Adone/Dedica a Maria de' Medici

Dedica a Maria de' Medici

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Adone Discorso di Chapelain sull'Adone

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[p. 5 modifica]DEDICA A MARIA DE’ MEDICI [p. 6 modifica] [p. 7 modifica]Maestá Cristianissima di Maria de’ Medici Reina di Francia, e di Navarra. La Grecia di tutte le bell’arti inventrice, la qual sotto velo di favolose fizzioni soleva ricoprire la maggior parte de’ suoi misteri, non senza allegorico sentimento chiamava Hercole Musagete, quasi Duce e Capitano delle Muse. Il che non con altra significazione (s’io non m’inganno) hassi da interpretare, che per la vicendevole corrispondenza che passa tra la forza e l’ingegno, tra ’l valore e ’1 sapere, tra l’armi e le lettere; e per la reciproca scambievolezza che lega insieme i Prencipi e i Poeti, gli scettri e le penne, le corone dell’oro e quelle dell’alloro. Perciò che sí come alla quiete degli studii è necessario il patrocinio de’ Grandi, perché gli conservi nella loro tranquillitá; cosí allo ’ncontro la gloria delle operazioni inclite ha bisogno dell’aiuto degli Scrittori, perché le sottraggano alla oblivione. E sí come questi offrono versi e componimenti, che possono a quelli recare insieme col diletto l’immortalitá; cosí ancora quelli donano ricompense di favori, e premi di ricchezze, con cui possono questi menare commodamente la vita. Quinci senza alcun dubbio è nato ne’ Signori il nobilissimo costume del nutrire i Cigni famosi, acciò che illustrando essi col canto la memoria de’ loro onori, la rapiscano alla voracitá del Tempo. Quinci d’altra parte parimente si è derivata in coloro che scrivono, l’antica usanza del dedicare i libri a’ Gran maestri, a’ quali non per altra cagione sogliono indirizzargli, se non per procacciarsi sotto il ricovero di tale scudo sicura difesa [p. 8 modifica]8 A MARIA DE’ MEDICI dall’altrui malignitá, e dalla propria necessitá. Questi rispetti mossero Virgilio ad intitolare il suo Poema a Cesare, Lucano a Nerone, Claudiano ad Onorio, ed a tempi nostri l’Ariosto e ’l Tasso alla Ser.ma Casa da Este. Questi istessi dall’altro lato mossero Mecenate a sovvenire alla povertá d’Orazio, Domiziano a promuovere Stazio e Silio Italico a gradi onorevoli, Antonino a contracambiare con altrettanto oro le fatiche d’Oppiano; e ultimamente (per tralasciare gli altri stranieri) Francesco il primo Re di Francia a remunerare con effetti di profusa liberalitá le scritture dell’Alamanni, del Tolomei, del Delminio, dell’Aretino, e d’altri molti letterati italiani; Carlo il nono a stimare, onorare, e riconoscere oltremodo la virtú ed eccellenza di Piero Ronzardo; Arrigo il terzo ad accrescere con larghe entrate le fortune di Filippo di Portes, Abate di Tirone; ed Arrigo il quarto dopo molti altri segni d’affezzione parziale, ad essaltare alla sacra dignitá della porpora i meriti del Cardinal di Perona. Non mossero giá (per mio credere) questi rispetti la M. ta Cr. ma di Lodovico il xiii, quando con tante dimostrazioni di generositá prese a trattener me nella sua corte, sí perché all’edifício della sua gloria non fa mestieri di sí fatti puntelli, sí anche perch’io non son tale, che basti a sostenere con la debolezza del mio stile il grave peso del suo nome. Né muovono ora similmente me a consacrare a S. M. ta il mio Adone, come fo, sí perché l’animo mio è tanto lontano dall’interesse, quanto il suo dall’ambizione, sí anche perché sono stato prevenuto co’ benefici, ed ho ricevuti guiderdoni maggiori del disiderio, e della speranza, non che del merito. Ma quantunque i fini principali della sua protezzione e della mia dedicazione non sieno questi, contuttociò tanto per la parte che concerne i debiti della obligazion mia, quanto per quella che s’appartiene ai meriti della grandezza sua, con ragione panni che si debba il presente libro al nostro Re, e che da me al nostro Re sia buon tempo fa giustamente dovuto. Devesi a lui, come degno di qualsivoglia onore; e devesi da me, come onorato (ben che indegnamente) del titolo della regia servitú. Per quel che tocca a S. M. ta dico, ch’è proporzionato questo [p. 9 modifica]A MARIA DE’ MEDICI 9 tributo, essendosi giá col sopraccennato essempio d’Hercole dimostrato, ch’a’ Prencipi grandi non disconvengono poesie. E mi vaglio della somiglianza d’Hercole, meritando egli appunto ad esso Hercole d’essere per le sue azzioni paragonato; poi che se l’uno ne’ principii della sua infanzia ebbe forza di strangolare due fieri Dragoni, il che fu preso per infallibile indizio dell’altre prove future; l’altro ne’ primordii e della sua etá e del suo governo conculcò né piú né meno due ferocissime e velenosissime Serpi, dico le guerre intestine di Francia, e le straniere d’Italia, superate l’una con la mano del valore, l’altra con quella dell’autoritá; dal qual atto si può far certissimo giudicio dell’altre imprese segnalate, che ci promettono gli anni suoi piú fermi. Havvi però di piú tanto di differenza, che quel che l’uno operò giá adulto e robusto, l’altro ha operato ancor tenero e fanciullo, estirpando dal suo regno un mostro cosí pestifero, com’era l’Hidra della discordia civile, le cui teste pareva che d’ora in ora moltiplicassero in infinito. E se bene al presente guerreggia tuttavia co’ suoi sudditi, il che par che repugni alla publica pace, e contrafaccia alla concordia dello stato, vedesi nondimeno chiaramente, che dopo l’onor di Dio (ch’è il suo primo riguardo) il tutto è inteso a quel medesimo scopo, cioè di passare alla quiete per lo mezo de’ travagli; né altro pretende, che con la dovuta ubbidienza de’ popoli tranquillando le continove tempeste del suo reame, stabilirsi nella paterna monarchia. Gran cosa certo è il mirare i miracolosi progressi che fa questo mirabile giovane in etá sí acerba con sí maturo consiglio, che piú di grave non si disidera nella prudenza de’ piú canuti. Ecco appena uscito della fanciullezza, mosso dal senno, spinto dalla virtú, guidato dalla Fortuna, accompagnato dalla loda, ascende a gran passi co’ piedi del valore le scale della immortalitá, e va crescendo in tanta grandezza di pregio, che oggimai i suoi fatti peregrini sono ammirabili, ma non imitabili. Si arma per l’onor di Cristo, combatte per la veritá evangelica, vendica l’ingiurie della corona Gallica, ristora i riti del culto cattolico, fa inviolabili le leggi della buona religione. Le sue forze, le sue armi, le sue genti, i suoi tesori, e tutti i concetti alti del [p. 10 modifica]IO A MARIA DE’ MEDICI suo animo reale non ad altro fine si rivolgono, che alla gloria del Cielo. Passi essecutore della divina disposizione, difensore della regia dignitá, punitore della insolenza de’ rubelli; e in tutte le sue generose azzioni si dimostra amico de’ buoni, compagno de’ soldati, fratello de’ servi, padre de’ vassalli, e degno figliuol primogenito della Chiesa Apostolica. Risarcisce i quasi distrutti onori della milizia, i disagi gli sono ozii, i sudori delizie, le fatiche riposi. Fa stupire, e tremare, vince prima che combatta, ottiene piú trionfi che non dá assalti, e signoreggia piú animi, che non acquista terre. Il suo petto è nido della fortezza, il suo cuore refugio della clemenza, la sua fronte paragone della maestá, il suo sembiante specchio deH’affabiltá, il suo braccio colonna della giustizia, la sua mano fontana della liberalitá. La sua spada infocata di zelo par la spada del Serafino, che discaccia dalla sua casa i contumaci di Dio; onde il mondo che gli applaude, e che ha delle sue magnanime opere incredibile aspettazione, con voce universale lo chiama Intelligenza della Francia, Virtú del trono e dello scettro, Angelo tutelare della vera fede, poi che angelico veramente è il suo aspetto, angelico il suo intelletto, e angelica la sua innocenza. Cosí la somma pietá di quel Dio il quale lo regge, ed il quale egli difende, guardi la sua vita, e allontani dalla sua sacra persona la violenza del ferro, la fraude del veleno, e la perfidia del tradimento; come in lui si adempiranno appieno tutte le condizioni di perfezzione che mancarono negli antichi Cesari. E trattandosi in questa guerra santa dell’interesse pur di Dio, non mancheranno a quella infinita sapienza modi da terminarla a gloria sua, e con riputazione d’un Re sí giusto. Quanto poi alla parte che tocca a me, debita ancora, non che ragionevole, stimo io questa dedicatura, acciò che se nell’uno abonda cortesia, nell’altro non manchi gratitudine. Ma con qual cambio, o con qual effetto condegno corrisponderò io a tanti eccessi d’umanitá, i quali soprafanno tanto di gran lunga ogni mio potere? Certo non so con altro pagargli, che con parole, e con lodi, in quella guisa istessa che si pagano le divine grazie. Ben vorrei, che la mia virtú fusse pari alla sua bontá, per potere [p. 11 modifica]A MARIA DE’ MEDICI I I altrettanto celebrar lui, quanto egli giova a me; perciò che sí come i suoi gesti egregi, quasi stelle del Ciel della gloria, influiscono al mio ingegno suggetti degni d’eterna loda, cosí i favori ch’io ne ricevo, quasi rivoli del fonte della magnificenza, innaffiano l’ariditá della mia fortuna con tanta larghezza, che fanno arrossire la mia viltá, onde rimango confuso di non aver fin qui fatta opera alcuna per la quale appaia il merito di sí fatta mercede. Potevano per aventura da questa oblazione distòrmi due circostanze, cioè la bassezza della offerta dal canto mio, e l’eminenza del personaggio dal canto suo. Ma era legge de’ Persiani (come Heliano racconta) che ciascuno tributasse il Re loro di qualche donativo conforme alla propria facoltá, qualunque si fusse. E Licurgo voleva, che si offerissero agl’Iddíi cose ancor che minime, per non cessar giá mai d’onorargli. Queste ragioni scusano in parte il mancamento del donatore; ma per appagare la grandezza di colui, a cui si dona, dirò solo che quell’istesso Hercole di cui parliamo, per dar alle sue lunghe fatiche qualche sollazzevole intervallo, deposta talvolta la clava, soleva pure scherzando favoleggiare con gli amori. Achille, mentre che nella sua prima etá viveva tra le selve del monte Pelia sotto la disciplina di Chirone, soleva (secondo che scrive Omero) dilettarsi del suono della cetera, né sdegnava di toccar talvolta l’umil plettro, e di tasteggiar le tenere corde con quella mano istessa, che doveva poi con somma prodezza vibrar la lancia, trattar la spada, domare destrieri indomiti, e vincere guerrieri invincibili. Per la qual cosa io non dubito punto, che fra l’altre eroiche virtú, ch’adornano gli anni giovanili di S.M. tá, in tanta sublimitá di stato, in tanta vivacitá di spirito, e in tanta severitá d’educazione, non debba anche aver luogo l’onesto e piacevole trastullo della Poesia. E se il medesimo Eroe pargoletto (come narra Filostrato) quando ritornava dall’essercizio della caccia stanco per la uccisione delle fiere, non prendeva a schifo d’accettare dal suo maestro le poma e i favi in premio della fatica, con quello istesso animo grande con cui poi aveva da ricevere le palme e le spoglie delle sue vittorie; perché non debbo io sperare che S.M. tá, non dico dopo le cacce, [p. 12 modifica]A MARIA DE’ MEDICI I 2 nelle quali suole alle volte nobilmente essercitarsi, ma dopo le guerre, le quali con troppo dure distrazzioni l’incominciano ad occupare, abbia con benignitá a gradire questo picciolo e povero dono presentato da un suo devoto, il quale appunto altro non è, che frutto di rozo intelletto, e miele composto di fiori poetici, quasi lieto e sicuro presagio de’ ricchi tributi, e de’ trionfali onori, che in piú maturo tempo saranno al suo valore offerti? Farmi veramente la figura biforme di quel misterioso Semicavallo ben confacevole al mio suggetto, come molto espressiva delle due necessarie e principali condizioni del Principe, dinotando per la parte umana il reggimento della pace, e per la ferina l’amministrazione della guerra. La qual significanza si attende che debba perfettamente verificarsi in S.M. ta, come degno figlio di sí gran padre, ed erede non meno delle paterne virtú, che de’ regni; la cui generosa indole precorre l’etá, e vince l’altrui speranze. E giá gli effetti ne fanno fede, poi che non cosí tosto prese in mano le redine dell’imperio, che stabilí per sempre la devozione ne’ popoli; e appena assunto al possesso dello scettro, gli fu commesso l’arbitrio del mondo. Egli è ben vero, che se il Centauro (come finge il medesimo Scrittore) per rendersi uguale alla statura del giovanetto, quando le dette cose nel grembo gli sporgeva, piegando le gambe dinanzi si chinava, chiunque volesse con dono conforme pareggiare gli eccelsi pregi di S.M. ta, ch’ancor crescente si solleva a pensieri tanto sublimi, bisognerebbe per contrario, in vece d’abbassarsi, inalzar piú tosto se stesso a quel grado d’eccellenza, che nella mia persona e nel mio ingegno manca del tutto. Per riparare adunque alla disconvenevolezza di cotale sproporzione, io mi sono ingegnato di ritrovare un mezo potente, e questo si è introdurre il mio dono per la porta del favore di V.M., anzi all’una e all’altra M. ta farlo commune, acciò che sí come ella è per tutti una fontana, anzi un Mare, onde scaturiscono agli altri Tacque della vena regia, cosí sia per me una miniera, onde passando quelle del mio tributario ruscello, piglino altro sapore e qualitá, che non dispiaccia a gusto sí nobile. E sí come ella è fatta (si può dire) lo Spirito assistente del regno suo, avendolo tanto [p. 13 modifica]Pagina:Marino, Giambattista – Adone, Vol. I, 1975 – BEIC 1869702.djvu/15 [p. 14 modifica]Pagina:Marino, Giambattista – Adone, Vol. I, 1975 – BEIC 1869702.djvu/16