Ricordi storici e pittorici d'Italia/Agrigento

Agrigento

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Palermo Siracusa
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AGRIGENTO

1855.

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I.

Il 4 di settembre partimmo da Palermo a cavallo, il mio compagno di viaggio ed io, per recarci all’antica Agrigento ora Girgenti. Giuseppe Campo, nativo dell’antica città saracena di Misilmeri, e la migliore guida di Sicilia, ci aveva procurati due buoni muli, e cavalcava desso il terzo che portava pure i bagagli. Faceva una giornata stupenda, ed oltrepassato Monreale ci trovammo in una contrada montuosa, deserta, dove non incontrammo altr’anima viva che le aquile di Giove, le quali o ci guardavano d’alto in basso tranquille e silenziose, o descrivevano per aria le loro larghe spire. Camminammo per tal guisa alcune ore finchè ci si presentò agli sguardi la pianura di Partinico e di Sala, magnifica contrada, presso il golfo di S. Vito. A destra trovasi Borghetto, anticamente Hykara, patria della più bella donna della Grecia, di quelle Laide, che portarono ad Atene ragazzina, i greci guidati da Nicia.

Le linee del golfo di S. Vito sono belle e grandiose, come quelle di Cefalù, e la pianura poi, è una delle più fertili della Sicilia, lussureggiante di vegetazione, al punto di ricordare i tropici. Sostammo nel piccolo villaggio di Sala, quindi risalimmo a cavallo traversando regioni fertilissime coltivate ad oliveti e da vigneti, per arrivare ad Alcamo città posta sui monti. A misura ci avanzavamo il paesaggio diventava più grandioso, assumeva quasi carattere greco, co’ suoi monti di belle forme, di linee graziose, di tinte calde, rosse, o verde cupe. L’autunno rende più serio il carattere di quella contrada, e vi contribuiscono i pini giganteschi, i cipressi malinconici, le palme eleganti, e gli aloe coi loro alti fusti in fiore. Tutto qui è monocrono, bruno su bruno, e si osserva qui con stupore quanto possa produrre la natura con una tinta sola. [p. 278 modifica]

Arrivammo a sera inoltrata in Alcamo, stanchi di una cavalcata di nove miglia tedesche, colla poco lieta prospettiva di doverne fare dieci l’indomani, undici il terzo giorno, e di bel nuovo dieci il quarto, prima di arrivare ad Agrigento. Alcamo è città pulita e piacevole, di un quindicimila abitanti, con un antico castello saraceno. Non posso dirne altro, se non che in una poverissima locanda fui martoriato per tal modo dalle zanzare tutta quanta la notte, che ne portai per più di venti giorni le cicatrici. Alla sera il capitano delle guardia ci aveva mandato offerire scorta militare per accompagnarci fino a Segesta, che però non accettammo.

Per vedere il rinomato tempio di Segesta, partimmo che splendevano tuttora le stelle, e camminammo per nove miglia in una regione deserta, di monti calcari. Splendeva quando partimmo più di tutti Orione, vera stella siciliana, di cui Messina ha fatto un mito. Avevo ammirato già più di una volta questa stella in Corsica, dove il popolo le ha dato nome di stella dei re Magi, ma non si fu che in Sicilia che la potei contemplare in tutto il suo splendore. I suoi raggi scintillavano come un fuoco di artificio; in tanto sorgeva una brezza mattutina, compariva l’alba, poco a poco si dissipavano le tenebre, si diradavano le nebbie, cominciavano a comparire le forme de’ monti, il mare; le campagne tingevansi in colore purpureo, ed Orione spariva dopo avere brillato durante una notte divina.

Tutto ad un tratto comparve davanti a’ nostri occhi il tempio di Segesta. Eravamo ancora alla distanza di tre miglia, e lo vedevamo sorgere solitario sulla bruna pendice del monte, di dove signoreggiava tutta quella severa contrada, bellissimo di aspetto, e tale da non potersi dire una rovina, sussistendo intero con tutte le sue colonne, e con i suoi due frontoni. La strada che vi porta, specie di sentiero frequentato soltento dai pastori, trovasi fiancheggiata per un buon miglio da piante di aloe, in numero di un buon centinaio per parte, di venti piedi almeno di altezza, le quali formano come un viale per arrivare al tempio. [p. 279 modifica]Sorge questo sopra una collina nuda. Quel suol nero popolato di pochi cardi selvatici, magro pascolo delle capre; quella profonda solitudine; i ricordi delle antiche favole troiane; i versi stupendi di Virgilio; finalmente la guerra di Segesta con Selinunte, la quale motivò la spedizione degli Ateniesi contro Siracusa, ed ebbe cotanto grandi conseguenze storiche; tutto mi ecitava vivamente la fantasia. Questa solitudine è più pittorica ancora di quella di Pesto, l’atmosfera vi è per così dire impregnata di favole, di tradizioni, di miti, di ricordi storici. Sedendo nell’antico teatro dissotterato da Hittorf, lo sguardo abbraccia tutta quella regione di una solitudine magica, di una serietà tragica. Si scorgono il golfo di Castellamare, i monti di Alcamo, si ha sotto ai piedi una valle selvaggia, in fondo alla quale corre il fiume favoloso Krimiso; sorge alla parte opposta il monte grigio di Calatatimi, ed in cima a questo si scorge la città, nera di tinta e cupa di aspetto. Girando lo sguardo ad occidente, si scopre una catena di colline di tinta gialla, e più in alto monti azzurri, fantastici. Sono questi i Monti Erici sui quali sorgeva un tempo il tempio di Venere. Al di là splende il mare Egeo, cho chiama lo sguardo sulle spiaggie dove fu Cartagine, e richiama alla memoria le guerre puniche.

Non mi soffermerò a far parola del tempio di Segesta, che è abbastanza conosciuto. Proseguimmo il nostro cammino verso il monte Pispisa al di là del tempio, in una solitudine arida, non incontrando che qua e là alcuni pastori rivestiti di pelli di montone, i quali pascolavano le loro greggi. Non trovavamo che pochi cespugli, cardi selvatici ricoperti di lumache bianche, le quali circondavano quasi ogni pianta, traversando terreni arsi e screpolati dal sole, dove non eravi traccia nè di strada nè di sentiero. Tutto ad un tratto ci comparvero allo sguardo verso levante il mare Egeo, il monte piramidale Erice, ed a suoi piedi l’antica Drepano, ora Trapani, le isole del mar Egeo che splendevano fra le onde scintillanti di luce e le spiaggie che si stendono fino al Lilibeo, di Marzala e Mazzara. [p. 280 modifica]

Ivi giungono di prima mano i venti di Cartagine, ed il battello che salpava allora appunto per l’Africa, in dodici ore mi avrebbe portato a Tunisi, in terra punica.

Arrivammo verso il mezzodì, con un sole propriamente insopportabile a Vita, poverissimo villaggio perduto nella solitudine, abitato da poverissima popolazione, abbronzata di colorito con i cappelli crespi quanto i Negri, la quale parlava un dialetto del quale non capivo una parola. Scendemmo presso un calzolaio, mangiammo quel poco che Campo ci potè procurare, e montammo di bel nuovo a cavallo per arrivare a Castelvetrano, dove dovevamo passare la notte. Per quanto bella fosse allora la contrada che percorevamo, la grande stanchezza c’impediva di trovarvi piacere. Dopo un cammino di dieci miglia tedesche, arrivammo finalmente a Castelvetrano, ma io non mi trovai in istato di scendere di cavallo, fu mestieri mi portassero. Colla dura prospettiva di dovere all’indomani fare di bel nuovo undici miglia, rotto qual mi trovavo in tutte le membra, non mi ritenevo in istato di potere sopportare quella marcia faticosa, se non che, dovetti far esperienza che l’uomo è capace di tutto quando vuole seriamente e che colla costanza si riesce a vincere anche la testardaggine di un mulo; imperocchè all’indomani feci quegli undici miglia senza difficoltà, e gli ultimi dieci fino ad Agrigento, quasi con piacere. Fu meno fortunato il mio compagno di viaggio, il quale colto fin dal secondo giorno da un colpo di sole, fu malissimo di poi nella zolfatara di Alcara, e salvato unicamente per la prontezza di un salasso, dovette stare a letto ammalato varie settimane in Palermo.

Partimmo il 6 settembre all’alba da Castelvetrano, per recarci a Selinunte, sul mare africano. Il mattino era di una bellezza quale non si può trovare che in Grecia, od in Sicilia. Sarebbe impossibile descrivere con parole la magnificenza e la varietà delle tinte del cielo a levante. Precedevo gli altri per godermi senza essere disturbato la bellezza di quel fenomeno, e giunto alla estremità della [p. 281 modifica]città mi fermai presso un’antica chiesa, sotto alcune piante, fissando lo sguardo sul mare verso Selinunte, il quale si trovava alla distanza di sei miglia cirta. Orione splendeva di nuovo di luce purpurea, ed il cielo era di quella indicibile limpidezza che solo il vocabolo greco etere, vale ad esprimere.

Si scende da Castelvetrano per sei miglia verso il mare, a traverso campagne ben coltivate, e già da quella distanza si scorgono le rovine dei tempii di Selinunte. Per dare un’idea della loro imponenza, basterà quanto sono per narrare. Non era ancora giorno ben chiaro, ed io vedevo sulla sponda del mare una città, dalla quale sorgevano parecchie torri rovinate, ed una particolarmente, alta e sottile, la quale campeggiava nello spazio. Dissi al Giuseppe che sarebbe bene portarci a quella città, la quale mi pareva ragguardevole, e dove mi sorrideva la speranza di trovare un gelato. Se non che il Giuseppe sorrise, e mi rispose: «Quelle che a voi, signore, paiono una città, sono le rovine degli antichi tempii di Selinunte.»

La vista di quelle rovine sulla sponda del mare, in una regione totalmente deserta, non ha l’uguale al mondo, ed ivi per la prima volta ho compreso quanto si voglia accennare allora quando si parla di rovine classiche. Siano a distanza, siano contemplate da vicino, questi ruderi della antica grandezza greca, producono una impressione di stupore, di rispetto, quasi superstizioso. L’aspetto di quelle rovine, circondate da una lussureggiante vegetazione, è sommamente pittorico, tanto più dacchè la maggior parte di esse conservano una forma, un significato. Si vedono triglifi, metope, frammenti di fusti di colonne scannellate, capitelli dorici di dimensioni colossali, però tuttora graziosi di forme e di profilo; e tutti quei ruderi giacciono dispersi, confusi, come le zolle di un campo smosso dall’aratro. L’azione del tempo passò sovra di essi, e li accumulò qua e là in gruppi confusi, e bizzarri. Un certo ordine regna tuttora in qualche punto, di quell’opera di [p. 282 modifica]distruzione. Si scorgono per esempio le colonne colossali del famoso tempio di Giove Olimpico, atterrate dalla loro base e distese a terra nell’ordine in cui sorgevano, quasi le membra rotte di un gigante caduto nella pugna. Si scorgono pure alcune poche colonne tuttora in piedi, alle quali il popolo ha dato volgarmente nome di Pileri dei Giganti, ed una colonna isolata che sorge in cima a tutti quei ruderi e domina, quale regina delle rovine, tutta quella solenne e deserta campagna.

Due di quei gruppi di rovine segnano, sovra piccole alture in vicinanza al mare, la località dell’antica Selinunte. Il gruppo a levante è formato in massima parte dalle rovine di un tempio; quello a ponente dai ruderi della città, se non che, ivi pure si distinguono le rovine di quattro tempii, sommamente pittoriche nella loro confusione. Si sale in tutti quei massi, sugli architravi, sulle cornici a metà sepolti fra i cespugli, e coperte di piante odorifere, e di fiori selvatici, disturbano quasi ad ogni passo serpi brune uniche abitatrici di quel mondo perduto. Fra i due gruppi di rovine scende in mare il Selinos, che oggi ha nome Madiumi. Tutta la spiaggia è bassa, resa paludosa dal fiume, e sopra ambe le sue sponde non si scorgono che paludi diseccate, coperte di erbe abbòndanti, di fiori azzurri, e di grande quantità di gigli odorosi. Fin dai tempi più antichi le paludi formatesi attorno a Selinunte corrompevano l’aria, e davano luogo a malattie pestilenziali fra la popolazione. Empedocle era stato chiamato da Girgenti per tentare di combattere tanto male, e si accerta fosse riuscito a liberarne ta città, facendo aprire numerosi canali, a traverso le paludi.

Non mi soffermerò a fare la descrizione dei tempii di Selinunte, solo voglio ricordare di passaggio che qui furono rinvenute quelle metopi famose, le quali ora stanno nel museo di Palermo, le quali furono di tanto giovamento per lo studio, e per la conoscenza dell’arte antica. Voglio ancora ricordare che lo storico Tommaso Fazello era nato in vicinanza all’antica Selinunte; quell’erudito frate dome[p. 283 modifica]nicano pubblicò nel secolo XVI la storia più recente di Sicilia.

Nel resto d’Italia, o si vede la vita moderna a fianco delle rovine, particolarmente nella campagna di Roma; ovvero si scorgono, le une accanto alle altre, rovine di epoche e di tempi diversi; quelle di Selinunte appartengono tutte all’epoca stessa, ed in vicinanza non havvi ombra di vita, non si scorge che l’orizzonte del mare, deserta solitudine. Regna tutto intorno un silenzio assoluto, profondo, nulla distrae la fantasia dallo immergersi nella meditazione del passato: chi non ha visto Selinunte, non può dire avere idea precisa, perfetta, di quello che siano rovine.

Proseguendo il cammino in direzione di levante, arrivammo al fiume Belice, l’antico Hypso Potamos, e dopo aver attraversato parecchie foreste di sugheri, e spiaggie sabbiose arrivammo a Menfrici. Di là camminando per una pianura deserta si arriva a Sciacca, l’antiche Thermæ Selinuntiæ, piccola città di un sedici mila abitanti, con un castello pittorico, e collocata sur una collina in vista del mare. Passammo ivi la notte.

Partendo da Sciacca camminando per lo spazio di quasi quattro miglia tedesche sulla spiaggia, ora su ciottoli e conchiglie, ora a traverso terreni paludosi, ora seguendo il letto di torrenti, sempre alla ventura, senza trovare mai strada tracciata. Incontrammo parecchi torrenti asciutti, i quali nella stagione piovosa diventano impetuosi, e portano al mare le loro acque. Uno dei maggiori fra questi si è il Platani, l’antico Alico che attraversammo. Trovammo sulle sue sponde varie mandre di buoi colle corna altissime, i quali in Sicilia, per quanto mi fu dato osservare, non sono di pelo bianco come sul continente italiano, ma bensì rosso, i veri buoi di Elio. I mandriani che li custodivano, uomini di misero e ruvido aspetto, erano a cavallo, come quelli della campagna di Roma, e delle paludi pontine.

Dopo di avere abbandonata la spiaggia del mare, entrammo in una regione di colline totalmente disabitate, [p. 284 modifica]ma coltivata riccamente a grano. Non s’incontrava un villaggio; tutto quel terreno pareva abbandonato. Nell’uscire da alcuni cespugli, ci colpì la vista di uno stagno interamente diseccato, che ci stava davanti piano e bianco come la neve; crescevano tutto all’intorno grossi e ruvidi giunchi. Non ricordo aver veduto tratto di paese, di aspetto cotanto deserto.

Finalmente dopo una cavalcata di ben ventiquattro miglia italiane, arrivammo a Montallegro; se non che mal corrispondeva il nome alla povertà ed alla squallidezza di quel villaggio, che circondato di territorio arido, dove a stento crescevano poche viti intisichite, e pochi alberi di olivo, sarebbe stato più meritevole del nome di Monte Tristo. L’abitato sorgeva dapprima sul monte, ma da un centinaio d’anni era stato abbandonato perchè colà si soffriva penuria d’acqua. Si scorgono pertanto due paesi vicini l’uno all’altro, l’antico sul monte colle sue strade, colle sue case tuttora in piedi, ma disabitate, quasi una mummia di villaggio; il nuovo ai piedi del monte stesso quasi non meno deserto, e di aspetto squallido pressochè al pari dell’antico. Tutte le case sono formate di roccia calcare, di tinta grigia malinconica. In questi dintorni sorgeva un tempo Kolikos l’antica città di Heraclea Minoa, la quale ripeteva il suo nome da Minosse; imperocchè quando questo re venne in Sicilia per perseguitarvi Dedalo, e fu ucciso dalla figliuola del re Cocalo, i Cretesi che erano venuto seco lui edificarono Minoa. Alcune grotte e sepolcri scavati nello scoglio, sono quanto rimane tuttora della antichissima città.

Da Montallegro, a traverso contrade deserte, e molestati oltre ogni dire dall’ardore del sole, arrivammo a Siculiana, paesello d’aspetto cupo, che giace sur un monte arido, dove non si scorge altra vegetazione che quella dei cactus pungenti, i quali crescono fra le roccie. La miseria della popolazione vi è grande. In tutti questi dintorni, le donne portano una specie di sciallo bianco o nero, a foggia di mantiglia, che rialzano sulla testa, e gli uomini [p. 285 modifica]alti berretti a punta, parimenti bianchi e neri. In tutta la contrada regna odore di zolfo, e si vedono qua e là zolfatare che fumano. Anticamente, di fronte a Siculiana, sorgeva Ancira. Trovasi dopo una serie di collinette, di formazione volcanica, le quali contengono tutte più o meno zolfo. Era intanto sopraggiunto la notte, e cavalcavamo con uno stupendo chiarore di luna in quella profonda solitudine, non udendo altro romore che il grido degli uccelli notturni, ed il muggito lamentevole del mare al quale ci venivamo avvicinando, finchè arrivammo a Molo di Girgenti, piccolo porto distante un tre miglia da Agrigento, ed era notte fitta, quando entrammo nella patria di Empedocle, nell’antica Akraga, ora meschina città di Girgenti. Alla luce dubbia delle stelle quella solitudine assumeva un aspetto classico e malinconico, ed allorquando, venuto il mattino, mi portai alle porte della città, vidi un paesaggio per grandezza e solennità di stile, di poco inferiore ai campi di Siracusa.

Eravamo nella antica Agrigento, e devo soddisfare al mio proposito di dare un’idea in breve di questa città antica e famosa, non chè de’ suoi monumenti. Giaceva quella in una pianura incassata che scende al mare, distante poco più di tre miglia; e che trovasi circondata da colline sassose, e di aspetto abbastanza imponente. Due fiumi corrono a levante ed a ponente di questa pianura l’Akraga il quale oggi ha nome S. Biagio e l’Hypsa, denominato oggi Drago. Circoscrivevano da due lati il perimetro della città riunendosi sotto le mura di questa a mezzogiorno, ed ivi l’Hypsa, perdeva il suo nome, scendendo le acque in mare con quella di Akraga. La pianta pertanto dell’antica Agrigento presentava un triangolo irregolare, fiancheggiato dai due fiumi, colla base in alto verso settentrione, appoggiata a due colline il Hamiko sulla quale trovasi oggidì Girgenti, e la Minerva. Sulla prima sorgeva il tempio di Giove Polieo; sulla seconda stavano quelli di Giove Atabirio, e di Minerva. Questa era la città propriamente detta, alla quale si appoggiavano [p. 286 modifica]i sobborghi, Neopoli la città nuova, come la chiama Plutarco, la quale si stendeva sotto il Kamiko occupando pressochè tutto l’altipiano a questo aderente. Le alture naturali, ed un labirinto di gole, di fossi, formavano le difese della città, e ne sono visibili tuttora le vestigia a levante, e verso mezzogiorno; e stando dove sorgevano le mura a mezzogiorno, nel centro di quella serie di tempii dorici, di tutti i quali rimangono più o meno reliquie, si ha davanti agli occhi una vista di una bellezza grandiosa e malinconica, di cui è meglio tacere, che tentarne con parole la descrizione. La pianura scende al mare, offrendo nel suo aspetto solenne, deserto, un paesaggio di forme severe, il quale doveva trovarsi in piena armonia colla grandezza monumentale dei tempi dorici. Tutto vi è grandioso; l’ampiezza dell’orizzonte, la vastità del mare; le tinte vi sano calde, il suolo di una aridità che rivela la vicinanza dell’Africa, l’unica vegetazione che vi si scorge è quella malinconica degli olivi. Tutto all’intorno, dove sorgevano i tempii, dove sono tuttora centinaia di sepolcri, di loculi, di grotte, sorgono qua e la tuttora alcuni fusti, di colonne, e si scorge il suolo coperto di avanzi di architravi giganteschi, di triglifi, tutto vi porta alla contemplazione, all’ammirazione, e chi non sentisse ivi profondamente commosso, non deve provare affetto per la Grecia antica, non deve apprezzare la sua splendida civiltà.

Non è possibile contemplare una città in rovina, tenere discorso de’ suoi monumenti, senza soffermarsi a considerarne pure le vicende, e perciò stando seduto fra i ruderi di quei tempii, voglio gettare un rapido sguardo sulle condizioni politiche della antica Agrigento, nella speranza saranno per tornare accette ai miei lettori queste poche notizie, intorno ad una città cotanto illustre. Trovansi pure nella vita di Agrigento una quantità di personaggi illustri, e famosi, i cui nomi corrono per la bocca di tutti; imperocchè questa città fu una delle più eminenti fra le elleniche, e sebbene non sia stata mai pos[p. 287 modifica]sente al pari di Siracusa, fu però del pari ricca e voluttuosa, ed egualmente colta e civile.

Già prima dell’epoca greca, era stata una fra le sedi principali dei Sicani. Il suo re, Cocalo, a quanto narra Diodoro, aveva accolto Dedalo fuggito di Creta, e gli aveva fatto costrurre una rocca, su quel colle Camiso, che ci sta qui sotto lo sguardo, ed al quale ora più non si ha accesso, che per un angusto e tortuoso sentiero. In questa rocca inespugnabile, aveva Cocalo allogato i suoi tesori, ed erasi venuto formando attorno, sul Kaniko, una città Sicana, ben prima che i Greci costruisserò Akraga. Agrigento Greca venne fondata nel secondo anno della quarantesima nona Olimpiade, dagli abitatori della vicina Gela, e non tardò guari a diventare, per ricchezza e per grandezza, superiore alla madre patria, avendone il commercio con Cartagine, favorito grandemente lo sviluppo.

Al pari di Gela si resse Agrigento a forma di oligarchia, secondo le leggi dettate da Caronda di Catania, infino a tanto che sorse la tirannia di Falaride. Quest’uomo straordinario era Cretese di nascita. Incaricato in Agrigento dela costruzione del tempio di Giove Polieo, si valse di questo fatto il quale poneva a sua disposizione uomini e denari, e per cui occupava il punto più forte della città. Assoldò mercenari, diede armi ai prigionieri, e nel mentre si celebravano nella città le feste di Cerere, sorprese gli abitanti, e si creò tiranno di Agrigento. La monarchia era forma di governo talmente invisa ai Greci, che fecero di Falaride un mostro favoloso, e che la sua crudeltà diventò proverbiale. È nota a tutti la leggenda del toro di bronzo che aveva fatto fondete da Perillo, in cui faceva ardere a fuoco lento gli stranieri, e le persone di cui voleva sbarazzarsi. Questa favola ha molta importanza per la località dove nacque, imperocchè il toro di Agrigento si collegava a quello di Creta, ed alla imagine del toro di Dedalo, come pure alla vicina Cartagine, dove vittime umane si sacrificavano a Moloch, raffigurato da una testa di toro. Pare che in questa figura fosse conte[p. 288 modifica]nuto un mistero del Saturno asiatico. L’esistenza del toro di Falaride trovasi del resto accertata da Diodoro. Narra che Imilcone, dopo la conquista di Agrigento lo avesse trasportato a Cartagine, e che duecento sessant’anni più tardi, distrutta Cartagine, Scipione ne avesse fatta restituzione agli Agrigentini. Il toro di Falaride ha poi somministrato argomento a due dialoghi satirici di Luciano, nel quale il poeta fa comparire in Delfo i famigliari di Falaride, i quali offrono in dono al nume quella macchina infernale, rappresentando il tiranno quale il più giusto degli uomini, e fa dichiarare dai sacerdoti il dono di quell’uomo feroce, quale offerta degna di un Dio. È impossibile spiegare, per valermi di un modo di dire moderno, astio maggiore contro la chiesa, di quello manifestato da Luciano in quello scritto.

Falaride fu per dir vero feroce e crudele; se non che regnando desso in tempi antichissimi, circa la metà del secolo VI prima della venuta di Cristo, fu al pari di tutti i tiranni greci, uomo d’ingegno, amante delle scienze, delle arti. Si narrano di lui, come pure di Dionigi, tratti generosi, fra quali particolarmente la storia di Menalippo e di Caritone, la quale ricorda quella di Damone e Pizia, e quella che riguardo il famoso poeta Stesicoro. Falaride, il quale aveva soggiogato a viva forza parecchie città, propose una alleanza agli abitanti d’Imera; domandava lo eleggessero a loro condottiero per potere coll’opera sua, prendere vendetta dei loro nemici; se non che vi si oppose Stesicoro, presentandosi davanti al popolo, e narrandogli una favola. Disse «che un giorno il cavallo pascolara in un prato, quando ne venne scacciato da un robusto cervo. Il cavallo si presentò all’uomo domandandogli di punire il cervo. Sta bene, disse l’uomo, ma tu mi devi accogliere sul tuo dorso. Il cavallo vi acconsentì, e coll’aiuto dell’uomo si vendicò bensì del cervo, ma continuò a dovere essere guidato dall’uomo, e sopportarne il giogo dispotico. E voi, uomini d’Imera, disse Stesicoro, vorreste fare nè più nè meno, di quanto ha fatto il ca[p. 289 modifica]vallo, acconsentendo sottoporvi al giogo di Falaride?» Gli Imeresi compresero la morale della favola; si rifiutarono alla alleanza richiesta da Falaride, ma il tiranno fu irritatissimo contro Stesicoro. Se non che, poco tempo dopo, il poeta cadde nelle mani degli Agrigentini, e fu portato davanti al tiranno, il quale non solo non gli fece verun male, ma lo accolse amichevolmente, gli fece ricchi doni, si compiacque della seviezza de’ suoi discorsi, della armonia de’ suoi versi, e lo rimandò libero, con ogni maniera di onoranza, perchè era poeta.

Furono del rimanente fatti curiosi e notevoli le relazioni dei filosofi con i tiranni in Sicilia, e particolarmente in Siracusa. Nella stessa guisa che nei tempi favolosi gli eroi percorrevano le contrade per liberarle dai mostri, percorsero più tardi i filosofi il mondo, per francarlo dai tiranni. Ed è propriamente questo ufficio della filosofia, liberare il mondo da ogni maniera di tirannia, ufficio al quale non fallirono per certo nell’antichità i Pilagorici e gli Eleoti, nelle loro peregrinazioni filosofiche. Si portarono presso Falaride Demotele, Zenone di Elea, e Pitagora stesso, per ammonirlo a volere rinunciare alla tirannia e far ritorno alla virtù. Lo narra Jamblico, favoleggiando forse, nella vita di Pitagora, e riferisce parecchi savi colloqui che il filosofo avrebbe tenuto con Falaride. Narra che avrebbe paragonata la vita dell’uomo giusto con quella del vizioso; che avrebbe svelate le attitudini, gli errori, le passioni dell’animo umano; che avrebbe spiegata l’onnipotenza d’Iddio, per mezzo di sue opere; e che sarebbe riuscito a convincere l’incredulo Falaride. Non avrebbe passato neanco sotto silenzio le punizioni che aspettano i malvagi, parlando pure a lungo della ragione divina della virtù, delle vicende delle felicità, de’ desideri degli uomini per i beni di fortuna, per la illimitata signoria.

Ai discorsi del filosofo, avrebbe replicato lo spiritoso tiranno, non essere diversa la illimitata signoria della vita umana; che nessuno vorrebbe essere nato, se conoscesse i tormenti della vita; ma che dal momento che nacque, [p. 290 modifica]nessuno vorrebbe mai morire; che nella stessa guisa nessuno vorrebbe mai essere tiranno, se sapesse dapprima quello che soffrono i tiranni, ma che dal momento era uno diventato tiranno, non poteva cessare di esserio.

Merita essere ricordata a questo proposito la risposta spiritosa data da un Siracusano a Dionigi, che gli manifestava un giorno il dubbio se dovesse o no, rinunciare alla tirannia «O Dionigi, la tirannia è pure un bel mantello, per avvilupparsi nell’alto di morire

L’epoca presente parmi ricordare con un vivo esempio quei tempi della tirannide, provando che la natura umana è pur sempre la stessa. Nel paragonare le due grandi epoche della tirannide, quella greca-sicula, e quella italiana del medio evo, colla recente comparsa della tirannide co’ suoi intrighi e colle sue macchinazioni, si scorge propriamente che nulla vi ha di nuovo sotto il sole, e solo tanto si può dire essere venuta meno l’antica libertà di parola dei filosofi, e che i nostri moderni professori di filosofia non fanno che un torneo inutile di parole, e di sistemi, il quale non esercita veruna influenza sulla felicità dei popoli.

La favola, o la tradizione, narra che Falaride perdette la vita a seguito di un paragone di Pitagora. Un giorno il gran filosofo parlava alla presenza di lui, e dei cittadini della grande paura che hanno gli uomini dei tiranni, e per provare come fosse questa senza fondamento, addusse lo esempio delle colombe le quali fuggono timorose davanti allo sparviero, che pure potrebbero cacciare, se si unissero per opporgli coraggiosa resistenza. Questo discorso ispirò ad un cittadino l’idea di afferrare un sasso, e di scagliarlo contro il tiranno; altri seguirono tosto l’esempio di quello, e Falaride fu lapidato. Altri narrano sia stato Zenone che abbia spinto gli Agrigentini a ribellarsi contro di lui.

La memoria di Falaride si mantenne, e parve così straordinario alla antichità quest’uomo, che gli si attribuirono cento quaranta lettere di argomento morale e fi[p. 291 modifica]losofico, sulla cui autenticità gli eruditi disputarono a lungo.

Morto Falaride, tornò Agrigento reggersi a democrazia; presero a regolare la somma delle cose due uomini savi, Alcureno ed Alcandro; la repubblica tornò in fiore, e divenne ricca a segno, che i cittadini cominciarono a vestire di porpora; se non che pare siano stati appunto il lusso, e lo spirito sofistico, cause della sua decandenza, e della sua rovina.

Ai tempi di Gelone di Siracusa, un uomo energico, Terone, ottenne ancora la tirannia in Agrigento. Si era imparentato con quello, e diventati dessi dominatori della Sicilia, si appoggiarono e si sostennero a vicenda, per lo adempimento dei loro disegni. Cominciò allora il breve e bello periodo di prosperità della Sicilia, dopo la totale disfatta dei Cartaginesi presso Imera nell’anno 480. Gli Agrigentini furono quelli che fecero maggior numero di prigionieri Cartaginesi, e talun cittadino ne tenne un cinquecento presso di sè. Il numero maggiore però venne assegnato al municipio, il quale li impiegò nel trasporto dei materiali per la costruzione dei tempii che vennero edificati in quell’epoca, e dei canali sotterranei, eseguiti dal rinomato architetto Faace. Inoltre fecero scavare gli Agrigentini un vasto stagno, dove mantenevano ed educavano pesci fini per i loro banchetti, il quale, secondo quanto narra Diodoro, offeriva pure un bel colpo d’occhio per i molti cigni, che si vedevano sulle sue acque. Inoltre i cittadini piantarono tutto quanto il territorio di vigne, e di alberi da frutta di ogni specie.

La signoria di Terone fu il periodo più splendido di Agrigento. Il commercio e la fabbricazione arricchirono la città, la quale si andò abbellendo di monumenti architettonici, di statue, di pitture; splendide feste allietarono il popolo, ed alla corte del mite signore comparvero i savi, ed i poeti della Grecia; Pindaro, Bacchilide, Eschilo, andavano e venivano da Agrigento, e quando nacquero fra Jerone e Terone dissapori i quali minacciavano prorom[p. 292 modifica]pere a guerra, il poeta Simonide compì al lodevole ufficio di piacere. Pindaro dettò allora il suo canto olimpico di vittoria per Terone di Agrigento vincitore col carro, e Senocrate dichiarò in versi istmici, Akraga la città più bella fra quante avessero gli uomini edificato.

Il regno di Terone durò sedici anni. Allorquando venne a morte nel 472 il popolo gl’innalzò uno stupendo sepolcro, e gli decretò gli onori degli eroi. Ben dissimile da lui in Trasideo suo figliuolo; odiato dai cittadini, venne dapprima cacciato, quindi posto a morte in Megara. Gli Agrigentini avevano pertanto scosso il giogo della tirannide, e dato a tutta quanta la Sicilia il segno della liberazione. Mentre in tutte le città andava risorgendo il reggimento democratico, Empedocle stabilì in Agrigento un governo a forma mista, il quale concedeva diritti identici all’aristocrazia, ed al popolo.

Pare che i principii politici del grande filosofo avessero per base la uguaglianza di tutti quanti i cittadini; ma in quanto a sè stesso, secondo le notizie che se ne hanno, si riteneva per un Dio. Vestiva di porpora, e portava una corona d’oro sopra le chiome, che lunghe gli scendevano sulle spalle; e quando usciva solennemente, era seguito da una schiera di giovani, elegantemente vestiti. Gli antichi lo dipingono quasi una specie di eroe, in cui la natura aveva impressa la sua più sublime impronta. Empedocle è una delle figure più splendide, in cui siasi compiaciuto il genio dei Greci. Gli scrittori della sua vita lo dipingono quasi penetrato e convinto della sua natura pressocchè divina, e gli pongono in bocca versi che così suonavano. «Salute a voi amici, i quali abitate nella torreggiante città che sorge sul biondo fiume Akraga, e che vi esercitate in opere meravigliose! Io non sono più un mortale ma un Dio; mi aggiro onorato da tutti, perchè ciò mi si compete. Bello, coronato di bende e di splendidi fiori, vo peregrinando per le città le più famose. Gli uomini mi lodano, e mi seguono innumerevoli le donne, mosse dal desiderio dell’utile, domandando riconoscere la chiara si[p. 293 modifica]gnificazione della salute nell’avvenire, non che i mezzi possibili di guarire ogni qualunque infermità.»

La filosofia della natura, in cui Empedocle era maestro, non rimase per esso una mera astrazione, rivolse le sue idee al problema della vita, e fu medico distinto. Aveva liberata Selinunte dalla peste, e le sue guarigioni erano cotanto miracolose, che si disse fosse perfino riuscito a risuscitare morti. La medicina era diventata una delle scienze predilette dei Siciliani, ed altri nomi di grandi medici si citano, oltre quello di Empedocle, e fra gli altri quelli di Ponsania suo amico, e di Acrone di Agrigento suo rivale. Più tardi furono rinomati nella medicina Erodico fratello di Gargia, ed al tempo di Aristotele, Menecrate di Siracusa. Questi non la cedeva punto ad Empedocle per vanità, e si narrano sul conto di lui, storie le più ridicole. Non accettava mercede per le sue cure, ma richiedeva che gli ammalati che aveva guariti si chiamassero suoi schiavi. Dopo aver guarito con cura felicissima due ammalati molto gravi, volle lo seguissero dovunque. Aveva imposto nome all’uno Ercole, all’altro Apollo, e tolto per se quello di Giove. Ateneo narra, avesse una volta scritta a Filippo di Macedonia la lettera seguente.

«Menecrate Giove, a Filippo salute! Tu regni nella Macedonia, ma io regno nella medicina. Tu conosci quelli che è bene lasciar morire, ma io posso fare che gli ammalati riacquistino la salute, e diventino vecchi, purchè mi obbediscano. Le tue guardie sono i Macedoni, le mie le persone che ho guarite; imperocchè, io Giove, ho loro ridonata la vita.»

Filippo rispose.

«Filippo augura a Menecrate, mente sana. Io ti do per consiglio di fare un viaggio ad Anticira.»

Plutarco pure, narra che ad una lettera scritta da Menecrate ad Agesilao di Sparta in senso uguale, questi rispondesse parimenti, «Agesilao a Menecrate, mente sana.» Si scorge che la ciarlataneria cominciava invadere il campo delle scienze naturali, di cui la Sicilia era patria, nella [p. 294 modifica]stessa guisa che i sofismi invadevano la filosofia. La Sicilia patria del sofismo, lo fu pure della ciarlataneria; ed oggidì tuttora quell’isola, donde oltre Empedocle uscì pure Cagliostro, si distingue per un certo spirito sofistico, e per una certa tendenza al ciarlatanesimo ed alle idee estreme, ed io credo non perderà mai questo tratto caratteristico, siccome quello che è prodotto indigeno del suo suolo volcanico.

Empedocle stesso, nei versi che abbiamo riferito, vi compare quale un ciarlatano; e fa d’uopo aver osservato i costumi del popolo nelle città di Sicilia, per riconoscervi le qualità ed i difetti, che sempre nella stessa forma vi si osservarono in tutti i tempi. Empedocle non fu che il precursore de’ ciurmadori delle epoche posteriori. La tradizione assegnò un carattere favoloso alla sua morte, come a quello di Apollonio di Tiana, e di parecchi semidei e profeti cristiani, che oggidì tuttora si venerano. Narrasi che dopo avere richiamata in vita una donna morta, si fosse recato con parecchi amici alla villa di Pisanace, per offerirvi un sacrificio, e che dopo il banchetto i convitati, si fossero recati gli uni sotto le piante, gli altri qua e là per riposare, e che quando, cessato il caldo, si risvegliarono mancasse Empedocle. S’interrogarono gli schiavi, ed uno disse aver udita durante la notte una voce sovrumana, la quale pronunciava il nome di Empedocle. Soggiunse che destatosi, vide una luce celeste, uno splendore di fiaccole, quindi più nulla. Si disse pertanto, essere Empedocle volato fra gli Dei. Secondo un’altra tradizione il filosofo sarebbe salito sull’Etna, e vi si sarebbe precipitato nel cratere, ed il volcano avrebbe rigettato uno de’ suoi calzari. Si disse che Empedocle avrebbe scelto questo genere di morte, dopochè i Selinuntini gli avrebbero decretati onori divini, nel proposito di confermare la credenza di essere propriamente un Dio. Secondo Diogene, Empedocle sarebbe morto nel Peloponeso, e gli Agrigentini gli avrebbero eretta una statua, la quale più tardi sarebbe stata dai Romani trasportata a Roma e collocata davanti alla Curia. [p. 295 modifica]

La democrazia temperata introdotta da Empedocle in Agrigento, vi si mantenne a lungo; ma i costumi dei cittadini vi si andarono modellando su quelli di Sibari, e di Taranto. Alieni dalla guerra, gli Agrigentini si mantenevano per lo più neutrali nelle lotte, e non vollero prendere parte neppure a quella famosa sorta fra Siracusa, ed Atene. Il lusso era straordinario nella città. Empedocle diceva de’ suoi concittadini, che fabbricavano quasi avessero dovuto vivere eternamente, e che banchettavano come se avessero dovuto morire all’indomani. La splendidezza dei banchetti Agrigentini era nota in tutto il mondo. Da quanto narra Diodoro, dei costumi e del modo di vivere degli Agrigentini, poco tempo prima della distruzione della città, è facile farsi una idea della loro effeminatezza. Dice che regneva in Agrigento una grande abbondanza, imperocchè tutto il territorio era stato riccamente piantato a vigne, ad oliveti, ed il commercio colla Libia vi recava continue ricchezze. Vi erano cavalli magnifici, i quali erano rinomati in tutta quanta la Grecia. S’innalzavano tombe stupende non solo a questi, ma ancora agli uccellini che ragazze e giovanetti tenevano in casa. Allorquando Esaneto fu vincitore nella corsa dei carri, venne accompagnato in trionfo nella città da non meno di trecento carri, tirati da pariglie di cavalli bianchi, tutti di Agrigento. Le ricchezze di alcuni cittadini, come di Antistene e di Gelia, erano propriamente straordinarie. Antistene festeggiò le nozze di sua figliuola, invitando tutti i cittadini; la sposa fu accompagnata da un ottocento carri, e da una folla di cavalieri; alla sera, per cura ed a spese del padre, venne illuminata tutta la città col migliore modo che si poteva a quei tempi. Fece particolarmente coprire tutti gli altari dei tempii, e tutte le strade di legne aride, ed allorquando venne dato il segno da una fiammata in cima alla rocca, si accessero contemporaneamente tutti i fuochi. Si faceva come si poteva meglio; ma si scorge che già fin d’allora i popoli dell’Italia meridionale, i quali oggidì ancora hanno una passione per i [p. 296 modifica]fuochi artificiali che reca stupore agli abitanti del settentrione, si compiacevano delle illuminazioni.

Più ricco ancora di Antistene era Gellia. Diodoro narra che aveva nelle sue case parecchi quartieri apparecchiati per i forastieri, e vari servitori coll’incarico di invitare tutti quelli che arrivavano a prendervi alloggio, cosa che facevano pure altri cittadini, esercitando all’uso antico larga ospitalità. E pertanto diceva a buon diritto Empedocle della sua patria «essere porto benedetto dai forastieri, e non albergare in esso falsità.»

Una volta vennero in Agrigento cinquecento cavalieri di Gela, sorpresi dal cattivo tempo. Gorgia li albergò tutti e tutti li potè mutare d’abiti, dal suo guardarobe. Nelle sue cantine possedeva trecento vasi di pietra, della capacità di cento secchie ognune, ed a fianco della cantina stava una vasca in muratura, della capacità di mille secchie, della quale il vino scendeva nei vasi. Si può da tutto questo argomentare, quale fosse la magnificenza delle abitazioni, ed il lusso, l’eleganze dei banchetti. «Gli uomini, dice Diodoro, sono assuefatti fin dell’infanzia all’abbondanza ed alla ricchezza; vestono abiti finissimi, portano gioielli, e particolarmente si compiacciono di pettini da cappelli, e di boccettine da profumi, d’oro e d’argento.» Meglio però di tutto questo vale a far conoscere la mollezza degli Agrigentini l’ordine dato al tempo dell’assedio della città per parte dei Cartaginesi, il quale proibiva spressamente ai cittadini comandati di guardia, di potere portar seco più di un pagliericcio, un materasso, una coperla, e due guanciali. Chi avrà il coraggio di biasimare quegli uomini felici, i quali sotto il cielo il più limpido, nella terra la più fertile, versati nelle scienze, amanti delle arti belle, Greci, e liberi cittadini, cercavano vivere vita lieta? Ma per contro chi potrà lamentare o trovare strano, che quella città cotanto voluttuosa, ad onta degli ottocento mille suoi abitatori, in breve spazio di tempo, e dopo debole resistenza abbia dovuto soggiacere ai Cartaginesi? [p. 297 modifica]

Sonvi pochi fatti nella storia, i quali rappresentino con tanta evidenza la instabilità delle cose umane, come la caduta repentina di Agrigento; quella città così fiorente disparve in un punto, come uomo spento nel rigoglio della vita, da morte subitanea. E ciò avvenne nel modo seguente. Dopo che gli Ateniesi erano stati sconfitti sotto le mura di Siracusa, la città di Segesta aveva chiamati i Cartaginesi. Erano questi venuti con grandi forze nell’anno 409 sotto il comando di Annibale, figliuolo di Giscone, ed avevano distrutte quasi interamente Selinunte, ed Imera. Non dispiacque a Siracusa la caduta di queste due città, le quali avevano contrastata sempre la di lei supremazia, e pertanto non si affrettò di portare soccorso nè ad Agrigento nè a Gela. Si fu questo il periodo più vergognoso dei Greci-Siculi, il cui principale difetto fu sempre, come di tutti i popoli meridionali del resto, la sfrenata libidine di parti. I Cartaginesi tornarono più tardi con novelle forze, e gli Agrigentini i quali si trovavano per i primi esposti al pericolo, si approvigionarono di grani, presero al loro soldo lo spartano Desippo con mille cinquecento uomini, ed assoldarono pure guerrieri della Campania, i quali avevano servito dapprima nell’esercito di Annibale.

Intanto Annibale ed Imilcone comparvero davanti alla città, e si accamparono a levante della collina di Minerva, al di là dell’Akraga; aprirono un fosso, ed in questa occasione distrussero parecchi sepolcri. Se non chè il fulmine scoppiò su quello di Terone; la peste cominciò ad infierire nel campo, Annibale stesso venne spento da questa; cattivi presagi, e spettri che apparivano durante la notte, ingenerarono nell’esercito un timore indicibile. Imilcone proibì che si violassero più oltre i sepolcri, e per placare i Numi sacrificò un giovanetto a Moloch, ed a Possidone parecchi animali, che fece cacciare in mare.

Mentre intanto i Cartaginesi assalivano ogni giorno gli Agrigentini, i Siracusani mandarono il loro generale Dafneo con truppe in soccorso della città assediata. Questi [p. 298 modifica]sconfisse gli Africani, ed Agrigento sarebbe stata liberata, se i comandanti delle truppe che stavano nella città, non fossero stati corrotti. Questi si ricusarono ad uscire, e permisero al nemico di trovar ricovero nel loro campo. Gli Agrigentini indegnati lapidarono i traditori, ed avendo intanto Dafneo circondato appieno il campo dei Cartaginesi, questi erano destinati a perire per la fame. Se non che volle il caso, che le navi dei Cartaginesi sorprendessero il convoglio il quale recava grani, in Agrigento. Si era fatto in esso spreco di viveri, imperocchè la popolazione non era punto assuefatta alle privazioni, ed inoltre, con poca avvedulezza, erasi lusingata sarebbe stata breve la durata dell’assedio. Le provigioni erano state tutte quante consumate; non fu però la fame che costrinse la città alla resa, ma bensì il difetto di valida resistenza, essendo le truppe mercenarie venute meno ai loro doveri, I Campani furono i primi a passare al nemico; dopo si ritirarono Desippo e Dafneo, adducendo a pretesto essere trascorso il periodo di tempo per cui erano obbligati a servire. Il coraggio venne meno agli Agrigentini. Dopo essersi accertati che i viveri stavano per mancare, i loro generali ordinarono alla popolazione di tenersi pronta tutta quanta ad abbandonare la città nella notte seguente. E così fu fatto; gli Agrigentini si perdettero totalmente d’animo, alla sola minaccia della fame, ed a vece di tentare, come più tardi fecero i Siracusani ed i Cartaginesi, ogni sforzo, si piegarono all’onta di abbandonare la loro città fortificata, con tutti i suoi tesori all’inimico. Venuta la notte, tutta quanta la popolazione, uomini, donne, fanciulli, uscirono dalle mura, facendo risuonare l’aria dei loro lamenti. Furono tanta la paura, e cotanto vergognosa la fretta, che nessun pensiero presero gli abitanti nè degli ammalati, nè dei vecchi, impotenti per debolezza o per età a salvarsi. Parecchi di questi rimasero addietro, e si uccisero di propria mano, per morire almeno nelle case dei loro padri. Quella folla di esuli, scortata da uomini armati si diressero verso Gela, e si videro camminare a piedi perfino le tenere donzelle, educate alla vita più molle. [p. 299 modifica]

Imilcone penetrò al mattino nella città deserta, dopo otto mesi di assedio. Gli abitanti che erano rimasti in città vennero uccisi dai Cartaginesi. Narrasi fosse rimasto fra gli altri pure il ricco Gelia, ed avesse cercato rifugio nel tempio di Atene, se non che, vedendo che gli Africani non usavano rispetto neppure ai tempii degli Dei, appiccò il fuoco a quello dove aveva sperato trovar salvezza, ardendolo con tutti i doni votivi. Il bottino in Agrigento, il quale non era stato soggetto mai dapprima ad invasione nemica, e che secondo la testimonianza di Diodoro era fra le più ricche città della Grecia, dovette per necessità essere stato immenso. Imilcone mandò i principali capi d’opera delle arti belle, quali trofei della vittoria, a Cartagine, dove più tardi vennero nelle mani dei Romani. Lasciò Agrigento deserto, e pose fuoco ai tempii, del quale incendio scorgonsi oggidì tuttora le traccie, nelle rovine di quelli. Dopo poi avere i Cartaginesi ivi passato l’inverno, Imilcone, fece rovinare tutta quanta la città; e Diodoro narra che fece rompere nei tempii gli ornati, e le sculture, le quali erano state rispettate dal fuoco. Fu grande quella perdita per la civiltà, propriamente nel più bel fiore dell’epoca di Pericle; e dopo che la Sicilia fu devastata da altre guerre, e depredata miseramente da Verre, rimase l’isola povera di opere d’arte. I due popoli i quali distrussero la dominazione greca in Sicilia, i Cartaginesi ed i Romani si diportarono da barbari l’uno al pari dell’altro.

Questa fu la dura sorte toccata ad Agrigento nell’autunno dell’anno 406 prima dell’era Cristiana, e dopo d’allora più non si riebbe quella città sebbene sia stata popolata di bel nuovo, e sebbene venga ancora di essa fatta menzione nella storia. Rimase deserta fino ai tempi di Timoleone, se non totalmente disabitata. Quel grande cittadino di Corinto vi portò una colonia nell’anno 341; in guisa che col tempo la città prese a risorgere, particolarmente durante la tirannia di Agatocle di Siracusa, allorquando questi, nell’idea di farsi signore di tutta la Sicilia, stava preparando l’arrischiata sua spedizione d’Africa. Se [p. 300 modifica]non che l’impresa andò fallita, ed Agrigento cadde di bel nuovo nelle mani degli Africani.

In quel torno circa, Finzio erasi prodotto qual tiranno, e ricordava Falaride, ma gli Agrigentini lo cacciarono, e si diedero a Pirro re d’Epiro, del quale però poco durò la signoria. Agrigento tornò ancora una volta ad essere Carlaginese, ed una delle località più importante di questo popolo, nelle sue guerre contro i Romani, imperocchè ivi continuarono gli Africani a mantenersi, anche dopo aver perduta Siracusa. Nella prima guerra punica troviamo di bel nuovo in Agrigento un Annibale, figliuolo di Giscone, con cinquanta mila uomini, e la città potè ancora armare un venticinque mila soldati. I due consoli Lucio Postumio e Quinto Emilio, strinsero Agrigento d’assedio, sostenendo Annibale splendida difesa. Ma sconfitto Annone, che si avanzava in soccorso della città, dovettero i Cartaginesi abbandonarla. Allorquando i Romani, che vi erano stati attorno ben sette mesi, penetrarono in quella, trucidarono gli abitanti, e si diportarono in modo più barbaro di quanto si fossero diportati gli Africani sotto Imilcone. Gli abitanti scampati alla morte furono ridotti in schiavitù, e ciò avvenne nell’anno 262 prima della nascita di Cristo. Poco dopo però, cadde Agrigento in potere del capitano cartaginese Cartato, il quale vi pose il fuoco, e la devastò. Non cessò però totalmente di esistere, imperocchè, caduta Siracusa, troviamo che si stostennero ancora in Agrigento Epikide, Annone e Mutina. Mutina era un abitante d’Ippona, che Annibale il grande aveva mandato in Sicilia dall’Italia, e che compì alla testa della cavalleria cotanto ardite imprese, in guisa che tutta l’isola fu piena del suo nome. Annone invidioso gli tolse il comando, e Mutina per vendetta tradì, consegnando Agrigento, coll’aprire di notte tempo le porte al console Lavinio. Annone ed Epikide cbbero tempo a salvarsi per mare. I Romani trattarono ancora questa volta con crudeltà Agrigento, fecero battere colle verghe i principali cittadini, dopo di che troncarono loro la testa; gli altri vennero posti in vendita quali schiavi. [p. 301 modifica]Caduta allora Agrigento, tutta quanta la Sicilia venne in possesso dei Romani, correndo l’anno 211.

Scompare d’allora in poi dalla storia, dove più non trovasi registrato il suo nome, la bella città di Empedocle e di Terone. Nel tempo dei Greci uomini illustri erano sorti nelle sue mura, e dei principali rimane memoria. Furono Empedocle, Pausania, Acrone filosofo, oratore e medico; Proto discepolo di Gorgia, Dinoloco autore di commedie, e discepolo di Epicarmo; Carchino poeta tragico. Face architetto; Metello che fu maestro a Platone nella musica; Fileno storico; ed anche nei suoi tempi più miseri, allorquando la rapacità di Vetre spogliava la decaduta Agrigento de’ suoi ultimi tesori dei quali andava dessa debitrice alla generosità del conquistatore di Cartagine. Sofocle onorava la sua patria e sè stesso, difendendo davanti ai Romani la prima, contro quell’esoso ladrone.

È da presumere che dopo l’ultima conquista Agrigento si ristrinse sul monte Camico, dove tuttora sta Girgenti, e dove dura da oltre due mila anni, nella prospera come nell’avversa fortuna. Nell’anno 825 se ne impadronirono i Saraceni successori dei Cartaginesi, e venuti dessi pure dai lidi Africani. L’ultimo loro emiro fu di là cacciato dal conte Ruggero nell’anno 1086. D’allora in poi Agrigento divenne feudo di famiglie nobili, e man mano sempre più decadendo, si ridusse al numero attuale di circa sedici mila abitanti.

Giacciono nei campi deserti appiedi dell’attuale Girgenti, gli ultimi avanzi della grande Akraga, quei tempii dorici, i quali ad onta del tempo e della rabbia degli uomini trovansi tuttora in istato di sufficiente conservazione, mentre quelli non meno stupendi di Selinunte sono totalmente rovinati, mentre di altre città già fiorenti dell’isola, come di Gela la frugifera patria di Eschilo, di Kamarina, d’Imera, non rimangono più vestigia, e mentre dei tempii stessi di Siracusa non sussistono reliquei, le quali si possano paragonare a quelle di Agrigento.

Di queste rovine intendiamo ora fare un cenno. [p. 302 modifica]

La porta di Ponte, a levante dell’attuale Girgenti, conduce alla collina di Minerva (rupe Atenea) che le sta di fronte, altura pittorica sulla quale sorgono il convento e la chiesa di S. Vito, e dove i Girgentini formarono un giardino publico, nel quale collocarono il busto di Empedocle.

Torreggiavano in antico su questa altura i tempii di Giove Atabirio e di Minerva, dei quali non rimangono traccie, ma sul pendio della collina, verso mezzogiorno, si riconoscono ancora gli avanzi dei tempii di Cerere e di Proserpina, sull’area dei quali sorge oggidìi la chiesa di S. Biagio.

Scendendo dalla collina di Minerva, in direzione di mezzogiorno, si arriva a quella serie di tempii i quali sorgevano a fianco della mura meridionali dell’anlica cità.

La loro vista sul fondo di quel bel mare di Libia, particolarmente, quando il sole illumina i loro sassi di tinta calda, e fa splendere le loro colonne gigantesche, è tuttora bella oggidì; e quanto non lo doveva essere anticamente, allora quando quelle moli sussistevano tuttora intatte.

Il tempio di Giunone Lucina, è il primo di questa serie. Sorge sur un’altura, e trovasi a metà rovinato, imperocchè non sussistono più che da un lato le sue tredici colonne, le quali sopportano l’architrave. Del frontone non sussistono più che due colonne, con un pezzo di architrave; alle altre, o mancano i capitelli, o sono questi a terra interamente rovinati. Il tempio trovasi orientato da levante a ponente, e sorge alla foggia greca sur un basamento di quattro gradini. Era circondato da un portico di treataquattro colonne d’ordine dorico, con venti scannellature, disposte in guisa che se scorgevano tredici dai lati, e sei sulla fronte. Le colonne hanno un diametro di cinque palmi, ed all’incirca cinque diametri di altezza. Le linee dei capitelli sono molto graziose, ma disgraziatamente non esistono più avanzi del frontone, nè cornici. Le traccie d’incendio sono tuttora visibilissime in quei [p. 303 modifica]ruderi. Secondo le misure date da Serra di Falco, la lunghezza del tempio era di cento cinquantotto palmi, la larghezza di settantacinque. L’interno propriamente del tempio, tuttora riconoscibile, misurava poco meno di cento otto palmi in lunghezza, ed in larghezza trentasei. Lo storico Fazello fu il primo a dare nel secolo XVI un nome a questo tempio, non che agli altri. Fino a quell’epoca veniva chiamato Torre delle Pulzelle. Secondo Plinio, Zeusi aveva dipinto per questo tempio la rinomata sua Giunone, per la quale gli Agrigentini avevangli date a modello cinque fra le più belle ragazze della città; fatto che da Cicerone viene narrato pure per il ritratto di Elena, nel tempio di Crotone.

Dai gradini del tempio si vede stupendamente la periferia dell’antica città. Scorgevano in vicinanza le mura di questa a mezzogiorno, le quali, del pari che a Siracusa, erano formate in alcuni punti dalla rupe stessa. Lungo la linea delle antiche mura si scorgono in abbondanza tombe scavate nella roccia, nicchie, colombari, e tombe di forma circolare aderenti alle mura, le quali ultime, per essere a volta, devono appartenere ad epoca posteriore.

Dopo il tempio di Giunone viene quello benissimo conservato della Concordia, il quale sorge del pari sur un’altura pittorica circondato di roccie di tinta rossiccia cupa, di frammenti di antiche costruzioni, e di vegetazione lussureggiante di cactus. Non manca a questo che il tetto, possedendo tuttora i due frontoni, e tutte le sue colonne. Sorge come quello di Giunone sopra un basamento di quattro gradini, ed ha come quello un portico che presenta sei colonne nei frontoni, e tredici nei lati. Hanno queste venti scannellature, e sono dell’altezza di ventisei palmi e mezzo, qualcosa più di cinque diametri. La lunghezza del tempio è di centocinquantadue palmi e mezzo, la larghezza di sessantacinque e mezzo, e tutto il cornicione ha l’altezza di circa undici palmi e mezzo, in guisa che la fascia è circa un palmo più alta che l’architrave. Questo tempio fu risparmiato dai Cartaginesi, e resistette [p. 304 modifica]vittoriosamente alle ingiurie degli anni. La sua perfetta conservazione indusse nel medio evo i Cristiani a ridurlo ad uso di chiesa, e per tal guisa venne salvato da rovina. Nel secolo XV vi si praticò all’interno una cappella dedicata a S. Gregorio delle Rape vescovo di Girgenti, e fu allora che si aprirono nelle pareti laterali i dodici archi che tuttora vi si scorgono, i quali per essere in contraddizione ad un tempio greco, inducono in errore coloro i quali ne ignorano l’origine. Più tardi la chiesa venne abbandonata, ed il tempio venne ristabilito nel 1748 a cura del principe di Torremuzza. Fazello avevagli dato il nome di tempio della Concordia, nome il quale nulla ha che fare con un tempio greco, indotto a ciò da un’antica iscrizione latina trovata colà. Non havvi nel resto della Sicilia, nè in tutta Italia un tempio antico conservato ai pari di questo; perfino i gradini che presso l’ingresso a levante portano sul tetto sono perfettamente conservati; non manca parte veruna dell’edificio, e si può prendere un’idea perfetta dell’architettura di un tempio greco.

Era questo del resto il tempio più stupendo, ed il più compiuto di tutta la Sicilia; quello di Segesta di cui rimangono tuttora il frontone ed il portico non era stato ultimato, imperocchè non si scorgono traccia di mura interne, e le colonne sono tuttora senza scannellatture, Quelle maestose colonne di colore oscuro, senza base, ristaurate con discrezione ed intelligenza, quegli ampi capitelli, le belle proporzioni del cornicione il quale ha serbato tutti quanti i suoi triglifi, la semplicità grandiosa di quell’architettura, producono una profonda impressione. L’architettura dorica, la più bella dell’antichità, rivela del pari che la scultura e la poesia, quella forza e quell’armonia, le quali formavano l’essenza del genio greco, il quale in ogni cosa sapeva trovare le leggi le più semplici. Nel contemplare un tempio greco, si comprende quale dovesse essere la semplicità e l’armonia della vita di un popolo, il quale seppe imprimere tali caratteri a suoi monumenti religiosi. Noi comprendiamo quest’armonia, la quale è [p. 305 modifica]semplice quanto un principio geometrico, ma l’essenza propria della vita intima di quello stesso popolo ci rimane nascosta. Quanto meno, io son di parere, che la cattedrale cristiana di Monreale, il più bel contrapposto di questo tempio della Concordia, ci fa penetrare più addentro nelle forme di vita del medio evo, e meglio ce le fa comprendere, ce le spiega. Se la Sicilia non possedesse altro che questi due edifici, monumenti, ricordi, rappresentanti di due grandi epoche di civiltà, sarebbe pur sempre per questi soli, una delle contrade le più meravigliose. Il tempio dorico è l’espressione la più viva dei severi ordinamenti greci, e della loro fatalità tragica; ogni accidente, ogni fantasia sono ripudiate da quelle forme sevore, la cui maestosa unità non tollera divisione di sorta, nè la pittura, nè gli ornamenti a cui troppo deve concorrere l’arte del disegno, vi trovano posto. Il principio cristiano in vece li ammette, ne fa uso nei mosaici pittorici, nei rabeschi, nelle sculture. Il tempio dorico per contro, non ammette altri ornati che i triglifi, che le metope, che linee semplicissime nei meandri nei fogliami nelle cornici; non rifuggiva però dall’uso della pittura policroma, come si può ancora riconoscere in vari tempi della Sicilia. Del resto, che cosa poteva esservi di più semplice che quelle colonne doriche senza base, i cui capitelli severi e voluminosi comparivano ben più imponenti che le forme posteriori dell’ordine ionico, e corinzio? Il tempio dorico mi pare caratteristico in Sicilia, in una contrada la quale possiede un’attitudine naturale per i principii severi delle matematiche.

Il terzo tempio è quello di Ercole, il quale fu uno dei più belli di Agrigento, ma che ora non è più se non un ammonticchiamento di ruderi colossali dispersi sul suolo. Una sola colonna scannellata, senza capitello sorge fra mezzo a tutte quelle rovine. Si contemplano con istupore quelle teste mostruose di arieti, quegli stupendi capitelli, quei frammenti di architravi, di cornici che portano ancora le traccie di pitture in colore purpureo, quei pezzi [p. 306 modifica]di colonne scannellate, simili a gigantesche pietre molari, sparse qua e là a metà sepolte nel suolo, o coperte di piante selvatiche. Sorgeva questo tempio di Ercole in vicinanza al famoso Olimpio di Agrigento, ed era il più vasto, ed il più rinomato della città. Era un Hexastylos peripteros di trentotto colonne, le quali si presentavano sei di fronte, e quindici sui lati, contando pure quelie degli angoli. I loro capitelli erano magnifici. Il diametro delle colonne era di otto palmi e mezzo, la loro altezza, compresi i capitelli, di oltre quattro diametri e mezzo, vale a dire di poco meno di trentanove palmi. Il loro aspetto pertanto doveva essere grandemente imponente. Il cornicione in complesso, fra architrave, fascia e cornicie, era alto quasi dicianove palmi. Scorgesi tuttora che era colorito in rosso, turchino, bianco, e nero. La cornicie al disotto della gola, era ornata di teste di leoni, e di fiorami.

La lunghezza di tutto il tempio, secondo Serra di Falco, era di duecento cinquantanove palmi, e la larghezza di quasi novantotto. Nell’interno sorgeva la rinomata statua in bronzo di Ercole, lavoro di Milone, sulla quale Cicerone dà molti particolari nella sua seconda Verrina. Dice, fra le altre cose, che il ginocchio della statua era quasi consumato dai baci delle persone, le quali si portavano nel tempio ad adorare il Nume. Oggidì potrebbe Cicerone fare la stessa osservazione in S. Pietro di Roma, dove i baci dei cattolici non hanno consumato meno il piede del santo, di quanto fosse avvenuto ad Agrigento al ginocchio di Ercole. Non vi sarà quindi più a meravigliare, che il tempo e gli elementi abbiano distrutto tanti monumenti, dal momento che i soli baci valgono a consumare il bronzo; e questa meravigliosa rassomiglianza di usi e di costumi, non è la sola che si ravvisi fra il paganesimo, e la religione cristiana.

Quella bella statua d’Ercole eccitò la cupidigia di Verre, e desso si decise a rubarla, imperocchè gli Agrigentini si ricusavano a cedergliela di buona voglia. Verre praticò in [p. 307 modifica]grande il furto dei capolavori delle arti belle, ma in tempi a noi più vicini, la sua impudenza venne superata da Napoleone. Il proconsole romano spediva i suoi messi in tutta la Sicilia, e dove rinvenivano nei tempii o nelle abitazioni private dipinti, o statue pregevoli, se le faceva cedere con minaccie, o le rapiva a forza. In una notte oscura e burrascosa, fece sorprendere il tempio da schiavi armati; le guardie di quello vennero fatte prigioniere, le porte del santuario vennero atterrate, e si era riuscito di già a smuovere la statua di bronzo dal luogo dove trovavasi infissa, allorquando il popolo si destò a romore. «Non fuvvi persona in Agrigento, dice Cicerone, per quanto fosse od affranta dagli anni, o debole, la quale spaventata in quella notte dal terribile annuncio non sia sorta, e non abbia dato di piglio ad un’arma. Tutto il popolo in un batter d’occhi si precipita verso il tempio.» I ladroni, i quali si affatticavano invano con pali di ferro e con funi contro il Nume, che non voleva cedere, furono cacciati a furia di sassi, e non poterono portar seco che due altre statue. I Siciliani erano, come accenna Cicerone in parecchi siti, pronti di spirito, e fecero in quella occasione un frizzo sul tentativo fallito di rapina, dicendo che alle fatiche d’Ercole, conveniva aggiungere quella di avere vinto il mostro Verre, nè più nè meno che il cignale della foresta Erimanzia.

Dovevasi trovare pure in quel tempio l’Alcmena di di Zeusi, la quale era parsa al pittore cotanto bella, che non aveva voluto cederla per verun prezzo, ed avevala allogata nel tempio. Nel 1836 venne scoperta fra le rovine di questo la statua di Esculapio, mancante della testa, che ora si vede nel museo di Palermo.

Proseguendo oltre si incontrano le rovine del tempio più famoso di Sicilia, il quale era ad un tempo uno degli edifici più grandiosi dell’antichità, vale a dire dell’Olimpio ossia tempio di Giove Olimpico. Gli Agrigenti lo avevano costrutto nel periodo più splendido della loro storia, dopo la vittoria riportata sui Cartaginesi ad Imera; [p. 308 modifica]vale a dire nell’epoca stessa in cui erano stati innalzati a Selinunte il tempio di Giove, in Atene, il Partenone, in Olimpia il tempio di Giove, in Figalia quello di Apollo, in Argo quello di Giunone; epoca in cui l’architettura dorica era giunta alla perfezione, e fioriva in tutte le contrade elleniche. Gli Agrigentini avevano portato quasi a compimento quell’edificio colossale, più non mancava che il tetto; se non che per la guerra dei Cartaginesi e per la distruzione della città, avvenuta nel 406, rimase l’Olimpio incompleto. Imilcone lo saccheggiò, e sebbene nell’interno i barbari Africani tutto lo devastassero, e sfogassero la loro rabbia contro tutte le sculture e gli ornati, non fu loro possibile per la vastità e per la grande robustezza di quella mole, atterrarlo. Fu dessa protetta puranco dal carattere della stessa sua architettura, imperocchè non aveva punto un peristilio con colonne isolate, ma era circondato da mura, nelle quali le colonne si trovavano per metà incassate. Polibio trovò lo stupendo edificio tuttora in piedi, e tale si mantenne durante il medio evo, rovinando poco alla volta per le intemperie, per i terremoti, per la rabbia dei Saraceni e dei barbari, i quali ne asportavano le pietre per valersene in nuove costruzioni, finchè nel dì 9 dicembre 1401, gli ultimi avanzi rovinarono a terra. Ci viene ciò attestato da Fazello, il quale può dirsi avere scoperto di nuovo quel grandioso edificio, il cui nome e la località stessa erano venuti scomparendo dalla memoria del popolo. «Ad onta, dice desso che coll’andare del tempo il rimanente dell’edificio fosse caduto in rovina, si mantenne ancora a lungo una parte sostenuta da tre giganti, e da alcune colonne. Rimane di questa memoria tuttora presso gli Agrigentini, i quali la introdussero nelle loro armi, Se non che, per la loro incuria anche questi ultimi avanzi caddero a terra il 9 dicembre 1401.» Un poeta contemporaneo fece menzione di tal rovina, nei seguenti versi leonini. [p. 309 modifica]

Ardua bellorum fuit gens Agrigentinorum
Tu sola digna Siculorum tollere signa,
Gigantum trina, cunctorum forma sublima
Paries alta ruit; civibus incognita fuit,
Magna gigantea, cunctibus videbatur ut Dea
Quadrigenteno primo sub anno milleno,
Nona decembris deficit undique membris
Talis ruina fuit, indictione quinquina.

Scorgonsi tuttora tre giganti nello stemma di Girgenti, ed il popolo dava nome di Palazzo dei Giganti a quelle rovine.

Di tutto quel grandioso edificio, null’altro ora si può scorgere se non la pianta, resa visibile per mezzo di scavi, la quale reca stupore per la sua immensità. Le materie scavate hanno formato ai fianchi due alture, coperte ora di piante selvatiche, e qua e là fra le macerie hanno gettato le loro radici piante di olivo. La maggior parte delle rovine trovansi accumulate sul lato di ponente, dove caddero a terra le parti colossali di quell’edificio, e dove trovansi fra le altre cose frammenti di mezze colonne, nelle cui scannellature, siccome osservò già Diodoro di Sicilia, può comodamente trovare posto un uomo. Ma per quanto sia grande la mole di quei ruderi, si scorge che sono pochi in confronto del complesso dell’edificio, e si scorge che gran parte dei materiali dovette essere asportata. Il molo di Girgenti, ai tempi ancora di Carlo III di Borbone, venne costrutto con pietre tolte dall’Olimpio. Nello spazio di questo, ora fatto libero e piano, trovasi disteso uno dei giganti i quali servivano di cariatidi. Consta di vari pezzi di tufo calcare, congiunti gli uni agli altri. Il suo capo, gigantesco diventato informe per le ingiurie del tempio, e per la caduta, ha pochi capelli, ed un berretto di forma frigia; le sue braccia sono sollevate in alto, come quelle delle cariatidi. La figura di trenta palmi di lunghezza, è di pretto stile egizio, colle gambe e di piedi riuniti. Desso ricorda le statue colossali di Menfi e di Tebe, ed ivi, di[p. 310 modifica]stesa a terra, quella figura nera gigantesca, pare il Nume stesso che siasi adagiato da secoli, per dormire fra le rovine del suo tempio, senza che valgono a svegliarlo nè i terremoti, nè la lotta degli elementi, nè l’agilazione di una piccola stirpe d’uomini.

Diodoro ci descrisse quel tempio quale lo vide «I sacri tempi, dice egli, e quello di Giove particolarmente, provano la splendidezza della città a quell’epoca. Gli altri tempii furono incendiati o rovinati, imperocchè la città fu conquistata parecchie volte. L’Olimpio rimase senza tetto, per essere sopraggiunta una guerra, e rovinata la città, non si trovarono gli Agrigentini più in grado di portarlo a compimento. E lungo trecento quaranta piedi, largo cento sessanta, ed alto otto cento venti, senza contare le fondazioni. Desso è il più grande di Sicilia, e giudicandolo dalle fondazioni, si può dire tale pure riguardo a quelli di altre regioni, imperocchè ad onta non sia stato ultimato, la sua pianta è visibilissima. Mentre che gli altri tempi non sono circoscritti che da mura, e circondati da porticati a colonne, questo era sostenuto da mura nei quali trovavansi, incassate a metà, colonne, quadrate nell’interno delle pareti, e rotonde al di fuori. La parte esteriore delle colonne, le cui scannellature sono così ampie da dare ricetto ad un uomo, misura venti piedi in circuito, quella interna dodici piedi. Nella fascia, di dimensione straordinaria, trovasi raffigurata in rilievo nel lato a levante la lotta dei giganti, ed in quello a ponente la conquista di Troia, e la figura di ogni eroe corrisponde al proprio carattere.»

I ruderi attuali, e l’area ora scoperta dell’Olimpio, confermano pienamente le asserzioni di Diodoro. Il tempio sorgeva sur un basamento di cinque gradini, corrispondente alle sue proporzioni; era orientato da levante a ponente, e misurava quattrocento diciassette palmi in langhezza, o duecento tre in larghezza. Era l’unico di forma propriamente pseudo periptera, vale a dire non circondato da colonne isolate, ma bensi da mura, nelle quali trova[p. 311 modifica]vansi incassate nei lati quattordici mezze colonne, del diametro di tredici palmi e mezzo, e della enorme altezza di sessanta cinque palmi. Alle mezze colonne esterne corrispondevano nell’interno pilastri quadrati. Nella fronte a levante, dove solevasi aver l’accesso agli altri tempii, Serra di Falco osservò il numero dispari che non si riscontra altrove di sette colonne, e quindi ritenne che l’entrata del tempio dovesse essere verso ponente, e che da questa parte l’architetto avesse tolta la colonna di mezzo, per far luogo alla porte. Siccome poi nei tempi dorici la larghezza di questa era in generale maggiore in un doppio intercolonnio, pare così non si praticasse in un tempio pseudo periptero, motivo per cui l’architetto si comportò in quel modo. Serra di Falco attribuisce dodici palmi e mezzo alla fascia, sei alla cornice; in quanto l’altezza dell’architrave non la potè riconosce, ma calcolandola dieci palmi e mezzo, fu condotto a ritenere che l’altezza totale del tempio doveva essere di cento quaranta due palmi all’incirca.

Nell’interno era questo diviso in senso della larghezza in tre parti, per mezzo di due ordini di pilastri riuniti da mura, in modo che la parte centrale serviva di tempio propriamente detto, e le altre due di peristilio. Non fu possibile riconoscere qual posto occupassero i giganti, ed alcune statue di donne con lunghi cappelli; se fossero addossate ai pilastri, o se servissero di sostegno in altri punti. Erano queste in numero di quattordici. Non rimangono che pochi frammenti dei bassi rilievi grandiosi del frontone, in guisa che delle sculture dell’Olimpio non rimane che una cariatide, dalla quale poco si può dedurre intorno alle condizioni dell’arte statuaria in Sicilia a quei tempi. La perdita di quelle sculture è grandemente a lamentarsi, imperocchè se si fossero conservate, potrebbero, colle metopi di Selinunte, essere di grande giovamento alla storia delle arti. Può darsi ancora che un qualche giorno si riesca a scoprirne alcuni avanzi.

Nel piccolo museo dei pittore Politi a Girgenti, si può [p. 312 modifica]vedere oggidì il modello dell’Olimpio, formato secondo le nozioni lasciate da Diodoro, e secondo le scoperte e gli studi degli antiquari moderni; desso porge una idea precisa della grandiosità di quell’edificio, la quale appare tanto maggiore per l’ampiezza dei campi liberi delle mura. La mancanza però di colonne isolate, gli doveva togliere la bellezza e l’arditezza dell’Olimpio di Selinunte, il più stupendo di tutti i tempi dell’isola, dove le colonne sorgevano isolale. E lo scarso effetto delle colonne incastrate nel muro, si può ravvisare tuttora nella facciata pesante di S. Pietro, dove per dimensione le colonne poco la cedono a quelle di Agrigento e di Selinunte.

Le dimensioni dell’Olimpio di Selinunte, il quale del pari non era stato portato a compimento, sono le seguenti secondo Serra di Falco; lunghezza centoquarantacinque palmi, larghezza centonovanta due palmi e mezzo; il diametro delle colonne di quasi tredici palmi, e la loro enorme altezza di palmi sessantotto. Le colonne erano otto nella facciata, e diciasette sui lati. Rappresentandosi colla imaginazione un tale edificio compiuto, sarebbe malagevole trovarne altro al mondo che lo uguagliasse. Il tempio di Giove in Olimpia non aveva difatti che duccento sessanta quattro palmi di lunghezza, quello di Diana ad Efeso quattrocento quarantacinque; quello di Apollo a Didima quattrocento sette; il tempio di Nettunno a Pesto era lungo duecento quarantadue palmi, largo centosessanta cinque; ed il grandioso tempio di Edfu in Egitto, misu rava in larghezza trecento sessantotto palmi.

Alquanto a ponente dell’Olimpio, sorgono gli avanzi oltremodo pittorici dei tempii di Castore e Polluce, nome dato da Fazello a quelle rovine, le quali fino a questi ultimi tempi rimasero tutte a terra, imperocchè quattro belle colonne che ora si vedono coi loro architravi, furono non ha molto dissotterrate dalle macerie, e felicemente rialzate da Serra di Falco e da Cavallaro. Desse sono d’ordine dorico, scannellate, e rivestite di stucco bianco, Il tempio aveva tredici colonne in lunghezza, [p. 313 modifica]sei in larghezza; del diametro di quattro palmi e mezzo, e della altezza di ventitre palmi e mezzo. Essendosi rinvenuti frammenti di tutte singole le parti di questo bello edificio, fu agevole, riunendole, formarsi una idea del complesso. Era policromo, e si vedono tuttora avanzi di pittura sopra alcuni frammenti. La cornice era graziosissima, ed ornata di teste di leone. Serra di Falco ritiene che il tempio era fuori di dubbio di origine greca, ma che era stato ristaurato dai Romani.

L’ultimo monumento della serie a mezzo giorno verso ponente, si è il così detto tempio di Vulcano, cumulo di rovine dalle quali non sorgono che due tronchi di colonne scannellate di lavoro romano.

Ritornando verso il tempio di Ercole, e passando per la parte a mezzodì nelle mura della città, la quale lascia vedere le traccie di una antica porta verso il mare, Porta aurea, trovasi, appena fuori delle mura, la tomba di Terone. È questo un monumento di forma quadrata, in pietre calcari lavorate, a due piani; il primo rozzo, e separato dal secondo per mezzo di una cornice, il secondo lavorato con più diligenza, e sormontato da un terrazzo. Ad ogni angolo si scorge una colonna scannellata con un capitello ionico, ed una base attica. Secondo ogni probabilità, questo monumento è una tomba dell’epoca romana, e potrebbero anche aver ragione coloro i quali ritengono sia stata eretta ad un cavallo. Gli olivi che lo attorniano lo rendono molto pittorico, e stando colà di dove si scorgno le antiche mura della città, le rovine dei tempii, il fiume Akraga ed il mare, inondati di sole, si gode una vista propriamente stupenda.

Più a mezzogiorno, verso il mare, si vedono ancora le rovine del tempio di Esculapio, dove sorgeva un tempo la bella statua di Apollo opera di Minore, che Imilcone aveva fatta trasportare a Cartagine, e che restituita da Scipione agli Agrigentini, era poi stata loro con tante altre derubata da Verre.

Sono queste tutte le reliquie che rimangono da questo [p. 314 modifica]lato, e fuori delle mura dell’antica Agrigento. La lunga linea di tempii che ivi si stendeva, denominati ora di Giunone, della Concordia, di Ercole, di quello colossale di Giove Olimpico, di Castore e Polluce, e di parecchi altri, dei quali non rimangono più che pochi avanzi, o che sono totalmente distrutti, doveva pure porgere una bella vista, per chi particolamente veniva da Eraclea, vale a dire dalla parte del mare, e che dopo avere attraversato campi fertilissimi, vedeva davanti a sè le mura dei tempii di quegli Iddii, che stavano quasi custodi della città, che formicolante di popolo, si stendeva col suo laberinto di strade, e con gli splendidi suoi edifici sulla collina, coronata sulla vetta di questa a levante dal tempio di Minerva, ed a ponente dall’Acropoli.

Della città interna poco o nulla rimane. Il suolo dove si rinvengono di continuo monete, vasi, ed altre anticaglie è ricoperto dovunque da vigneti, da oliveti. Nel centro circa della periferia dell’antica città, sorge la villa degli eredi del ciantro Panitteri, semplice casetta con un modesto giardino, dove stanno alcune antichità, particolarmente una bella cornice corinzia, dell’epoca romana. Vicino a questa villa si vede il così detto oratorio di Falaride, singolare nome per un edificio attribuito ad un tiranno. A lui pure, come a Terone, vollero gli Agrigentini dedicare un monumento, e pertanto battezzarono del suo nome una cappella romana, imperocchè quel piccolo edificio di forma oblunga, con pilastri i quali hanno basi attiche, e capitelli dorici, è fuori di dubbio di origine romana, ed i monaci di S. Nicolò lo ridussero ad uso di cappella cristiana.

Dell’antica vasca d’acqua degli Agrigentini mon rimangono vestigia; una novella fu costrutta in vicinanza a questo oratorio, il quale è l’unica antichità che sussista tuttora fra il Camico, e le mura meridionali dell’antica Agrigento. Nella poverissima Girgenti attuale non rimane monumento greco, ad eccezione delle così dette rovine del tempio di Giove Polico, sulle quali venne eretta la [p. 315 modifica]chiesa di S. Maria dei Greci. Scendendo sotto questo si vedono tuttora, al chiarore delle fiaccole, alcuni gradini, o tronchi di colonne di ordine dorico.

La migliore antichità si è quella che trovasi da epoca incerta, ma da lungo tempo nella cattedrale, chiesa abbastanza ragguardevole, che sorge sul Camico; serve ivi ad uso di fonte battesimale, il rinomato sarcofago il quale rappresenta in rilievo scene tolte dalla Fedra di Euripide, e ritiensi sia copia eseguita da scultore romano, di un antico capolavoro dell’arte greca. I inusei di Roma contengono bellissimi sarcofigi, ma in generale le loro sculture in rilievo dell’epoca greca, sono più pregevoli per i soggetti che rappresentano, che per la finitezza della esecuzione. Nel sarcofago per contro di Agrigento lo scultore ha preso a lottare col poeta, e sarebbe difficile rappresentare in modo più grazioso, di quanto sia fatto in questo basso rilievo, la bella scena della tregedia, in cui Fedra cade svenuta. Si riconosce in quell’opera la predilizione dei Siculo-Freci per Euripide; è noto come i versi di questo poeta trasportassero i Siracusani, e come, fallita la spedizione degli Ateniesi contro Siracusa, parecchi prigionieri ateniesi andassero debitori della loro liberazione alla declamazione dei versi di Euripide. E da questo si potrebbe argomentare che il sarcofago sia opera di scultore Siciliano. Il pregio di quel basso rilievo non è uguale in tutte le sue parti; si direbbe che l’artefice non sia stato sempre ugualmente bene ispirato. Il sarcofago, come parecchi altri che rappresentano lo stesso argomento, lo svolge nel modo seguente; comincia colla caccia di Ippolito, dalla quale pure Euripide ha tratto il motivo dell’ira di Venere. Il bei giovane è rappresentato a cavallo, nell’alto di lanciare il giavelotto contro il cignale, perseguitato dai cani. Tre altri cacciatori attaccano la fiera, armati di clava, di spiedo e di un sasso. Un quarto guida un cane, e nei fogliami degli ornati, si scorge il cactus in Sicilia. Segue la seconda scena sul lato più breve, a diritta del sarcofago, anima e compendio del tutto, un basso rilievo [p. 316 modifica]di rara grazia, e bellezza. La figura di Fedra svenuta sulla sedia, è di una vaghezza ideale; dietro sta la nutrice nell’atto di toglierle i veli; una donna sostiene il braccio diritto cadente della svenuta; il braccio sinistro trovasi innalzato nell’atto di difesa contro Amore, che si prepara a scagliare il colpo. Lo scultore seppe esprimere in modo ammirabile la causa del languore, la passione amorosa, come parimenti la lotta morale che si agita nell’anima di Fedra, nella descrizione della quale Euripide non fu solamente sublime, ma liricamente grazioso accanto Calderono. Due giovani e belle figure di donna, presentano a Fedra, quasi a sollievo ed a conforto la cetra, ed anche questo motivo è graziosissimo; le figure poi sono fine, leggiere, nel genere di quelle degli affreschi di Pompei. Trovansi riuniti in questa scene i più vivi contrasti; la debolezza di Fedra, la devozione delle sue donne, della vecchia nutrice; l’inconscia ingenuità delle citariste, ed in complesso il tutto forma un bel quadro. La fisonomia malinconica in particolare di Fedra, è graziosissima. È un piccolo poema amoroso, e questa composizione può stare al paro di quanto offrono di meglio gli affreschi di Pompei. La terza scena sur uno dei lati più lunghi del sarcofago, rappresenta Ippolito a cavallo colla lancia in mano attorniato dagli amici, e dai cani; desso tiene il capo inclinato in atto di mestizia; la nutrice gli partecipa l’amore colpevole della matrigna. Il basso rilievo dell’ultimo lato più breve, è meno perfette degli altri. Ippolito giace a terra precipitato dalla biga. L’auriga fa ogni sforzo per trattenere i cavalli furenti, e dietro al carro si scorge appena abbozzato il mostro marino.

Parecchie teste e figure di questi bassi rilievi sono danneggiate, ma in complesso il sarcofago trovasi abbastanza ben conservato, ed in mezzo a tutte le pitture e statue di cattivo gusto che stanno nella chiesa, in presenza della mitologia cristiana, con tutti gli errori de’ suoi martiri, quell’opera antica, semplice, produce una grata impressione, e vale dimostrare le superiorità dell’arte greca, su quella cristiana. [p. 317 modifica]

Voglio con questo cenno porre fine a queste note, sull’antica Agrigento.

Gettai uno sguardo di desiderio su questa bella spiaggia, che avrei pure seguita volontieri per portarmi verso Noto, a mezzogiorno, se non che avevo raggiunto il mio scopo; attraversai diagonalmente l’isola per far ritorno a Palermo in due lunghe e faticose giornate a cavallo, molestato nella prima da un maledettissimo vento di scirocco, quale non ricordo avere provato mai l’uguale, che quivi, in tanta vicifianza dell’Africa, lo si riceve proprio di prima mano.

Alla distanza di sei miglia da Girgenti trovasi il famoso volcano di fango di Maccaluba, in una contrada deserta seminata di piccole collinette nere, calcari. Lo stesso volcano è una piccola collina, con parecchie aperture dalle quali si sprigiona gaz idrogeno, e dalle quali scende fanghiglia di colore azzurrognolo, povera vista e malinconica. Passammo davanti ad Aragona, dove si scorge un bel castello baronale. Trovasi di fronte Comitini, ricco di zolfatare, e ad ogni passo incontravamo muli carichi di zolfo, il quale ridotto dalla fusione in parellellepidi di una viva tinta gialla, faceva bella vista. Ad ogni passo s’incontrano zolfatare in attività, od abbandonate, e qua e là si vedono salire al cielo dai fornelli di fusione dense colonne di fumo; l’atmosfera stessa trovasi impregnata di emanazioni sulfuree, e si sente fisicamente che si è sul suolo dell’Etna. L’industria del zolfo è l’unica fiorente dell’isola impoverita, ed il prodoto ne viene esportato in grandi quantità all’estero, particolarmente in Inghilterra.

Attraversammo, non saprei dire quante volte, il torrente S. Pietro che si scarica nel Platani. Desso si contorce in una valle malinconica, od attraversa pianure deserte, dove pascolano buoi di pelo rosso, e manca dovunque di ponti. Lo si doveva guardare ad ogni istante, e la mia guida, Giuseppe Campo, mi accertava con precisione aritmetica che lo avevamo attraversato trentasei volte. La molestia del sirocco in fondo a quella valle, era tale da dare le [p. 318 modifica]vertigini. Eravamo morti di sete; avevamo gran desiderio di un gelato, ma non incontravamo un abitato. Riposammo alcuni istanti per due volte in case di campagna isolate, dove avevano presa stanza maniscalchi che ferravano i muli di passaggio. A metà strada fra Girgenti e Palermo, la contrada diventa più fertile, e più pittorica. La solitudine è almeno interrotta da stupendi pini, da cipressi, da belle piante di carrubbe, presso le quali passavamo stanchi e taciturni, al chiarore di splendida luna. Chi potrebbe descrivere le bellezze di una tal notte, in quelle solitudini omeriche, dove non si ode altro romore che lo scalpitare dei muli, e qua e là il grido malinconico dell’uccello di Minerva? Passando per monti ricchi di zolfatare, finimmo per arrivare a Lercara, dove pernotammo.

Da Lercara a Palermo vi ha strada carettiera, e si può prendere la posta. Continuai però il viaggio a cavallo, partendo di buon mattino; la giornata era limpida, le campagne fertili, e di quando in quando pure abitate. Dopo Belle Fratte passammo in vista al pittorico castello in rovina di Palazzo Adriano, ed arrivammo a Misilmeri, patria della mia buona guida Campo. Il brav’uomo mi volle dare ospitalità in casa sua; mi porse gelati, e volle ad ogni conto che io accettassi un canestro d’uva stupenda, raccolta nei giardini del principe Bongiorno; quindi mi consegnò a suo figliuolo perchè mi accompagnasse a Palermo, distante ancora nove miglia. Una strada magnifica, a traverso fertile pianura, conduce alla città, ed oltrepassati stupendi aranceti, si giunge alle porte dell’antica Panormo.