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Anno 55

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Anno di Cristo LV. Indizione XIII.
Pietro Apostolo papa 27.
Nerone Claudio imperad. 2.


Consoli


Nerone Claudio Augusto e Lucio Antistio Vetere o sia Vecchio

.


Benchè non fosse Nerone per anche pervenuto all’età stabilita dalle leggi per esser console, non avendo più di diecisette anni, tuttavia siccome superiore alle leggi, e per onorare i principii del [p. 196]suo governo, prese il consolato. Per testimonianza di Svetonio1 lo tenne solamente due mesi. Chi succedesse a lui nelle calende di marzo, non si sa. V’ha chi crede Pompeo Paolino, perchè da lì a due anni si trova proconsole della Germania. Diede l’ambiziosa Agrippina principio al governo del figliuolo Nerone con levar di vita Giunio Silano, allora proconsole dell’Asia. Parte per gelosia, perchè fu detto dal popolazzo, ch’egli per via di femmine discendente dalla casa di Augusto potea aspirare all’imperio, e più proprio anche sarebbe stato che il giovinetto Nerone; parte ancora per timore, ch’egli volesse vendicar la morte ingiustamente data a Lucio Silano suo fratello, benchè pericolo non vi fosse, perchè egli era un dappoco, e Caligola perciò il solea chiamare la pecora ricca. Si trovarono persone che seppero dargli il veleno, ed egli se ne andò, senza che Nerone ne penetrasse la trama. Da gran tempo era in disgrazia di essa Agrippina Narciso, liberto e segretario di Claudio Augusto, perchè parzialissimo di Britannico, e perchè a lei stato contrario in molte occorrenze. Aveva egli ammassato delle immense ricchezze, e potendo tutto sopra il padrone, le intere città e gli stessi re, chiunque avea bisogno del principe, il corteggiavano e gli faceano de’ regali. Era per altro fedele a Claudio, e vegliava per la di lui conservazione. S’egli si fosse trovato alla corte, non avrebbe osato Agrippina di tradir il marito, o pur sarebbono seguiti differentemente gli affari; ma Agrippina, siccome accennai, seppe bene staccarlo da lui; e poscia2 cacciatalo in dura prigione, il fece ammazzare, o il ridusse ad ammazzarsi da sè medesimo, ed anche contro il voler di Nerone, che l’amava per la somiglianza de’ costumi, essendo egualmente anch’egli più avaro che prodigo. Si metteva Agrippina in istato d’altri simili prepotenze e crudeltà, se Afranio [p. 197 modifica]Burro, prefetto del pretorio, ed uomo di costumi saggi e severi, e Seneca maestro di Nerone, non men dell’altro tendente al buono, divenuti amendue principali ministri ed arbitri della corte, non l’avessero tenuta in freno. Andavano d’accordo questi due ministri, e perchè desiderosi erano del buon governo, abolirono sul principio varii abusi, e fecero molti buoni regolamenti. Ad Agrippina accordarono in apparenza quante distinzioni d’onore ella seppe richiedere. Dava ella le udienze ai magistrati, agli ambasciatori, anche senza il figliuolo. Con esso usciva in lettiga; più spesso sel facea tener dietro. Ella scriveva ai popoli e ai re; ella dava il nome alle guardie. Ma a poco a poco i due ministri andarono restringendo la di lei autorità, facendole conoscere che chimerico era il di lei disegno di far da padrona assoluta.

Per conto di Nerone ognun d’essi si studiava di portarlo all’amore e alla pratica delle virtù; ma perchè aveano che fare con un govinastro vivace, capriccioso, vago solamente di divertimenti e piaceri, e non già di logorarsi il capo nell’applicazione al governo, gli permetteano di sollazzarsi con altri giovani di suo genio in canti, suoni e conviti, e in qualche altra pericolosa libertà di più, sperando ch’egli crescendo in età, e sfogati que’ primi bollori di gioventù, prenderebbe miglior cammino. Ma, siccome osserva Dione, non badarono che il lasciar così la briglia ad un giovane, era un aprirgli la strada a divenire uno scapestrato, perchè un vizio chiama l’altro, e formato il mal abito, andando innanzi, sempre più cresce e si rinforza, massimamente in chi può ciò che vuole. Per altro sul principio non nocevano punto al buon governo i suoi divertimenti, lasciando egli operare ai due suoi saggi ministri, i quali finchè ebbero possanza, sempre mantennero la giustizia e il buon ordine con plauso del popolo. Portatosi Nerone ne’ primi giorni in senato, parlò così acconciamente della maniera ch’egli [p. 198]pensava di tener nel governo, che innamorò tutti. Seneca gli avea messo in iscritto quegli avvertimenti. Non voleva egli essere il giudice di tutti gli affari; l’autorità del senato dovea esercitarsi liberamente, come ne’ vecchi tempi. Non più s’aveano da vendere gli uffizii. Tutto camminerebbe sulle pedate di Augusto. E così ragionando d’altri buoni regolamenti, piacque cotanto la sua orazione, che fu ordinato d’intagliarla in una colonna d’argento, e di rinnovarne la lettura in ogni primo dì dell’anno. In fatti, anche il senato animato da tali parole fece di molti utili decreti in così bella aurora. Disobbligò fra l’altre cose i questori dal fare ogni anno il troppo dispendioso giuoco de’ gladiatori, benchè non senza gravi richiami d’Agrippina, la quale fatti venire i senatori al palazzo, dietro ad una portiera ascoltava tutto, e disse che questo era un distruggere gli editti del defunto Claudio. E perciocchè ella volea pur seguitare a comparir sul trono col figliuolo, per dar le pubbliche udienze, Burro e Seneca la finirono, in occasione che i legati dell’Armenia si presentarono al senato. Era assiso Nerone sul trono ascoltando le loro dimande, quando arriva Agrippina, per fare anch’ella la sua comparsa padronale su quel medesimo trono. Allora Nerone, ammaestrato prima da Seneca, discende come per andare incontro alla madre, e trovato un pretesto per rimettere ad un altro dì l’ascoltare gli ambasciatori, diede fine al concistoro, senza che quei forestieri s’accorgessero che Agrippina voleva tuttavia menare il figliuolo grande per le maniche del sajo. Così a poco a poco la disviarono dal far quelle ambiziose comparse con vergogna del figlio. Diede3 Nerone in quest’anno l’Armenia Minore ad Aristobolo di nazione giudaica, e a Soemo la provincia di Sofene, dichiarandoli re amendue. Spedì ordini pressanti ad Agrippa re di una parte della Giudea, e ad Antioco re di Comagene, [p. 199 modifica]di unirsi coi Romani per far guerra ai Parti, acciocchè battuti dalla parte della Mesopotamia, uscissero dell’Armenia. Ne uscirono in fatti per le discordie insorte fra Vologeso re d’essi Parti e Vardane suo figliuolo. Portate a Roma cotali nuove, ed ingrandite, mossero il senato adulatore a decretar la veste trionfale a Nerone, ed anche l’ovazione. A Domizio Corbulone fu dato il governo, o pur la cura degli affari dell’Armenia Maggiore: cosa applaudita dai Romani. Il credito di questo generale, non meno che gli uffizii di Cajo Ummidio Durmio Quadrato governatore della Siria, indussero Vologeso a dimandar la pace e a dar degli ostaggi. Segni ancora di clemenza diede Nerone nel non volere che fossero ammesse le accuse contra di un senatore e di un cavaliere.

Tutto il finquì narrato appartiene in parte al precedente anno. Nel presente si cominciarono ad imbrogliar le scritture fra Agrippina e il figliuolo. Erasi Nerone già incapricciato di una giovine, appellata Atte, di bassa sfera, perchè stata schiava, ed allora liberta. Gli tenevano mano due de’ suoi compagni negli spassi, cioè Marco Salvio Ottone, che fu poi imperadore, e Senecione. L’amore ch’egli dovea ad Ottavia sua moglie, principessa per avvenenza e saviezza meritevole di ogni lode, si era tutto rivolto verso questa ignobil giovinetta, essendosi fin detto che gli corse più volte per mente di sposarla. Mostravano di non saper questo suo sviluppo i due primi ministri per paura, che se gli si contrastava questo amoreggiamento, da cui non veniva ingiuria ad alcuno, egli si volgesse alle case de’ nobili. Ma Agrippina non sì tosto se n’avvide, che diede nelle smanie, e gli fece più e più bravate. Tuttavia accorgendosi a null’altro servire questa sua severità, che ad accendere maggiormente le disoneste fiamme di Nerone, mutò batteria, e si studiò di guadagnarlo colle buone, e con profusion di regali e fin con esibizioni che non son da dire; [p. 200]e tuttochè raccontate da Tacito e da Dione, han tutta la ciera di calunnie, facili, quando si vuol male alle persone. Nerone all’incontro, scelte le più belle gioie e masserizie del palazzo, le inviò in dono alla madre, la quale se ne offese, per voler egli far seco da liberale con quella roba che tutta egli dovea riconoscer da lei. Qui non si fermò Nerone. Levò il maneggio delle rendite del pubblico a Pallante, liberto il più confidente (e forse troppo) che s’avesse la madre, per abbassar sempre più la di lei superbia. Per questo andò nelle furie Agrippina, nè potè contenersi dal dire un dì al figliuolo, che giacchè vivea Britannico, ella ne saprebbe anche fare un imperadore. Anzi, secondo Dione4, gli ricordò in tal maniera d’averlo fatto imperadore, che parve volesse dire che era anche capace di disfarlo. Queste parole della superba donna incautamente proferite, furono la sentenza di morte dell’infelice Britannico, giovinetto di molta espettazione, amato da ognuno, che già toccava il quindicesimo anno dell’età sua. Nerone il fece avvelenare da Giunio Pollione tribuno di una coorte di pretoriani. Mentre lo sfortunato principe pranzava coll’imperadore, ma, secondo lo stile, ad una tavola a parte, gli fu portata una bevanda troppo calda senza veleno, di cui fece il saggio lo scalco suo. Dimandò Britannico dell’acqua fredda per temperare quel caldo, e recatagli questa con un potentissimo veleno, bebbe; ed appena bevuto, si sentì sconvolgere tutto, e da lì a poco cadde per terra tramortito. Ognuno de’ circostanti atterrito tremava; alcuno anche imprudente si ritirò5; ma i più accorti fissarono il guardo in Nerone, il quale senza punto muoversi da tavola, e senza punto scomporsi, disse che quello era un colpo di mal caduco, a cui fin da fanciullo egli era soggetto. Britannico morì nella seguente notte, e fu immediatamente bruciato il [p. 201 modifica]suo corpo, acciocchè non apparissero i segni del veleno. Dione all’incontro scrive, che per coprir que’ segni apparenti nel volto, Nerone lo fece imbiancare col gesso; ma sopraggiunta una dirotta pioggia nel portarlo al rogo, si lavò l’imbiancatura, onde ognuno potè scorgere l’iniquità del fatto. Anche Tacito parla di essa pioggia, ma con dir solamente, averla interpretata i Romani per un contrassegno dell’ira degli dii.

Questo colpo sbalordì fieramente Agrippina, sì per vedere di che fosse capace il figliuolo, e sì per trovarsi priva di chi al bisogno avrebbe potuto giovare ai suoi disegni. Ma fece forza a sè stessa, per coprire l’interno affanno. Nè meno di lei seppe contenersi nel mirarsi tolto da sì barbara mano il caro fratello Ottavia, siccome già avvezza a non zittire per qualunque aggravio che le fosse fatto. Colle spoglie di Britannico Nerone arricchì di poi Burro e Seneca: il che diede da mormorare di essi a non pochi. Ne fece anche parte ad Agrippina; ma questa non potea darsi pace al vedere un figlio agitato da sì violente passioni, e al temere di peggio. Laonde per premunirsi cominciò a farsi del partito coi tribuni centurioni della milizia, ed insieme ad adescare i più accreditati della nobiltà, non più altera, come in addietro, ma abbondante di cortesia anche all’eccesso. E soprattutto raunava danaro, creduto il più potente amico nelle occorrenze. Seppelo Nerone; le levò le due guardie de’ pretoriani e Germani; la fece anche passare dal palazzo imperiale ad abitare in quello di Antonia sua avola, per tenerla lontana da sè. Portavasi talvolta a visitarla, ma sempre attorniato da molti centurioni, e dopo un breve complimento, se n’andava. Allora comparve a che vicende sia suggetta l’umana potenza, e quanto fragile e vana sia la grandezza de’ mortali. Quella dianzi tanto venerata e temuta donna si trovò in isola; niun più andava a visitarla, a riserva di poche femmine; ognun fuggiva d’incontrarla,[p. 202] di parlarle, di mostrarsene parziale. A questo arrivò la smoderata ambizion di Agrippina; e pure non finì qui la sua depressione. Giulia Silana, nobilissima dama, già amica sua, e poi gravemente disgustata pel matrimonio di Sesto Africano, concertato da lei, e frastornato da Agrippina, prese ad accusarla, e fece passare all’orecchio, di Nerone per mezzo di Paride commediante, che la madre era dietro a volere sposar Rubellio Plauto, per via di femmine discendente da Augusto, con disegno di sconvolgere poi lo stato. Passata la mezza notte, corse Paride a far questa relazione a Nerone, il quale si ritrovava allora, secondo il solito, ubbriaco. Il primo ed unico pensiero dell’infuriato Augusto fu quello di uccider la madre e Plauto, e di levar la carica di prefetto del pretorio a Burro, sospettandolo d’accordo con Agrippina, da cui egli riconosceva la sua fortuna. Seneca chiamato al romore, il pacificò per conto di Burro, attestandone l’onoratezza. Accorse anche Burro, e promise di torre la vita ad Agrippina, se si recavano prove dell’accusa, mostrando poi la necessità d’ascoltar lei ancora. Fatto giorno, i ministri andarono ad intimarle l’accusa e a rivelarle gli accusatori. Agrippina rispose col non per anche deposto orgoglio, e dimandò di poter parlare al figliuolo: il che non le fu negato. Parlò in maniera, che il rasserenò, e poscia andò il gastigo a cadere sopra Silana, che fu relegata, e sopra alcuni altri complici di lei. Ottenne ella ancora dei posti per alcuni suoi favoriti. Un’altra accusa in questi tempi venne in campo contra del suddetto Burro, e di Pallante liberto da noi più volte nominato, imputati di voler portare all’imperio Cornelio Sulla, uno de’ primati romani. Si difesero in maniera, che solamente Peto l’accusatore ne portò la pena con essere relegato.

Note

  1. Sueton. in Nerone.
  2. Dio., lib. 62.
  3. Tacitus, Annal. l. 13, cap. 7.
  4. Dio., lib. 6.
  5. Tacitus, lib. 13, cap. 7.