Capitolo VI

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V VII

La vecchiezza non distoglie l’uomo dai gravi affari.

Il vecchio è dunque distolto dall’incumbere agli affari? Ma da quali per Dio? forse da quelli che hanno bisogno di gioventù e fisico vigore. Ma le forze dei vecchi non sono mai ridotte a tale nullità, che essi non possano supplire con la mente nel governo delle cose, quando le infermità del corpo hanno affievolita la loro energia. Era dunque assolutamente inetto quel Quinto Massimo? Inetto, Lucio Paolo tuo genitore, o Scipione, il quale fu suocero altresi di mio figliuolo, egregia persona? E gli altri vecchi, Fabrizio, Curio, Coruncanio prestando alla Repubblica l’appoggio del loro autorevole consiglio, forse che erano buoni da nulla?

Ed Appio Claudio che non solamente era vecchio, ma cieco, quando il Senato mostrossi propenso alla pace ed all’alleanza con Re Pirro, rimase egli un istante perplesso a biasimarlo con i detti, che Ennio riferisce ne’ seguenti versi:

Senatori, dov’è l’usato senno?
Giudiziosi una volta, or deliranti,

e con altre rampogne dello stesso peso? - A voi quel carme non è cosa nuova. Esiste pure il discorso dello stesso Appio, da lui declamato diecisette anni dopo il suo secondo consolato, essendone già passati dieci fra questo e il primo al quale fu eletto dopo essere stato Censore. Tutto ciò prova quanto ei fosse attempato all’epoca della guerra con Pirro: e tuttavia, come lo attestano i di lui contemporanei, parlò con meraviglioso vigore.

Nulla dunque provano coloro che affermano essere inetta agli affari la vecchiezza. Simili in questa loro opinione a chi giudichi ozioso il pilota, conciossiaché mentre i marinai salgono sugli alberi, alcuni corrono alle sarte lungo i bordi, ed altri vuotano lo scafo dell’acqua, solo sta seduto a poppa immobile, stringendo nella mano il timone. Egli non si affatica come i giovani certamente, ma presta opera assai più essenziale e migliore.

Alle grandi imprese non sono qualità necessarie il vigore, la flessibilità delle membra; ma bensì il senno, la dottrina e l’autorità del comando, doti che la vecchiezza non che scemare, rende complete.

Ed io medesimo che alla volta milite, tribuno, legato, console, sono versato nelle arti della guerra, forse vi sembro ozioso perché non mi vedete a capitanare un esercito? E che perciò, se nel Senato mi faccio a proporre ogni fazione militare, e il modo e il tempo d’operare? Io, con lo sguardo teso sulle puniche frodi, tengo già ordinato il piano della guerra, prima che essa venga bandita a Cartagine; né cesserò mai di dare l’allarme, finché quella città non veda distrutta. Piaccia agli Dei, o Scipione, che sia questa la gloria destinata a te avviato sulle orme dell’avo, il quale, passato da tredici anni, lasciò di sé memoria imperitura.

Noi fummo Consoli assieme, egli però per la seconda volta; e nove anni dopo se ne morì, prima appunto dell’anno in cui io stesso venni eletto a Censore. Fosse egli vissuto cento anni, non avrebbe certamente avuto di che pentirsi per sì lunga vecchiezza! Aveva abbandonato il salto, la corsa, il maneggio del giavellotto e della spada, ma era maestro di esperienza e di senno. - E per tali doti che appartengono di consueto agli uomini attempati, fu dai maggiori nostri il Senato appellato Consiglio della Repubblica. Del pari presso gli Spartani fra i vecchi vengono eletti i supremi magistrati, e perciò appunto col nome di seniori chiamati. Basta il leggere e scorrere le straniere storie, per rinvenirvi ad ogni tratto esempli di grandi repubbliche poste a soqquadro da giovani, da vecchi puntellate e reintegrate nella pristina grandezza.

Giace la patria vostra, un dì possente:
Ditemi or voi, perché cadde sì tosto?

È questa la dimanda che Nevio poeta introduce in una delle sue commedie. E fra le altre osservazioni, sovrasta questa risposta:

Oratori inesperti, stolti, imberbi
Tenner lo Stato e vi dettâr le leggi.

La gioventù pecca per eccessiva temerità; la prudenza appartiene ai vecchi.