Arabella/Parte terza/5

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V.


La schiava è ripresa


Arabella ringraziò la Colomba e mentre questa avviavasi in cerca del signor Tognino per parlargli del vecchio Berretta, e commuoverlo sullo stato del figliuolo, essa andò a chiedere un asilo a Maria Arundelli.

Attraversò Milano chiaro e splendido nella bella giornata serena e nella frescura lieta del mattino, come una sonnambula che cammina sognando. C’era a meravigliarsi ch’essa sapesse ritrovare le strade; ma la sostenne, la portò, la guidò la medesima forza d’irritazione e di sdegno che l’aveva condotta fuori di casa, una forza che metteva radice in una profonda speranza: la liberazione... Per quanti mali avessero a succedere, nessun male poteva essere più triste del tornar nel dominio brutale e assoluto di un uomo che, non mai come ora, sentiva di non aver mai amato.

Maria Arundelli, moglie a un modesto professore di ginnasio, abitava un quartierino di poche stanze al quarto piano d’una casa nuova sul piazzale di porta Genova. Era una buona ragazzona, figlia d’un [p. 334 modifica]negoziante di carta, di temperamento allegro, di cuore irragionevole e sempre spettinata. La casa, gli allattamenti, il piccolo stipendio, i crucci e la tribolazione delle serve non riuscivano a toglierle la voglia di ridere e di voler bene alla vita, che natura le aveva dato abbondante, sana e pacifica.

Maria Arundelli aveva seguito con interesse il matrimonio della sua compagna di collegio, lieta di ritrovare nell’Arabella Pianelli, che a Cremenno chiamavano la maestrina, una buona relazione e un’amica che non avrebbe badato troppo all’etichetta delle visite e dei ricevimenti. Capì subito che la poveretta non era molto felice. Quando seppe del brutto accidente capitatole sulla pubblica strada, corse a trovarla e raccolse delle confessioni che le strinsero il cuore. La visita improvvisa dell’Augusta a sera tarda e le mille parole che in tre minuti la veneta pronunciò sulla soglia dell’uscio, l’avevano messa sossopra. Non potè dormire la notte e già si preparava a uscir di casa per aver delle notizie, quando Arabella, bianca come una morta, le comparve davanti.

Le due compagne di scuola si abbracciarono senza parlare, senza piangere.

— Vieni, la mia povera tosa: contami questa storia.

— Sarei venuta fin da ieri, ma ho avuto paura. Ti disturbo?

— Niente affatto, Giorgio ha approfittato del giovedì e della bella giornata per condurre la bambina dalla nonna in campagna, non ci siamo che io e Napo; anzi se permetti sento che piange, vado a prenderlo, perchè è la sua ora.

Maria lasciò Arabella nel piccolo salotto e tornò [p. 335 modifica]col suo grasso bambino, che usciva dalle fascie come una castagna matura dal riccio. Siccome il bimbo, non abituato a sentire che i suoi bisogni, non cessava dallo strillare, la mamma, per farlo tacere, sbottonò in fretta il giubboncello di lana e gli porse la poppa, sedendo vicino alla compagna che pareva irrigidita dal freddo e dal patimento.

— È vero quel che mi ha detto ieri sera la tua cameriera?

Arabella raccontò in poche parole fredde e senza lagrime la scena della sera.

— E ora che intendi di fare? separarti da tuo marito?

— Sì.

— Proprio davvero? pensaci. È sempre una disgrazia. Hai già scritto a tua madre?

— Non ancora. Vorrei sentire prima il tuo consiglio. Per me, oggi, non c’è che un consiglio buono.

— Povera Arabella! chi te l’avrebbe detto a Cremenno? Una separazione, sta bene; ma poi, dimmi, vuoi tornare nella tua famiglia? lo puoi?

— No, in famiglia no. Non voglio essere più di peso a nessuno.

— Hai tu abbastanza da vivere?

— Nulla, sai bene.

— È vero che tuo marito, in ogni modo, ha l’obbligo di concorrere...

— Non voglio nulla da quella gente. Piuttosto la fame.

— Caro il mio angelo, anche la fame è una brutta cosa.

— Non è la peggiore...

— Tu sei giustamente irritata e parli come sente [p. 336 modifica]il cuore; ma il cuore non è soltanto lui il padrone di casa. Vediamo un po’ di ragionare sul caso tuo. Tu non vuoi tornare in famiglia, non vuoi accettare nulla da tuo marito, non puoi bussare più alla porta delle monache...

A questo punto fu picchiato all’uscio. Maria, interrompendo la dolorosa argomentazione, soggiunse:

— Scusa, dev’essere la mia nuova donna di servizio. Me l’hanno mandata ieri da Pallanza e non distingue il dritto dal rovescio d’un padellino. Ci vuole una pazienza!... Mi tieni un istante il piccino?

Maria collocò il bamboccio roseo e trasudato come se lo distaccò dal seno sui ginocchi di Arabella, e, trottolando coi grossi fianchi, corse a vedere quella benedetta ragazza.

Arabella sollevò il bimbo mal fasciato che sgambettava, guardandola coll’occhio largo e beato dell’uomo soddisfatto, strabuzzando la boccuccia sotto gli sforzi della digestione. Quando ebbe digerito, fece un sorrisetto che illuminò la sua faccia di galantuomo senza denti, ma non trovò nessuna corrispondenza da parte della bella signora.

Si sarebbe detto, al modo con cui Arabella stava a guardarlo, coll’occhio fisso e metallico, che le fosse antipatico o che provasse del dispetto a stare con lui.

— Tu non puoi bussare all’uscio delle monache — riprese Maria ritornando — e non puoi andare a fare la serva.

— Tu puoi aiutarmi.

— Come posso aiutarti?

— Tua sorella Clementina è ancora direttrice dell’Ospedale dell’Annunciata a Genova.

— Non è più direttrice, perchè l’hanno nominata [p. 337 modifica]madre superiore; ma l’Ospedale dipende ancora da lei. Dopo l’arcivescovo è la prima autorità ecclesiastica della città; la chiaman la papessa. Ma tu non hai voglia di ridere, povero cuore. Ebbene che possiamo fare per te?

— Quelle buone monache non hanno in Genova una casa di rifugio?

— Hanno infatti un rifugio per i vecchi e per le miserie che nessuno riceve.

— Dunque troverò anch’io un rifugio.

— Che pensi, che cosa dici? va via, andiamo... — esclamò in tono di rimprovero Maria Arundelli, stringendosi al petto il suo marmocchio.

— Maria, se anche tu mi abbandoni...

— Io non ti abbandono, ma tu adesso sei alterata dal dolore e parli a sproposito. Ti aiuterò certamente, ma non mi pare il caso di avvilirsi a questo modo e di disperare della Provvidenza.

— Non nominare la Provvidenza. Sapessi, Maria, quante volte fui sul punto di negare questa Provvidenza che ci hanno insegnato a invocare nelle nostre necessità. Che cosa ha fatto Dio per me dal giorno che sono venuta al mondo? quando ho avuto un giorno di gioia serena e intera? Da bambina ho sofferto spaventi e strazi di cuore, che mi spaventano ancora e mi fanno trasalire la notte quando mi addormento male. Tu la sai la mia storia. Ho fin patito la fame... Ho chiesto a Dio di poter abbandonare il mondo, e mi hanno risposto che il dovere era di restarci. Ebbene, che cosa ho guadagnato dal mio sacrificar tutto, vocazione, simpatie e fin la mia creatura? e chi ha guadagnato almeno per conto mio? nessuno. Io non ho cambiato nulla, non ho [p. 338 modifica]migliorato nulla, il fango è rimasto fango, anzi il fango è cresciuto intorno a me e invece d’amore, vedi, non ho raccolto che oltraggi, odio, tradimento. No, Maria, no: non ne posso più. Non ho più forza per resistere all’onda di questi mali. Se finora ho vissuto inutilmente per gli altri, è tempo ch’io cominci a vivere non inutilmente per me, perchè (e Arabella nel dir queste parole alzò il capo con qualche fierezza) con questo veleno nel cuore io non posso piacere a Dio e non è con questa disperazione, che mi soffoca anima e respiro, ch’io potrò meritarmi il suo perdono. Se io resto ancora un giorno nella compagnia di questa gente, la disperazione, Maria, potrebbe montare dal cuore alla testa e allora c’è la pazzia, mia cara, c’è qualche cosa di peggio...

La figlia del povero Cesarino Pianelli si attaccò con una forza nervosa al braccio dell’amica, come per sostenersi contro un pericolo nei dibattiti convulsi del suo dolore. Chinò la testa: da accesa divenne di nuovo pallidissima e mormorò come se parlasse a se stessa:

— Non ho mai compatito tanto il mio povero papà come in questi giorni...

— O Madonna, tu le perdona perchè non sa quel che dice... — interruppe vivamente la buona e devota Maria, coprendo colle braccia il bambino, perchè non sentisse le brutte parole.

— Provassi! ci son dei momenti in cui pare così necessario e così bello il morire...

— Tu sei malata, la mia figliuola — gridò la povera Maria: — tu non pensi, tu non le senti le cose che dici. Scriverò subito a mia sorella, se ciò può farti un po’ di bene.

[p. 339 modifica]— Dille che son disposta a tutto: a far scuola, a servire malati, a rattoppare dei cenci, a tutto, purchè sia in un luogo dove possa dimenticare quella che sono stata.

— Io farò quello che vuoi, ma promettimi che non dirai più cose spaventose. Tu mi hai fatto piangere anche Napo — Non piangere così, Napo... — prese a cantarellare al bimbo che strillava per conto suo — non ha detto sul serio la zia Arabella. Adesso l’hanno fatta soffrire ed è molto malata. Quando diverrai grande capirai anche tu, Napo, che cosa voglia dire soffrire. Anche tu ti troverai in mezzo a un mondo di tormentatori e di tormentati, ma non ti piacerà far piangere la gente, vero, Napo?

Sentendo che essa stessa non sapeva più resistere alla commozione, la buona Maria si portò il suo bimbo alla bocca, in atto di divorarlo, e soffocò i singhiozzi, asciugando alle carni molli le grosse lagrime, ripetendo la cantilena dell’Ara, bell’Ara, mentre Arabella stringevasi e contorcevasi come una foglia secca nel gelo della sua tristezza.

— Promettimi che non farai piangere nessuno — seguitò la mamma cullando il bambino stretto sulla faccia — e se gli altri faranno piangere te, vieni sempre dalla tua mamma, ve’, Napo: io ti beverò le lagrime, io mi piglierò i tuoi dolori, ma non maledire mai il giorno in cui ti ho messo al mondo, la mia creatura; non far questo torto alla povera tua mamma, che t’ha messo al mondo con tanti dolori e con tanta gioia. Tu non hai sentito quel che ha detto la zia Ara: non credere alle sue parole. Essa è troppo buona e troppo intelligente per ammettere che i cattivi all’ultimo abbiano a vincerla sui buoni. [p. 340 modifica]Essa non vede che il male in questo momento, e non ricorda tutto il bene che ha ricevuto nella sua vita e quel tesoro di beni che la facevano a scuola un modello di virtù, di buon esempio, di talento, di grazia, il tesorino delle maestre, la delizia delle sue compagne. Essa non ricorda il bene che ha ricevuto dal suo benefattore e il bene che gli ha fatto, salvandolo dalla rovina e dalla disperazione. Essa non fa nessun conto del bene che le vogliamo noi, io e te, Napo, per esempio, e parla di voler morire, così, come se non le importasse nulla di chi le vuol bene...

Arabella cadde in ginocchio e si appoggiò all’amica per chiederle perdono: ma non potè pronunciare una parola. I suoi occhi non davan lagrime e portavano dentro una forte risoluzione. Essa chiedeva perdono all’amica, ma lasciava capire che avrebbe combattuto per la difesa della sua dignità.


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L’uscio in quel momento si aprì e dietro alla ragazza di servizio comparve la Colomba. Questa alla sua volta, volgendosi, fece l’atto di presentare qualcuno, che le teneva dietro, dicendo:

— Guardi chi ho condotto con me.

E subito dopo, Arabella vide entrare la sua mamma.

Il signor Tognino aveva mandato a pigliarla fin dalle prime ore della mattina. In casa Maccagno essa s’era incontrata colla Colomba, che veniva a implorare misericordia per il Berretta, per Ferruccio, per sè, per i vivi e per i morti. Questa potè dire ove si trovava Arabella, e si offrì di accompagnarla.

Arabella le andò incontro con un sorriso addoloratissimo, [p. 341 modifica]e stringendole le mani nelle mani, con uno stiramento convulso dei muscoli, non seppe balbettare che il nome di... mamma.

Mamma Beatrice, ansante per le scale fatte in fretta e per l’emozione, si lasciò cadere sul divano, e facendo sedere la figliuola, aspettò che questa parlasse per la prima.

La Colomba e Maria sedettero sulle poltroncine davanti. Nessuna osava rompere il silenzio e tutte avevan gli occhi su Arabella. Parevano donne convenute nella casa d’un morto a piangere.

Fu la Colomba la prima a rompere il silenzio. Raccontò la sua meraviglia, quando s’era vista comparire la sora Arabella in casa con un tempo disperato; raccontò la visita fatta al sor Tognino e come costui l’avesse ricevuta bene, e avesse dichiarato di esser disposto a ritirare la denuncia contro il Berretta, purchè Arabella tornasse a casa e si perdonasse un poco da tutte le parti. Così stando le cose, alla Colomba non pareva il caso per il momento di irritare il sor Tognino, considerando che c’erano in lui delle buone disposizioni, e per conto suo veniva a pregare la buona sora Arabella ad aver dell’indulgenza anche lei per riguardo a un povero vecchio, che marciva in una prigione, per pietà di un povero giovine malato. Non c’era tempo da perdere: si fa presto a morire. La sora Arabella aveva visto in che stato giaceva il figliuolo: orbene essa aveva già dato a Ferruccio delle lusinghe, gli aveva detto cioè che il sor Tognino non avrebbe insistito più nel processo. Ma se il sor Tognino si metteva a giocare di puntiglio, chi salvava da una catastrofe?

— Nessuno più di me sa capire e compatire — seguitò [p. 342 modifica]la buona donna coll’eloquenza, che vien dal cuore e dal proprio interesse, — ma se questo primo passo verso la conciliazione può portar subito del bene, io non vedo perchè dal bene abbia in seguito a derivare del male. I conti si aggiusteranno strada facendo; ma intanto il sor Tognino ha detto: — Arabella torni a casa e farò quel che vorrà; ma prima torni a casa. — Io parlo, cara la mia creatura, per la vita e per l’anima della mia gente: la sua mamma le dirà il resto.

— E il resto è molto semplice ed esplicito — soggiunse mamma Beatrice con un tono fra l’accorato e il sostenuto. — Tuo suocero non ti dà torto, ma disapprova il modo con cui hai creduto di ottenere ragione per forza. Egli è nemico degli scandali e delle pubblicità e pare che quella donna che tu hai offeso...

— Io?... — scoppiò a dire con una risata ironica Arabella.

— Abbi pazienza, tu potrai aver cento ragioni, ma non ti deve piacere di mettere i tuoi dolori in piazza. Il sor Tognino è disgustato appunto per la scenata di ieri sera, che servirà ai suoi nemici per muovergli guerra. Vedrai, ne parleranno anche i giornali... Oh! a te non te ne importa; ma devi pure ricordare che il sor Tognino ha fatto del bene alla tua famiglia.

— Sì?... — interrogò con una punta di canzonatura Arabella.

— Sì, sì, ne ha fatto del bene, a tuo padre e a tua madre. Ad ogni modo è uomo che, disgustato oggi, potrebbe domani rifarsi del bene che ha fatto, e allora? credi che papà Botta non deva tutto a lui, [p. 343 modifica]se oggi non è con cinque figliuoli sopra una strada? tu non guardi che alla tua passione, al tuo interesse e dal giorno che ti sei maritata hai sempre affettata una specie d’indifferenza per la tua famiglia. Ma se ti fossi occupata di leggere anche negli interessi di casa, avresti visto che papà Botta oggi sta in piedi solamente perchè il sor Tognino lo sorregge col suo credito: e che se domani si dovesse venire a una liquidazione, non è certo il sor Tognino che deve del denaro a tuo padre e a tua madre. È subito detta una divisione! ma una divisione coniugale oggi vuol dire una liquidazione di conti. Oh il sor Tognino su questo punto stamattina mi ha parlato chiaro. O Arabella torna in casa e si rimette alla nostra discrezione o io non conosco più casa Botta. Grazie del complimento! Ciò vuol dire in poche parole una rovina peggiore della prima. Ora io non so se i tuoi diritti, se il tuo vantaggio, se il tuo puntiglio valgono proprio la disperazione di una famiglia, e se potrai essere contenta il giorno che per odio a quella donnaccia saprai d’aver messo su una strada il tuo benefattore e la tua povera mamma... — Mamma Beatrice si portò il fazzoletto agli occhi.

Arabella fece un gesto colle mani per togliersi dagli occhi un velo di nebbia, che le nascondeva la vista delle cose.

— Creda pure, cara figliuola — entrò ancora a dire la Colomba, ribadendo il chiodo caldo — creda pure che il diavolo visto da vicino è meno brutto di quel che dicono. Lei è giovine e fa bene ad avere della poesia e anch’io, sa, ne’ suoi panni, avrei menato non una, ma tutte e due le mani. Ma creda a me che son la più vecchia. Negli uomini non è sempre [p. 344 modifica]questione di cuore. Si sa, anche nostro Signore ha detto che la carne è fragile e un giovinotto non può tutt’a un tratto farsi eremita. L’esempio gli sarà servito, ma a tirar troppo si rompe la corda, mentre l’esperienza insegna che piglia più mosche una goccia di miele che un barile d’aceto. Io non so se mi spiego, ma vorrei dire insomma che in queste cose non bisogna dar troppa importanza alle prime impressioni. Io ho visto in cento altre occasioni dei mariti senza conclusione stufarsi sinceramente, tornare alla famiglia, diventare mariti modello, padri di famiglia eccellenti, tutto per merito di una brava donnina, che aveva saputo perdonare a tempo. Questo in tesi generale. Nel caso suo speciale, il mio angelo, ci penserei dieci volte prima di assumermi una responsabilità, perchè, come ha sentito, c’è in gioco il bene, la vita e la morte di molt’altra povera gente.

Arabella, che aveva fin qui ascoltato con pazienza e docilità, alzò il capo e sbarrò gli occhi, come se cominciasse a dubitare che si trattasse veramente di lei.

Maria Arundelli pensò a non lasciar cadere in terra il discorso:

— Una moglie che si divide dal marito — disse — ha sempre un poco di torto. Una divisione è sempre uno scandalo o è un rimedio che non ripara nulla, e che non fa che allargare il male, creando due spostati, ci dà in pascolo alle ciarle e alle maldicenze della gente, che non è sempre disposta a compatire. La gente non ammette mai che il torto sia tutto da una parte: va a supporre che dall’altra parte ci sia stata almeno della freddezza, della poca [p. 345 modifica]buona volontà, della indifferenza di cuore, e fortunata la donna di cui non si pensa che questo! Una donna divisa dal marito è un oggetto di malsana curiosità per i buoni e per i cattivi. I primi pensano che abbia fatto troppo poco per andar d’accordo; i secondi che abbia fatto troppo per non andar d’accordo. Gli uni diranno che pretendevi troppo; gli altri che sei rigida, intransigente, bigotta... e, scusa ve’, o che avevi un amante.

— Ah...! — fece Arabella, schiudendo la bocca a una esclamazione di stupefazione. Parlavan proprio di lei?

— Non offenderti. Tu hai troppo buon cuore e troppo buon senso per non tener conto del bene che puoi fare e del male che puoi risparmiare. Qui si tratta di scegliere tra due mali il minore per te e tra due beni il maggiore per gli altri. Un bel partito sarebbe di dare un addio a queste tribolazioni e di rifugiarsi in una grotta a meditare sulla vanità e sull’afflizione delle cose di quaggiù. Ma dove non arriva la voce e il rumore del mondo, arriva sempre la voce della coscienza, il dubbio, lo scrupolo di aver comperata la propria pace a prezzo d’indifferenza, di aver sacrificato troppo all’amor proprio. Quando Arabella sentisse, per esempio, che il suo secondo padre e benefattore è stretto nei bisogni, che la sua povera mamma non trova pane pe’ suoi figlioli...

— Che un povero vecchio muore in una prigione, mentre si poteva...

— Mentre si poteva guadagnare la benevolenza e le benedizioni di tutti...

— Mentre si poteva evitare degli scandali.

Arabella si alzò. Le labbra si mossero coll’intenzione [p. 346 modifica]di dire: andiamo... ma non ne scaturì che un fremito. Fece qualche passo come se cercasse di svincolarsi da tutte quelle mani amorose, che la tenevano prigioniera, da quelle parole, da quelle tenerezze che l’avviluppavano da tutte le parti.

Mamma Beatrice avvertì questo primo momento di debolezza, e, tirandola in disparte nel vano della finestra, le strinse il volto nelle mani e proseguì sottovoce:

— Sai che cosa mi ha detto tuo suocero? che se tu ti fidi di lui e torni a casa, buona buona e obbediente come prima, non solo farà cacciar via quella donna e obbligherà Lorenzo a volerti bene, ma mette a tua disposizione una somma, perchè tu possa disporne per le tue opere di carità. Egli voleva ad ogni costo mettermi in mano duemila lire, sapendo in che imbarazzi si naviga; ma io gli ho detto: «No, sor Tognino, io non posso riceverli che dalle mani di Arabella. Quando Arabella sarà tornata a casa sua e avrà dato segno d’aver perdonato e dimenticato, allora soltanto potremo accettare senza rimorso qualche sussidio: prima no.» Duemila lire in questi momenti sono per noi più che una bella giornata di maggio; ma tu non soffriresti mai che noi accettassimo la carità da gente che non conosci e peggio da gente a cui vuoi male. Mentre se tu ritorni, puoi mettere dei patti nuovi e puoi domandare anche un risarcimento, non ti pare, Arabella? Vieni, fidati di tua madre, che ne ha passate di peggiori e che ha sempre messo in disparte il puntiglio e la vanità, quando si trattava del bene dei suoi figliuoli. Lorenzo capirà i suoi torti, tornerà a volerti bene, e tu potrai vivere da signora come prima; mentre io, quando il [p. 347 modifica]tuo povero papà mi ha lasciato sola a quel modo che sai, non avevo nemmeno da mangiare. E che spavento! e che disonore... Eppure gli ho perdonato e tornerei a volergli bene ancora se comparisse...

Un torrente di lagrime impedì a mamma Beatrice di continuare un discorso, ogni parola del quale cadeva come una pietra acuta sul cuore di Arabella. Non ci voleva che l’evocazione di una triste memoria e di un fantasma non ancor morto del tutto, per debellare l’ultima sua fortezza, per annientare quel rimasuglio d’orgoglio, che la faceva ribelle e ripugnante al suo destino.

La condanna del suicida non era ancora scontata del tutto; e bisognava ch’ella mostrasse almeno di perdonare a’ suoi persecutori, se voleva che gli altri perdonassero a una povera anima in pena. Non aveva promesso a Dio di consacrare la vita in espiazione? Ebbene, questa era la espiazione. Ai martiri non si concede la scelta del martirio.

Come se si svegliasse da uno strano sogno, le parve di ritrovare in sè stessa la buona e docile Arabella di Cremenno, arrossì un poco di vergogna, come una bambina colta a commettere un piccolo furto campestre fuori del suo orticello; strinse la mano della mamma, baciò l’Arundelli sul viso, sorrise a tutto ciò che la Colomba, ridendo e corbellando, le raccontò nel discendere le scale, si lasciò condurre per tutto il lungo del corso Genova, fino a un caffè del Carrobbio, dove la mamma la persuase a prendere una bevanda calda o a bagnare un biscotto nel vermouth... Esse avevano bisogno di scaldarsi e di rinforzarsi lo stomaco.

Accettò il vermouth e il biscotto; disse sempre di [p. 348 modifica]sì col capo a tutte le questioni della mamma; sorrise due o tre volte anche a lei, mostrando tutte le buone disposizioni di perdonare. Ma non pronunciò una parola tutto il tempo, come se la voce fosse morta nel petto. Gli occhi fissi alla vetrina innanzi alla quale si agitava il turbinìo di un popoloso quartiere nella piena luce d’una bella giornata d’aprile, essa, più indifferente che turbata, preparavasi a soffrire fino alla fine... o fin quando era necessario.