Capitolo XIX

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XVIII XX

Noncuranza della morte. - Teorie dei materialisti. Ragionamenti sull’immortalità dell’anima.

Resta una quarta causa che più delle altre questa misera età conturba e tormenta, voglio dire la vicinanza della morte, che certamente non può tardar molto a battere alla porta della vecchiezza.

Ben poco sarebbe da compiangere quel vecchio che passata una lunga vita, non gli bastasse l’animo di disprezzare la morte! Della quale, o non debbe tener conto, se l’anima interamente si spegne, o desiderarla se per essa, sciolta dai terreni legami, spazia nell’eternità. Certamente fuori di questo dilemma, non avvi altra via.

Perché dunque temere, se morto, o avrò finito d’essere sensibile, o ben anco posso andare alla volta della felicità?

Infatti non è forse presuntuoso quell’uomo, per quanto giovine sia, il quale nel mattino vantasi di sapere che sarà tuttora vivente la sera? Poiché nella giovanile età più frequenti sono che nella nostra i pericoli della vita. I giovinetti vengono colti più facilmente dalle malattie; le soffrono più gravi, e ne risanano con maggior difficoltà. Laonde assai pochi fra essi arrivano alla vecchiezza. E volesse pure Iddio che molti la toccassero, chè gli affari della repubblica procederebbero con regola migliore. Il senno, la ragione, la fermezza essendo consueto retaggio degli uomini attempati, se questi mancassero, cadrebbe nel disordine ogni buon governo civile.

Ma ritorno all’idea della morte imminente. - Perché far carico alla vecchiezza d’un funesto accidente, comune alla stessa adolescenza? La perdita dall’ottimo figlio mio, quella de’ tuoi fratelli che avevano la prospettiva de’ primi onori, è pur troppo la prova, o Scipione, che la morte non rispetta differenza d’età.

Ma la speranza di lunga vita che risplende al giovinetto, manca al vecchio. - Speranza malintesa, dicono taluni. Calcola da sconsigliato chi tiene per vero ciò che è falso, e per certo ciò che non è. - Certamente, osservo, il vecchio non può sperar nulla; trovasi però a migliori condizioni del giovinetto perché già ottenne ciò che l’altro aspetta tuttora. Questi anela di vivere la lunga età, che dall’altro fu già vissuta.

Del resto puossi ella, Dio buono! chiamar lunga l’umana vita? Mi si conceda pure la vita più durevole che mai si possa immaginare. Vivrò gli anni di Argantonio Re di Tartesso il quale, secondo la storia, regnò ottant’anni e centoventi ne visse.

Tuttavia non conviene, a mia opinione, stabilire siccome regola generale ciò che è meramente effetto del caso. Per l’uomo che arrivi a quell’estremo termine, tutto il tempo trascorso, è zero; non d’altro gli si tien conto fuorché del frutto di sue virtù, e buone azioni.

Sfuggono le ore, i giorni, i mesi, gli anni, non più ritorna il tempo passato e l’avvenire è ignoto. Ciascuno ha dovere di essere pago della durata della propria vita. Nella stessa guisa che poco importa se l’attore rimane sulla scena fino al termine della commedia, bastando per fargli plauso che reciti bene quando si mostra agli spettatori; così pure il saggio non ha bisogno di vivere fino all’ultimo termine dell’età affinché ottengano approvazione le proprie azioni. Per breve che sia la vita è sempre lunga abbastanza per chi sa vivere bene e onestamente. E perché arriva ad un’età avanzata, l’uomo non ha diritto di lagnarsene più dell’agricoltore, il quale lamenti perché dopo la florida primavera e la state, succedono l’autunno e il rigido verno. La prima è immagine della gioventù e i venturi frutti prepara; nell’altre stagioni poi si colgono e vengono assaporati. Il prezioso frutto della vecchiezza è dunque riposto, soffrite che io lo ripeta, nella memoria delle frequenti e nobili imprese operate.

Dovendo, parmi, accogliersi in buona parte tutto ciò che avviene secondo l’ordine di natura, avvi mai cosa più ad essa consentanea che gli uomini d’età più remota sieno da morte colpiti, quando i giovani medesimi soccombono ripugnante per essi la stessa natura?

Laonde il morire dei giovani rassomiglia a fiamma sommersa all’improvviso nella piena dell’acque, e invece la vita manca nei vecchi, siccome fuoco, consumata l’esca, di per sé a poco a poco si estingue.

In quella guisa che è d’uopo adoperare la forza per divellere dal ramo il frutto ancora acerbo, il quale se fosse arrivato a maturanza cadrebbe da sé, così nella gioventù è violento il disgiungersi della vita, e ne’ vecchi avviene per maturità.

Del quale pensiero essendomi fatta piacevole abitudine, quanto più m’innoltro verso il limite della terrena carriera, mi sembra quasi di ravvisare la spiaggia, ed arrivare in porto tranquillo, dopo lunga e procellosa navigazione.