Agide (Alfieri, 1946)/Atto primo

Atto primo

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Personaggi Atto secondo

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ATTO PRIMO

SCENA PRIMA

Leonida, Anfare.

Anfar. Ecco, or di nuovo sul regal tuo seggio

stai, Leonida, assiso. Intera Sparta,
o d’essa almen la miglior parte, i veri
maturi savj, e gli amator dell’almo
pubblico bene, a te rivolti han gli occhi,
per ottener dei lunghi affanni pace.
Leon. Di Sparta il re non io perciò mi estimo,
finché rimane Agide in vita. Ei vive
non pur, ma ei regna in cor de’ molti. Asilo
gli è questo tempio, il cui vicino foro
empie ogni dí tumultuante ardita
plebe, che re lo vuol pur anco, e in trono
un’altra volta a me compagno il grida.
Anfar. E temi tu d’esserne or vinto? Io ’l giuro,
e gli altri efori tutti il giuran meco;
Agide mai non fia piú re. Ma, vuolsi
oprar destrezza or, piú che forza...
Leon.  Egli era
da tanto giá, che co’ raggiri suoi,
con le sue nuove mal sognate leggi,
tutto sossopra a forza aperta porre,
e me cacciarne ardia del soglio in bando:
ed io, da’ miei fidi Spartani al soglio

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richiamato, or dovrò con vie coperte

la vendetta pigliarne?
Anfar.  Un velo è forza
porvi: ei genero t’è. Quel dí, che in crudo
esiglio, solo, abbandonato, e privo
del regio serto, fuor di Sparta andavi,
umano ei t’era. Ai percussor feroci
che Agesiláo crudel su l’orme tue
a svenarti inviava, Agide a viva
forza si oppose; e di Tegéa (il rimembri)
salvo al confin ti trasse: in ciò soltanto
non figlio ei d’Agesístrata, ed avverso
apertamente al rio di lei fratello.
Sol del pubblico bene or puoi far dunque
a tua vendetta velo.
Leon.  Infame dono
ei mi fea della vita, il dí ch’espulso
m’ebbe dal seggio; e a vie piú grande oltraggio
recar mel debbo. Ei mi credea nemico
da non piú mai temersi? oggi nel voglio
disingannare appieno. In me raddoppia
l’esser egli mio genero il dispetto.
Genero a me? deh! quale error fu il mio,
d’avere a lui donna dissimil tanto
data in consorte? Ammenda omai null’altra,
che lo spegnerlo, resta. Unica figlia,
Agiziade diletta, a me compagna,
sostegno a me nel duro esiglio l’ebbi.
Abbandonava ella il suo amato sposo,
perché al padre nemico; ella i legami
di natura tenea piú sacri ancora
che quei d’amore: e al fianco mio trar vita
misera volle errante, anzi che al fianco
del mio indegno offensore in trono starsi.
Anfar. Pur, per quanto sia giusto in te lo sdegno,
premilo in petto, se sbramarlo or vuoi.

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Io men di te non odio Agide altero;

e la sua pompa di virtudi antiche,
finta in biasmo di noi. Sparta ridurre
qual giá la fea Licurgo, è al par crudele,
che ambizíosa stolidezza: è tale
pure il disegno suo; quindi ebbe ei quasi
la cittá nostra all’ultimo ridotta:
e, sconvolta pur anco, in risse e affanni
egra ella sta. Ma, van cangiando i tempi:
quei traditori, efori allor, che schiavi
eran d’Agesiláo, piú a lui venduti
che ad Agide, con esso ora sbanditi
son tutti, o spenti; e sta in noi soli Sparta.
Ma il popol rio, mendico, e ognor di nuove
cose voglioso, Agide ancora elegge
mezzo a sue mire ingiuste. A schietta forza,
mal frenare il potremmo; ogni novello
governo erra adoprandola. Deluso,
pria che sforzato, il popol sia. Tal cura,
che a cor mi sta non men che a te, mi lascia.
Ecco la madre d’Agide: gran donna
ogni dí piú degli Spartani in core
si fa costei: temer si debbe anch’ella.


SCENA SECONDA

Agesistrata, Leonida, Anfare.

Agesis. Chi ne’ miei passi trovo? oh! mentre io vado

di Sparta al re, cui sacro asil racchiude,
quí intorno io veggo irsi aggirando or l’altro
re di Sparta novello?
Leon.  E il fero giorno,
ch’io, re di Sparta, esul di Sparta usciva,
ebbi al mondo un asilo? Assai gran tempo
dal trono io vissi in bando; e reo, ch’è il peggio,

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in apparenza io vissi. Avriami ucciso

il duol, se in un coll’usurpato seggio
restituita la innocenza mia
non m’era appieno da un miglior consiglio
di Sparta istessa. Il mio rival cacciato,
quel Cleómbroto iniquo, a chi il mio scettro
signor del tutto allora Agide dava,
giá mie discolpe ei fece. A far le sue,
che tarda Agide piú? Collega ei fummi
sul trono; ancor mi è genero; e nemico
mi sia, se il vuole. — Ma, cagion qual altra,
che il suo fallir, chiuso or nel tempio il tiene?
Agesis. A Sparta, e a me, Leonida, sei noto:
quai sieno i tuoi, quai sien d’Agide i falli,
è brevissimo a dirsi. Agide volle
libera Sparta; i cittadini uguali,
forti, arditi, terribili; Spartani
in somma: e a nullo sovrastare ei volle,
che in ardire e in virtude. In ozio vile,
ricca, serva, divisa, imbelle, quale
appunto ell’è, Leonida la volle.
Falli son l’opre d’Agide, perch’havvi
copia di rei, piú che di buoni, in Sparta:
di Leonida l’opre or son virtudi,
perch’elle son dei tempi. Oggi rimembra
tu almen, se il puoi, che il mio figliuol mostrossi
nemico aperto del regnar tuo solo,
non di te mai; ch’or non vivresti, pensa,
se cittadino ei piú che re, tua vita
non ti serbava, ed in suo danno forse.
Leon. Vero è; nel dí, che il tuo crudo fratello
a trucidarmi gli assassin suoi vili
mandava, Agide, forse a tuo dispetto,
per altri suoi satelliti mi fea
vivo e illeso serbar: ma un re sbandito,
cui l’onor, l’innocenza, il soglio tolto

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vien dal rival, fia ch’a pietade ascriva

la mal concessa vita?
Agesis.  Al par che grande
era imprudente il dono: Agide stesso
tale il credea; ma innata è in quel gran core
ogni magnanim’opra. Agide eccelso
contaminar non volle col tuo sangue
la generosa ed inaudita impresa
di un re, che in piena libertá sua gente
restituir, spontaneo, si accinge.
Dal perdonarti io nol distolsi; e forse
tentato invan lo avrei: d’Agide madre,
mostrarmi io mai potea di cor minore
a quel di un tanto figlio? È ver; mi nacque
Agesiláo fratello; or di un tal nome
indegno egli è. Con libera eloquenza,
e con finte virtú suoi vizj veri
adombrando, ei deluse Agide, Sparta,
e me con essi...
Leon.  Ma, non me, giammai.
Agesis. Noto e simile ei t’era. — A tor per sempre
dei creditori e debitor, de’ ricchi
e de’ mendici, i non spartani nomi,
Agesiláo, piú ch’altri, Agide spinse.
Vistosi poi dal nostro esemplo astretto
di accomunar le sue ricchezze, ei vinto
dall’avarizia brutta, il sacro incarco
contaminando d’eforo, impediva
la sublime uguaglianza. Il popol quindi,
sconvolto e oppresso piú, dubbio, tremante
fra il servir non estinto e la sturbata
sua libertade rinascente appena,
te richiamava al seggio: e te stromento
degno ei sceglieva al rincalzare i molli
non cangiabili in lui guasti costumi.
Il popol stesso, avvinto in man ti dava

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qual Cleómbroto re pur dianzi eletto:

e il popol stesso alla custodia or sola
di un asilo abbandona il giá sí amato
Agide, il riverito idolo suo.
Anfar. Piú custodito è dalle leggi assai,
che da questo suo asilo. Ei delle leggi
sovvertitore, annullator, pur debbe
ad esse e a noi la sua salvezza. E a noi
efori veri, a Sparta tutta innanzi,
ei dará di se conto: ove non reo
vaglia a chiarirsi, ei non del re, né d’altri
temer de’ mai.
Leon.  S’egli in suo cor se stesso
reo non stimasse, a che l’asilo? al giusto
giudizio aperto popolar me pria
perché non trarre?
Agesis.  Perché d’armi e d’oro
tu ti fai scudo, ei di virtude ignuda:
perché tu pieno di vendetta riedi,
ed ei neppure la conosce: in somma,
perché i tuoi, non di Sparta, efori nuovi
suonan ben altro, che terror di leggi.
Nulla paventa Agide mio; ma torsi
vuol dalla infamia; e darla, ancor che breve,
altrui può sempre chi il poter si usurpa.
Leon. Che fará dunque Agide tuo? piú a lungo
racchiuso starsi omai non può, s’ei teme
la infamia vera.
Anfar.  E molto men può Sparta
nelle presenti sue strane vicende
d’un de’ suoi re star priva. Agide il nome
tuttor ne serba; e il necessario incarco
pur non ne adempie: mal sicura intanto
e dentro e fuori è la cittá; sossopra
gli ordini tutti; e manca...
Agesis.  Agide manca;

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e con lui tutto. Al par di noi ciò sanno

i nemici di Sparta, in cui novello
fea rinascer terror dell’armi nostre
Agide solo. Sí, gli Etoli feri,
cui disfar non sapea canuto duce
il grande Aráto co’ suoi prodi Achei,
tremar d’Agide imberbe; antico tanto
spartano egli era. — A non imprender cosa
or contro a lui, Leonida, ti esorto:
che se pur anco, ingiusto spesso, il fato
palma or ten desse, onta non lieve un giorno
ne trarresti dal tempo, e danno espresso
della patria. Non so, se patria un nome
sacro a te sia: ma primo, e forte tanto
nome è fra noi, che se in mio cor sorgesse
un leggier dubbio mai, ch’anco i pensieri,
non che d’Agide l’opre, al ben di Sparta
non fosser volti tutti, io madre, io prima,
il rigor pieno delle sante leggi
implorerei contra il mio figlio. — Or dunque
opra a tuo senno tu: tremar non ponno
Agide mai, né chi a lui dié la vita,
che per la patria lor: tu, benché in armi,
ed in prospera sorte, entro al tuo core
conscio di te, sol per te stesso tremi.
Leon. Donna, sei madre; e d’uom ch’ebbe giá scettro,
il sei; quínd’io ti escuso. In voi temenza
non è; di’ tu? meglio per voi: ma Sparta,
gli efori, ed io, vi diam sol uno intero
giorno, a mostrar questa innocenza vostra,
sempre esaltata e non provata mai.
Esca al fin egli, e se difenda; e accusi
me stesso ei pur, se il vuol: tranne l’asilo,
tutto or gli sta. Ma, se a celarsi ei segue,
digli, che al nuovo dí né Sparta il tiene
piú per suo re, né per collega io il tengo.

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SCENA TERZA

Agesistrata, Anfare.

Anfar. Dal fresco esigilo inacerbito ei parla:

ma, non ha Sparta l’ira sua. — Dovresti,
tu cui son cari Agide e Sparta, il figlio
piegare ai tempi alquanto, e indurlo...
Agesis.  A farsi
vile, non io, né voi, né Sparta indurlo
mai non potremmo. Che del re lo sdegno
non sia sdegno di Sparta, assai mel dice
l’immenso stuolo di Spartani in folla
presso all’asilo d’Agide ogni giorno
adunati, che il chiamano con fere
libere grida ad alta voce padre,
cittadin re, liberator secondo,
nuovo Licurgo. Assai pur alta e vera
esser de’ in lui la sua virtú, poich’osa
laudarla ancor con suo periglio Sparta;
poiché, piú del terror dell’armi vostre,
può in Sparta ancor la maraviglia d’essa.
Anfar. Si affolla e grida il popolo; ma nulla
opra ei perciò: né i ribellanti modi
altro faran, che inacerbir piú sempre
contra il tuo figlio i buoni. Assai tu puoi,
d’Agide madre, entro a spartani petti,
e sovr’Agide piú: quelli (a me il credi)
al cessar dai tumulti, e questo or traggi,
per poco almeno, all’adattarsi ai tempi.
Se il ben di tutti e il ben del figlio brami,
fra víolenze e rabide contese,
mal si ritrova, il sai. Se in ciò tu nieghi
caldamente adoprarti, e Sparta, ed io,
e Leonida, a dritto allor nemici
crederem voi di Sparta; allor parranno,

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a certa prova, i vostri ampj tesori

malignamente accomunati in prezzo,
non di uguaglianza, di comun servaggio.
Dell’alte imprese, ottima o trista, pende
dall’evento la fama. All’opre vostre
generose, magnanime (se il sono)
macchia non rechi il rio sospetto altrui,
che giustamente voi pentiti accusa
del tanto dono; e del volerne infame
traffico far, vi accusa. Io tutto appieno,
qual cittadin, qual eforo, ti espongo;
non qual nemico: a voi l’oprar poi spetta.


SCENA QUARTA

Agesistrata.

— Tempo acquistar voglion costoro; e tempo

dar lor non vuolsi. Ah! di costui la finta
dolcezza, e di Leonida la rabbia
repressa a stento, indizj a me (pur troppo!)
son del destino e d’Agide, e di Sparta.
Tutto si tenti or per salvarli; e s’anco
irati i Numi della patria vonno
sol placarsi col sangue, Agide, ed io,
per la patria morremo; a lei siam nati. —
Pur che risorga dal mio sangue Sparta.