Capitolo X

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IX XI

Personaggi che condussero robusta vecchiezza.

Nei poemi di Omero avrete certamente letto di Nestore eterno panegirista de’ propri meriti. Toccando egli pressoche novant’anni, non ebbe a temere, grazie alla schiettezza con cui parlò di sé medesimo, di venir giudicato ciarlone esagerato e millantatore. Narra Omero che la parola scorrevagli sulle labbra più dolce del miele, né a condirla di tanta soavità avea mestieri di fisica forza. Tuttavia dalle labbra del supremo condottiero de’ Greci non esce mai il voto che dieci Aiaci sieno da anteporsi a dieci Nestori. Se questi ei possedesse non dubiterebbe della prossima espugnazione di Troia.

Ma ripiglio il discorso per dirvi che giunto all’anno ottantesimoquarto, vorrei pure sapermene dar vanto come faceva Ciro; ma non posso dissimularvi che le mie forze sono di gran lunga minori che non fossero quando milite feci la guerra cartaginese e nella medesima campagna ottenni la carica di Questore; o Console mi trattenni nella Spagna, e quattr’anni dopo, allorché, Tribuno militare, presi parte al combattimento presso le Termopili, sotto il Consolato di M. Acilio Glabrio. Malgrado li gravi sofferti disagi, la vecchiezza, con i lo vedete, non mi snervò completamente, né sono affranto dalle infermità, e il foro, il tribunale, gli amici, i clienti, gli ospiti non si lagnano certo che io manchi d’attività.

Non sarò mai per approvare quel vecchio proverbio che dice: non farti vecchio troppo tardi, se vuoi campar vecchio lungamente. - Preferirei di passare pochi anni nella vecchiezza, che non avvicinarmela prima del tempo. Ond’è che nessuno venuto da me per affari, ebbe a cogliermi nell’ozio.

Non crediate però che io mi tenga di robustezza pari alla vostra, siccome voi pure conoscete certamente di essere meno vigorosi del Centurione Tito Ponzio. Vanta egli per ciò solo un merito maggiore del vostro? Ponno bastare anche forze moderate, e purché ciascuno faccia né più, né meno di quanto è capace, non potrà mai essere invidioso d’altri. Narrasi che Milone percorresse lo stadio Olimpico portando un bue sulle spalle. Sareste voi ambiziosi di questa gloria materiale, anziché di quella che Pitagora ottenne con il luminoso suo ingegno? Godiamo pure le forze fisiche finché le abbiamo, ma non rimpiangiamole quando ne abbandonano. Altrimenti avverrebbe che giovani lamentassimo la puerizia, e fatti adulti faremmo richiamo all’adolescenza già sfuggita.

L’età procede sempre con passo costante, e natura che batte unica e semplice via, e assegna ciò che spetta ad ogni stagione della vita, comparte all’infante la debilità, ai giovani l’intrepidezza, la perseveranza all’adulto, lasciando ai vecchi la prudenza e il consiglio. E tu stesso, o Scipione, sei in grado di darci contezza del nonagenario Massinissa ospite tuo e dell’avo. Di quell’uomo, che postosi in viaggio a piedi, non prendeva certo una cavalcatura; e se a cavallo, non discendeva per lungo che fosse il cammino, né per gelo o per pioggia coprivasi il capo: di corpo adusto e muscoloso non mancò neppure ai doveri ed al carattere di Re.

Laonde l’esercizio e la temperanza giovano ai vecchi per conservare una parte del pristino vigore.