.

Cesare fece altrettanto, e rimasero tutti e due in silenzio a guardare le onde del mare che quasi lambivano il muro della casa.

Sembrerà strano questo passaggio repentino dalla scherzo alla meditazione; ma, da una parte, lo spettacolo che si presentava ai loro sguardi dalla finestra aperta, era di quelli che impongono l’ammirazione e scuotono l’anima; dall’altra, a quell’età le sensazioni sono ancora rapide e improvvise quasi come nell’infanzia, e il riso e il pianto s’avvicendano con singolare sollecitudine.

Il sole era tramontato da qualche ora; le stelle brillavano sul cupo etere notturno; lunghe ondate maestose venivano a frangersi contro la piccola diga, con quel rumore triste e monotono, che solo conosce chi ha vissuto in riva al mare. La luna non doveva levarsi che tardi, e il mare era scuro. Ma tanto più vi spiccavano le bianche creste delle onde spumanti.

Alcuni bastimenti s’incamminavano verso il porto [p. 7 modifica]detto il Porto alle Rose, e tre o quattro bragozzi, dalle vele gialle o rossastre, partivano per la pesca.

Il fanale del faro brillava come una stella sulla Punta di Salvore; ma la cittadetta giaceva nelle tenebre. Poichè, l’illuminazione facendosi a olio, nelle sere in cui doveva sorgere la luna, foss’anche a mezzanotte, il Comune si permetteva questa piccola economia, di lasciare i cittadini al buio, cercare il loro cammino al lume delle stelle o al riverbero dei loro sigari accesi.

Ma i cittadini non s’avvilivano per così poco eccetto quelli che preferivano starsene chiusi in casa o alla bottega di caffè, essi erano tutti sulla piccola diga o sul molo, per respirarvi la fresca brezza marina; senza darsi alcun pensiero dell’illuminazione sospesa, nè del Comune, nè del puzzo d’acciughe che mandavano le reti stese sui pali affinchè asciugassero, le barchette legate agli anelli di ferro del molo, e i banchi sudici della vicina pescheria.

I pensieri dei nostri due giovani intanto, erano piú che mai lontani da queste piccole miserie della terra, e dai suoi meschini abitanti. Essi vagavano in mondi migliori. I loro sguardi percorrevano, di stella in stella, le vie del cielo; e i loro cuori [p. 8 modifica]sussultavano agitati da un senso misterioso di voluttà. Più che pensare, la fanciulla s’abbandonava a quella corrente di sensazioni vaghe e dolcissime, mentre negli occhi del giovane s’accendeva un pensiero più forte e risoluto.

Quella sera era una data memorabile; compiva l’anno dopo la battaglia di Solferino: era il 24 giugno 1860.

Garibaldi era già sbarcato in Sicilia.

— Che ne diresti se partissi? domandò Cesare.

— Partire? e per dove? chiese questa a sua volta.

— Per dove? per la Sicilia, s’intende.

Seguì un’altra pausa. Emilia meditava su questo nuovo tema, e Cesare pareva attendere con ansietà una risposta.

— Per me, disse finalmente la fanciulla, se fossi un uomo sarei già partito da un pezzo. Ma trattandosi di te, penso al dolore che ne avrebbe tua madre, e alla collera del nonno.

— Gli è un anno e più che ci penso, e ho vergogna della mia esitazione. Mia madre avrà un gran dispiacere, lo so, ma infine dovrà compatirmi; quanto al nonno, una collera più, una collera meno, non me ne incarico, come dicono i Napolitani! Penso a te piuttosto. [p. 9 modifica]

— A me, Cesare! Io non sono che tua cugina.

— Non tormentarmi, Emilia. È impossibile che tu non m’abbia scrutato nel cuore. E poi, non te l’ho detto forse? Non hai viste le parole che ho scritto nel tuo album oggi? Sì, le hai lette.

— - Finalmente, ecco un giorno felice! —

— E, te lo dico davvero, mi sentivo proprio felice quando sono arrivato stamani: l'idea di restare tutta la giornata con te, in casa tua, m’inebbriava; mi pareva impossibile che tutte queste ore dovessero passare senza portare un cambiamento decisivo nella mia vita, mi pareva..... e invece nulla! proruppe il giovane interrompendosi e scuotendo con un rapido movimento del capo i folti riccioli che gli erano scesi sulla fronte: la giornata è passata sterilmente, senza mutar nulla, senza chiarir nulla, anzi imprimendomi sempre più fortemente in cuore il convincimento che tu non mi ami, Emilia, che non sono degno di te.

La ragazza lo ascoltava in silenzio; ma, a giudicare dal rossore delle sue guancie e dall’abbattimento dello sguardo, pareva che quelle parole le facessero pena.

E ora, prima d’inoltrarmi di più col racconto, che il lettore mi permetta di dirgli due parole circa [p. 10 modifica]l’aspetto esteriore e il carattere di Emilia e di suo cugino.

Al morale Emilia era ciò che, nelle piccole città di provincia, si suol chiamare ancora una ragazza romantica; al fisico, una bella creatura, nè grande nè piccola, dai capelli castani e dagli occhi azzurri, pieni d’espressione e di foco.

Una ragazza romantica.

Che terribile rimprovero è questo in bocca a una congrega di donnaccole, nobili e plebee, che non hanno mai veduto più in là del loro naso, nè si son mai lasciate turbar lo stomaco da un’idea straniera al loro materiale interesse.

Una ragazza che preferisce la lettura d’un buon libro alle loro conversazioni scipite; magari Dio capace di scrivere una lettera di quattro pagine senza spropositi, di leggere Dante con più piacere del giornale della moda e di trovare una notte stellata più bella dei loro salotti illuminati.

Una capricciosa che, trattandosi d’un giovanotto ha il ticchio di dar più importanza alla sua maniera di pensare che al taglio de’ suoi abiti, e ti preferisce un uomo colto e gentile, sprovvisto di beni materiali, a un crasso ignorante col correttivo [p. 11 modifica]di vasti possedimenti! Che volete sperare da una creatura simile?

— È una romantica e finirà male, dicono le buone donne e gli uomini saggi.

E di solito, a meno che l’attrito grossolano in mezzo a cui vivono, e la mancanza di corrispondenza intellettuale, non ne faccian giustizia prostrandole, finiscono quasi sempre male queste povere anime contrariate nei loro gusti, derise, calunniate, e segnate a dito dall’implacabile ferocità provinciale e borghese.

Nate col sentimento inconscio di qualcosa di più a chiudere tutte le loro speranze di felicità nella soddisfazione grossolana dei bisogni materiali, e di meschine ambizioni. Hanno un ideale diverso, e vorrebbero concretarlo; ma non sanno come. Però si struggono in un malcontento che le rende ridicole agli occhi della folla ben pasciuta e profondamente soddisfatta di sè medesima, e spesso le condanna alla solitudine e alla sterilità.

Quanto a Cesare, bellissimo d’aspetto, egli aveva tutta la delicatezza della classe aristocratica cui apparteneva, meno la cascaggine. L’aria dei boschi e la vita libera gli [p. 12 modifica]avevano inrobustita la fibra. Di carattere superficiale, d’indole leggera, di mente aperta, ma non profonda, Cesare sentiva la superiorità di sua cugina e ne desiderava l’amore, forse più per vanità che per affetto vero. Ma forse appunto per questa mancanza di vero affetto egli non sapeva imporsi a lei, nè ispirarle quel sentimento di rispetto e di confidenza che Emilia stimava necessario alla felicità sognata.

— Mi fai dispiacere parlando così, rispose lei finalmente, e fece per ritirare la mano ch’egli le aveva presa. Sai che ti ho voluto sempre bene e che te ne vorrò sempre. Felice quando ti veggo; lieta ogni volta che ricevo una tua lettera affettuosa, non so però disperarmi della tua assenza; e questo stato dell’animo mio paragonato alle tue ansietà mi fa pensare che veramente una differenza essenziale ci ha a essere nella nostra maniera di volerci bene, o che il mio cuore è fatto diversamente del tuo....

— La differenza sta in ciò, che io ti amo e tu no, disse Cesare crollando mestamente il capo. Altro è amar d’amore, altro è voler bene. Dio voglia che non ti veda amar altri! Il signor Arturo ti fa la corte e tuo zio lo vede assai di buon occhio.

— Puoi supporre ch’io arrivi mai a amare il [p. 13 modifica]signor Arturo? esclamò la ragazza metà in collera e metà ridendo, tanto le pareva buffa l’idea. È un pedante intollerabile e nello stesso tempo uno zotico. Senti questa, fresca fresca di ieri, che ti farà ridere. Eravamo in giardino con zio Luigi che fumava la sua pipa e leggeva i giornali. Io annaffiavo i miei fiori e il signor Arturo me ne voleva spiegare il linguaggio secondo un suo sistema particolare.

— Vede questa gaggìa, mi disse, che china il capo verso quella verbena? È l’immagine d’un uomo serio innamorato d’una fanciulla che finge di non comprenderlo. — Vede quel tulipano? gli rispos’io di rimando. È l'immagine d’un pedante vanaglorioso come lei....

Non gliel' avessi mai detto! Andò sulle furie e s’assise indispettito sopra una panchina, nascondendo il capo tra le mani.

Io seguitai a annaffiare i miei fiori, guardandolo però di sottecchi. All’atteggiamento mi pareva che piangesse. A dirla ci avevo un po’ di dispiacere, perchè, in fondo, cattivo non è. Feci un’altra giratina e me gli trovai di faccia.... indovina un po’ il che faceva?

— Non saprei; ripeteva le regole della grammatica? disse Cesare tra l’agro e il dolce. [p. 14 modifica]

— Ohibò! dormiva. Risi da me, da me, e scappai via.

— Non c’è male, sarebbe un buon marito, non si può negarlo: le dispute matrimoniali lo farebbero ingrassare.

— L’ha detto anche mio zio! Ma io non lo intendo così un buon marito. Io voglio rispettarlo e che mi rispetti, se devo maritarmi una volta. Il giorno che la sua condotta mi forzasse a considerarlo come un uomo qualunque, sarebbe l’ultimo ch’io passerei con lui.

— Sei terribile Emilia! Le tue idee mi sgomentano; eppure, ti amo così profondamente che il mio amore dovrebbe bastare a farti felice se tu lo comprendessi.

A questo punto, fosse la convinzione con cui Cesare parlava, o la poesia affascinante di una notte d’estate in riva al mare, Emilia parve commossa, e forse stava per dirgli qualche parola più dolce.

Ma quasichè il destino non volesse appagare in nulla il desiderio del giovane, appunto in quel momento entrò nella stanza il signor Luigi, loro zio comune, colla sua inseparabile pipa, e il non meno inseparabile pedante.

Il signor Luigi era un uomo di settantacinque anni, un po’ sordo e pieno d’acciacchi, il quale con [p. 15 modifica]tutto questo, quand’era di buon umore, sapeva ancora aver dello spirito. Ai suoi bei tempi aveva fatto la delizia di quella corte milanese di Napoleonidi, di cui le nostre nonne e bisnonne serbarono così dolce ricordo.

Colla caduta del Regno d’Italia egli s’era ritirato dalla vita politica come molti altri e viveva in quella piccola città dell’Istria. Fumava continuamente, cioè dire, teneva la pipa in bocca, poiché la più parte del tempo era spenta, e consumava almeno una scatola di fiammiferi il giorno.

Adorava Voltaire e mandava al diavolo il papa: sagrava e attaccava moccoli come un becero fiorentino; e nello stesso tempo, se in quel paesucolo ti calava giù un personaggio della imperiale famiglia, o altro pezzo grosso, non c’era fra tutto il rispettabile nobilume altro che lui cui venisse fatto di presentarsi a modo.

L’anno avanti, allorché Napoleone III era venuto in Lombardia per aiutare l’Italia a liberarsi dallo straniero, il vecchietto s’era sentito ringarzullire; non già che gli premesse molto della riabilitazione della patria comune; queste, per lui, erano fisime che non lo toccavano affatto: il suo entusiasmo era tutto quanto per i Francesi i quali [p. 16 modifica]venivano finalmente a dare le batoste all’Austria. Degl’Italiani non gliene importava proprio nè punto nè poco; troppo si ricordava del quarontotto! Allora avevano gridato viva a Pio IX, s’erano immaginati di far qualche cosa senza la Francia, anzi contro la Francia, come se la Francia non fosse il sole del mondo, e che il sole non dovesse un giorno o l’altro cacciar via i nuvoloni che gli danno noia. Scoppiassero!

Quanto a lui, non potevano accusarlo d’aver mutato, questo no, per Iddio! Gli era accaduto come a molti uomini politici di tutti i tempi, allorché si ritirano presto dagli affari; pensava che il mondo si fosse arrestato al momento preciso del suo ritiro e non si fosse mosso più.

Delle nuove idee non si curava, o meglio le ignorava assolutamente, tanto era rimasto fedele alle vecchie. Le giovani generazioni gli parevano come l’erba novellina; buona tutto al più a essere mietuta. Nella sua mente non esisteva che una Francia e una famiglia di Napoleondí, i quali finalmente si svegliavano dal lungo sonno per dare addosso all’Austria. E con essi si svegliava anche lui. Il resto era pazzia.

Immaginate come rimanesse alla pace di Villafranca. [p. 17 modifica]

Un grande rivolgimento successe nell’animo suo: le speranze si fransero, i giudizj si capovolsero.

Napoleone III non era più che un vigliacco miserabile, indegno del nome che portava: forse un bastardo.

Avere avuta l’Austria sotto l’ugna non volerla finire! Che, si poteva immaginare una peggiore indegnità?

Da quel momento egli s’era rinchiuso un’altra volta in sè stesso, e, fuori del suo carissimo Arturo, una nullità imbottita di vento che gli dava sempre ragione, non voleva veder nessuno.

Il signor Arturo era una maniera di Tartuffo in sessantaquattresimo, più la buaggine. Annaspava la quarantina; ma si teneva tutto attilato e impettito, come un giovanetto di primo pelo. Faccia insulsa, occhi piccioletti e quasi sempre rossi dal molto bere, non sapeva stare zitto un momento, e se mai si chetava, vuol dire che aveva voglia di addormentarsi sopra la seggiola.

Così era fatto il secondo adoratore di Emilia, uomo che lo zio proteggeva, che destava qualche volta la gelosia di Cesare, e che la ragazza chiamava piacevolmente il pedante.

Con l’arrivo di questi due personaggi la [p. 18 modifica]conversazione volse al sodo: si parlò di politica; non già degli affari di Sicilia — il signor Luigi non voleva saperne, ma di politica in genere, di lingua e grammatica, e poi di bachi da seta e d’altri arzigogoli. Emilia tornò al piano, Cesare dopo una mezz’ora s’accomiatò, e così finì la serata.