Abrakadabra/Il dramma storico/XIX

XIX. Le dimissioni

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CAPITOLO XIX.

Le dimissioni.

Due giorni sono, trascorsi I cittadini dell’Olona si affollano intorno a due proclami apparsi dallo spuntare del giorno sulle muraglie di affissione.

L’un d’essi porta la firma del Gran Proposto, l’altro è segnato Torresani.

Soffermiamoci dinanzi al primo proclama, e leggiamo: [p. 192 modifica]

«Ai presenti ed ai lontani salute e buon senso!

«Duemila telegrammi partiti dai centri esecutivi della Unione domandano che io mi dimetta dalla carica di Gran Proposto dell’Olona.

«Lo stesso voto esprimono le seicentomila cartoline postali che oggi pervennero al mio domicilio. Dinanzi a questa e ad altre manifestazioni imponenti dell’autorità pubblica, io non posso indugiare un istante a svestirmi di un potere più illusorio che reale e punto invidiabile.

«Ma i motivi che contro me provocarono questa unanime protesta della opinione pubblica sono di tal natura che mi terrei disonorato affermandoli col mio silenzio. Né moralmente, né civilmente, io so di aver mancato al dovere; e ne faccio solenne giuramento sulle ceneri tuttora fumanti di mia figlia, testé raccolte dal funebre amianto. Nessun altro tesoro all’infuori di queste e di altre ceneri care, io esporterò dal piccolo Campidoglio ove per venti anni tenni il governo della pubblica amministrazione.

«Tanto mi tengo in debito di affermare ai presenti ed ai lontani, e non dubito punto che le mie parole abbiano a trovar fede presso gli onesti di qualunque partito.

«L’ex Proposto Berretta».


Nobili parole, degne del suo gran cuore! — esclama, tergendosi le lagrime, un meneghino, che il giorno innanzi avea spedita al Gran Proposto la sua cartolina di ostracismo.

Volgiamoci all’altro proclama, e vediamo con quali formole il Capo di Sorveglianza annunzii la propria dimissione:

«Cittadini ladri, truffatori, manutengoli, barattieri, furfanti d’ogni specie che costituite la maggioranza della Società umana: [p. 193 modifica]

«Esultate! Ciò che era nei vostri voti si è compiuto; la dimissione di sua Eccellenza Riveritissima il Gran Proposto Terzo Berretta implica necessariamente la mia.

«Il benemerito dicastero di sorveglianza pubblica rimarrà per uno o più giorni senza capo.

«Cittadini ladri, truffatori e furfanti di ogni specie, esultate! ve lo ripeto. E frattanto, i pochi galantuomini — se è pur vero che ve ne abbiano, ciò che a me non consta positivamente — badino alle loro tasche ed alle serrature dei loro forzieri!

«Il mio successore, entrando in carica, vedrà che durante la mia gestione tutto ha proceduto con ordine e con giustizia. Con quale accortezza e tenacità io abbia lottato per oltre venti anni contro la ribalderia umana, apparirà evidentemente dai registri e dai tesseri che io lasciai negli uffizii. Se non che — lo confesso con immenso rammarico — in questi ultimi tempi la mia e l’attività indomabile de’ miei subalterni riuscì in molti casi impotente. Già da oltre mezzo secolo, quei nostri famigerati utopisti che ripetevano la frequenza dei crimini dall’analfabetismo delle masse, hanno dovuto convincersi che l’istruzione universale ha quadruplicato il numero dei falsarii e dei ricattatori. Più tardi, la scienza medica e farmaceutica appresa a tutti indistintamente i cittadini della Unione, moltiplicò gli avvelenatori e gli assassinî domestici. Le locomotive aeree agevolarono le contumacie dei bricconi e favorirono la impunità. La sistemazione e applicazione pratica delle forze magnetiche produsse abbominazioni che fanno inorridire.

«A questi, sempre crescenti ausiliarii della iniquità e della corruzione, i governi opposero una resistenza in fino ad oggi abbastanza efficace. Nelle nostre mani le nuove armi fornite dal progresso alla depravazione ed alla colpa divennero una forza riparatrice. La nostra [p. 194 modifica] sorveglianza dalla terra e dal mare si estese alle amplissime regioni dell’aria. Abbiamo non pochi esempi di grandi ed audacissimi malfattori, catturati dai nostri agenti a poca distanza dalla luna.

«Ma qual pro’ da questa caccia affannosa e piena di pericoli? Noi inseguiamo il calabrone malefico, lo afferriamo, lo rechiamo trionfanti, esultanti, sul banco della giustizia, acciò questa si prenda il bel spasso di aprirci il pugno per ridonare il captivo al libero esercizio de’ suoi perfidi talenti.

«Tante grazie, signori riformatori del Codice penale!... Ma non vi par tempo di finirla con questa buffoneria che si chiama il Ministero di Sorveglianza pubblica? A che serve lo inseguire, il catturare dei delinquenti, mentre alla giustizia più non rimane alcun serio mezzo di punizione?

«Nei secoli addietro, allorquando a migliaia a migliaia i galantuomini, o dirò meglio, gli impregiudicati, morivano di fame, un cotal Beccaria finse di intenerirsi sulla sorte degli assassini appiccati alla forca. Tutti i filosofi dell’epoca fecero eco alla nenia, e la canaglia (ciò si comprende) proclamò il Beccaria altamente benemerito della Società umana.

«La pena di morte venne col tempo abolita; tanto è vero che tutte le idee, anche le più strane e più esiziali, seguono il loro corso di rotazione e a lungo andare si traducono in fatto. I briganti, gli aggressori di strada, gli avvelenatori, i parricidi arsero dei ceri alla statua grottesta di Beccaria1.

«Più tardi, questi signori umanitarii progressisti che mai non seppero formulare un concetto benefico in [p. 195 modifica] favore dei così detti galantuomini, si accorsero che negli ergastoli e nelle galere i birbaccioni non godevano le maggiori agiatezze della vita.

«Lugete, Veneres, cupidinesque!

«E mano alle riforme carcerarie!... Le case di pena si tramutino in altrettanti cenobii di fannulloni ben vestiti, meglio pasciuti e confortati, a spese del comune, da ogni sorta di ricreamento.

«È troppo giusto che il vizio ed il crimine dormano sovra un soffice letto, mentre i contadini pusillanimi che rispettano la legge debbon coricarsi a digiuno sulla paglia ammorbata.

«Non basta ancora, non basta, perdio! La reclusione è una infamia... L’uomo è nato libero... La libertà è un inviolabile diritto di tutti. Chi si attenta, sotto qualsivoglia pretesto, di vincolare questo istinto sovrano della umanità, commette un mostruoso fratricidio.

«Si atterrino le case... di riposo!... Uscite, o sfortunati! La società vi riapre le braccia; cittadini ladri, cittadini assassini, i fratelli vi reclamano. La famiglia Europea offrirà a tutti il pane e l’alloggio gratuito; voi sarete vestiti e nutriti a spese del Comune; potrete viaggiare gratuitamente sulle ferrovie e sui piroscafi: alla sera, nelle grandi città, avrete libero accesso ai teatri. La famiglia non è abbastanza ricca per offrirvi dei lauti sussidii in denaro. Un lusso al giorno!... è poca cosa, ne conveniamo. Ma alle spese delle gozzoviglie, dei capricci galanti, delle corse aeree, provvederanno i vostri talenti.

«E infatti... si è veduto:

«Non appena questo bel trovato dell’amnistia generale ebbe scatenati sulle famiglie della Unione i trentamila fratelli detenuti, a tutte le porte delle abitazioni fu mestieri applicare la serratura a revolver. Il grande [p. 196 modifica] avvenimento venne festeggiato nelle principali città di Europa con luminarie e banchetti, ma tutti ricordano quali immediate prove di ravvedimento abbian fornito ai loro concittadini questi antichi martiri del cenobbio. Dalle finestre sparirono i candelabri, dalle mense le posate e le tovaglie.

«Voi avete supposto che le multe, la denunziazione pubblica, la nota di infamia e la morte civile potessero costituire, in un secolo illuminato, dei validi freni al delitto. Che faranno i ladri per soddisfare alle multe? La risposta è troppo ovvia: ruberanno. Le denunzie, le note di infamia potranno ancora far breccia, in quelle anime incallite al misfatto? Il più enorme dei vostri supplizii, la morte civile, ucciderà nel delinquente ogni senso di moralità; e voi lo vedrete, dopo i cinque anni di espiazione, ritornare al consorzio dei fratelli coll’odio di Caino nel cuore e con propositi atroci. I pochissimi rigenerati dalla espiazione, disperando dell’oblio promesso, soccomberanno alla lenta agonia del rimorso e della vergogna, o affretteranno il loro fine in una piscina dissolvente2.

«A tale è giunta la Società umana, dopo tante fasi di rinnovamenti e di progressi.

«E guai se io sollevassi il velo che ricopre il mondo latente!

«Unico freno alla esplosione della completa anarchia rimane il terrore dell’ignoto e, diciamolo pure, quella [p. 197 modifica] provvidenziale dissidenza di partiti, che noi abbiamo abilmente e con ogni mezzo mantenuta. Ma allorquando una delle tante sette politico—sociali—religiose che fremono nelle viscere corrose della Unione, riuscirà ad ottenere una prevalenza assoluta; allora, o signori, aspettatevi il diluvio... la pioggia di fuoco, l’inferno...! I primi furori della spaventevole rivolta si rovescieranno, come di uso, sui Proposti, sugli Imperatori, sugli Czarri, sui Capi di Sorveglianza, sui tiranni che lottarono per scongiurare il cataclisma... In seguito... lasciate fare agli equilibristi...! Vi prometto io, che in pochi giorni l’equilibrio sarà perfetto.

«Prima di finirla, vorrei dire due parole sul fatto speciale che ha provocata la dimissione del Gran Proposto e la mia. Nel rapporto che io presentai ai Tribunali relativo alla violazione della legge di dilazione per parte dell’Albani, io so di non aver peccato contro il dovere di primate legale. L’Albani fu realmente veduto dai miei agenti nella notte dal 27 al 28 settembre entrare nella Villa Paradiso e quivi intrattenersi colla figlia del Gran Proposto. Ma i due verdetti contradittorii della prima e non mai abbastanza deplorata vittima dell’infausto processo, mi hanno dato a riflettere...

«Io non mi accuso di aver mancato per negligenza o mal volere, ma temo che l’impotenza assoluta a lottare contro uno dei più abbominevoli trovati della industria moderna abbia tradito i miei calcoli.

«Che qualche furfante, abusando della maschera—ritratto, a tanto sia riuscito da ingannare la mia accortezza non solo, ma anche quell’istinto di gentile penetrazione, quella direi quasi intuizione divina che è propria delle donne innamorate?... Una tale ipotesi spiegherebbe molte cose; ed io non dispero che, profittando delle molte note da me tracciate in argomento, il mio successore [p. 198 modifica] riesca a scoprire la verità e a porgermi i mezzi di una giustificazione più completa.

«E dopo questo, cittadini ladri, manutengoli, ecc. ecc., io rientro nella vita privata, ringraziando voi e la provvidenza, di avermi aperta, a svignarmela sano e salvo dal palazzo di Sorveglianza, una uscita abbastanza sicura, quale difficilmente vorrà offrirsi al mio successore.

«L’ex barone Torresani.»


Quella sera al teatro Scalvoni e Barbetta si rappresentava una grandiosa tragedia—ballo in venti atti e sessantotto quadri, intitolata la Caduta di un Gran Proposto, ossia il tremendo verdetto della Giustizia divina per opera d’uno specillo galvanico.

Verso le ore sette, una ondata di oltre cinquantamila spettatori irrompeva nel gran teatro popolare. La impazienza e la concitazione del pubblico si rivelava dagli atroci latrati dei binoccoli canini3.

All’alzarsi del sipario, tutti i palchi erano stipati di spettatori. Solo il palco al numero sette di prima fila si vedeva coperto dal riparatore4, ed era ovvio, il supporre che dietro quello si nascondeva la cinica figura dell’ex—capo di Sorveglianza. [p. 199 modifica]

Il dramma non era che una indigesta e gaglioffa parodia dell’avvenimento della giornata, colle solite invettive ai consorti, ai tiranni, agli uomini della reazione.

Abilmente riprodotti a mezzo delle maschere guttaperche, sfilavano sulla scena i principali attori del dramma cittadino. Il Gran Proposto e il Barone Torresani ricomparivano in ogni atto per raccogliere le invettive del palco scenico, e quelle più irriverenti e chiassose della platea.

La produzione sortì l’esito che era da attendersi: fanatismo completo... Ma al momento in cui gli autori comparivano per la ducentesima volta al proscenio, il velario riparatore che copriva il palco numero sette si alzò improvvisamente, mettendo allo scoperto la sarcastica figura del Torresani.

— Signori e signore! — gridò il barone colla sua voce rantolosa e vibrata; — abbiate la compiacenza di fermarvi un istante per ascoltare la protesta di un libero cittadino!

Tutti gli sguardi si volsero al palco di prima fila, e i cinquantamila spettatori ammutirono come un sol muto.

— Signori e signore — riprese il Torresani nel generale silenzio; — nella mia qualità di ex—ministro di Sorveglianza pubblica io non poteva attendermi dagli autori del nuovo dramma delle allusioni o delle apostrofi gentili. A queste non intendo rispondere; io le ho ascoltate con indicibile compiacenza, le ho raccolte come un glorioso attestato di onoratezza. L’onore di un Capo di Sorveglianza, o altrimenti Questore, è posto sotto la salvaguardia dell’odio generale, ed io mi glorio di essere esecrato. Ciò che mi preme rettificare è una circostanza storica del dramma, la quale, se fosse accolta come veritiera, mi pregiudicherebbe grandemente sotto l’aspetto [p. 200 modifica] finanziario. Nell’ultimo atto, l’autore si è piaciuto di farmi appiccare ad un fico. Come vedete, io non mi sono appiccato, e vi giuro che non intendo appiccarmi. Ma in quella vece aprirò domani un grandioso negozio di salumeria in via dei Ghiotti al numero 10. Colgo questa occasione per fare un po’ di réclame al mio Stabilimento, e augurando a tutti il miglior appetito, vi abbasso le mie salutazioni più affettuose.

— No! no! — grida una voce dalla platea; — nessun cittadino onesto metterà il piede nel tuo negozio; nessun onesto mangerà il salame della questura!

— Mi importa assai degli onesti! — mormora il Torresani riabbassando il velario riparatore. — Purché i ladri onorino la mia bottega, in due mesi diverrò milionario.

Così parlando, il sarcastico vecchietto sovrappose al proprio volto una maschera— guttaperca al sembiante del drammaturgo Scalvoni, e lanciandosi destramente nell’atrio, si fece largo tra la folla plaudente fino alla volante che lo attendeva sulla piazza.

Lasciamo che egli se ne vada pe’ fatti suoi, e poniamoci sulle orme di altri personaggi più meritevoli e simpatici.

  1. Non si dimentichi che l’ex—barone Torresani rappresenta il principio di reazione, comune a tutte le epoche.
  2. La frequenza dei suicidi e gli orrendi spettacoli che da questi si producono, indussero i governi a stabilire, in ogni centro popoloso, delle piscine dette dissolventi, le cui acque fosforiche hanno facoltà di consumare in pochi secondi il corpo che vi si immerge. Dette piscine sono ordinariamente situate nelle case di piacere, e vegliate assiduamente da due Immolate, le quali hanno l’incarico di usare ogni mezzo di seduzione per distogliere i suicidi dal funesto proposito. — Veggasi più innanzi il capitolo: Una casa di Immolate.
  3. Ai binoccoli da teatro venne aggiunto un tubo stantuffo, dal quale, con leggiera pressione, si traggono dei suoni acutissimi, somiglianti al latrato del cane, al miagolìo del gatto, ed al fischio di una locomotiva a vapore.
    Inutile dire a qual uso sia destinato questo istromento, la cui invenzione divenne una necessità dacché la vastità dei teatri, e più che altro, il frastuono delle musiche perpetrate dal Terzo Wagner rese impercettibili le disapprovazioni a bocca.
  4. Piccolo velario che si abbassa sul palco di chi vuol assistere inosservato ad una rappresentazione. Si compone di una lamina sottilissima di metallo, sulla quale ordinariamente è dipinto un gran volto in caricatura. Nelle occhiaie lo spettatore nascosto appoggia ordinariamente il binoccolo.