Capitolo IV

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III V

Encomio al vecchio Quinto Fabio Massimo.

Io tuttora giovinetto, tenni caro, come mio coetaneo, quel vecchio Q. Fabio Massimo che ricuperò Taranto. In quel personaggio la gravità era temperata dalla cortesia dei modi, né per vecchiezza cambiò costume, benché mi legassi con lui, non ancora toccata l’età senile, comunque fossi abbastanza maturo.

Io era nato da un anno quando otteneva egli il primo suo consolato, e seco lui, allora console per la quarta volta, io giovinetto e semplice milite marciava alla volta di Capua, e poscia a Taranto. Quattro anni dopo venni Questore, la quale carica fu da me esercitata durante il consolato di Tuditano e Cetego nell’anno 549. A quell’epoca, Quinto Fabio già vecchio, propugnava la legge Cincia che vietava agli avvocati di accettar doni e ricompense. Giunto in avanzata età, con ardore virile condusse la guerra, e seppe stancare la focosa baldanza d’Annibale con le studiate lentezze.

Di lui egregiamente scrisse Ennio nostro:

Solo coll’indugiar salva fe’ Roma:
Spregiò i clamori e vincitore in campo
Gloria n’ebbe sicura e assai maggiore!

Quale non fu la destrezza ed alacrità di quel capitano nel ricuperare Taranto? In mia presenza, a Salinatore, il quale abbandonata la fortezza s’era ricoverato nella rocca, e seco lui millantavasi dicendo: "per opera mia, Quinto Fabio, ricuperasti Taranto!" - "Sì, rispose Massimo sorridendo, né l’avrei ripresa giammai, se tu prima non te l’avesti lasciata toglier di mano".

Né meno perito dimostrossi nelle civili che non fosse nelle belliche faccende: fu nel corso del suo secondo consolato, e resistendo alla neghittosa inerzia del collega Spurio Carvilio, che egli, come meglio seppe, fece opposizione a Cajo Flaminio tribuno della plebe, il quale, a scapito dell’autorità del Senato, favoreggiava la legge di scompartimento per capi al popolo delle picene e galliche terre: assunto alla dignità di augure, osava dire che i presagi erano propizi a chi operava a pro della repubblica, avversi sempre per coloro che tentavano di nuocerle.

Non pochi egregi atti mi avvenne di ammirare presso quel personaggio; ma nulla pareggia la fermezza d’animo che mise a sopportare la morte del figlio suo Marco, giovine di chiara rinomanza e già consolare. Leggendo l’orazione funebre ormai nota a tutti, che egli medesimo ne scrisse, gli stessi filosofi ne sembrano assottigliati a meschine proporzioni.

Né grande era solamente al cospetto de’ suoi concittadini, ma più commendevole ancora nelle domestiche pareti. Per eleganza nel dire e sapere, preclaro; nell’archeologia, eruditissimo; profondo nella scienza degli auguri; nelle lettere, siccome conviensi a cittadino romano; perfettamente colto; dotato di prestante memoria, nessun particolare gli riusciva nuovo sì delle guerre intestine, che delle straniere.

Ed io avidamente godeva di conversare con lui, quasi presago di quanto avvenne; mancatomi un maestro di tanta capacità, non mi fu più possibile di rinvenirne l’eguale.