Apri il menu principale

Pagina:Annali d'Italia, Vol. 1.djvu/129

197 ANNALI D'ITALIA, ANNO LV. 198

Burro, prefetto del pretorio, ed uomo di costumi saggi e severi, e Seneca maestro di Nerone, non men dell’altro tendente al buono, divenuti amendue principali ministri ed arbitri della corte, non l’avessero tenuta in freno. Andavano d’accordo questi due ministri, e perchè desiderosi erano del buon governo, abolirono sul principio varii abusi, e fecero molti buoni regolamenti. Ad Agrippina accordarono in apparenza quante distinzioni d’onore ella seppe richiedere. Dava ella le udienze ai magistrati, agli ambasciatori, anche senza il figliuolo. Con esso usciva in lettiga; più spesso sel facea tener dietro. Ella scriveva ai popoli e ai re; ella dava il nome alle guardie. Ma a poco a poco i due ministri andarono restringendo la di lei autorità, facendole conoscere che chimerico era il di lei disegno di far da padrona assoluta.

Per conto di Nerone ognun d’essi si studiava di portarlo all’amore e alla pratica delle virtù; ma perchè aveano che fare con un govinastro vivace, capriccioso, vago solamente di divertimenti e piaceri, e non già di logorarsi il capo nell’applicazione al governo, gli permetteano di sollazzarsi con altri giovani di suo genio in canti, suoni e conviti, e in qualche altra pericolosa libertà di più, sperando ch’egli crescendo in età, e sfogati que’ primi bollori di gioventù, prenderebbe miglior cammino. Ma, siccome osserva Dione, non badarono che il lasciar così la briglia ad un giovane, era un aprirgli la strada a divenire uno scapestrato, perchè un vizio chiama l’altro, e formato il mal abito, andando innanzi, sempre più cresce e si rinforza, massimamente in chi può ciò che vuole. Per altro sul principio non nocevano punto al buon governo i suoi divertimenti, lasciando egli operare ai due suoi saggi ministri, i quali finchè ebbero possanza, sempre mantennero la giustizia e il buon ordine con plauso del popolo. Portatosi Nerone ne’ primi giorni in senato, parlò così acconciamente della maniera ch’egli [p. 198]pensava di tener nel governo, che innamorò tutti. Seneca gli avea messo in iscritto quegli avvertimenti. Non voleva egli essere il giudice di tutti gli affari; l’autorità del senato dovea esercitarsi liberamente, come ne’ vecchi tempi. Non più s’aveano da vendere gli uffizii. Tutto camminerebbe sulle pedate di Augusto. E così ragionando d’altri buoni regolamenti, piacque cotanto la sua orazione, che fu ordinato d’intagliarla in una colonna d’argento, e di rinnovarne la lettura in ogni primo dì dell’anno. In fatti, anche il senato animato da tali parole fece di molti utili decreti in così bella aurora. Disobbligò fra l’altre cose i questori dal fare ogni anno il troppo dispendioso giuoco de’ gladiatori, benchè non senza gravi richiami d’Agrippina, la quale fatti venire i senatori al palazzo, dietro ad una portiera ascoltava tutto, e disse che questo era un distruggere gli editti del defunto Claudio. E perciocchè ella volea pur seguitare a comparir sul trono col figliuolo, per dar le pubbliche udienze, Burro e Seneca la finirono, in occasione che i legati dell’Armenia si presentarono al senato. Era assiso Nerone sul trono ascoltando le loro dimande, quando arriva Agrippina, per fare anch’ella la sua comparsa padronale su quel medesimo trono. Allora Nerone, ammaestrato prima da Seneca, discende come per andare incontro alla madre, e trovato un pretesto per rimettere ad un altro dì l’ascoltare gli ambasciatori, diede fine al concistoro, senza che quei forestieri s’accorgessero che Agrippina voleva tuttavia menare il figliuolo grande per le maniche del sajo. Così a poco a poco la disviarono dal far quelle ambiziose comparse con vergogna del figlio. Diede1 Nerone in quest’anno l’Armenia Minore ad Aristobolo di nazione giudaica, e a Soemo la provincia di Sofene, dichiarandoli re amendue. Spedì ordini pressanti ad Agrippa re di una parte della Giudea, e ad Antioco re di Comagene,

  1. Tacitus, Annal. l. 13, cap. 7.