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Amleto (Rusconi)/Atto quinto/Scena II

Scena II

../Scena I IncludiIntestazione 7 dicembre 2016 100% teatro

William Shakespeare - Amleto (1599 / 1601)
Traduzione dall'inglese di Carlo Rusconi (1901)
Scena II
Atto quinto - Scena I

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SCENA II


Una sala della reggia


Entrano Amleto e Orazio.


AMLETO.
Basta così, amico: ora passiamo ad altro. Voi rammentate tutte le circostanze?
ORAZIO.
Rammentarle, mio principe?
AMLETO.
Vi era nel mio petto una specie di battaglia che non mi dava tregua: e sembravami di star peggio di [p. 93 modifica]un ribelle in catene. Adottando una risoluzione temeraria... E siano lodi alla temerità; rammentiamo che talvolta l’imprudenza ci giova quando ogni ragionamento fallisce; e questo ci avverte che vi è una Provvidenza che dà assetto a quei disegni che avevamo appena intraveduti.
ORAZIO.
Ciò è sicuro.
AMLETO.
Uscii dalla mia stanza ravvolto nel mio mantello e li cercai a tentone fra le tenebre; giunsi a trovarli, frugai nella loro saccoccia, e tornai nella mia cella; compreso dall’idea del pericolo, dispersi ogni mia dubbiezza e dissuggellai i loro dispacci. In essi trovai, Orazio, o regia infamia!... il comando esatto, adombrato sotto vari motivi,... poni il bene della Danimarca e dell’Inghilterra, e il pericolo che vi era a lasciarmi vivere... affinchè, dopo aver preso cognizione di quelle lettere, senza pur perdere il tempo per arrotare la scure, mi si facesse mozzare il capo.
ORAZIO.
Era possibile?
AMLETO.
Ecco la lettera; leggila in miglior tempo. Ora vuoi sapere quello ch’io feci?
ORAZIO.
Ve ne prego.
AMLETO.
Sendo così circondato di scellerati, prima anche che avessi avuto il tempo di consultare il mio cervello, esso aveva già concepito e ordinato tutto il disegno Scrissi un altro dispaccio. Fu un tempo in cui, a simiglianza dei nostri gran bacalari,1 riputavo come una specie di onta l’avere una buona calligrafia, nè sapresti immaginare quanti fastidi io mi prendessi per obbliare quell’arte che doveva ora riuscirmi così giovevole. Vuoi conoscere cosa io scrivessi?
ORAZIO.
Si, mio buon principe.
AMLETO.
Una preghiera ardente del re, che volgendosi al Sovrano d’Inghilterra, siccome a fedele tributario, e adducendo l’affetto che fra di loro avrebbe fiorito, come la palma, e la pace che per tal modo avrebbe continuato a cingersi della sua corona di spighe e stringerebbe fra essi nodi d’unione durevole e mille altre frasi di ugual fatta... voleva che all’apertura di quella lettera, e senza altro esame, si facessero morire coloro che la portavano, non dando pur loro il tempo dei sacramenti.
ORAZIO.
E in che modo poteste suggellarla?
AMLETO.
In ciò pure era la mano del cielo. Io recavo con me il suggello di mio padre, che servì di modello a quelli dello Stato. Piegai lo scritto nella forma del[p. 94 modifica]l’altro, vi notai a cui andava, vi apposi lo stemma, poi lo riportai nel primo luogo senza che alcuno si avvedesse del cambiamento. All’indomani avemmo quello scontro e tu conosci il resto.
ORAZIO.
Onde Guildenstern e Rosencrantz se ne vanno a morte.
AMLETO.
Oh, amico, essi brigarono per aver tale ufficio e non li sento sulla mia coscienza. Da loro stessi si procacciarono il fato al quale muovono incontro. È pericoloso pei vili il frapporsi alle spade incrociate e furiose di avversari potenti.
ORAZIO.
Oh, gran Dio, qual re!
AMLETO.
Quello che debbo fare non ti sembra ora manifesto?2 Colui che ha ucciso il mio re e disonorata mia madre, che si è interposto tra il voto della nazione e le mie speranze, che mi ha insidiata la vita con tanta perfidia, non deve essere punito da me? E non sarebbe una colpa degna della eterna dannazione il lasciare tal vampiro3 a compiere nuovi misfatti?
ORAZIO.
Egli saprà presto dall’Inghilterra come tutto ciò sia finito.
AMLETO.
Presto lo saprà, ma l’intervallo che deve trascorrere è mio, e la vita d’un uomo non dipende che da una parola.4 — Buon Orazio, sono veramente dolente di essermi lasciato andare con Laerte ad impeti di sdegno, perché nella mia causa veggo l’immagine della sua. Avrò sempre in conto la sua stima, ma l’enfasi del suo dolore mi fece trascorrere fuori di me.
ORAZIO.
Taciamo; chi viene?


Entra Osrico.


OSRICO.
Godo assai di vedere Vostra Altezza di ritorno in Danimarca.
AMLETO.
Ve ne ringrazio umilmente, signore — Conosci (a Orazio) questa zanzara?
ORAZIO.
No. mio principe.
AMLETO.
Meglio per te, perché è un peccato il conoscerlo. Egli possiede molta terra ed anche fertile; un animale comandi ad altri animali e la sua greppia verrà posta alla mensa del re; è uno stolto,5 ma, come ti ho detto, possiede molto fango. [p. 95 modifica]
OSRICO.
Dolce signore, se vostra signoria il consentisse, avrei da parteciparle qualcosa per ordine di Sua Maestà
AMLETO.
L’udrò con tutta l’attenzione possibile. Adoperate il berretto pel suo vero uso; è fatto per la testa.
OSRICO.
. Ringrazio vostra signoria, ma è molto caldo.
AMLETO.
No, credetemi, è molto freddo; il vento viene dal settentrione.
OSRICO.
E un freddo non indifferente, è vero, signore.
AMLETO.
Nondimeno, sia forse pel mio stato di salute, ma l’aria mi sembra avvampante.
OSRICO.
Brucia, signore, aria che brucia come... non posso dir come. — Ma, signore, sua maestà mi disse di significarvi che ha fatto una gran scommessa su di voi... Ecco, signore, di che si tratta.
AMLETO.
Ve ne prego, ricordatevi... (Accennandogli di mettersi il berretto.)
OSRICO.
No, in verità, fo il piacer mio. Signore, è di fresco venuto alla corte Laerte, un vero gentiluomo, credetemelo, pieno delle più amabili doti. grazioso a vedere, di eccellente compagnia, un gentiluomo, per dirla schiettamente. che potrebbe servir di bussola e di calendario a tutti gli altri; e che ha in se, quelle più eminenti qualità che si possono desiderare in un nobile.
AMLETO.
Signore, il suo merito non perde nulla nella vostra bocca: sebbene io sappia che a voler fare l’inventario di tutti i suoi pregi si confonderebbe l’aritmetica della memoria, e che si rimarrebbe sempre al di sotto delle sue virtù. Ma, per dire la pura verità, io lo reputo un famoso cavaliere; per trovare chi gli somigli é mestieri guardare nel suo specchio, e gl’imitatori suoi non sono tutt’al più che la sua ombra.
OSRICO.
Vostra Altezza gli rende molto onore.
AMLETO.
E a quale proposito, signore? Perché ravvolgiamo noi il gentiluomo nella rozza stoffa delle nostre parole?6
OSRICO.
Signore?
ORAZIO.
Non si potrebbe parlare una lingua più intelligibile? Vorrete ben farlo, signore.
AMLETO.
Perché avete nominato quel gentiluomo?
OSRICO.
Laerte?
ORAZIO.
La sua borsa è già vuota; egli ha già speso tutte le sue parole d’oro.
AMLETO.
Appunto, signore.
OSRICO.
So che non siete ignorante...
AMLETO.
Vorrei che mi credeste tale, signore; quantunque, in fede, questo di poco mi rialzerebbe. — Or bene, signore? [p. 96 modifica]
OSRICO.
Voi non siete ignorante della perizia di Laerte nel trattare le armi.
AMLETO.
Non oserei confessar ciò per tema di paragonarmi a lui, nè ben si conosce un altro, se prima non si conosce sè stesso.
OSRICO.
Vuo’ dire, Altezza, ch’egli è abilissimo nel maneggio delle armi; e molti che lo han veduto ne’ suoi esercizi affermano che egli in ciò non patisce eguali.
AMLETO.
Di che armi parlate?
OSRICO.
Pugnale e spada.
AMLETO.
Sono due delle sue armi; or bene?
OSRICO.
Il re, Altezza, ha scommesso con lui sei cavalli di Barberia, contro i quali egli ha impegnato, mi vien detto, sei spade e sei pugnali di Francia, coi loro accessori, cinturini, fasce, ciondoli, e via via. Tre di quegli apparecchi colpiscono, affè, la fantasia, rispondono mirabilmente agli elsi, sono di finissimo lavoro, di disegno stupendo.7
AMLETO.
Cosa intendete per apparecchi?
ORAZIO.
Lo sapevo, che prima di finire avreste avuto bisogno di commenti.
OSRICO.
Gli apparecchi, Altezza, sono quell’armatura metallica a cui appoggiamo le nostre spade.8
AMLETO.
La frase sarebbe più esatta se portassimo al fianco dei cannoni; finchè questo non avvenga, continuiamo ad usare le voci antiche. Ma veniamo a noi. Sei cavalli di Barberia contro sei spade di Francia, coi loro accessori, e tre apparecchi che colpiscono la fantasia. Tale la scommessa; ma il motivo?
OSRICO.
Il re, Altezza, sostiene che in dodici assalti fra voi e Laerte, questi non vi colpirebbe più di tre volte; Laerte scommette invece che colpirà dodici volte in nove assalti, e l’esperimento si farà tosto, se Vostra Altezza si degna di darmi una risposta.
AMLETO.
In qual modo, se rispondo di no?
OSRICO.
Intendo se Vostra Altezza accetta la sfida.
AMLETO.
Signore, io passeggierò per questa sala. Se piace a Sua Maestà è l’ora delle mie ricreazioni. Fate portare i fioretti. Ove il gentiluomo lo voglia, e il Re persista gli farò vincere, se posso, la scommessa; diversamente avrò il danno e le beffe.
OSRICO.
Recherò io così la risposta di Vostra Altezza?
AMLETO.
Il succo ne è questo; infioratelo poi a vostro talento.
OSRICO.
Mi raccomando devoto a Vostra Altezza. [p. 97 modifica]
AMLETO.
Tutto per voi, tutto per voi. (Osrico esce.) Fa bene a raccomandarsi da se non v’è altra lingua che volesse assumere tale ufficio.
ORAZIO.
L’uccello9 fugge col suo nido10 in testa.
AMLETO.
Poppava ancora che volgeva parole dolci al seno della nutrice prima di delibarlo.11 Simile a molti stolti, che un mondo più stolto adora, e’ si tien pago nel dispiegare il tuono della moda, e le forme della cortesia; spuma dello spirito che abbaglia in principio e sorprende la stima anche degli assennati, ma che evaporata lascia di sè vestigio uguale a quello della bolla del sapone


Entra un Signore.


SIGNORE.
Principe, Sua Maestà volle tenersi presente alla vostra memoria col ministero del giovine Osrico che gli riferì come voi lo aspettavate in questa sala. Bramerebbe ora conoscere se persistete nel disegno di schermire con Laerte, o se volete differire la partita.
AMLETO.
Persisto ne’ miei propositi, che fan seguito ai voleri del re; se egli è pronto, io pure sono; adesso o in qualunque altro tempo, purché io lo possa come in questo momento.
SIGNORE.
Verranno il re e la regina con tutta la corte.
AMLETO.
Sia cosi.
SIGNORE.
La regina desidera che diciate qualche parola amichevole a Laerte prima di battervi.
AMLETO.
Ella ben mi ammonisce. (Il Signore esce.)
ORAZIO.
Voi perderete questa scommessa, mio principe.
AMLETO.
Non lo credo: dacché egli andò in Francia, io mi tenni in continuo esercizio; vincerò. Ma non puoi credere quale angoscia mi opprima il cuore; non importa.
ORAZIO.
Qh. mio buon signore....
AMLETO.
È una follia, ma è una specie di presagio che basterebbe forse per sopraffare una donna.
ORAZIO.
Se provate qualche ripugnanza, obbedite a siffatta impressione. Preverrò l’arrivo della corte dicendo che non vi sentite bene.
AMLETO.
No, no, noi sfidiamo gli augurii; un passero non cade senza ordine speciale della Provvidenza. Se la mia ora è venuta, non ci sarà più da attenderla; se non vi è da attenderla, essa è venuta; e se non adesso [p. 98 modifica]verrà, basta esser pronti. Poiché nessuno morendo sa quello che lascia;12 che importa il momento in cui ha luogo tale distacco?


Entrano il Re, la Regina, Laerte, Signori.

Osrico e Seguito coi fioretti, ecc.


RE.
Vieni, Amleto, vieni e stringi questa mano che ti presento (Mettendo la mano di Laerte in quella di Amleto).
AMLETO.
Perdonatemi, signore; io vi ho offeso, ma perdonatemi da gentiluomo quale siete. Tutti questi signori sanno, nè voi avete potuto ignorarlo, da quale funesto smarrimento è oppresso il mio spirito. Se ho fatto cosa che abbia potuto spiacervi o ledere il vostro onore, non può essere stato, lo dichiaro altamente, che un effetto della demenza. Fu Amleto che offese Laerte? No. non mai Amleto. Se Amleto, non appartiene più a sè stesso, e se quando non è più in sè, egli insulta Laerte, Amleto non è colpevole del trascorso ch’egli disconfessa. Allora chi fu che questo commise? La sua demenza. Se ciò è, Amleto è egli pure leso, e l’infelice trova un nemico nella propria pazzia. Signore, al cospetto di tutti questi valentuomini io ripudio ogni intenzione malevola, e la vostra generosità mi assolverà veggendo in me un uomo che, avventando una freccia al di sopra del tetto, ebbe la sventura di ferire il proprio fratello.
LAERTE.
La natura è soddisfatta, ella che in questa occasione era la prima a chiedere vendetta; ma confinato nei limiti dell’onore, rifiuto ogni conciliazione fino a che io non abbia intesa l’opinione di arbitri venerandi, di fama intemerata, e che la loro sentenza di pace non abbia messo il mio nome al coperto di ogni rimprovero. Intanto accetto la vostra profferta di amista con amistà. e nulla farò che le stia contro.
AMLETO.
Mi è dolce tale assicurazione, e mi accingo lealmente a questa lotta fraterna. Olà, dateci i fioretti.
LAERTE.
Uno anche a me.
AMLETO.
Io sarò il vostro bersaglio, Laerte; la mia ignoranza darà risalto alla vostra destrezza, come una bruna notte fa risaltare il chiarore di una stella.
LAERTE.
Non vi burlate di me, signore
AMLETO.
No, sul mio onore.
RE.
Date loro i fioretti, giovine Osrico. — Cugino Amleto, voi sapete la scommessa? [p. 99 modifica]
AMLETO.
Benissimo, signore; vostra grazia ha voluto tenere dal lato più debole.
RE.
Nutro migliore speranza; vi ho veduto entrambi, ma dacché egli si è perfezionato avremo il sopravvento.13
LAERTE.
Questo è troppo pesante, datemene un altro.
AMLETO.
Questo mi va. Sono tutti di egual lunghezza questi fioretti? (Si preparano a schermire.)
OSRICO.
Si, mio buon principe.
RE.
Ponete i vasi del vino sopra la tavola. Se Amleto vibra il primo o il secondo colpo, o se ribatte il terzo, il fuoco dell’artiglieria saluti la sua vittoria. Il re berà alla bella salute di Amleto, e tufferà nella tazza una perla di maggior pregio di quelle che portate furono da quattro re successivi nella corona della Danimarca. Si rechino le coppe, ola! e i timballi annunzino alle trombe, e le trombe ai cannoni, i cannoni al cielo e il cielo alla terra che il re beve alla salute di Amleto. — Ora incominciate, e voi giudici tenete su di essi un occhio attento,
AMLETO.
Andiamo, signore.
LAERTE.
Andiamo. (Schermiscono.)
AMLETO.
Una.
LAERTE.
No.
AMLETO.: Si giudichi.
OSRICO.
Si, il colpo fu visibile.
LAERTE.
Bene..., da capo.
RE.
Aspettate, porgetemi da bere; Amleto, questa perla è tua. Bevo alla tua salute. Dategli una tazza. (Squillo di trombe e colpi di cannone.)
AMLETO.
Vuo’ fare prima un nuovo assalto: deponete per un momento la tazza. — Venite.... Un altro colpo; che ne dite?
LAERTE.
Toccato, toccato lo confesso.
RE.
Nostro figlio vincerà.
REGINA.
Egli è debole,14 e il fiato gli manca. Prendi, Amleto, prendi la mia pezzuola, asciugati la fronte; la regina beve alla tua fortuna, Amleto.
AMLETO.
Ve ne ringrazio, signora.
RE.
Gertrude, non bere.
REGINA.
Vuò farlo, signore; ve ne prego, perdonatemi
RE.
(A parte.) È la tazza avvelenata, ma è troppo tardi.
AMLETO.
Non oso ancora di bere, signora; lo farò fra poco.
REGINA.
Vieni, ch’io ti deterga la fronte. [p. 100 modifica]
LAERTE.
Signore, lo colpirò ora.
RE.
Nol credo.
LAERTE.
E nullameno è quasi contro la mia coscienza.
AMLETO.
Su, un terzo assalto, Laerte. Voi vi fate giuoco di me. Schermite, ve ne prego, con tutta la vostra arte, non mi trattate da fanciullo.
LAERTE.
Lo volete? Sia. (Schermiscono.)
OSRICO.
Nulla da nessuna parte.
LAERTE.
Tocca a voi ora. (Laerte ferisce Amleto, quindi nel bollor della zuffa cambiano armi, e Amleto ferisce Laerte.)
RE.
Divideteli, sono troppo infiammati.
AMLETO.
No. innanzi. innanzi. (La regina cade.)
OSRICO.
Attendete alla regina, oh!
ORAZIO.
Sono feriti entrambi. — Come state, mio principe?
OSRICO.
Come state, Laerte?
LAERTE.
Come un uccello15 preso nelle mie stesse reti Osrico. sono giustamente ucciso pel mio tradimento.
AMLETO.
Come sta la regina?
RE.
Ella svenne veggendo scorrere il loro sangue.
REGINA.
No, no, la bevanda, la bevanda... Oh, mio caro Amleto!... la bevanda, la bevanda... muojo di veleno! (Muore.)
AMLETO.
Oh tradimento!... Come?... Chiudansi le porte... Tradimento!... Si trovi il reo...
LAERTE.
(cadendo). Eccolo, Amleto; Amleto, tu sei ucciso; nessun farmaco del mondo potrebbe salvarti; non una mezz’ora di vita ti resta: il perfido strumento è nelle tue mani, non ispuntato e avvelenato. Il tradimento ricadde sopra di me, quando io qui giacqui per non rialzarmi mai più... Tua madre è avvelenata... non ho più forze... il re, il re é il colpevole...
AMLETO.
Questa punta pure avvelenata!... Allora, veleno, fa l’ufficio tuo. (Trafigge il re.)
OSRICO e SIGNORI.
Tradimento! Tradimento!
RE.
Oh, difendetemi, amici, sono soltanto ferito.
AMLETO.
Danese incestuoso, traditore abbominato, bevi alla tua tazza... Ci trovi la tua perla? Va, segui mia madre. (Il re muore.)
LAERTE.
Egli è giustamente punito; muore di un veleno ch’egli medesimo apparecchiò. Perdoniamoci scambievolmente, nobile Amleto; la morte mia e quella di mio padre non ricadono su di te, né la tua sopra di me... (Muore.) [p. 101 modifica]
AMLETO.
Il Cielo ti perdoni! Ti seguirò. Io muojo, Orazio... Addio, sfortunata regina... Voi che pallidi e tremanti contemplate questi fatti, che assistete spettatori muti, ad un tal dramma, oh se ne avessi il tempo, se la morte meno inflessibile mi concedesse un istante di tregua,16 vi direi... ma sia cosi... Orazio, io muojo... Tu vivi per parlare di me e discolparmi nella memoria degli uomini.
ORAZIO.
Nol crediate, in me è più del Romano antico che del Danese, e un po’ di questo liquore rimane.
AMLETO.
Se sei uomo, dammi quella tazza; lasciala; pel Cielo, l’avrò. Oh, buon Orazio, rimanendo le cose occulte, qual nome disonorato non lascerei io dietro di me? Se mai mi amasti, astienti per un tratto dalla felicita17 e rassegnati a menar penosamente la vita in questo tristo mondo per narrare la mia storia. (Marcia lontana e scarica di moschetti.) Che strepito guerriero è questo?
OSRICO.
È il giovine Fortebraccio che tornato vincitore dalla Polonia, saluta con questi suoni l’arrivo degli ambasciatori d’Inghilterra.
AMLETO
. Oh, io muojo, Orazio: il potente veleno vince tutte le mie facoltà, nè tanta vita pur mi rimane da poter udire le nuove d’Inghilterra... ma prevedo che l’elezione cadrà su Fortebraccio... egli ha il mio voto moribondo... diglielo, e raccontagli come a tal fine io venissi... Il resto è silenzio. (Muore.)
ORAZIO.
Ora si spezza un nobile cuore... Addio, amato principe, i cori degli angeli t’invitino al tuo riposo!.. (Marcia al di dentro.) Perché vengono qui costoro?18


Entra Fortebraccio cogli Ambasciatori inglesi ed altri.


FORTEBRACCIO.
Dov’è? Ch’io lo vegga.
ORAZIO.
Che volete vedere? Se cose di lutto o di stupore, cessate dalla ricerca.
FORTEBRACCIO.
Orrenda strage. — Oh morte superba! Qual banchetto apparecchi tu dunque nella tua eterna caverna che hai così con un colpo solo spento tanti principi?
PRIMO AMBASCIATORE.
Questa vista è atroce, e i dispacci che rechiamo d’Inghilterra giungono troppo tardi; chiuse sono le orecchie di colui a cui venivamo ad an[p. 102 modifica]nunziare che i suoi ordini furono eseguiti, che Rosencrantz e Guildenstern più non vivono. Or chi ne ringrazierà?
ORAZIO.
Non egli certo, quando pur vivesse. Egli non die’ mai il comando della loro morte. Ma dacché siete giunti voi dalle guerre della Polonia e voi dall’Inghilterra, e ci sorprendete in mezzo a questi sanguinosi avvenimenti, vogliate ordinare che questi corpi siano esposti solennemente agli sguardi di tutti, e concedete ch’io narri al popolo. che lo ignora, come essi accaddero. Udirete allora il racconto di atti incestuosi, crudeli, ferocissimi; casi provvidenziali, uccisioni involontarie, perfide morti e insidie scellerate che ricadono sui loro autori. Tutto ciò vi narrerò.
FORTEBRACCIO.
Affrettiamoci ad udirlo; e siano convocati tutti i grandi per tal racconto. Per me accetto con dolore i doni della fortuna; ho dei diritti alla riconoscenza di questo regno e l’occasione è propizia a farli valere.
ORAZIO.
Di ciò pure tirò menzione e dovrò offrirvi un voto che ne attirerà molti altri. Ma andiamo, mentre gli animi sono tuttavia compresi da questi fatti; non indugiamo sino che novelle trame non vengano a partorire nuove disgrazie.
FORTEBRACCIO.
Quattro capitani rechino Amleto, come si addice ad un guerriero, sopra un letto di gala, perché è probabile che se fosse vissuto ei sarebbe stato un gran re; nel suo passaggio la musica intuoni i suoi inni, e gli siano renduti tutti gli onori della guerra. Sollevate il suo corpo. Questo spettacolo converrebbe in un campo di battaglia; contrista il vederlo qui. Andate e ordinate ai soldati di far fuoco. (Marcia funebre. Escono a passi solenni; poi si ode una scarica di moschetti.)




fine.

  1. Uomini di Stato.
  2. «Non pensi tu che io l’abbia ora sopra di me?» (Che io l’abbia sulle braccia)
  3. Canchero, ulcere.
  4. «E un uomo può essere spento nel solo tempo che ci vuole per dire uno.»
  5. Gabbiano, uccello di mare.
  6. Alito.
  7. Il poeta mette in derisione il modo ostentato di parlare che prevaleva alla corte di Elisabetta.
  8. Hangers, quella parte del budriere da cui pende la spada.
  9. Pavoncella.
  10. Guscio, conchiglia.
  11. «Adulava la mammella prima di suggerla.»
  12. Nell’avvenire, sottintendi
  13. A chi sa di scherma riesce più facile parar colpi vibrati con arte, che altri dati a caso
  14. Grasso
  15. Una beccaccia.
  16. «Se la morte spietato sergente, non fosse così esatta nell’adempiere ai suoi mandati» ecc.
  17. Di morire, sottinteso.
  18. «Perchè viene qui questo tambure?»