Antonio e Cleopatra (Alfieri, 1947)/Atto primo

Atto primo

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Attori Atto secondo

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ATTO PRIMO

SCENA PRIMA

Cleopatra, Ismene.

Cleop. Che farò?... Giusti Dei... scampo non veggo

ad isfuggire il precipizio orrendo:
ogni stato, benché meschino, e vile,
mi raffiguro in mente; ogni periglio
stolta ravviso, e niun, fra tanti, ardisco
affrontare, o fuggir: dubbj crudeli
* squarcianmi il petto, e non mi fan morire,
* né mi lasciano pur riposo, e vita.
Raccapriccio d’orror; l’onore, il regno
prezzo non son d’un tradimento atroce;
ambo mi par d’aver perduti; e Antonio,
Antonio, sí, vedo talor fra l’ombre
gridar vendetta, e strascinarmi seco.
* Tanto dunque, o rimorsi, è il poter vostro?
Ismene S’hai pietá di te stessa, i moti affrena
d’un disperato cuor; d’altro non temi,
che non piú riveder quel fido amante?
Ma ignori ancor, se vincitore, o vinto,
se viva, o no...
Cleop.   E s’ei vivesse ancora,
con qual fronte, in qual modo, a lui davanti
presentarmi potrò, se l’ho tradito?

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* Della virtú, qual’è la forza ignota,

* se un reo neppur può tollerarne i guardi?
Ismene No, regina, non è sí reo quel core,
che sente ancor rimorsi.
Cleop.   Ah! sí, li sento;
e notte, e dí, e accompagnata, e sola,
sieguonmi ovunque, e il lor funesto aspetto
non mi lascia di pace un sol momento.
Eppur gridano invan; nell’alma mia
servir dovranno a piú feroci affetti;
né scorgi tu, questo mio cuor qual sia.
* Mille rivolgo atri pensieri in mente,
ma il crudel dubbio, d’ogni mal peggiore,
vietami ognor la necessaria scelta.
Ismene Cleopatra, perché prima sciogliesti
l’Egizie vele all’aura, allor che d’Azio
n’ingombravano il mar le navi amiche?
* E allor che il mondo, alla gran lite intento,
* pendea per darsi al vincitore in preda,
chi mai t’indusse, a cosí incauta fuga?
Cleop. Amor non è, che m’avvelena i giorni;
mossemi ognor l’ambizíon d’impero;
tutte tentai, e niuna invan le vie,
che all’alto fin trarmi dovean gloriosa;
ogni passione in me soggiacque a quella,
ed alla mia passion, le altrui serviro.
Cesare il primo, il crin mi cinse altero
del gran diadema; e non al solo Egitto
* leggi dettai, che quanta terra oppressa
* avea giá Roma, e il vincitor di lei,
* vidi talora ai cenni miei soggetta.
* Era il mio cor d’alta corona il prezzo,
* né l’ebbe alcun, fuorché reggesse il mondo.
Un trono, a cui da sí gran tempo avea
la virtude, l’onor, la fé, donata,
non lo volli affidare al dubbio evento,

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e alla sorte inegual dell’armi infide...

Serbar lo volli; e lo perdei fuggendo;...
vacilla il piè su questo inerme soglio;
e a disarmare il vincitor nemico,
altro piú non mi resta, che il mio pianto...
Tardi m’affliggo, e non cancella il pianto
un tanto error, anzi lo fa piú vile.
Ismene Regina, il tuo dolor desta pietade
in ogni cuor, ma la pietade è vana.
Rientra in te, rasciuga il pianto, e mira
con piú intrepido ciglio ogni sventura.
* Né soggiacer; ch’alma regale, è forza,
* si mostri ognor de’ mali suoi maggiore.
I mezzi adopra, che parran piú pronti
alla salute, od al riparo almeno
del regno tuo.
Cleop.   Mezzi non vedo, ignoto
della gran pugna essendo ancor l’evento;
né error novello, ai giá commessi errori
aggiunger so, finché mi sia palese.
D’Azio lasciai l’instabil mar coperto
* di navi, e d’armi, e d’aguerrita gente,
sí che l’onda in quel dí vermiglia, e tinta
di sangue fu, di Roma a danno, ed onta.
Era lo stuol, piú numeroso, e forte,
quel ch’Antonio reggea, e le sue navi,
* ergendo in mar li minaccievol rostri,
* parean schernir coll’ampia mole i legni
* piccioli, e frali del nemico altero;
sí, questo è ver; ma avea la sorte, e i Numi
da gran tempo per lui Augusto amici;
* e chi amici non gli ha, gli sfida invano.
Or che d’Antonio la fortuna è stanca,
or che d’Augusto mal conosco i sensi,
or che, tremante, inutil voti io formo,
né so per chi; della futura sorte

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fra i dubbj orror, sola smaniando, e in preda

ad un mortal dolor, che piú sperare
mi lice omai? tutto nel cuor m’addita,
che vinta son, che non si scampa a morte,
e a morte infame.
Ismene   Non è tempo ancora
di disperare appien del tuo destino.
Chi può saper, s’alle nemiche turbe
non avrá volto la fortuna il tergo;
ovver se Augusto, vincitor pietoso,
a te non renderá quanto ti diero
un dí, Cesare, e Antonio?
Cleop.   Il cor nutrirmi
potrò di speme, allor che ben distinti
ravviserò dal vincitore il vinto;
ma in fin che ondeggia infra i rivai la sorte,
trapasserò i miei dí mesti, e penosi
in vano pianto; e di dolor non solo
io piangerò, ma ancor di sdegno, e d’onta.
Ma Diomede s’appressa,... il cuor mi palpita.


SCENA SECONDA

Cleopatra, Ismene, Diomede.

Cleop. Fedel Diomede, apportator di vita,

o di morte mi sei?... che rintracciasti?
si compí il mio destin?... parla —
Diom.   Regina,
i cenni tuoi ad adempir n’andava,
quando scendendo alla marina in riva
vidi affollar l’insana plebe al porto;
confuse grida udii; s’eran di pianto,
di gioja, o di stupor, nulla indagando,
v’andai io stesso, e la cagion funesta
di tal romor, pur troppo a me fu nota.

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Poche sdruscite, e fuggitive navi,

miseri avanzi dell’audaci squadre,
eran l’oggetto de’ perversi gridi
* del basso volgo, che schernisce ognora
* quei, che non teme.
Cleop.   E in esse eravi Antonio?
Diom. Canidio, duce alla fuggiasca gente,
credea trovarlo in questa terra amica.
Invan di lui, e in terra, e in mar cercossi:
vinti, dispersi, e dal terror fugati
i soldati, che in folla approdan quivi,
piú dal dolor, che dal nemico oppressi,
chiedean scendendo, e in flebil voce Antonio:
l’Egitto a loro il difensor richiama;
tutti gridano invan; l’eco funesto
di tante voci, all’aura è sparso indarno,
né a lui perviene.
Cleop.   Abbandonato, e solo,
e da tutti tradito è dunque Antonio?
E sará invendicato?
Diom.   Eh no, regina;
lascian gli Dei inferocir fra loro
spesso i mortai, ma de’ misfatti il frutto
negan talor; né ’l traditor d’Antonio
impunito n’andrá d’un tal delitto.
Ma spenta nel mio cuor non è la speme
e sia pietade, ovver giustizia, o amore:
a piú gran fin parmi, che sia serbato
uom cosí invitto.
Cleop.   E come mai fra tanti
de’ suoi nessuno il vide? in qual maniera
lasciò l’armata? e chi con lui? favella.
Diom. Allor ch’intesi egli non esser quivi,
tacito, e mesto a te ne venni in pria
l’alta sventura a raccontar: fra breve
tutto saprai qui da Canidio istesso.

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SCENA TERZA

Cleopatra, Ismene, Diomede, Canidio.

Cleop. Canidio, e tu sempre d’Antonio a lato,

tu, che da lui pugnando eri indiviso,
premi quel suolo, ove Cleopatra impera,
senza saper di lui, né tremi?
Canid.   Ah! basta,
non dir di piú; quando un Romano è vinto,
* l’opprime il duol piú ch’ogni amaro detto.
Cleop. Ma la cagion della sconfitta intiera? —
Canid. Eran le turbe audaci al gran cimento,
come ben sai, giá preparate, e tutti
alla causa d’Antonio intenti, e fidi,
* fremean di rabbia, e di furor ripieni:
ogni indugio sdegnando, e sangue, e vita
* aveano a lui pria di pugnar donato.
Mal atto a raffrenar l’impeto altero
di tante squadre, e d’egual’ira acceso
* io stesso alfin, altro pensiero in mente
* non rivolgea, se non vendetta, o morte.
* Primo giurai, che di Farsalia il fallo
* Azio emendato avría; ma inutil voto!
Sorge improvviso un romor dubbio, e strano;
crescendo va, finché la rea novella
d’Antonio accerta l’incredibil fuga:
corre di bocca in bocca, e vanne a volo,
che sempre cosí van gl’infausti avvisi:
fu visto allora in un sol punto ognuno,
smarrita l’alma, errar tremante, e parve,
ch’involato n’avesse Antonio seco,
* quanta virtude, e quanto onor fu in loro.
Fugge il soldato al fine, e invan si tenta
* d’oppor di gloria il nome al reo timore.
Pallidi, sbigottiti, e sordi ai cenni

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si scordano di gloria insino il nome.

* Occhi non han, che per veder perigli1;
* movano ovunque irresoluto il piede,
* trovansi ognor nemici a tergo, e a fronte;
* miseri; nel fuggir credeano scampo
* di ritrovar, e nello scampo han morte;
morte atroce, e crudel, scema d’onore.
Fu dell’invida sorte il colpo avverso;
* l’empia s’avvide, ch’altri non potea,
* se non Antonio istesso, i suoi fugare.
Invan di lui si rintracciaro i passi;
sparí, fu ignoto ad ogni umana gente:
* la fama forse al suo destin pietosa,
* che grande il propagò, vil, lo nascose.
Quel dí fatal, ch’esser dovea d’ognuno,
di noi, l’ultimo giorno, a incerta speme
m’aperse il cuor; credei, ch’a’ piedi almeno
del mio signor, avrei l’inutil vita,
* peso odioso ai vinti, a lui donata.
Quella ch’ad Azio sí onorevol morte
fuggimmi, al Nilo or ritrovar credea.
Ma fin che a noi il suo destin palese
ci renda il cielo, i giorni a lui riserbo.
Felice me, se pur quel dí riveggo,
ove armata la destra in sua difesa,
col mio morir, potrò giovargli ancora!
Cleop. Ma tu con lieve, e fuggitivo stuolo
come approdasti salvo a queste sponde?
Non signoreggia il mar l’accorto Augusto?
E a questa riva, ardimentose, e fiere
non t’inseguir le vincitrici vele?
Canid. Forse dobbiam, regina, il nostro scampo
alle picciole forze, e ’l sol disprezzo
destammo in cuor dell’orgoglioso Augusto.

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Ei senza fallo a debellar s’appresta

questi avanzi d’Antonio: ei non tralascia
di sí facil vittoria, i dolci frutti:
e in fin ch’a lui ride la sorte amica,
* trascorrerá fastoso il mondo intero.
Cleop. Evvi al vincere un punto, e passa, e fugge;
tradita è la gran causa; a tal dolore,
non regge l’alma oppressa. Itene, sola
restar vogl’io.


SCENA QUARTA

Cleopatra.

  Alfin mi sia concesso

strappare il vel, che nei profondi abissi
d’un simulato cuor, nasconde il vero.
Antonio è vinto: e al tradimento, e all’onta
forse non sopravvisse; il reo disegno,
che osai formar, ecco eseguito: e tanto,
no, non dovea sperar da fuga iniqua.
Ma la metá dell’opra ancor mi resta,
e la piú dubbia: ogni misfatto è vano,
se al mio destin non incateno Augusto.
E del suo cuor chi mi risponde? Amore:
quel terribile nume, il sol che forse
incensino gli eroi; quello, che femmi
arbitra del destin d’Antonio, e Giulio:
* quel, ch’inspirai sí spesso, e mai conobbi,
e quello infin da cui, inerme, e vinta,
ritrassi gloria, il vincitor domando.
Al mio desir sol s’opponeva Antonio.
S’ei non è piú, il soggiogar fia lieve...
Cleopatra, che fai?... Lo stile immergi,
e a replicati colpi, in sen d’Antonio...
* D’un tratto solo, e amante, e scettro, e onore,

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* e patria, e vita, e libertá gl’involi

* perché t’amava... e amarti era delitto?
Ingratissima donna, a quale orrore
t’ha spinta in oggi l’ambizione insana?
Ecco... mi par... l’ombra tradita avanza
pallida... minacciante, ed assetata
abbeverar si vuol di sangue infido.
Ah! vieni, sí... vieni, che ignudo il petto
io ti presento, e inerme... E che?... vacilli?
Feri, crudel, e non temer, che il ciglio,
a raddolcirti avvezzo, or neppur mova
al balenar del vindice tuo ferro...
Ma che?... vaneggio,... e cederò al timore?
* Regna, Cleopatra, e per regnare ardisci
* qualunque via: fra lo splendor del trono
* se celar non potrai gli empj misfatti,
* gli chiuda allor, teco, la tomba amica.


  1. «L’ho trovato ottimo nell’83»