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Alla scoperta dei letterati/Matilde Serao

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Matilde Serao

../Edoardo Scarfoglio ../Arturo Colautti IncludiIntestazione 11 gennaio 2017 100% Da definire

Edoardo Scarfoglio Arturo Colautti

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Napoli, dicembre del ’94.



Attraverso a molte sale lussuosamente addobbate con arte, giungo allo studio della scrittrice. Lo studio è ampio e luminoso per un’alta porta a vetri che si apre sopra una loggia ricca di vasi e di arbusti; da quella porta si vede un cortile grande, quietissimo, cinto da case a molti piani, ma su dal cortile, più in alto di quelle alte case, sorge un platano diritto che ancora nel tardivo autunno napoletano regge le foglie secche. Che bella vicenda di colori e di foglie deve quel platano al favor delle stagioni segnare, in vista della nobile donna dietro quei vetri intenta su la carta, tra i libri! E libri vedo tutt’attorno in bell’ordine e belle [p. 234 modifica]rilegature, su tavole lunghe, dentro armadii chiusi, su scaffali girevoli. Dalla camera vicina viene un suono lieto di voci infantili.

Si accendono le sigarette, e il colloquio nostro incomincia. La signora Serao fa spesso, parlando, il gesto di sollevare i capelli su dalla fronte, e la fronte è invece sempre libera e bella sotto il diadema dei capelli nerissimi, diritti.

— Voi mi domandate del romanzo italiano. Il romanzo italiano non può esistere, per ora; tutti i romanzi che noi facciamo sono parti, elementi, coefficienti del futuro romanzo italiano integro e perfetto; essi sono, se non per altro, per l’argomento essenzialmente regionali. Prendete una classe speciale: l’aristocrazia. Ebbene l’aristocrazia siciliana che il Verga e il de Roberto descrivono, non è differentissima dalla aristocrazia napoletana che ho descritta talvolta io? Insomma una ragione tutta etnica si oppone alla formazione del romanzo italiano e credo ciò [p. 235 modifica]sarà per molto tempo, perchè manca il punto o il mezzo di concentrazione, di unificazione. La capitale, Roma. Parole. Roma è Roma e sarà sempre Roma, non sarà mai la capitale di Italia, non sarà mai la terza Roma che sarebbe davvero troppo piccola cosa in confronto alle altre e troppo malamente limiterebbe la immensità di lei quasi divina. Un’altra città sarebbe stata, anche a vantaggio della formazione di un’arte e di una coltura nazionale, capitale ottima d’Italia: Firenze. Per la lingua che vi si parla, per le tradizioni sue letterarie, per i costumi suoi veramente italici, per la sua storia politica, per la sua posizione geografica sarebbe stata l’ottima capitale. Vedete amico mio, anche la letteratura adesso è vittima di una frase impronta: O Roma o morte.

Ma un’altra ragione nega la formazione di un romanzo italiano ed è la lingua. Guardate qui a Napoli: abbiamo tre lingue, una letteraria, aulica, sognata, non [p. 236 modifica]reale; una dialettale viva, chiara pittorica, sgrammaticata, asintattica; una media che dirò borghese che è scritta dai giornali, che ripulisce il dialetto sperdendone la vivacità e tenta imitare la lingua aulica senza ottenerne la limpidezza. Io che sono stata tanto accusata di scrivere in una lingua cattiva imperfettissima, io che anzi confesso di non saper scrivere bene, ammiro in ginocchio chi scrive bene, chi fissa le idee sue in quella prima lingua aulica e lucente. E vi dirò che non so scriver bene per due ragioni, una mia personale ossia gli studii cattivi e incompiuti (ho fatto tutta la Scuola normale), una di ambiente ed è l’esistenza di quelle tre lingue che notavo più su. Ma se la mia lingua è scorretta, se io non so scrivere, se io ammiro chi scrive bene, vi confesso che, se per un caso imparassi a farlo, non lo farei. Io credo con la vivacità di quel linguaggio incerto e di quello stile rotto di infondere nelle opere mie il calore, e il calore non solo vivifica i corpi ma li [p. 237 modifica]preserva da ogni corruzione del tempo. Questo io penso. Le altre opere (e sono poche) redatte nel linguaggio purissimo e gelido vivranno? Noi quattro (intendo Verga, de Roberto, me e un po’ Capuana) accusati di scorrettezza abbiamo un pubblico che ci segue e ci legge: perchè nella posterità dovremmo morire? Il romanzo è recente forma d’arte, e non ci sono argomenti storici in contrario. Staremo a vedere.

— Una questione più pedestre. Ella che è certo tra i pochi scrittori italiani le cui opere si vendono a parecchie edizioni, non crede che un positivo danno all’incremento della letteratura nostra derivi dai pochi o inesperti editori?

— Certo. Essi sono pochi e tutti inespertissimi, anche i due o tre maggiori. Se poi sono onesti, la loro inesperienza aumenta in proporzione della loro onestà, e il libro è spedito a venti, trenta corrispondenti e poi condannato a morire. Se poi sono disonesti, guai al povero autore! [p. 238 modifica]La rèclame da noi è ignota. Bocconi, Mele, nella loro industria mandano due cataloghi all’anno a quarantamila indirizzi, nelle provincie più lontane, nei paesi più piccoli. Perché gli editori non fanno lo stesso? Molte volte mi si chiede dove si vende un tal libro, perchè gli editori non fanno nulla per attirare il lettore; non fanno che esporre in vetrina, quando lo fanno! Io da molto tempo sogno una cooperativa tra autori provetti e noti, la quale con buoni lavori e un modesto capitale inizii ottime edizioni a prezzi moderati di opere forti, salvo poi a far posto ai giovani migliori. Sarebbe un successo ottimo, ma.... Roma dovrebbe esserne la sede, e torniamo a quel che dicevamo più su.

— Ella nel suo Mattino Letterario ha nella estate scorsa iniziato una serie di articoli dal titolo I Cavalieri dello spirito e ha preso subito accanto al Fogazzaro e al Salvadori un alto posto tra quelli che nella religione, o meglio nel sentimento profondo ed oscuro di un al di là, cercano [p. 239 modifica]conforto a loro stessi e alla loro opera letteraria. I passi pubblicati del suo futuro libro Nel paese di Gesù hanno confermata questa fama. Molti, letterati e non letterati, non credono a un movimento corrispondente nel pubblico; molti, anzi, non credono nemmeno alla sincerità di quelli che lo hanno dall’alto iniziato. Me ne parli, in cortesia.

— Restiamo, per cominciare, nel campo letterario. Il naturalismo è nato dal materialismo, anzi è la forma artistica di esso. La scienza, l’abuso della scienza, ha così prostrato la fantasia e anche l’arte, che l’ha fatta serva sua. Ora, dopo molti anni, sentiamo che la scienza non è bastata, o almeno non ci è bastata; noi che abbiamo voluto veder tutto, abbiamo visto appena uno su mille! Cosi uscendo dalla pura letteratura, laddove prima avevamo la Fede ora non abbiamo che un dubbio dolorosissimo, più doloroso dello scetticismo, perchè questo in fondo ci acquieterebbe, quello ci flagella, ci spinge verso l’Inconosciuto [p. 240 modifica]e verso l’Inconoscibile, quasi in quelle tenebre fosse la salvezza nostra. Quest’orgja di vero (scusate la frase vecchia), questo abuso di materialismo e di naturalismo ci spinge al misticismo, se volete, all’Idealismo. Il misticismo vero è fenomeno solo degli spiriti più alti che sentono e pesano la reazione e sanno le vie di scampo probabili. Non intendo dire che noi siamo, o almeno che io sia cattolica apostolica romana, come il Fogazzaro è e dice di essere. In fondo, egli stesso lo è? Beato lui, se è vero! Io non posso accettare tutti i dogmi; la scienza che mi ha messo su questo inquieto viaggio verso il dubbio, ormai me lo nega, senza pur darmi in compenso altre certezze conduttrici. Ma la figura di Cristo è una figura somma, superumana; e il mio viaggio in Palestina ha ribadito questo mio pensiero, il quale necessariamente mi sospinge fuori dell’umanità, in un desiderio di infinito, di ignoto, di soprasensorio.

Ora guardiamo al popolo: null’altro [p. 241 modifica]risponde in lui a quei nostri sentimenti che una irrequietudine continua, pungente, una aspirazione all’ideale fuori dalla faticata vita di tutti i giorni. E le difficoltà economiche sociali sono la causa determinante di questa inquietezza. Esso non sa dove dirigersi per il conforto, noi dobbiamo mostrargli la via; ed è opera santa, ed è opera cara, che, confortando noi, confortiamo esso pure. Il soffrire ci unisca; noi e il popolo sentiamo comuni il soffrire, sentiamo sui colli nostri lo stesso giogo della umanità greve, della tristezza animale, della caducità. In questa comunione di dolore l’amore ci unisca. La religione non basta più; dopo aver distolto Iddio dal cuore degi undli, ora lo richiamiamo purosamente, ed è tardi. L’amore ci unisca, secondo i dettami di Cristo, che furono i dettami d’amore. Con questo non scioglieremo la questione sociale, che ciò è impossibile, ma la leniremo. Questa comunione di anime travagliate dalla stessa ansia sarà simile a quella che strinse l’ [p. 242 modifica]umanità terrificata nell’anno mille. E noi del mezzogiorno, dove la differenza delle classi è in realtà meno duramente sentita od imposta, dove la principessa scende a vedere e a soccorrere la sua portinaia che geme nei dolori del parto, possiamo meglio di altri cominciare questo movimento, questa sollevazione degli animi fuori dal profondo oscuro.

A questo punto crebbero le grida infantili dalla camera vicina, ed erano festose e plaudenti. La signora Serao sorrise.

— Sono i miei bimbi che hanno illuminato il presepio.

E andammo a vedere. I quattro fanciulli lindi e bianchi saltavano di gioia avanti a un grande presepe popolato di pastori e di angeli e illuminato da tante candele rosse, bianche e turchine, e a volta a volta lo mostravano estasiati alla mamma o a me.

— Quant’è bello, eh? Ti piace? di’, ti piace?