Capitolo IX

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VIII X

Le forze de’ vecchi sono di altra specie e si fanno amare dai giovani mercé i loro ragionamenti.

Venendo a parlarvi della mancanza di forze, altra delle mende apposte alla vecchiezza, nella mia gravissima età non m’è venuto mai di invidiare il vigore de’ giovani. Io pure, nel fiore degli anni, pago della mia, non mi sono mai sentito umiliato davanti alla possanza muscolare del toro e dell’elefante. Il savio è soddisfatto dei mezzi che ha e li impiega tutti ad ottenere l’intento.

Come si mostrò dappoco e spregevole quel Milione di Crotone, il quale reso cadente per età, allo spettacolo degli atleti nella palestra, mirando con occhi pieni di lagrime i muscoli del proprio braccio, - e questi, disse, non valgono più a nulla! - E tu assai meno di essi, vecchio stolido, perché non ti bastò l’animo di crearti un nome con l’ingegno e quel poco di celebrità te la diedero le spalle e il nerbo del tuo braccio. Assai diversi di cotestui furono Sesto Elio, Tito Coruncanio che vissero in epoca anteriore, e Publio Crasso, mercé i quali le leggi a tutela dei cittadini furono poste in vigore e che fecero prova di maturo senno fino all’ultima età.

Ma, perché dissimularlo? nella vecchiezza pochi sono oratori; mentre a quest’arte non soccorre il solo ingegno; essa ha bisogno di lena e polmoni. Del resto può essere conservata anche nella vecchiezza l’armonia della voce; in qual modo poi non saprei spiegarlo. Essa a me medesimo non venne meno finora, benché molti lustri abbia già contati.

Il discorso dei vecchi è rotondo, placido, maestoso. Con eleganti ed aggraziate frasi, non di rado fermano essi l’attenzione de’ loro uditori. E se le affievolite forze non permettono loro più di arringare nella Curia, hanno almeno la compiacenza che mercé i consigli dati nelle domestiche pareti a giovani generosi del calibro de’ Leli e de’ Scipioni, altri eseguiscano quanto fu da loro proposto. Questi uomini canuti ponno essi trovar compenso più dolce della affezionata gioventù che fa loro onorevole corona? Ho motivo di credere Gneo e Publio Scipinone e i tuoi due avi Lucio Emilio e Publio Africano ebbero vaghezza di vivere nel consorzio di nobili giovani. Ciò prova non doversi stimare meno felici coloro che sono maestri di dottrina, per ciò solo che consumarono il vigore con l’età. La fisica debolezza frequenti volte è colpa dei vizi della gioventù, anziché degli acciacchi della vecchiezza. Una adolescenza disordinata e lasciva rende il corpo snervato e cadente nell’età senile. Leggesi in Senofonte d’un discorso tenuto dal Re Ciro a vicino a morte, nel quale afferma di non essersi avveduto che da vecchio le sue facoltà mentali fossero divenute più deboli che non le avesse in gioventù.

Nella mia fanciullezza ho memoria di Lucio Metello (quattro anni dopo il secondo Consolato venne eletto sommo Pontefice, e non meno di venti anni più tardi copriva ancora quella dignità) che giunto all’estrema vecchiezza era robusto al pari di qualsiasi giovane. Nulla vi dirò sul conto mio, malgrado l’antico uso dei vecchi ai quali si perdona in grazia dell’età.