L'asino (Guerrazzi, 1858)/Parte II/Religione dell'Asino

Parte II - Religione dell'Asino

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Parte II - L'Asino rinuncia alla Divinità Parte II - Della nobiltà dell'Asino

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Religione dell'Asino

§ X.

L’Asino a Roma pel Giubileo. Il principe Corsini non vuole santi in casa. Dotto ragionamento sopra i testicoli. Se i Castori si taglino i granelli. Origene si strappa i genitali. Senza testicoli non ci è Prete. Prete da Forlì ricompra i suoi ventiquattro lire. A Prete Rocco glieli mangia Ginevra. Sacri canoni vietano ai Preti l’uso dei granelli. Se i Preti osservano il divieto. Preti castrati. Trenta canonici castrati in un picchio. Rimedio alla lasciva dei preti proposto dal Sacchetti. Ammonizioni del Concilio di Trento. Re martiri per verginità. Celibato contrario ai voleri di Dio. Eduardo Bancks. Ponte dell’Asino dei Preti. Religione dei Salii. Raspo di uva di San Macario. A Cippo re d’Italia una notte nascono le corna. Pio VI e il putto col triregno dietro le spalle. Le stimmate di S. Francesco e di altri Santi. Contesa fra le donne se la B. Vergine fosse o no concepita nel peccato; il papa le fa chetare, ma tornano da capo. Altre Sante stimmatizzate. Incoronate di spine. Croce nel cuore. Contratti di permuta dei cuori tra Gesù Cristo e Margherita di Alacoque. Pazzia contagiosa. Le Fanciulle Milesie. Boerhave. I marescialli Munich e Suwaroff. La Madonna di Arezzo. Madonne del Picchio, di Rimini e di Trequanda. Ritratto della Beghina. La bottega della Ipocrisia; di Calimara torna in via Colzaioli. Il Diavolo e San Michele. Il carnevale del Diavolo. Quante maschere, e quali. La Quaresima. Muse sfrattate di Parnaso [p. 68 modifica] rigattiere in Borgo San Lorenzo. Un giudice le prende al suo servizio per covare i versi. Otto lire senza vino, e perchè. Lite tra il giudice e le Muse. Muse tratte al Bargello; liberate per intercessione di Apollo. Persecuzioni politiche. Asino segretario di Sileno come il Porco di Santo Antonio. Asino col Bove assistenti alla nascita di Gesù Cristo. Francesco e Giuseppe Sabatelli pittori egregi. San Francesco chiama Asino il suo corpo. Fra Ieronimo Savonarola vuole che i Frati domenicani si trasformino in Asini. Carità fraterna dipinta da Giovanni da San Giovanni. Asino in sua venit et sui eam non receperunt. Asino di Santo Antonino. Cosimo padre della patria. Asino di Torino. Cane tedesco del Padre Eusebio devoto del SS. Sacramento. Cani di San Tommaso arcivescovo di Cantorbery. Pappagalli di Parigi. Rondine che si taglia la testa. La Balena e il Missa est di Santo Macuto. Virtù della Messa. Calandra dei Padri Domenicani canta le litanie. Scimmia del Padre Cabassò. Predica su lo inferno e risa universali. Le ostriche accompagnano nello esilio i reverendi Padri Gesuiti. Enrico III re di Francia si diverte ad intagliare Madonne e ad assassinare cardinali. Messa e responsorio dell’Asino.

Andando a Roma in occasione del Giubileo avvenne, che io mi fermassi in Baccano

Per rinfrescarmi e per sentire il fieno1

a quella medesima osteria della pina di Oro, dove il Rabelais imparò che per preservarsi dal fuoco bisognava essere scomunicato2. Lì stando udii l’ostessa, gioconda e piacevole donna più che altra mai fosse, [p. 69 modifica]raccontare alla brigata certa novella che pareva esserle giunta di fresco. — Avete assapere, diceva l’ostessa, qualmente il principe Corsini ridottosi moggio moggio a casa raccolse intorno a sè tutta la famiglia, e dopo qualche sospiro, secondo corre la fama, così le favellò: — figliuoli miei, io vi ammonisco a mantenervi buoni nel timore di Dio, quantunque per questo io conosca che non ci sono mestieri conforti, ma sfuggite dal divenire santi, se pure non volete ridurvi a limosinare sopra uno scalino di Chiesa. — E quanto è vero che dobbiamo morire il principe ha ragione, perchè sapete un po’ voi quanto gli sia costata la canonizzazione del suo bisavo Andrea? Una bagattella di cento mila scudi. Caspita! Costano cari i santi. —

Veramente io confesso che la faccenda camminò per lo appunto così: un santo in casa faceva più danno di dieci mila Austriaci ausiliari; però egli è forza convenire, che se i Corsini cessarono di diventare santi, ciò fu per cagione di economia; se questa non gl’impediva, all’ora che fa possederemmo venti santi di casa Corsini, alla più trista una serqua, e ai tempi miei la stoffa per tagliarceli sopra non mancava di certo. Me poi persuasero a dimettermi dalla santità non mica pensieri cupidi o avari, bensì coscienza della pochezza mia ed il sentirmene indegno.

Però rinunziando al culto altrui, io feci [p. 70 modifica]proponimento di perfezionarmi in quello, che per me si doveva agli Dei, avendo avuto sempre, come Asino dabbene, la religione in delizia. A tale scopo pensai, che essendo messo l’uomo, quasi trave maestra, a tutto l’edifizio bestiale, dov’io me lo fossi preso per falsariga, sarei andato diritto in questa come in qualunque altra occorrenza; per la quale cosa con tutte le forze della mente mi voltai alla considerazione dei riti religiosi dell’uomo e delle cause loro. Non ebbi, ahimè! a camminare di molte miglia per chiarirmi, come nella più parte o almeno gran parte degli uomini religione fosse o frenesia o grulleria o ipocrisia.

Frenesia era la religione dei Coribanti quando in onore della Dea Cibele si strapparono i genitali e glieli offersero in dono, non altramente che se un mazzo di giunchiglie si fossero. Gli uomini per menomare la vergogna del rito più tardi apposero al Castoro ch’egli costumava nella medesima guisa, ma gli avvocati delle Bestie rispondevano in primis, che secondo la comune opinione i Castori si riducevano a questo per fuggire l’avara ricerca del cacciatore, onde tra castrarsi per salvare la vita e castrarsi per divozione il divario era grande; e poi negavano la verità del fatto, imperciocchè la sostanza muschiosa, creduta causa dell’ardente inseguire, non si estraesse punto dai testicoli dei Castori, i quali sapevano bene [p. 71 modifica]altro che di muschio, bensì da una specie di Gazzella cui in certo tempo dell’anno nasce in torno al bellico in modo di apostema. Origène meritamente reputato dottore di santa madre Chiesa e dei buoni leggendo quel passo del Testamento nuovo, che dice — beati qui se castraverunt propter regnum celorum — volle tradurlo ad litteram tagliandosi i granelli; era meglio lo volgarizzasse alla libera; ma tanto è, nessuno valse a levare dalla mente di cotesto benedetto dottore la fantasia che co’ testicoli addosso non si poteva entrare in paradiso; e sì che i sacri Canoni condannarono la sua dottrina e statuirono, che senza il corredo di quelli i preti non si potessero neanche chiamare preti. Invero quel tale da Forli, a cui Messere Dolcibene fece:

Ziffe, e conciollo pel dì delle feste3.

s’ei volle dir messa gli ebbe a riscattare per lire ventiquattro di bolognini, come racconta Franco Sachetti nella Novella ventesima quinta: e se a prete Rocco, che li portava al collo dentro una borsa, fu dato ad intendere ch’egli avrebbe potuto dire messa così bene come prima che la Ginevra glieli mangiasse pigliandoli in iscambio di fichi secchi, ciò fecero perchè per la tristezza non si buttasse via e non già perchè fosse vero4. Qui però eccone capitare un’altra di nuovo [p. 72 modifica]conio; i proti (tale ordinando i sacri Canoni) dovevano essere per filo e per segno in ogni parte interi, ma guai a loro (tale i sacri Canoni ordinando) se si fossero attentati di adoperare le naturali loro facoltà. Vero è bene, che i preti ai sacri Canoni non davano retta, e se taluna li domandava come monna Belcolore:

Oh fanno i preti cosifatte cose?

eglino col prete da Varlungo rispondevano; — sì, Tacciarti noi meglio degli altri uomini; o perchè no? e dicoti più, che noi facciamo miglior lavorio, e sai perchè? perchè noi maciniamo a raccolta5. Ovvero con le parole, che disse a Bartolina da Selza Giacomo parroco di Martinengo, che poveretto se gli ebbe a tagliare — pensi tu ch’io non sia così uomo di carne e di ossa come tuo marito? Io ho tutto ciò che tuo marito ha, eccetto che mi mancano alquanti capelli sul capo6. E peggio o meglio si affaticavano segretamente attorno a cosiffatta bisogna coloro che più ostentavano vituperarla in palese, come apparve nel caso del cardinale da Brema, il quale mandato da papa Calisto in Inghilterra a purgarla dallo scandalo delle concubine dei preti, era colto in letto insieme a femmina di partito7. Onde fu trovato spediente, poichè i preti castrarsi per acquistare il regno dei cieli non [p. 73 modifica]volevano più, costringerli a castrarsi in pena dei peccati commessi e per sicurezza dei mal condotti mariti, come oltre i preti da Forlì e da Martinengo avvenne a don Giovanni del Civeto cappellano della chiesa di Santa Maria a Quarantota8 e ad altri parecchi. Lascio di ricordare il Capitolo di Seez, avvegnadio tra gli Storici corra diversa la fama; tuttavolta i più si accordano ad accertarci che i trenta canonici furono (così imponendo Goffredo Plantageneto) conci non per gherminelle usate a femmine, bensì per avere eletto contro voglia sua un vescovo, e per di più volle cotesto veramente barone che ai poveri sanati i mal rapiti granelli su di una tafferia si mostrassero9. Insomma vennero a tanto che messere Franco Sacchetti, il quale fu pure persona costumata, rotti i gangheri ebbe a prorompere in quell’acerba imprecazione: — deh! che fossero tratti a tutti.... — che li viventi non bandirebbono ogni dì le croci sopra le mogli altrui, nè terrebbero le femmine alla bandita chiamandole chi amiche, chi mogli e chi cugine, e gli figliuoli che ne nascono, loro nipoti li battezzano non vergognandosi di avere ripieni gli luoghi sacri di concubine e di figliuoli nati da così disonesta lussuria10. Onde è che la Chiesa mossa da cosiffatti disordini bandì il Concilio ecumenico di Trento per rimediarci efficacemente, e a vero dire quel venerabile consesso si [p. 74 modifica]rovesciò le maniche della camicia fino ai gomiti nel predicare ai preti: — voi non volete intendere che Galli nella vigilanza della preghiera e del culto di Dio, nel resto avete ad essere Capponi; voi dovete serbarvi i genitali tranquilli al posto, come i guerrieri del papa tengono sospesa al fianco la spada; i granelli dei preti nei paesi della voluttà devono rappresentare l’ufficio dei vescovi in partibus infidelium. — I Luterani sostengono che i padri del Concilio di Trento predicavano ai porri; per lo contrario i Gesuiti affermano, che da quel punto in poi preti, frati, compreso anche le monache, vissero in tale castità da disgradarne Federigo di Svevia e Casimiro re di Polonia, entrambi i quali piuttosto che guarire dalle infermità che gli affliggevano mescolandosi con femmine, scelsero morire martiri della virginità11. Su di che giudichino i savii; per me mi stringo a considerare; che se il Creatore fornì l’uomo di coteste membra, segno è certo che ei gliele dava, affinchè le adoperasse; anzi glielo comandò espressamente col precetto: — crescete e moltiplicate! — Però contrasta al fine della natura chiunque si condanna alla sterilità; e come si reputa peccato la mala dispersione della semenza umana, così del pari peccatore è colui, che contro ai voleri di Dio se ne dimostra avaro. Sire Edoardo Bancks, illustre viaggiatore britanno, pervenuto in certa [p. 75 modifica]contrada dell’India, fu invitato dai naturali del paese insieme ai suoi compagni di viaggio ad assistere alla solennità che nel giorno seguente si celebrava in onore di Dio; e sire Edoardo che oltre all’essere cortese viaggiava apposta per vederne delle nuove, cavata fuori l’assisa rossa delle feste, accompagnato dai suoi, tutti smaglianti di piume e di galloni, si rese al tempio dove si trovò a fare da testimone non solo alla celebrazione, ma alla consumazione del matrimonio di due Indiani. Comechè uso a non maravigliarsi di nulla, pure sembrandogli che quel modo di celebrare la messa ritenesse un po’ dello strano, e più parendogli singolare che ci avessero assistito officiali di sua Maestà britannica abbigliati co’ suoi vestiti da festa, sir Bancks ne tenne motto co’ vecchi del paese reputati savissimi, uno dei quali rispondendo gli disse: — fargli specie la meraviglia di lui, che pure aveva sentito celebrare trasavio, non ci volendo senno a bigoncie per capire che la creatura in verun atto si rilevava tanto simile al Creatore quanto in quello; gli altri più o meno ritenevano sparpagliate le tracce della sua bontà, ma con la generazione appariva chiaro, averla costituita sua procuratrice nel mondo e come emancipatala le avesse dato in certo modo carta bianca di fare i proprii negozii e fino ad un certo punto quelli di lui. — A questa parte del discorso del vecchio [p. 76 modifica]Indiano è fama che sire Edoardo esclamasse: — ma sapete, ch’io trovo nelle vostre parole una grande apparenza di vero? — A cui lo Indiano rispose: — lo so anch’io che deve essere così, perchè torna in chiave che una cosa appaia quello che è. — Onde all’ultimo sire Edoardo tentennando il capo e mormorando fra i denti disse:

Son tutte opinioni i be’ capei,
Cercate sale in zucca,
Perchè Assalon morì per la parrucca12.

Ora io faccio il conto fra me, e dico: di due cose l’una; i preti, i frati et caetera od osservavano i canoni del Concilio di Trento (non ho messo sacrosanto, per la ragione che gli è titolo troppo lungo) o li trasgredivano: se gli mettevano in pratica contro la natura peccavano ed offendevano Dio; se ci contravvenivano era mestiero entrassino di contrabbando, con pericolo dell’anima e del corpo, scandalo e offesa del vivere civile, su quello altrui.

Frenesia fu la religione dei Salii che a salti professavano il culto del dio Marte, e pazienza pei salti, che io li vidi praticati per ordine di Licurgo nelle cerimonie spartane, e poi a Delo nel tempio di Apollo e altrove, ma anco l’un l’altro con ferite dolorose offendendo. Frenesie i digiuni smodati, frenesie le macerazioni, i flagelli, i cilizii e gli [p. 77 modifica]strazii che gli uomini matti in tutti i paesi della terra praticarono. Bisognava che l’uomo si capacitasse bene di questo, che se Dio Padre ci vestì di corpo vitale, se ci pose dintorno obbietti dilettabili alla vista, all’odorato soavi, al gusto eccellente, egli volle che noi ne usufruttuassimo in modo da adempire i fini a cui ci destinò creandoci. Quanto egli intese vietarci, non mica per interposta persona, ma egli desso senza ambagi con sentenza palese significò; dell’altro non pur tacque, ma c’impose a lettere da speziale che da noi si rodesse: ex omni ligno paradisi comede. Ora perchè, dove Dio ha detto di sì, i preti devono attentarsi a dire di no? — Oh che faresti al viandante che ospitato cortesemente in casa tua, messo a tavola dove gl’imbandisti di più ragione vivande, invece di cibarle con lieta cera porgendoti quelle grazie che ai gentili la gentilezza comanda, ci sputasse su e poi le tirasse sotto la tavola ai Cani? Per me credo, che a cacciarlo via a calci nel postione tu guadagneresti indulgenza plenaria. Adesso narrano, e pare loro un bel fatto, come a santo Macario, ridottosi a vivere vita solitaria nel deserto della Tebaide sopra le rive del lago di Natron, venisse certa volta donato un raspo di uva, dal quale astenendosi egli il mandò ad altro anacoreta e questi ad un terzo, per modo che, fatto il giro di cento eremiti, ricadde all’ultimo nelle mani a santo [p. 78 modifica]Macario13.Ch’è questo se non dispettare i doni di Dio? Il vino letifica il cuore dell’uomo, e con ragione il Salmista invoca come grazia da Dio, che glielo letifichi, conciossiachè la tristezza generi pensieri sinistri: però fu buono accorgimento quello dei Toscani, che coll’unica parola tristezza significarono malinconia e cattiveria; le quali in verità sono parenti. Non io procedo amico del vino a cagione del proverbio, che dice; un sorriso sconficca un chiodo dalla bara; e pur sarebbe abbastanza, ma sì piuttosto, perchè osservai come ordinariamente le malvagità si commettessero dopo molta meditazione, mentre all’opposto le cose egregie compironsi esaltati.

Noi non siamo affatto padroni del nostro corpo; invece di poterci vantare diritto di dominio sopra, neppure lo conducemmo a pigione; ci fu consegnato in deposito e come deposito dobbiamo restituirlo. Laddove per supposto concedasi che noi lo teniamo a fitto, l’inquilino per naturale ufficio e per obbligo inerente al contratto di locazione e conduzione non si trova per avventura tenuto a migliorare piuttostochè deteriorare il fondo, e le migliorie non ricadono in utile del propietario? Veramente ricadono. Ora come possono augurarsi meritare bene di Dio cotesti uomini che gli rendono la sua fattura nabissata? Pongo un altro esempio: che ne va egli alla sentinella che, messo da parte [p. 79 modifica]lo schioppo, disertato il casotto, lasciasse lì sacco e radicchio? Te lo dirò, che cosa gliene andrebbe? Una docciatura di piombo sul capo. Ora fa conto che l’anima sia la sentinella, il casotto il corpo e lo schioppo la ragione, la quale allo accostarsi del maligno sparando chiama tutta la guardia delle virtù, per corrergli addosso, agguantarlo e ammanettarlo: quindi, se chi ce la mise non la rileva, ci ha da stare, e se diserta, vuol dire che ha in tasca il paradiso. Nè su ciò cade contrasto: ma io vado più in là e dico, che tanto è sbrizzare la balla e presala per li pellicini gittarne via di un tratto la farina, quanto sdrucitala a modo e a verso scemarla di un bussolo al giorno; nell’un modo e nell’altro in fondo andrai; così torna lo stesso in faccia al tuo Creatore, sia che portando le mani violente contro te con un colpo ti disfaccia, sia che a poco a poco co’ disordini del vizio o con gli strazii (che indarno pretendi sacri e sono matti) lo guasti.

Onde sarà benigna sentenza giudicare matti gli autontimerumeni, o vogliamo dire aspreggialori di se stessi; la quale pazzia per operare effetti stranissimi non importa che duri, ma basta che forte apprendendosi alle facoltà intellettive le squassi anco una volta per modo che mandi sottosopra anima e corpo. Così Cippo, che poi fu eletto re d’Italia, avendo assistito alla caccia del Toro, tanto ne trasse [p. 80 modifica]maraviglioso sollazzo e tale gliene rimase profonda la impressione nella mente che, addormentatosi in cotesta fantasia, la mattina si svegliò con un paio di corna sul capo; ne ciò deve recare stupore (avverte Cornelio Agrippa14 ed invero non me ne fa), imperciocchè la virtù vegetale della gagliarda immaginativa commossa gli spinse al capo gli umori cornei e partorì le corna. Nella stessa maniera certa buona femmina, (e questo racconta il padre Soave della Compagnia di Gesù15) contemplato Pio VI, uomo di egregia forma del corpo e veramente pontificia, tanto si calcò nel cervello o altrove la sembianza di lui, che quinci a poco essendo rimasta gravida, in capo a nove mesi partorì un putto il quale si rassomigliava al papa come gocciola a gocciola; e nè anche (aggiunge il dabbene Padre) mancava il triregno, senonchè invece di restargli fermo su la testa gli era cascato dietro le spalle; specie nuova di gobbo il triregno del papa! Alcuni sorgnoni pretesero sostenere che tra l’esempio del re Cippo e questo del papa Pio correva una certa tal quale parentela; ma io confesso che più ci penso e meno ce la so vedere. A conforme fantasia spinta fuori di carreggiata da congerie di cause fisiche e morali si devono attribuire le piaghe del re Dagoberto che ghiribizzò il Diavolo saltato su dallo inferno a bastonarlo, e le stimmate di san Francesco, che s’immaginò Gesù Cristo sceso giù dal paradiso per [p. 81 modifica]trafiggerlo nelle mani e nei piedi16. E siccome indole principale della pazzia è dilatarsi contagiosa, dopo san Francesco ottengono la grazia delle stimmate, che furono dette sacre, frate Filippo da Acqueria, frate Benedetto da Reggio, frate Angelo di Paz, frate Nicola da Ravenna e giù giù digradando i frà torsoni Carlo di Sozia e Dodo. Vedete un po’ dove le stimmate erano andate a cascare! — I Domenicani che vollero bene ai Francescani, come i Cani ai Gatti, ed anche di più, figuratevi se potevano stare alle mosse! Saltati di sopra al canapo oppongono a san Francesco le stimmate di santa Caterina con la giunta della corona di spine, la quale essendo salita fin su in paradiso aveva saputo proprio dalla bocca di Dio che la Vergine Maria era stata partorita nel peccato. I Francescani badando non restare vinti alla svolta, contro santa Caterina mettono in campo santa Brigida, la quale con le mani bucate corse a sua posta in paradiso, dove sente dalla viva voce di Dio, che la Madama venne al mondo senza peccato. Il papa nel 1483 si mise frammezzo a coteste femmine e comandò si chetassero: ma sì! fecero un baccano peggio di prima; ond’egli un po’ per amore degli occhi, un po’ perchè allora gli parve che la carne non valesse il giunco, le lasciò, come gli spinaci, bollire nella propria acqua.

Dopo queste due sante e’ fu fiera rotta [p. 82 modifica]comparvero stimmatizzate Maddalena dei Pazzi, che non volle far torto al nome, Girolama Carvaglio, Geltrude Oosten, Anna de Vargas, Colomba Rocasani, Giovanna da Vercelli, Stefana Quinzani, Maria di Lisbona. Poi per la copia cessando la meraviglia, avvisarono rincarare la posta. Orsola di Acqui venne fuori con la corona di spine, ma ell’era trita, che anche la Caterina da Siena l’aveva avuta; allora la beata Caterina dei Ricci saltò su con due corone, col vantaggino della flagellazione, ma co’ fiocchi; santa Chiara da Montefalco ebbe la croce fitta nel cuore, la Veronica Giuliani il calice amaro. Seguitarono le cordicole: Margherita di Alacoque religiosa della Visitazione, fondatrice di quelle, un bel giorno propose a Gesù Cristo il baratto dei cuori, il quale venne da lui volonterosamente accettato; ma la Margherita, che nata spagnuola sapeva il proverbio: palabras y plumas el viento las lieva, gli favellò: — Signor mio, patti chiari, amicizia lunga e un po’ di scrittura in regola non guasta nulla. Dio mi liberi che io parli così per non fidarmi di voi, ma, Gesù mio, voi lo sapete, ai nostri giorni se n’è viste tante! — Gesù Cristo sorridendo, come costumava, soave, le disse: — scrivi. — La Margherita cerca e trova la penna, non però il calamaro, che glielo aveva rimpiattato il Diavolo. Gesù dice: — verrò un altro giorno, Margherita. — [p. 83 modifica]E Margherita: — no davvero; tanto venire giù dal paradiso è la via dell’orto, ecco rimediato... — ed animosa com’era si aperse la vena, ed intingendo la penna nel sangue, scrisse a dettatura di Cristo i due contratti di donazione, di cui uno prese Gesù Cristo e portò seco in paradiso, l’altro rimase in terra e lungamente conservarono nel monastero di Parai le monial a edificazione di tutte le anime buone. In questo, per testimonianza di quanti lo videro, si leggevano le seguenti parole: — ti costituisco erede del mio cuore e de’ suoi tesori pel tempo e per la eternità: ti prometto che a te verrà meno il mio soccorso, quando io mancherò di potenza, ti avrò sempre in parte di carissima discepola, l’olocausto del mio amore, il trastullo dei miei piaceri...17 — E qui fo punto, perocchè le pazzie malinconiche o gioconde che io vidi non mi grava riferire; le laide per verecondia sopprimo; e ce ne furono anche troppe e troppe sozze, le quali potrai, volendo, conoscere nella vita di Scipione Ricci vescovo di Pistola scritta dal signore di Potter e in altri libri parecchi che qui si passano per lo migliore.

Più lamentabile caso fu quello di santa Rosa da Lima, la quale invece di ringraziare Dio per l’angelica bellezza che l’aveva fatta maraviglia alle genti, prese in odio il dono e con mano violenta adoperandovi la calce riva si deturpò la faccia. Esempio non [p. 84 modifica]unico nè il più stupendo, avvegnachè le storie antiche ci riportino il nome di Spurina giovane romano, il quale comportando molestamente che per la formosità sua si accendessero i disordinati appetiti così di uomini come di femmine, con orribili cincischi la disonestò18. Virtù codarde, virtù abbiosciate si hanno a riputare coteste, anzi nè manco meritevoli del nome di virtù.

Le pazzie di che ho accennato, parecchie volte si presentarono al mondo con indole attaccaticcia e guarirono con varie sorti rimedii. Le fanciulle milesie tocche dal contagio d’impiccarsi empirono di lutto la città; finchè i magistrati avendo bandito la legge, che i corpi delle appese sarebbero stati esposti ignudi all’insulto plebeo, si rimasero le morti come per miracolo; più che la follia potendo su le menti verginali il pudore!19. Il medico Boerhave non potendo venire a capo di vincere per via di farmachi certe convulsioni, che si appiccavano a modo di peste agl’infermi curati nell’Ospedale di Harlem, fatti recare bracieri in mezzo alle sale e postivi su ferri ad arroventare, minacciò abbrustolirne la carni di cui primo si attentasse venire in convulsione, e la paura operò meglio di tutti i barattoli dello speziale20. Nuovi medici per guarire pazzie i marescialli di Munich e Suwaroff; il primo considerando i Russi ammalarsi a migliaia durante l’assedio di Octachoff mandò [p. 85 modifica]un bando che dichiarava qualmente chiunque d’ora innanzi avesse avuto l’audacia di ammalarsi, sarebbe stato sepolto vivo: le malattie cessarono a un tratto. Suwaroff disperato per la medesima causa in Italia, creatosi di propria autorità dottore fisico e per di più professore di clinica, visitando gli ammalati agli ospedali, secondo il ghiribizzo che lì per lì lo chiappava, a quello faceva amministrare rabarbaro e sale, a questo bastonate. Trovando la medicina peggio del male, da un punto all’altro i soldati disertarono gli ospedali21. Se il Munich apprendesse medicina dal Suwaroff o questi da quello io non saprei ben dire: potrebbe anche darsi che di prima giunta fosse scesa in mente ad ambedue, avvegnadio lo Spirito santo dei Russi fosse copioso di siffatte ispirazioni. Ai tempi miei furono rinvenuti abbastanza efficaci, quando volevano, ed erano comandati a dovere certi così soprastanti ai maleficii, chiamati Commissarii di Polizia: invero Rosa Tamisier in sul mezzo del secolo decimonono intendendo rinnovare in Francia le stimmate e il sudore sanguigno delle immagini sacre, invece di essere messa sopra gli altari come per avventura sperava, fu mandata cinque anni sotto il chiavistello a meditare il proverbio che dice: tale uva mangiò il padre che ai figliuoli allega i denti. — Così cammina la faccenda pur troppo; ogni frutto vuole [p. 86 modifica]la sua stagione, nè basta; voglionci eziandio l’aere accomodata e i luoghi disposti. Infatti declinando il secolo decimonono, nel contado di Arezzo certa Madonna nera pel fumo del cammino da un punto all’altro diventò bianca; non ci era da stupirne, ogni settimana le curandaie costumavano altrettanto dei panni sudici, nè ho sentito mai dire che il ranno e il sapone fossero in concetto di miracolosi; ma sul contado di Arezzo ci vollero vedere il miracolo e con quella immagine imbiancata dipinta su le bandiere o trapunta al cappello molte cose brutte gli Aretini commisero, parecchie matte, qualcheduna anche gagliarda. Nel medesimo tempo a Livorno il terreno non si adattava alla materia; i frati Zoccolanti posero sopra l’altare maggiore la immagine di Cristo in mezzo a molti ceri accesi gridando: Miracolo! — Perchè miracolo? domandò un popolano; — e il frate disse; — perchè apre e chiude gli occhi. Allora il popolo entra in chiesa e a chi pareva e a cui no; questi chiama quello matto, l’uno rimbecca l’altro di eretico e la caldaia bolle; mandano senza rispetti a torre via la immagine. Ch’è e che non è? La immagine era delle dozzinali stampata e colorita; pel campo poi sopra un ammannimento di colla avevano sparso litargirio rosso, le faccette del quale riverberando raggi di luce al tremolare delle fiammelle agitate dall’aria [p. 87 modifica]partorivano illusione nel cerebro di cui acceso guardava. Divisa in quattro pezzi la immagine, i frati spensero i moccoli e ci rimisero le spese: così ebbe fine il miracolo. Peggio a Volterra. Gli Austriaci ed i Russi scendendo nel 1799 a felicitare la Italia, il Suwaroff, cui il Kray lascia, come a più capace nell’arte della favella, la cura del dire, tale arringa i Popoli col manifesto del 6 maggio: — Stessero attenti onde poi non ci cascassero equivoci: lui essere venuto a combattere per la fede; non facesse specie s’egli si fosse russo, dacchè lo czar gli aveva ordinato ristabilire il clero cattolico, e per lui cattolico o protestante era tutto uno; una volta che al suo grazioso padrone fosse piaciuto di ordinare che ci menasse il Diavolo, il Diavolo ci avrebbe menato per amore o per forza ed essi ci avevano a stare; lui guidare il Dio che condusse Attila e Totila in queste avventurose contrade d’Italia; volere restaurare il sistema feudale, i diritti signorili, e per ultimo gli confortava a farsi crescere la barba22. — I Toscani leggendo cotesta grida trasecolavano, la lessero eziandio i preti e i frati, e dovevano avvertire, come essendo il Dio, che cacciava davanti a sè il Suwaroff, il Dio di Attila, non doveva nè poteva essere il Dio loro, conciossiachè papa Leone, mercè lo aiuto di san Pietro (almeno così dipinse Raffaello nelle logge vaticane), lo avesse respinto indietro, ma i [p. 88 modifica]preti e i frati non avvertirono nulla; badarono soltanto alla promessa di riavere la prebenda e il convento: questi, non altro, la Patria loro: però misero mano al cielo e alla terra, e l’avrebbero messa anche all’inferno per sovvenire con aiuti di ogni ragione la magnanima impresa dei mostruosi amici. Di repente si leva un grido; fuori dallo spacco di una rupe di tufo apparire a Certaldo delle Grotte la Madre di Dio non a guisa di spettro o di ombra vana, bensì col corpo che in questo mondo ella ebbe ed assunse gloriosa in paradiso, splendida di raggi la faccia sacrosanta, le vesti nuove come se le avesse staccate dal mercante allora allora, e non con questa umana favella, ma in tuono di musica fin lì inaudita, predicare alle genti che i Russi come amici del papa sviceratissimi dovevansi amare e soprattutto sovvenire. Ammaestravano poi i popoli che la Madonna nuovamente comparsa salutassero col nome di Madonna del Picchio, come quella che prima di rivelarsi si annunziava con tre picchi. — La gente tirava giù dai colli come l’acqua pei fossati dopo il diluvio e ogni giorno cresceva; una sera la moltitudine accolta sommava, dicesi, a quaranta e più mila capi (se a capi la si può annoverare senza peccato), di cui ventimila con torchi e panelli accesi che mandavano lume come se in bel mezzogiorno si fosse. Chi lo avrebbe detto? Nel punto in cui la gloria [p. 89 modifica]della Madonna del Picchio toccava la cima, il Diavolo, seguendo il vecchio costume, si prese il gusto di mandare sossopra ogni cosa, ed ecco come andò il fatto. La moltitudine di sua natura impaziente aveva gridato quattro volte e sei: fuora! E la Madonna, dura. Un giovinotto stizzoso, al quale parve che la Madonna troppo si facesse aspettare, adocchiata un’altissima quercia che sorgeva dirimpetto alla frana della rupe, vi si arrampicò su agile come una Scimmia e vide...

Che cosa vide? Vide la Madonna che giù da un fiasco trincava vino a garganella e il fiasco in alto le reggeva il marito, il quale non era san Giuseppe no, che di queste cose non aveva mai fatte il galantuomo, ma uno sbirro del Vicariato.

Si spensero i fuochi, si levarono fischi da assordire i morti, incominciarono a volare sassi, e la gente infellonita avrebbe messo in pezzi lo sbirro, la Madonna del Picchio non meno che i fautori della brutta soperchieria, se con tostana fuga non si fossero sottratti al furore popolesco.

Cinquanta anni e più dopo, nella città di Rimini un pievano sull’uscire da tavola va in chiesa, guarda la Madonna e gli pare che fossero due, guarda meglio e vede che apriva e serrava gli occhi, di più piangeva; allora manda pel capitano de’ gendarmi e partecipatagli la scoperta, lo conforta a guardare; il giandarme guarda la [p. 90 modifica]immagine prima, il pievano poi e dondola fra reputarlo matto o briaco. Intanto sopraggiunge chiamato anco il vescovo, il quale senza pur volgere gli occhi su la Madonna afferma che piange; allora anche il giandarme si accorge delle lacrime, e per di più che il curato non è matto, molto meno briaco, ma santo. Tutti i preti vedono piangere, dopo loro tutti i frati, le beghine, i pinzocheri, i monarchisti e i repubblicani, i moderati e i superlativi, tutti insomma videro piangere; come fare altrimenti quando vedevano piangere il vescovo e il capitano dei giandarmi? Ch’è quanto dire, chi condannava al carcere e chi ci portava. Ben furonvi certi formicoloni di sorbo i quali si misero ad arzigogolare: — ma che sì ch’ei sono spacciati; — Or vedi ve’ se questi preti hanno perso la tramontana davvero? Come! la Madonna non pianse quando il piissimo Pio volse in fuga infelice le spalle lasciando san Pietro in balìa di quei demonii di repubblicani e piange adesso? Come! mentre dalla empia genia rinnuovaronsi nel Quirinale le avignonesche profanazioni che il Canonico Petrarca cantò co’ versi

Per le camere tue fanciulle e vecchi
Vanno trescando e Belzebub in mezzo
Co’ mantici, col foco e con gli specchi23

la Madonna non pianse e piange adesso? Adesso, che il papa preceduto dallo [p. 91 modifica]Austriaco, dallo Spagnuolo e dal Francese abbigliati da virtù teologali, e seguitato dal re Ferdidando che nascosto dentro una pelle di agnello scorticato di fresco rappresenta la Mansuetudine, torna a letificare la Patria che tanto egli ama e tanto in contraccambio è amato da lei? Non ci ha dubbio, Dio che fece le leggi della Natura le può disfare; ma che egli intenda scomodarsi e mandare a monte ogni cosa, onde una tela pianga, non sembra che stia a martello. Non dite, o preti, che la Madonna piange su i peccati degli uomini, dacchè dagli specchi che stampano annualmente i Governi si impara com’essi vadano ogni di più decrescendo; onde in lei vedremmo ragionevole motivo di ridere piuttostochè di piangere, caso mai valesse il pregio scombussolare per questo la Natura; ancora ponete mente a quest’altro: voi venite in certo modo a mettere le armi in mano agli empi che vi potrebbero dire; oh dunque Cristo in questo mondo che ci è venuto a fare? Se invece di riscattarci dalla schiavitù del demonio, dopo la sua venuta i malefizi aumentarono, poteva risparmiarsi il viaggio poveretto! i patimenti orribili e la morte oltre ogni dire acerba. Di più, preziose sempre le lacrime della beata Vergine; ma veramente consideriamo come una volta in materia di miracoli le leggi naturali fossero alterate per partorire alcunchè di bene privato o pubblico: ora, [p. 92 modifica]a parte santità, che approdano le lacrime della Madonna al papa? Nella religione vecchia d’Italia si contava il miracolo di Giove trasformato in pioggia d’oro per vincere il pudore di Danae; cotesti erano scandali; ma se invece di lacrime la Madonna avesse pianto rugiade di scudi nell’arso erario romano, oltre al fare rifluire la vita nel sacerdozio, confondere i reprobi, pagare i debiti, ella avrebbe salvo il papato da accattare danari ad usura; e poi da chi? Dagli Ebrei. Non ostante queste ed altre considerazioni la Madonna di Rimini continuò nell’umida bisogna, l’aria, il tempo e i luoghi favorendola stupendamente. Il priore di Trequanda, che è luogo montagnoso posto sopra i confini della Toscana dalla parte dell’Umbria, incoraggiato dalla ventura del parroco di Rimini un giorno esce di chiesa e si fa dal pretore pressandolo di accorrere tosto a vedere che la immagine della Madonna sopra l’Altar maggiore della Prioria piangeva e rideva. Il pretore si stringe nelle spalle, tentenna e, non sapendo quella pedina mossa dove andasse a cascare, così verdemezzo dice che bisogna scrivere a Firenze; e infatti scrive. Da Firenze arriva la risposta; il pretore rompe il sigillo, il priore mette gli occhiali a cavallo al naso per accertarsi che il primo legga bene; e il pretore lascia fare perchè patisce di capogirli che gli levano il vedere; così il priore aiutando il pretore e il [p. 93 modifica]pretore il priore, come il cieco e lo storpio dell’Evangelo, vengono a capo di deciferare la lettera del governo, la quale ammonisce così: in Toscana le donne le quali piangono e ridono non reputarsi sante nè mettersi su gli altari, bensì tenersi in concetto di matte e chiudersi a san Bonifazio; maravigliarsi assai che un pretore perda il tempo e lo faccia perdere altrui con simili fandonie; attenda a non far nascere scandali, e se il prete del luogo mulinasse nuovità sotto buona scorta lo mandi a Firenze legato. — Il priore riponendo gli occhiali nello astuccio esclamò: — gua! mi sarà parso: la intenzione era buona. — E il pretore piegando la lettera gli rispondeva burbero: — caro mio, di buone intenzioni è lastricato l’inferno. Diavolo! piangere e ridere ad un tempo? La ce la voleva dare a bere marchiana, caro mio; torni in canonica e stia cheto; ha inteso? — Il priore se ne andò grullo grullo non senza però mormorare fra i denti: — la Toscana non è per anco terreno da piantar vigna, ma!......... col tempo e con la paglia si maturano le sorbe. —

E questo è quel tanto che mi parve bene discorrere intorno alla Frenesia; circa poi alla Beghineria, solo che ti ritragga la beghina basterà a rendertene informato e ce ne sarà di avanzo. La beghina si leva fredda dalla fredda materassa prima che l’alba nasca: le sembra lode antivenire il prete in chiesa e talvolta si procaccia il vanto di aspettare [p. 94 modifica]passeggiando sotto il porticato lo scaccino che apra. Entrata al tempio si assetta in un canto, cava fuori e dispone davanti a sè libri e rosari come il cuoco apparecchia le cazzeruole per cuocere le vivande; non ha santo fisso, qualche volta li guarda tutti dall’alto in basso o non li guarda nemmeno imitando il fumoso spagnuolo, il quale recandosi a messa salutava così: — Don Christo, buena die; a vos otros sanctos pechennos nada24! Per qualche mese parve spasimante per san Luigi Gonzaga, poi lo prese in fastidio e gli piacque san Gaetano padre della divina Provvidenza! indi a poco le venne in uggia anco lui, si rappattumò con san Luigi, gli fu di nuovo infedele per santa Filomena, si guastò con la Filomena accostandosi alla santissima Annunziata; e gira e gira non ha trovato anco basto che le vada. Appena tra il barlume sbircia il prete, ecco avventarglisi dal suo buco addosso come il Ragnatelo alla Mosca, e così presi ambedue entrano in confessionale ed incomincia la storia.

Il Gatto le rovesciò il pentolo del latte e la mise fuori dei gangheri. Si svegliò con le lenzuola cadute per terra e n’ebbe scandalo: entrando in chiesa ieri prima di salutare i Santi sputò: stamane omise tuffare la mano nella piletta; la casigliana moglie del notaio l’altra settimana non aveva camicia, si può dire, addosso; da poi che ne bazzica la casa il presidente del Tribunale, bisogna vederla [p. 95 modifica]come la va sfoggiata! veste di seta, porta mantiglia alla grande; ciò poco avrebbe a premerle e non le preme, ma le muove pensieri sinistri nella mente che la sturbano nelle sue preghiere. Non si può affacciare alla finestra per respirare un po’ di aria a cagione della vicina dirimpetto, quella che ha tre figliuole grandi da marito, se sapesse! la casa sempre piena di giovinotti e senza soggezione.... basta! non ho cuore da ridire quello che questi occhi veggenti hanno veduto; dappertutto scandali, da per tutto spettacoli che mettono sottosopra la coscienza. Signore! un’altra tribolazione le viene per via del fratello che frequenta la vedova di Piazza vecchia e lo scola di salute e di quattrini; anzi credo per certo, in casa sua si giuochi alla disperata con rovina di tanti poveri figliuoli di famiglia. Bisognerebbe che il governo ci prendesse riparo; ma il governo non ha occhi e manco orecchi, e poi chi glielo va a dire? Ella non ha superbia, perchè l’umiltà piace a Dio; ma come si fa a sopportare il bottegaio a piè dell’uscio che per avere aperto canova si crede dei priori e le ha levato il saluto; guardi il cielo da mormorare, ma tutto il vicinato sa che il bottegaio mise l’ale dopo che fu rubato il fondaco al mercante di pannina, e ne corrono le novelle; e il governo non vede nulla; non sa nulla.... Misericordia! in che mani siamo cascati..... [p. 96 modifica] — E così dura la perfida denunzia, nessuna fama lasciando intatta, spargendo sospetti sopra capi innocenti e semi di non reparabili infortunii, imperciochè depositate le spiagioni e troppo spesso le calunnie nell’orecchio al prete, tosto o tardi, secondo l’interesse lo governa, perverranno in mano al giudice. E chi lo nega mentisce, perchè io lo so e lo so dicerto.

Torna a casa la beghina e meglio sarebbe vi tornasse la tramontana; brontola sempre, con tutti grida e per tutto, confonde, disgrega, ogni cosa manda capovolta; acceso il fuoco, non si trova più; si è chiusa in camera a recitare il rosario. Casca qualche infortunio addosso a padre o parente, ed ella blandendo la piaga co’ cardi dirà: che Dio li castiga dei loro peccati; e si meritarono anche peggio. Imperversa il male così, che la Natura soffrente prorompe in gemiti e la beghina li a tabellare: offeritelo al Signore in isconto delle vostre colpe; non ci è qui da sospirare; chiamatevi contenti che il Signore vi ha visitati, ringraziatene il Signore. — Insomma la beghina indolcirà i farmachi col fiele, inasprirà il bruciore delle cantaridi, il taglio degli arnesi chirurgici avvelenerà, durante l’emicrania ti sarà vespa in camera: fra i sonni ghironda dentro gli orecchi; guardale la fronte e leggi: — appigionasi un cranio vuoto! — e ce lo ha scritto la Demenza; scuoprire il seno e vedi [p. 97 modifica]l’epitaffio che vi tratteggiò la Durezza: — qui giace un cuore morto primachè nato! — guardale le mani; la Miseria lungo le dita come su i turaccioli delle boccie di vino di Bordò vi ha inciso dintorno: — stianta famiglie! —

Muoia padre o madre o fratello o marito, non cresceranno o balleranno più languidi i moti dei suoi polsi, e sotto la sembianza della rassegnazione nasconderà il gelo dell’anima, se pure anima è nella beghina. Certo il Cielo ci manda la rassegnazione e noi dobbiamo accoglierla come messaggera del cielo; ma tu avverti bene, che solo può mietere carità quella rassegnazione che il dolore seminò e la pazienza venne educando con molte lacrime.

La Ipocrisia, quando io la conobbi di persona, se ne stava calata calata: teneva bottega in Calimaruzza, nè tutti i giorni l’apriva; due o tre volte la settimana e basta e non mica intera; di un mezzo sporto ne aveva di avanzo; ancora, ella fu cauta di ingessare i vetri per di dietro, cosicchè il passeggero sbirciando non arrivava a vedere quello che si tramestasse là dentro; i suoi avventori ci bazzicavano alla bruna e rasentando i canti ci si conducevano per la porticciuola che dava sul chiasso; allora volevano roba di durata, come sarebbe a dire il romagnuolo, perchè aveva a fare per [p. 98 modifica]tutta la vita e se veniva a strapparsi, da per loro la rabberciavano alla meglio e tiravano innanzi; così durò un pezzo, finchè un giorno saltò in testa al Tempo di buttar via le pianelle di piombo e rubata la ruota alla Fortuna, i calzari a Mercurio, si mise a volare sopra la ruota che volava. Allora, come ti puoi immaginare, accadde una stupenda mutazione di cose; chi stava in fondo salì in cima, e chi stava in cima fece, cadendo, il tomo. I tempi nuovi domandavano le fogge mutate, e gli avventori spesseggiarono alla bottega della Ipocrisia, la quale, dalla sfrontatezza altrui presa baldanza, tirò giu buffa e venne a rizzare fondaco nel bel mezzo di via Calzaioli: non più sporto semichiuso come prima, non vetrine opache; spalancate le porte e i fasci delle maschere pendenti a un chiodo fitto nell’uscio, come i vaiai e l’Austria ci tengono i mazzi delle pelli delle Bestie e di popoli scorticati. Il mondo girava a modo di trottola in mano ai ragazzi, e il bisogno di cambiare maschere urgeva veemente, sicchè ti so dire, che meno si vede frequenza di popolo nelle chiese il giovedì santo di quella che accorresse alla bottega della Ipocrisia; tutti volevano essere serviti i primi, le maschere buone a terza, non bastavano a nona, le barattavano a sesta per tornare a cambiarle a vespero, gli era un andare e un venire, una calca, una pressa da non poterci fare [p. 99 modifica]riparo; la Ipocrisia condusse nuovi garzoni, si pose anch’ella al lavorìo, di giorno come di notte non requie mai nè posa, ma tanto non ci fu verso di potere sopperire; ella era lì lì per darsi al Diavolo quando, come colei che arguta è molto, arragolandocisi attorno le si parò davanti un suo nuovo trovato, il quale fa di lavorar maschere nere soppannate di rosso, che potessero adoperarsi così da diritto come da rovescio; o piuttosto non avessero diritta nè rovescia. — La scoperta fu levata a cielo; giovani e vecchi la vollero avere, massime i pensionati del pubblico; chi si trovava a possedere contanti andò per essa dal detto al fatto; chi se ne trovava sprovvisto mandò al presto fino le lenzuola del letto per fare quattrini e comprarla; e a vero dire lo esperimento dimostrò, che ne valeva il pregio; figurati! se le nuvole che da Fiesole viaggiavano a mezzogiorno, cambiato vento, con subitanea vicenda si vedevano stornare a tramontana, eccoti l’impiegato, cristianello fuggi fatica, senza affannarsi a tornare a casa od erpicarsi su per le scale, entrava nello androne, che primo gli era destro, e quivi rovesciata casacca di rosso in un attimo diventava nero e così concio ricompariva sopra la via; se fiutava alla lontana qualche vecchio chiodo di corte ecco farglisi incontro curvo la vita come il quarterone della luna e dirgli: — eccellenza, la si rammenti, che io mi mantenni [p. 100 modifica]sempre disposto a mettere ai piedi di cui ella sa la mia svicerata servitù; — e se il cortigiano aggrinzando il naso rispondeva: — allora bisognerà chinarsi troppo per raccattarla, — l’impiegato scrollatosi nelle spalle simulava di non capire, e fatto delle labbra greppo mostrava certe lesine di denti, che parevano rubate ad una martora, il quale atto nel vocabolario degli ufficiali è distinto con la voce risolino. Dove mai all’opposto i nuvoloni continuassero il viaggio alla volta di Siena, il ministro di punto in bianco compariva rosso come il gambero, e gittate le braccia al collo del primo popolano gli occorreva tra via esclamava: — cittadino! viva la Libertà, morte ai tiranni! — Guai al popolano se si fosse avvisato a correggerlo col dire: — viva la Libertà, morte a nessuno, — poteva attaccare il voto se la passava liscia. Miserie vecchie, e non pertanto mai come adesso stomachevoli per subitanea frequenza.

Il Diavolo la mattina del martedì, ultimo giorno del carnevale, percossa di un grossissimo pugno la gratella, che gli serviva di lettiera, esclamò; — caporale Michele, tu se’ preposto a guardarmi a vista; in verità, caporale, cotesto tuo gli è un tristo mestiere; tu tiri la paga dal mio nemico, epperò non istai ai miei servizii; va bene! Un giorno ci siamo picchiati tu per conto altrui, io pel mio; ne ho tocche; pazienza! La mia causa era degna di fortuna migliore, e non lo dico [p. 101 modifica]io solo; pazienza da capo! Quello ch’è stato è stato, e buona notte Gesù, che l’olio è caro. Ma tu, caporale, ricorda, che un giorno fummo fratelli e noi non ci possiamo nè dobbiamo odiare per aggradire altrui: ancora rammenta che finchè si ha denti in bocca, non si sa quello che ci tocca; e messo eziandio tutto da parte, tu guarda e giudica se ti sembra giusta, che durante il giorno io abbia a notare dentro un oceano di fuoco senza sponde e la notte per conforto giacermi su questa graticola, appetto alla quale quella di san Lorenzo era galanteria; deh! mi concedi che il giorno corrente almeno io possa spassarmelo a Firenze. — E l’Arcangiolo al Diavolo: — senti, io ti conosco migliore della tua reputazione e volentieri ti farei piacere, ma non mi vo’ mettere in compromesso; se mi prometti tornare stasera, forse chi sa ch’io non ti dessi licenza. — Dammela, caporale Michele, ch’io ti prometto quello che vuoi. — Da Diavolo di onore? — Da Demonio onorato. — Va dunque e bada a non t’impacciare in Firenze con donne: rammentati del tuo cugino Belfegorre25. — Questo non ti ha a importare: anzi ne dovresti sentire piacere; così tornerei all’inferno prima di mezzogiorno — rispose il Diavolo.

Il Diavolo allora, trovato un grandissimo cappello chinese guernito di cento mila sonagli, se lo mise in capo, sotto il mento [p. 102 modifica]adattò una siringa, prese una casa smisurata, e due bacchette che parevano antenne, ai ginocchi per di dentro legò due piatti di metallo e finalmente salito su trampoli, in meno che non si dice un Credo giunse a Firenze sa la piazza della Signoria. Comechè di musica egli non intendesse niente, pure tante volte aveva sentito suonare il trescone delle streghe al Noce di Benevento che gli era rimasto in memoria, e cotesto appunto prese allora a ripetere con quanto gli avanzava, di lena nelle mani, nelle gambe e nella bocca Che vuoi vedere? Logge e palazzi saltavano come capretti, i campanili e le torri barcollavano in modo che pareano Tedeschi briachi, le statue stesse, delle quali va decorata la piazza, facevano la pelle di pollo quasi le chiappasse il ribrezzo della quartana, a venti miglia d’intorno gl’ipocriti tirati dalla virtù del frastuono infernale accorrevano in frotta gli uni dopo gli altri, e l’uno l’altro per la gran pressa ammaccava. Chi può tutte ridirle? Io non lo tento nemmeno; ne ricorderò qualcheduna. Un cappuccino venne immascherato da Tiberio Gracco; uno zoccolante da Caio suo fratello; il priore di San Simone da Bruto primo; il curato di san Lorenzo da Bruto secondo; i canonici da Fabii, di quelli per intenderci, dei quali ad un tratto ne morì trecento a Cremera. Un giornalista spia prese la maschera del re Cleomene; un fallito quella del re Agide; [p. 103 modifica]un soprastante de’ miei amici si avviluppava nella clamide greca in sembianza di Armodio; un sottosoprastante seguitava vestito da Aristogitone con gli occhiali verdi e l’ombrello in mano; dietro a loro si affrettava la venerabile confraternita dei droghieri con assisa soldatesca e i morioni di pani di zucchero in capo; succedevano a questi l’armento dei giudici immascherati da galantuomini con la cappa tinta in vermiglio per la medesima ragione, che mosse Licurgo ad ordinare rosso il paludamento dei soldati, voglio dire perchè non vi scorgessero sopra il sangue sparso e ne avessero paura; conti e marchesi portavano la maschera di riformatori dello studio di Padova. Empoli mandò tre avvocati, uno vestito da Giulio II, che dietro a tutti i canti gridava: — fuori i barbari! — il secondo da Quinto Pompeo, il terzo da Lucio Settimuleio, quegli patrizio, questi plebeo, perfidi entrambi. Un usuraio si era coperto dal capo fino ai ginocchi con una campana, in guisa che di lui non si vedevano altro che le gambe. Un procuratore generale spingendo davanti a se il gregge dei cancellieri, delegati, ministri processanti, carcerieri e simili, si mostrò immascherato da Polifemo, gli altri da Lupi. Al comparire ch’eglino fecero notarono molti che questa non si poteva chiamare a rigore immascherata, bensì semplice mutamento di veste, ed essi lo confessarono addirittura, ma [p. 104 modifica]si scusarono allegando che nella bottega della Ipocrisia non ci era rimasto altro. Anche un barone ci fu visto venire senza maschera, e a cui gliene mosse rimprovero rispose con riso da girifalco: che a lui non facevano mestieri larve; bastava il nome per propria natura voltabile e pari al verbo afficio dei latini, che prende significato e colore dal sostantivo aggiunto, come il nome di barone dall’aggettivo che gli si accoda dietro, e recò per esempio: barone—illustre. Il Diavolo approvando il detto lo volle confermare con un altro esempio che con tua licenza taccio, perchè il Diavolo è sboccato, e ripetere tutto quanto egli dice non fa buon sangue.

Tanto basti, chè favellare di tutti sarebbe troppo dura bisogna. Spinti dal suono infernale si presero per le mani e incominciarono a menare un caribo o ridda o ballo tondo, che tu voglia dire, intorno intorno alla piazza; cresce lo strepito della musica del Diavolo, che mena cotesti corpi come fa il libeccio le foglie di castagno cadute; tanto oggimai diventa vorticoso il remolino, che la fisonomia singolare smarrendosi tu non vedi dintorno che un cerchio unito e continuo di carne umana. Il terreno s’immolla di sudore, il petto di codesti sciagurati ansa orribilmente commosso e il cuore palpita così che poco più si rompe; le parole Religione, Libertà rangolavano spezzate, [p. 105 modifica]con doloroso singhiozzo non altramente che se fossero state pallottole prorotte fuori dalla balestra. L’osceno strazio cacciava il raccapriccio addosso a quanti vedevano; la statua equestre che sta in mezzo di piazza, comechè di bronzo si fosse, ne mandava giù goccioloni e questo non faceva specie; piuttosto era argomento di maraviglia considerare piagnente sul vituperio del popolo la faccia di Cosimo primo granduca di Toscana. Il Diavolo, visto lo spossamento, si mise le mani in tasca e cavatine fuori pugni di polvere raccattata da tutti i Manicomii d’Italia la sparse per l’aria; ancora, soffiata nell’atmosfera una rugiada crassa di vino di Chianti, rinfocolò la infiammazione costringendo i tristi ipocriti, in dispetto dell’agonia della morte che già li teneva, a continuare il rigoletto e urlare Libertà e Religione. Ma già l’ora dodicesima furtiva e cheta era salita in cima della torre del palazzo dei Priori, e colà appariva paurosa di luce sanguigna26 come un occhio di gigante infermo di oftalmia: subito dopo dalle loggie dei Lanzi scese uno spettro di donna lungo lungo, giallo giallo, la quale veniva oltre tenendo a fatica i lembi del suo grembiale pieno. Egli era lo spettro della quaresima, che al Diavolo volto disse: — se il Demonio manca alla parola, chi da ora innanzi la osserverà nel mondo? Michele ti aspetta. — Il Demonio, come se un soldato tedesco [p. 106 modifica]ausiliario lo avesse colto nel mezzo del cuore per sentezza del giudice tedesco ausiliario, cadde bocconi e disparve. La Quaresima lasciò andare i lembi del grembiale, e mentre nuvole di cenere cascavano sul capo agli ipocriti esanimati, ella lugubremente ripeteva: memento, homo; polvere siete e polvere voi avete a ritornare!

Da indi in poi la Ipocrisia andò fallita, ma siccome le voglie rinverdirono impronte, non cessarono le industrie per rimetterla in fiore: tutte però ebbero fine vituperoso e infelice così che non vale il pregio rammentarle, togliene una. Alle muse, non pagando il fitto, poichè ebbero gravato i mobili, dettero lo sfratto dal Parnaso. Correva omai buon tempo che vecchie e povere ricoveraronsi a Firenze, dove accomodandosi alle presenti fortune avevano preso stanza in Borgo san Lorenzo e si erano date al mestiere di rigattiere vendendo ciarpe ai Poeti da sonetti e da drammi per mettersi in musica. Ora accadde che certo giorno un giudice passando per costà facesse segno di sentirne compassione, onde chiamatele da parte, si dice che favellasse loro così: — spose mie! io so che, adesso ricadute, foste un tempo signore: se io partecipi con voi l’affanno del vostro stato e l’amarezza di vedervi condotte in ispettacolo alla gente, Dio che mi scruta qua dentro lo sa; ma acqua [p. 107 modifica]passata non manda mulini; se vi garba io vi offro albergo in casa mia.

Le Muse si adattarono a prendere servizio dal giudice che le mise a covare ventitre tra esametri e pentametri in lode di Maddaleda Pelzet prestantissima attrice fiorentina: per vero dire parve alle povere Muse covare ghiaiottoli del Mugnone; tuttavolta ci stessero per amore della Comica cui già avevano giocondamente e lungamente sorriso, quando si trovarono a possedere tutti i denti in bocca. Dopo questo primo travaglio il poeta criminale pose loro sotto un precipizio di versi ricavati dagli articoli delle Leggi intorno alle ipoteche ed alla espropriazione forzata. — Horribile dictu! Le Muse allora rammentando la magnanimità del poeta Polisseno27 non vollero comparire minori a cotesto loro figliuolo e disertata la casa del giudice tornarono alle ciarpe in Borgo san Lorenzo. E così un bel pezzo vissero tranquille.

Apollo anch’egli era venuto a stare a Firenze e non potendo smettere di rimpiangere i clivi di Permesso e le alture del Parnaso, per fermarsi in luogo che in parte gli rammentasse le perdute sublimità prese casa in soffitta ed avvertì ancora di prenderla vicina alle carceri di santo Apollinare, perchè se gli capitasse un giorno di dover essere tratto prigione per debiti, non avesse a fare troppo cammino. — Gli Dei, quantunque falliti, si [p. 108 modifica]riconoscono alla provvidenza. Ora, questo Apollo non mica somigliante a quello che ammirammo scolpito in Belvedere o dipinto col violino al collo nelle logge vaticane a Roma, ma, ahimè! un povero e vecchio Apollo con la barba lunga di due settimane, le pantofole di cimossa ai piedi, un berretto da guardia civica in capo e addosso un cappotto di veterano stavasi rannicchiato in un canto a considerare la caducità delle cose umane e divine e ad arrostirsi con un veggio le coscie, quando gli ruppe la meditazione del capo un rammarichìo di tribolati misto ad un suono di percosse e di minaccie, il quale ebbe virtù di rimescolare il sangue al Dio di Cirra; si affacciò con riguardo all’abbaino e vide le povere Muse sempre a lui care e venerate sorelle con le manette ai polsi venire tratte a grande ignominia al Bargello; gli scorse per le membra un sudore di gelo tremendo che la necessità le avesse condotte a maculare la fama dell’illustre casato,

. . . . . . che dei Numi è pregio
Serbar nelle sventure altero il nome28.

Scese, e codiandole guardingo, prese lingua di quello che loro apponessero e gli fu detto: violenza pubblica! Apollo che per avere vissuto lungamente in mezzo agli uomini sapeva come di tratto in tratto [p. 109 modifica]capitassero nel mondo giorni nefasti, nei quali in mancanza di colpe inventavansi parole tanto più metuende, quanto meno comprensive di senso, atte a colorire sfogo di rancori, compimento di vendette e ostentazione di zelo bugiardo, si sentì da un lato rimettere il cuore in corpo, mentre dall’altro gli crebbe la paura, che in simili faccende le cause più disperate aveva conosciuto essere le più innocenti. Una volta in simili occorrenze adoperavansi i sicarii che con una brava stilettata alla svolta del canto o con un boccone nella vivanda facevano il colpo; e zitti a papi. Nei tempi che tennero dietro la legge stessa temperavasi al fuoco, acuivasi su la pietra, e fattone coltello mettevasi in mano al giudice onde assassinasse con quella. Dicevano migliorati i tempi; in quanto a me con tutte le quattro zampe sosteneva il contrario: imperciocchè, prima si offendesse, non inquinasse la legge che restava inoperosa sì, ma sempre venerata immagine del giusto: fatta poi sicaria, si venne a perdere la nozione del diritto e del rovescio e il mondo diventò un bosco di banditi. Allora (miserabile a dirsi!) quale corse divario tra il giudice e il condannato? Questo uno, che meritevoli entrambi della galera, al primo toccò in sorte mandarci e al secondo andarci. Tuttavolta Apollo non si rimase con le mani alla cintola; e siccome ai tempi della sua potenza a molti fu grazioso, a [p. 110 modifica]nessuno molesto, così sperò incontrare qualche anima buona che in cotesta opera di misericordia lo sovvenisse; nè gli fallì la fiducia, che gli venne fatto appuntino come aveva disegnato; onde, chiarita in breve la innocenza delle Muse, ottenne che fossero liberamente rilasciate.

Considerato e pianto come la più parte degli uomini mi avesse concia la religione in pratica, mi prese vaghezza di ricercare un po’ di quello che in principio ei ne sentissero, e per non isvolgere soverchia copia di volumi io detti subito di capo a Cicerone, ingegno, per consenso universale, piuttosto da uguagliarsi ai divini, che anteporsi agli umani, e lessi la religione definita da lui essere: un rito, per via del quale vengono con la debita reverenza esercitate le cerimonie del culto divino.

Chiusi il libro e non volli saperne altro, tenendomi vieppiù abbracciato a quello che nel petto mi sussurrò la Natura quando io nei giorni sereni me ne giva pascendo le tenere erbette pei margini dell’Arno, perocchè l’alma madre allora m’insegnasse così: — e tu, figliuol mio, conserva inalterato nella mente che la religione consiste nel senso di amore verso un Dio amoroso e nella carità operativa in prò del prossimo.

La carità m’insegnò la prudenza, e questa mi persuase a non far chiasso mostrandomi sempre non pure ad ogni generazione [p. 111 modifica]di Dii ottimi massimi, ma eziandio a qualsivoglia maniera di superiori devoto, prosternandomi davanti a tutti, tutti servendo, di tutti sopportando le percosse senza lamentarmi mai di veruno, senza neppure informarmi quale il Nume si fosse e quale il Signore, donde venissero, dove andassero, se mutassero, e mutati come si chiamassero, bellezza ideale della obbedienza ceca e passiva che ogni Asino di garbo deve onorarsi di professare e che i principi non hanno mai potuto conseguire dai popoli se non in quanto per virtù dell’acqua e del bastone gli rendessero a noi conformi: nella quale opera (tolga Dio che da me si defraudino dell’encomio dovuto i meritevoli!) i principi ai tempi miei con bella sollecitudine molto virtuosamente si adoperavano dintorno ed anco talora con frutto. Questa prudenza mi procurò il sodalizio di Sileno che fu balio discreto del Dio Bacco, il quale mi scelse per suo segretario nel modo stesso che santo Antonio abate usò col Porco; di cui il santo ebbe tanto a lodarsi che, morto quello, non trovò chi gli stesse a dettatura. Pallade Minerva per la medesima virtù mi tenne caro così, che mi elesse con architetti e maestri nell’arte loro mirabili a fabbricarle quel suo famoso tempio in Atene, onde, quantunque tuttora io mi sentissi intero di forze, il popolo ateniese, grato alle onorate fatiche, volle giubilarmi appunto [p. 112 modifica]come praticavamo in Toscana con gl’impiegati; i quali però non avevano portato sassi e calcina, nè cosa alcuna che per mia notizia da vicino o da lontano giovasse ad innalzare il tempio della Sapienza29.

Considerando come ai poveri mortali approdasse meglio professare religione fallace che restarne senza, conosciuto eziandio come fosse da anteporsi ch’essi facessero ai Numi offerte strane all’astenersi da tutte, consentii di cuore che le membra de’ miei cognati sopra gli altari sacrificassero. Gl’Iperborei pertanto, gratissima vittima ad Apollo, immolarono gli Asini che, per testimonianza di Erodoto, di Strabone e di Aristotele, in coteste contrade a quei tempi si vedevano di rado. Ai tempi miei all’opposto vi se ne incontrava copia, e tuttavolta l’uso di sacrificarli continuò compensando il manco del pregio coll’abbondanza del numero, come vedemmo nella impresa di Sebastopoli; però che gl’Iperborei si reputassero dai periti delle memorie antiche atavi e nonni dei più moderni Russi. Dagli Egizii fummo offerti a Tifone30 e ad Iside31, dai Latini e dai Greci a Marte, a Priapo, a Bacco e al Dio Conso32. I Germani ci assegnarono a Plutone, in ispecie i Boemi33, i Galli a Cibele34.

Però io metto da parte coteste fedi della mia religione, come cose da me piuttosto sofferte che volentieri consentite: di vero quel [p. 113 modifica]continuo sentirsi fatti in tocchi, scorticati ed arsi all’ultimo viene in uggia anche agli Asini che sè difendono a calci; agli uomini no: anzi pare che ci abbiano gusto; almeno così mi parve giudicare ai miei tempi considerando a Napoli lo strazio e la pazienza del pari tremendi. Con altro cuore ormai, con altro affetto dimostrai la mia religione, quando Colui che non hassi a rammentare senza le ginocchia della mente inchine mi elesse balio al suo prodigioso nascimento. Io lo recinsi di tenerezza come della prima fascia intorno alla vita; l’aria gl’intiepidii co’ miei fiati e mi sarei reputato felice a scaldargliela col supremo alito dell’anima. Compagno per meriti uguali mi fu assunto il Bove, nè ciò per astio dissimulo, al contrario paleso con giubilo infinito, però che il Bove mi fosse fratello ab antiquo nelle scarse gioie e nei diuturni dolori; e questo si ricava dalle sacre carte, dove incontrasi il proverbio: — ara col Bove e coll’Asino; — e i padri Scolopi ne porgono ancora testimonianza quando confessando senza corda chiamano indistintamente i loro allievi Bovi, ed Asini. Quanto in questo diverso dagli uomini che Gesù al suo comparire dispettarono e più tardi con la mala morte finirono!

Nè mi strinsi solo a professare la religione, ma m’ingegnai ad inculcarla nell’uomo non già per via di prediche sgangherate o [p. 114 modifica]indiscrete sollecitudini o di persecuzioni troppo peggiori di queste, bensì con gli esempii buoni, ch’ei fatti sono maschi e le parole femmine; però mentre in Padova, città illustre per uno di quei tanti semenzai di dottori che furono al mondo chiamati università, la gente quante volte incontravasi col corpo di Gesù sacramentato o senza badarlo tirava pel suo cammino o fuggiva come se le fosse occorso il Trentadiavoli; e se taluno si toccava il cappello gli era bazza: io quando prima lo vidi fra le beatissime mani di Santo Antonio con tutte le quattro gambe me gli genuflessi davanti, insegnando per questo modo di scancìo senza costituirmi sopracciò di nessuno, quale si debba rendere venerazione al Signore. Ben io lo so che i luterani, i calvinisti, li zuingliani, gli eretici insomma di ogni maniera e ragione (e pazienza gli eretici!), ma per maggiore angoscia moltissimi fra i cattolici, perfidiando sul caso, sostennero sfrontatamente come avendo percosso dentro un sasso io fossi stramazzato. Bugiarderie furono queste; imperciocchè, primo, io non inciampi mai o dove inciampo una volta, un’altra non incappo, e fra gli uomini non la va così; secondo, vi pare egli che la Chiesa cattolica, apostolica, romana avrebbe voluto bandire cotesta opera mia miracolosa e da Dio stesso inspiratami, laddove si potesse anche per ombra ascrivere all’accidente? Mi fanno proprio salire la muffa al [p. 115 modifica]naso coloro che nel sospetto incaparbiscono: ignorantissimi! non sanno come la Chiesa in siffatte faccende camminasse coi piè di piombo e il bilancino dei diamanti alla mano.

La memoria del santo gesto versi e prose perpetuarono e soprattutto certo dipinto bellissimo ammirato un giorno nel tempio di Santa Croce a Firenze, dove sonnecchiarono con un occhio ma non dormirono mai i corpi del Macchiavelli, del Galileo, del Buonaroti, dell’Alfieri e di altri illustri animali compagni miei di vizii, di virtù, di canto e di martirio senza fine amaro. Due vite, come due stelle cadenti, precipitarono splendide e veloci sopra cotesta tela e si spensero. Comecchè trafitto dal miserrimo caso io le lamentassi con quella voce che mi diè Natura, poco durai ad accorgermi non essere punto i morti coloro che maggiormente si devono compiangere; ond’io dei funerali precoci di Francesco e Giuseppe Sabatelli, ingegni divini, ebbi a consolarmi con la sentenza in ogni tempo ritrovata verissima, che Dio cui vuol bene ritira presto la vita.

Il commercio degli uomini per dottrina preclari e per santità incliti sempre mi piacque, e, al fine di vie più innoltrarmi nelle vie del Signore e comechè non fosse senza fatica, tuttavolta mi venne conseguito lo intento. Presago che il figliuolo di Pietro Bernardone avrebbe stampato sì grande orma nel sentiero della divinità volli essere [p. 116 modifica]al suo nascimento presente, come a quello di Cristo, e per aura prima di vita fargli bere il mio fiato; per la qual cosa il padre Marchand francescano sostenne in Besanzone la tesi che San Francesco rassomigliasse a Gesù Cristo in quaranta maniere, una delle quali consisteva appunto nell’essere uscito al mondo, come il Redentore, fra un Asino ed un Bove35; le altre trentanove poi... ma tu, re, mi ammicchi col capo che non ne vuoi sapere altre, ond’io tiro di lungo. La ingratitudine è troppo brutto peccato perchè se ne possa incontrare vestigio alcuno nell’anima dei santi; però San Francesco prima salutò il suo corpo fratello Asino, come il signore Le Maistre lo qualifica Bestia, e volle essere trattato da Asino36, poi prescrisse nei suoi istituti che chiunque volesse seguitarlo doveva convertirsi in Asino. Il beato Jacopone da Todi, raccontasi nella cronaca di San Francesco che desiderando vestire l’abito di francescano gli fu detto dal padre priore: — se vuoi vivere fra noi bisogna che tu diventi Asino e ti comporti quasi Asino fra Asini. I Domenicani, secondo il solito, non sopportando comparire da meno degli emuli antichi vogliono anch’essi farsi Asini: quindi frate Jeronimo Savonarola nella riforma del convento di San Marco di Firenze ordinò che i frati coll’opera delle proprie mani vivessero, la lingua turca imparassero ed [p. 117 modifica]attendessero a trasformarsi in tutto e per tutto in Asini che si lasciano condurre a destra e a sinistra, e lo perchè non chiedono e pigliano le bastonate senza fiatare37. — Voto principalissimo dei frati è obbedire, sicchè bisognò loro diventare Asini per santa obbedienza. — Santo Ignazio, anche in questo singolare, volle che gli alunni suoi non fossero Asini, bensì Cadaveri e Bastoni; così tra Asini, Cadaveri e Bastoni tu ti hai a figurare quali fiori leggiadri a vedersi, ad odorarsi soavi si fossero i frati alla ghirlanda dell’umano incivilimento.

Per umiltà, pudicizia, candore, pazienza, religione, insomma per le virtù tutte che a modo di stelle scintillano nel firmamento de frati, l’Asino fu tenuto immagine, simbolo e geroglifico loro, e Giovanni da San Giovanni informi. Il priore del convento di Brozzi, chiamato a sè Giovanni da San Giovanni, pittore dei buoni comecchè comparso nella decadenza dell’arte, gli disse che avendo sentito celebrare la virtù sua si era disposto ad allogargli una pittura, donde sperava che il convento avesse a crescere di reputazione, la quale doveva rappresentare la Carità che sviceratissima, com’egli non ignorava di certo, i frati si portano fra loro; facesse pertanto arco del dorso per trovare qualche bella fantasia che da una parte partorisse il fine desiderato dai religiosi, e dall’altra incremento di fama al pittore. [p. 118 modifica]Giovanni rispose che volentieri si saria preso quel carico, e poi toccato il tasto della mercede sentì profferirsela così spilorcia che non per condurre un quadro grande a colori, ma nè anche sarebbe bastata a scialbare una muraglia. Giovanni, udendo la fratesca improntitudine, non mosse ciglio, e come quello che era assai strano umore, accertò il frate, stesse di buon animo, che avrebbe fatto mirabilia: anzi, siccome voleva condurre l’opera proprio con amore, per evitare che gli andassero a rompere il capo sul lavoro, poneva per patto che la parete da dipingersi circondassero intorno con un assito il quale fosse calafatato per modo da non lasciare adito ad occhio curioso, e questo chiuso di porta di cui la unica chiave gli si consegnasse. Al priore non parve vero di consentire a un tratto le condizioni proposte, e il maestro senza altra dimora mise mano al lavoro, intorno al quale con tanto gusto si affaticò che in pochi giorni l’ebbe condotto a termine; allora si levò quinci insalutato hospite non si facendo più rivedere al convento: i frati aspettarono una settimana, ne aspettarono due, poi non potendo più stare alle mosse dettero voce ai popoli dintorno che la domenica di Pentecoste dopo la predica si sarebbe scoperto il devoto dipinto della carità dei frati. Venuto il giorno, adunata inestimabile copia di gente, posero mano a demolire l’assito e [p. 119 modifica]scuoprirono.... sai tu, sacra maestà, che cosa scopersero? Due Asini, i quali a vicenda si grattavano il collo. Questa pittura da cui se ne intendeva fu giudicata fedelissimo tra quanti simboli della carità dei frati avesse saputo mente umana immaginare, ed anche al priore, comecchè dapprima gli sembrasse resta di grano a tranghiottire, fu con assai accomodate ragioni persuaso che la cosa stava come maestro Giovanni l’aveva dipinta.

Certa altra volta, andando aiato per la via delle Torricelle entrai nell’orto dei frati di S. Croce, che invece di farmi liete ed oneste accoglienze mi cacciarono fuori a bastonate. Per evitare vergogna dissero che lì dentro mi aveva tratto l’appetito dei cavoli cappucci educati dai padri, ma fu calunnia: io ci era entrato per venerare le ceneri di quei grandi di cui la fama sopravvive al mondo ridotto in cocci, e invece di andarci per davanti, riuscendomi più destro, ci voleva andare per di dietro, non mi parendo fare cosa di cui dovessero stizzirsene cotesti padri; no, la verità è che ormai degenerati dallo spirito vero del santo loro istituto, gonfii di superbia e di peccato, la mia presenza dispettarono o come rimprovero vivente abborrirono; onde un uomo religioso che si trovò al caso fece ai frati un cappellaccio con le parole del vangelo di san Giovanni: — in sua venit et sui eum non receperunt38 che recato in volgare [p. 120 modifica]suona: — l’Asino andò a casa sua ed i parenti suoi gli chiusero la porta in faccia. —

Santo Ignazio da Loiola ed io fummo, si può dire, pane e cacio, e quando egli uscì di prigione di Salamanca, abbandonato dai suoi, a me non patì il cuore di abbandonarlo, ma lo seguitai portandogli i libri da lui composti quando non sapeva troppo di lettere; sicchè chiunque aprendoli gli leggeva, alla prima pagina me gli attribuiva ed io lasciava andare tre pani per coppia, affinchè il santo non iscomparisse. Così ambedue dimessi il santo ed io ci incamminammo a studio in Parigi39 dove confidai che egli, come in ogni altra fortuna della sua vita, mi avrebbe accettato compagno nella scuola della Teologia, ma non fu così, ed io dubito che fosse per un po’ d’invidiuzza, la quale così è congenita nel cuore dell’uomo, che anche in quello dei santi mette radice.

Di santo Antonino fui compagno nelle opere pie; l’uno l’altro sovvenendo di conforto e di esempio negli ardui casi. Nel processo di canonizzazione di questo santo pastore messere Macchiavelli (non quello delle Deche di Tito Livio, bene intesi, ma si un Giovanbattista, forse suo nonno o zio) attestò: — durante la moria del 1429 averlo veduto ire per la città con un Asino carico di cibi, di medicine e di sacramenti per soccorrere i corpi o le anime degli appestati [p. 121 modifica]secondo il bisogno40. E ben per lui che di altra compagnia non si fosse egli dilettato olire quella dell’Asino, che adesso la sua fama non aduggerebbe la domestichezza che ei tenne con Cosimo, dalla piaggerìa dei viventi chiamato Padre della Patria e dalla storia severa trucidatore perfidissimo e tiranno. Finchè il santo arcivescovo visse non mi partii mai dal suo fianco e se ti dico il vero tu lo puoi riscontrare nei Commentarii che scrisse di lui Pio II che fu papa dei buoni, dove racconta che alla sua morte in palazzo non ci fu trovato altro che un Asino e certe cianciafruscole da non tenersene conto41.

Levo alquanto la voce a più mirabile dire. Certo mio atavo dei tempi vetusti avendo con gli occhi, che per morte non chiudonsi, preveduto come Torino un giorno sarebbe diventata esempio di fede italica e tesoro di speranza a possibil riscatto; nel presagio ancora che quivi un suo lontano nepote, dopo trovato dei lunghi travagli quiete, avrebbe potuto libero ed in pace dettare le memorie della comune famiglia, volle con qualche suo gesto crescere il fascio delle imprese illustrissime subalpine, affinchè la gloria di cotesti popoli comparisse per ogni verso compita. Nel 6 giugno 1450, secondo quello che narrasi dal venerabile dottore Brevio, accapigliandosi insieme Francesi, Savoiardi e Piemontesi, fu messo a sacco il [p. 122 modifica]Borgo di Iviglia, dove tra le altre robe posero le mani ladre sul tabernacolo, arraffandolo insieme coll’ostia consacrata: poi cercando d’intorno trovarono l’asino mio proavo e lo vollero complice del sacrilegio; ma il maggiore nostro, Bestia religiosa se altra al mondo fu mai, già già stava per voltare le groppe ed esporre le sue ragioni come costumano gli Asini: e se anche avesse dovuto incontrarne il martirio, tanto meglio per lui che con la palma fra le zampe già si sentiva assunto al coro dei beati, quando una voce scese nelle sue orecchie dall’alto che gli disse: — obbedisci! — Egli avendo allora compreso che si trattava di ispirazione divina si lasciò fare; imballati santo tabernacolo ed ostia glieli soprapposero alle spalle, poi lo spinsero a Torino non senza adoperarvi le bestemmie e le percosse consuete a tutti quelli che menano Asini. L’Asino tirò innanzi borbottando fra se: verrà il gloria patri in fondo al salmo; di fatto giunto davanti alla porta di Santo Silvestro la medesima voce udita prima gli disse: — casca! — ed egli giù di botto sul ciottolato. Questo, dicono gli intendenti, fu il primo miracolo, nè vale che gli eretici cavillino: cascata di Asino non fa miracolo; perchè bisogna distinguere fra stramazzone e stramazzone e questo fu miracoloso: tanto vero ciò, che le funi della balla si ruppero, il tabernacolo ruzzolava per la via e [p. 123 modifica]sviluppatosi dal turpe insieme coll’ostia volò per aria un cento di braccia e lì entrambi fecero punto. Lascio che tu consideri, o mio re, lo stupore e lo sbigottimento. Il vescovo Ludovico Romagno trasse in maniche di camicia al portento, e dietro a lui il clero tutto qual senza cappello, qual senza gonnella, e dicono, perfino taluno le brache: dietro al clero una frotta

E d’infanti, di femmine e di viri.

colà ridottisi tutti in ginocchioni con le mani levate, come i putti la sera del 5 gennaio sotto la cappa del focolare domestico; affinchè la Befana propiziando scenda a empire le calze sospese di avellane, di fichi secchi o di altra più prelibata cosa, supplicavano il tabernacolo e l’ostia a degnarsi di scendere. Il tabernacolo, come quello che di argento finissimo essendo si sentiva peso e stracco di stare lassù privo di appoggio, senza troppo farsi pregare calò, ma l’ostia più aerea e tenue cosa e per soprassello impermalita s’incaponì a rimanere sopesa. — Allora un frate laico, comunemente vocato torzone, sussurrava al vescovo Romagno: Il tabernacolo come maschio ha capito subito il negozio e ci si è adattato, ma l’ostia come femmina sta sul puntiglio. — Zitto, ciuco gli disse il vescovo; questo significa che l’ostia purissima abborre locarsi dentro [p. 124 modifica]il tabernacolo da mani sacrileghe profanato. Allora andarono in cerca di una patena la quale, trattata quotidianamente dalle mani tutte caste, tutte candide, tutte pie di preti e frati, non può fare a meno che non sia arnese strasacrato e quella avendo sporta verso l’ostia, l’ostia in begli atti discese e vi si adagiò sopra lieta e contenta più che mai fosse sposa novella coricandosi in letto nunziale. In memoria del portento i Torinesi edificarono la cappella del Corpus Domini. L’Asino, desiderato da tutti, con magnanimo sagrifizio consentì, dopo essere vissuto più che potè, che morto l’ardessero e delle ceneri manipolassero pillole che inghiottite in seguito dal popolo di Torino gli attaccarono alle ossa il culto dell’Asino. Ond’è che anche dopo lo Statuto, dopo le leggi bastevoli a infellonire, non a togliere di mezzo i frati (i preti lasciavansi stare ed era distinzione tra Sorcio e Topo), a Torino con maraviglia del mondo ogni tre anni menavasi la processione dell’Asino, due cotanti più solenne di quella che tutti gli sbattuti dalla miseria d’Italia in quel felice paese con molta consolazione presente ed auspicio di meno tristo futuro ammirarono nel 24 febbraio 1857, la quale menò al rogo sulla piazza Vittorio Emanuele il carnevale defunto.

Ma il mormorio che adesso mi si leva dintorno, Bestie sorelle, perturba forte [p. 125 modifica]l’animo mio ed emmi argomento che io non lasciai tutti gli eretici nell’altro mondo. Dite: taluna di voi attinse per evventura ai pozzi di perdizione, bevve delle fontane di errore o co’ lumi tenebrosi del secolo s’illuminò? Forse da me in fuori veruna altra Bestia si mostrò accesa di zelo pel santissimo viatico? Leggesi nella Cronaca naturale del reverendo padre Giovanni Eusebio, come nella città di Lisbona nei tempi andati vivesse certo cane dabbene chiamato Tedesco (avvegnadio nel mondo di là anche di Cani tedeschi galantuomini qualcheduno se ne trovò, ma rari veh!) il quale così camminava svicerato pel Santissimo che, udita appena la campana annunziatrice della Comunione, nè per carezza, cibo o minaccia poteva essere trattenuto: egli precipitava difilato alla chiesa, con la processione usciva, di su di giù per la strada, come i mazzieri costumano, perchè tra gl’incappucciati si osservasse l’ordine, si affaticava; ed ora le femmine di partito, se gli venisse fatto incontrarne, mordendo costringeva ad inginocchiarsi, ora ai villani infingardissimi abbaiando gli obbligava a smontare giù dai giumenti ed atteggiarsi alla debita reverenza; anzi (bada bene, è sempre padre Eusebio che racconta) un giorno mentre il pio cane esercitavasi nell’atto divoto rilevò da un Cavallo, che Dio faccia tristo, un calcio traditore ond’ei ne ebbe tronca una gamba, ma [p. 126 modifica]egli niente. Premuta in cuore l’ambascia, accompagnò la processione ranchettando con tre gambe sole, nè si ridusse, per farsi curare, a casa, prima che l’avesse ricondotta in chiesa.

Nè voi vi dovete figurare che si fermino qui i segni della religione canina; se tale pensaste, prendereste un granchio. Nella isola d’Inghilterra, quantunque vi primeggiasse la religione a Londra della Riformata e a Roma guastata, bella fama di santità sparse dintorno un Cane pio il quale nudrito con diligenza in casa di cattolici nelle massime salutari della vera Chiesa romana pervenuto poi, lui protestante indarno, nella famiglia di certi luterani, non ci fu verso, in onta alle tentazioni, di farlo trasgredire al precetto di non mangiare carne il venerdì e il sabato42. Invano presagli la zampa e messala sul numero 11 del capitolo 15 dell’Evangelo di san Matteo gli dissero: leggi; ed egli lesse: — non quello che entra in bocca deturpa l’uomo, bensì da quello che gli esce di bocca l’uomo è deturpato; — ch’egli rispose pronto: — dica un po’ Cristo quello che vuole, io mi attengo al curato; — senza badare ad altro egli osservò una legge che non era stata per lui, mentre gli uomini cattolici, pei quali l’aveva bandita la Chiesa, non si sentivano coraggio a sopprimerla o praticarla lealmente, bensì [p. 127 modifica]tutto giorno per via di arzigogoli e di amminicoli l’andavano buccherando.

L’eminentissimo cardinale Baronio, tra le tante, narra anche questa, che i Cani del pane buttato loro dinanzi da Riccardo Bretton, Ugo di monville, Guglielmo di Tracy e Rinaldo figlio di Orso, sicari di san Tommaso Becket arcivescovo di Cantorbery, abborrivano con segni espressi di errore43. Ora io, se potessi, vorrei convocata al mio cospetto tutta quanta la razza che si chiama umana da Adamo che disse al mondo: — ben levato — fino all’ultimo uomo che gli augurò la buona notte, per interrogarlo ad agio e sapere proprio dalla sua bocca quanti fra essa stessero a badare se la mano che porgeva loro il salario di pochi scudi al mese fosse o no insanguinata, o se, badatala e dedutala di sangue innocente vermiglia, lo rifiutassero. No che non se pero ributtare giammai, e per giunta d’infamia tu nota che salario non è pane, e mentre del primo molti doviziosi paltonieri senza incomodo avrebbero potuto fare a meno, dal secondo non potevano astenersi i Cani senza pericolo di morire di fame.

Gli Svizzeri al soldo del re di Napoli stipendiati carnefici informino, e bastino per tutti; che più laida, infame e scellerata cosa, finchè fu mondo, io non vidi mai.

Se volessi contare quante e quali Bestie, massime Corvi, nutrissero per zelo di [p. 128 modifica]religione santi eremiti e profeti nelle solitudini, la candela arriverebbe al verde prima che io avessi finito. Nei giorni in cui vissi, se ti fosse talentato di visitare la metropolitana di Lisbona avresti veduto, come vidi io, due Corvi sollazzarsi sul pulpito e per gli stalli del coro, e se ne avessi richiesta ai canonici la causa ti avrebbero risposto, come risposero a me: alimentarli il Capitolo per la buona guardia fatta dagli atavi dei bisavoli di questi corvi intorno al corpo di San Vincenzio, impedendo che le fiere lo divorassero44.

E poichè i vantaggi della religione romana, dei quali io mi professai di notte come di giorno, di estate al pari che d’inverno, allo asciutto e al piovoso zelatore caldissimo, altamente me lo persuadono, non mi sarà grave di venire esponendo per conforto delle anime pie troppo più mirabili fatti, fondati non mica sopra scrittori facili a ricevere per vere le fisime della plebe, bensì solenni ed acuti sceveratori del vero dal falso. Il reverendo padre gesuita Gregorio Rusignoli nell’aureo trattato delle Maraviglie del divinissimo sacramento nel santissimo sacrifizio e nelle anime del purgatorio e dei suoi santi stampato in Venezia nel 1772, aiutandosi con le autorità del Surio nella vita di Annone, non il generale cartaginese, badiamo bene, ma si del santo che ricorre il quattro decembre, e di Giovanni Solimena nella Comunione [p. 129 modifica]eucaristica, tre testimoni, come vedi, che ne valgono trecento e due Paperi giunta, narra che santo Annone arcivescovo di Colonia, celebrando la messa nella basilica di santo Michele, contemplasse con amarezza inestimabile dell’animo certa Mosca maligna rubargli un frammento dell’ostia benedetta e con esso fuggirsene via: però a quei tempi chi si attaccava alle cose religiose o sante non la cavava liscia; ed in vero santo Annone non si rimase con le mani alla cintola, bensì in virtù della sua autorità episcopale condannò la Mosca a tre cose: primieramente a rendere il mal tolto e questo rese; secondamente a morire di apoplessia ed anco a questo, comecchè da prima si facesse alquanto pregare, pure si adattò; per ultimo a pagare le spese, ma essendo morta oppose che i morti non pagano.

Se questo fatto ti raccapriccia, odine un altro che non canzona. Una Rondine siciliana, creatura screanzata, non aborrì inquinare il calice e quanto ci era dentro, nè più nè meno di quello che l’imperatore Costantino Copronimo facesse al fonte battesimale quando in Bisanzio lo battezzavano, mentre un religioso frate francescano celebrava la santa messa; il frate si strinse nelle spalle e chiusi gli occhi mando giù ogni cosa, comecchè ostico gli paresse molto. Riferito il caso al valente dottore in divinità padre Francesco della Torre, il quale, come a Dio piacque, si trovava a [p. 130 modifica]sorte in coteste parti ad esercitare lo ufficio di visitatore apostolico citò la Rondine a comparirgli davanti, che infatti venuta, dopo tocca una bravata da buttare a terra i campanili, ebbe il dispiacere di sentirsi leggere in faccia la sentenza di morte. Il misero uccello, compresa la enormità del peccato, non pianse no, non cadde genuflesso a domandare misericordia, ma venutosi in odio, abborrendo la vita, portentoso a dirsi, difficile a credersi se non lo affermasse proprio il padre Rosignoli Gesuita, da se medesimo si tagliò la testa! — Il gesuita padre Rosignoli, da quel cervello fino ch’egli era, volendo fare risaltare la pietà degli Uccelli (zelo di famiglia lodevole!) saviamente osserva che pochi, anzi nessuno fra gli uomini trovandosi nei piedi della Rondine avrebbe acconsentito a tagliarsi con le proprie mani la testa ed in questo io vado d’accordo con lui.

E non aveva inteso il meglio: il Surio nella vila di santo Maclovio o Macuto ci riferisce come cotesto santo trovandosi in mare il giorno di Pasqua ordinasse ad una Balena di sostare e mettere fuori dell’acqua la schiena, tantochè egli ci potesse celebrare la santa messa, e la Balena obbediva. Scesero quindi sopra le spalle allo immane ceto la ciurma, i pellegrini e i sacerdoti; l’altare apprestarono, i moccoli accesero e la messa incominciò. Le cose procederono d’incanto fino al punto nel quale il sacerdote voltatosi alla turba [p. 131 modifica]l’accomiatò coll’ite, missa est; allora la Balena supponendo che a lei come agli altri coteste parole s’indirizzassero diè il tuffo: altare e moccoli, nocchieri e preti tutto a rifascio sotto acqua andò, e il povero santo impacciato dalla pianeta e dagli altri paramenti, a gran pena nuotando e dopo aver bevuto i flutti amari in copia, potè salvarsi dallo affogare.

Ma in che pelago entrerei io mai, se volessi riportarti tutte le meraviglie della santa messa narrate da scrittori quanto religiosi, altrettanto veridici! Di bene altre groppe questa è soma che delle mie; e nondimeno come tacere quello che lessi nel t. 2. c. 19 della Cronaca dei minori osservanti? O quello che trovai in Marco da Lisbona, lib.8, c. 28? Ossivvero l’altro, ch’espose Enea Silvio che poi fu papa, nella Descrizione dell’Europa?

Il primo narra che un giovane, nepote di certo sacerdote svicerato della santa messa, ingelositosi dell’amanza sua, preso dal demonio a quella tagliò fellonescamente la testa; commesso il misfatto, n’ebbe (e ci credo) orrore, onde rifuggitosi allo zio, ai suoi piè si gettava e con molto pianto l’atroce caso sponevagli. Che doveva fare il prete ad una fanciulla col capo tagliato? Andò a dire la messa e quivi tanto e poi tanto si raccomandò, che nel voltarsi a salutare il popolo col Dominus vobiscum, ch’è e, che [p. 132 modifica]non è, la fanciulla entrava in chiesa, e intinte le dita nella piletta con l’acqua santa segnavasi e poi si accostava all’altare. Sì signore, che fa quel ghigno da eretico scimunito alla verità del caso? Un Angiolo per virtù della santa messa era sceso dal cielo con un calderotto di colla adattata a rimettere il capo della ragazza al suo posto, dov’egli lo saldò con tanta bravura che dice la Cronaca — non si vedeva altro, tranne una tenuissima linea di vago colore, come sarebbe un sottilissimo filo d’oro intorno al collo. —

Frate Francesco da Durazzo torzone (questa avventura appartiene al Lisbonese), invece di attendere alla pignatta, va a messa: i gatti mangiano il desinare dei frati. Il padre priore lo sgrida; egli non potendo partirsi di cucina in grazia della obbedienza, sentito appena il campanello suonare alla elevazione, va in visibilio per l’agonia di contemplare l’ostia. Iddio, affinchè il torzone Francesco veda l’ostia e non lasci la pentola ai gatti, apre di schianto quattro grossissimi muri, che tanti la chiesa separavano dalla cucina e, consolato il desiderio del torzone Durazzo, torna ogni cosa in sesto.

A certo gentiluomo di Schiavonia (e questa è di Enea Silvio o vuoi Pio II) si cacciò addosso la smania d’impiccarsi: parendo allo schiavone, e gli parve bene, che giova [p. 133 modifica]molto pensare due volte alle cose, le quali si fanno una sola, andò a consultarsene col suo confessore che, ponderato il pro e il contro del negozio, rispose non trovarci altro rimedio, eccetto udire messa: di fatto il gentiluomo si attenne al consiglio e se ne sentì bene: certo giorno però distolto dalle sue bisogne mancava ed ecco in un attimo ripigliarlo il fistolo di appiccarsi ad una quercia la quale, stese verso di lui le ramose braccia, sembrava salutarlo e dirgli: non puoi trovare di meglio; mentr’egli guarda studiando il ramo più acconcio vede venire alla sua volta un villano, il quale o per sospetto o per altra causa si fermò a guardarlo. — Che vuoi? domanda il gentiluomo. — Io nulla; risponde il villano. — Donde vieni? — Io? — Si tu? — Io vengo da sentire messa. — In verità? — In coscienza. — Or bene, vedi questo mantello nuovo scarlatto? — Lo vedo. — Egli mi costa fiorini meglio di cinquanta, sai? — Ci credo. — Lo vuoi? — Magari. — A un patto però, che tu mi ceda il merito che hai acquistato oggi col sentire la messa. — Se non volete altro, anco di dieci. — E quegli dette a questo il tabarro, questi a quello il merito della messa. Il giorno appresso il villano fu trovato appeso all’albero, sul quale stava in procinto di salire il gentiluomo schiavone, con lo sfoggiato mantello di scarlatto [p. 134 modifica]addosso. La rabbia del nobile si era trasfusa nel villano.

Ora senti mo’ della religione delle Scimmie, se vuoi sbalordire davvero. Il reverendo padre gesuita Cabassò, predicatore di quella fama che nel mondo conobbero tutti coloro che ne furono informati, teneva in delizia una Scimmia, che troppo bene lo meritava. In lei ingegno più che umano; in lei mansuetudine, verecondia e religione stupende: ella non si saziava mai di contemplare il facondo padrone e considerando argutamente i gesti e gli atti coi quali egli veniva a rendere meglio efficace il concetto, non andò guari che si fece esperta nel predicare quanto il padre Cabassò, e forse meglio. La mancanza di favella non metteva ostacolo, imperciocchè tu, re, avrai letto riportato da Macrobio, come Roscio gareggiasse sovente con Cicerone chi dei due sapesse con più acconciatezza persuadere una causa od egli co’ cenni, o Cicerone con le parole, e se a Cicerone riusciva impattarla cantava alleluia45. Il padre Cabassò pertanto mosso, per quello ch’io ne penso, piuttosto dal sospetto che i fedeli a lui preferissero la Scimmia, che da altro, ogni volta usciva di casa ce la chiudeva a chiave. Grande era il concorso in chiesa; gittato dal soffitto un grano di panico non sarebbe caduto in terra; e più grande era l’aspettazione delle genti, imperciocchè il padre [p. 135 modifica]Cabassò avesse avvertito che in cotesto giorno avrebbe fatto la predica su lo inferno, nè l’esito comparve minore all’aspettativa: terribile rimbombava per gli angoli del Tempio la voce del padre, che a parte a parte raccontava le terribili cose che si trovano a casa del Diavolo: udivasi un singhiozzare promiscuo, un picchiare di petti e il digrignare dei denti come fa l’uomo sorpreso dalla febbre: di botto alla paura succede il riso; i singulti, le percosse, lo stridore cedono il luogo alle esclamazioni gioconde, ai cachinni, ai folli segni di gioia sconfinata; il predicatore teme qualche tiro diabolico e si versa fuori del pulpito con gesti minacciosi, la voce ingrossa, manda tutti all’inferno. Gli è tempo perso; quanto più egli sbracciasi a bociare e a pestare il davanzale del pulpito, tanto l’uditorio prorompe in risa irrefrenabili. Causa del baccano era la Scimmia, che scesa di casa dal balcone aveva quatta quatta seguito in chiesa il padre Cabassò e dal baldacchino che sta sopra il pulpito, dove erasi appollaiata, accompagnava o a meglio dire rendeva tali e quali i fieri gesti del padre pur troppo convenienti allo spaventevole soggetto. Sicuro eh! Non mancheranno dottori per opporre che le Scimmie non sono gente da predicare su i pulpiti; e posto che dicano bene, rimarrà vero pur sempre che la Scimmia educata dai padri Gesuiti nel sentimento della vera [p. 136 modifica]religione, come meglio poteva, col buon volere aiutava l’opera di coteste anime elette46.

Ma questo è niente di faccia ad un altro esempio del mirabile istinto dello Scimmie per la religione cristiana; narralo il reverendo padre gesuita Catron, nella sua Storia del Mogol, sicchè lascio considerare a voi, se si deva o no tenere fermo come articolo di fede. Lo imperator Gehanguir ordinò, sopra dodici polizzini i nomi di dodici principali fondatori di religione scrivessero, come sarebbe a dire Ermete, Enoc, Minos, Moisè, Maometto, Cristo, Brama, Bouda, Visnou ed altri siffatti, e dentro un vaso con molta diligenza gli riponessero: dopo ciò in virtù di motuproprio imperiale impose alla Scimmia ne cavasse fuora il nome di quello, di cui ella sapesse la legge veramente vera. La Scimmia, fatta prima debita riverenza al trono imperiale, intromise la zampa nell’urna ed estrasse un polizzino sul quale fu trovato scritto... o prodigio! o portento! il nome di Gesù Cristo.

— Ora ti se’ chiarito? Ecci bisogno di altro? Dilla giusta, oh non ti senti smuovere dentro? — con fervorosa istanza andava sussurrando nelle orecchie dello imperatore Gehanguir certo reverendo padre Gesuita, che aveva preso a cottimo il lavoro di convertirlo alla fede.

— Non mi sento smuovere nulla, [p. 137 modifica]rispose l’imperatore, e i giuochi di bussolotti, come tutti gli altri miei colleghi nel governo dei popoli, gli so fare anch’io; prega il tuo Cristo, che non sia una delle solite gherminelle vostre; rami di alberi e canapa anco in India ne cresce: non mi confesso vinto e vo’ riprovare. —

— E tu riprova, rispose il padre, come colui che troppo bene era sicuro del fatto suo: allora Gehanguir scrisse di propria mano i medesimi nomi con certa sua cifra ch’egli adoperava nei dispacci segretissimi spediti da lui agli ambasciatori. Pannicelli caldi! La Scimmia per opera dello spirito che la governa trasse fuori da capo il nome di Gesù, ch’ella, visto appena, devotissimamente baciò.

— Che pàrtene? Te lo aveva io detto? E non ti basta ancora?

— Non mi basta, rispose lo imperatore, comecchè al torcere degli occhi e della bocca si conoscesse chiaro ch’ei cominciava a sentirsi smuovere, — vo’ provare la terza volta, e, bisognando, la quarta; e a cui non piace mi rincari il fitto.

— Bravo da pari tuo, soggiunse il Gesuita sparvierato che vedeva incominciare a far breccia la cosa — un’Altezza come la tua non poteva dire di meglio. —

Mentre così fra loro cosiffatti ragionamenti alternavasi, lo imperatore pose alla chetichella in mano al suo ministro dei culti [p. 138 modifica]il polizzino che portava scritto il come di Gesù, e poi gittati gli altri undici nel vaso, chiamò la Scimmia e le disse:

— Olà! fammi nuova estrazione. —

O miracoloso portento, o miracolo portentoso! esclama il padre Cotrou. La Scimmia sbircia l’urna in cagnesco, poi volta le spalle e avventatasi al collo del ministro dei culti lo costringe ad aprire il pugno e portargli via la polizza, la quale co’ dovuti rispetti andò a deporre su le ginocchia dello imperatore; parendo alla Scimmia, tuttochè cervello di Scimmia avesse, empissima profanazione mettere nome del pari che ogni altra cosa spettante al Redentore su i piedi o ai piedi di un uomo che di terra nato in terra ha da tornare. A tanto caso l’imperatore non resse, e gittate con smanioso affetto le braccia al collo del reverendo padre, gridò ad alta voce:

— Padre, mi sento smuovere!

Poi sè, le consorti, i figliuoli fece battezzare, e mandò un bando che dentro quindici giorni tutti i suoi fedelissimi sudditi, pena la testa, avessero a rendersi cristiani47. Di queste storie contano i reverendi padri Gesuiti, ed io ci credo.

I molluschi non appartenendo interi alle cose animate od inanimate albergano in sè un fiato d’intelligenza che sta in faccia all’anima umana, come le aurore boreali della Zelandia ai soli del Bengala. Non [p. 139 modifica]pertanto anche i molluschi dimostrarono zelo profondo per la religione e sviscerato affetto per la compagnia di Gesù. A Tutucurin pescavansi da tempo immemorabile perle, ma dacchè vi posero stanza i Gesuiti, la pesca di abbondante diventò miracolosa, sia considerando la copia, sia il volume di quelle. Gli Angioli senza dubbio piansero di tenerezza nel contemplare le opere egregie di cotesti atleti della fede, in ispecie la pesca degli uomini, giungendo senza rispetto alcuno a strapparli dalle braccia delle mogli e dal seno delle madri48; ora è da credersi che queste lacrime del cielo bevute avidamente dalle ostriche e come tesoro inestimabile conservate partorissero il marame delle perle che ho detto, anzi vuolsi che per l’appunto allora fosse assortito il magnifico vezzo del Malmantile che il poeta Lippi rammenta con questi versi:

«Perchè si tratta che vi fosse un vezzo
Di perle, che sebben pendeano in nero,
Eran sì grosse, che si sparse voce
Ch’ell’eran poco manco di una noce.»49

Però i Tuturini, come gli altri loro fratelli di umanità, essendo nei desiri ciechi e contro il proprio bene fermi, niente curando tanta grazia di cielo in virtù dei Gesuiti sopra i capi loro rovesciata, un giorno ch’è, che non è, li cacciarono via a vituperio. [p. 140 modifica]I Padri, non potendo fare a meno, piegarono il collo, ma andando a prendere commiato dalle Ostriche e dare loro la buona permanenza udirono con dolcezza pari allo stupore rispondersi:

— No, reverendi, non sia mai detto che dopo la partenza vostra restiamo ad abitare queste terre crudeli e questo lido avaro; noi esuleremo con esso voi.

— Ma, dilettissime sorelle, rispondevano i Gesuiti dalla sponda, pensate che non siete fatte per camminare; le case vostre stanno in fondo delle acque o fitte dentro gli scogli; rimanetevi in pace nella speranza di giorni migliori. —

Invano però, che non si lasciando persuadere le Ostriche staccaronsi dagli scogli nel modo stesso che cascano le scaglie al Pesce fregato col coltello e vennero su a galla, come le bombole quando ribollono i fondi, ed aggruppate in varii atteggiamenti, pietosissimi tutti, si cacciarono dietro all’orme dei Gesuiti. Dicono, e si capisce, che a vederle mettevano compassione; quale appena aveva la camicia indosso, chi scalza e scarmigliata teneva l’Ostrichino lattante fra le braccia; soprattutto mirabile una che, a modo di Enea fuggitivo di Troia, portava a cavalluccio un’Ostrica nonna, per le mani un’Ostrichina figliuola, mentre la seguitavano dappresso, recandosi in grembo le medaglie, i rosarii, gli agnusdei e gli altri [p. 141 modifica]penati, doni gesuitici, le Ostriche sorelle. Quando poi i Tuturini pentiti revocarono i padri Gesuiti con le virtù teologali e cardinali, tornarono le Ostriche gravide di perle a popolare le spiagge della città ribenedetta. Questo storie avevano stomaco i Gesuiti di raccontare nel 1653 e ravvivarne imperturbati la memoria nel 1854; ed io ci credo: anzi, mentre fui di là, era venuto in pensiero di dare ai Padri carta bianca, affinchè mi tenessero appaltato a credere anticipatamente tutto quanto si degnassero di darmi ad intendere per la salute dell’anima mia50.

Ma, per dir mille in uno e così dare fine al ragionamento devoto della religione delle Bestie in generale e degli Asini in particolare, nel bel reame di Francia dove i re cristianissimi di nome e più di fatti si spassavano a intagliare con le forbici immagini di Madonne e assassinare cardinali, il clero, amico degli Asini e di Roma, in omaggio alla mia religione celebrò la messa dell’Asino e compose il magnifico responsorio, che se per altezza d’immagini ed eleganza di eloquio non supera quello di santo Antonio da Padova, gli sta sotto di poco51.

I Tedeschi che in fatto di Asino non la cedono a nessuno, pare che volessero essere chiamati a parte di cotesta degnazione e per di più con monumenti di pietra eternarne la memoria, imperciocchè, testimone il [p. 142 modifica]Paolino, nella città di Augusta scolpissero un Asino che canta messa e un altro che gli tiene il messale52.

Cum aristis hordeum — comedit et corduum,
     Triticum a palea — segregat in area.
     Hez sire Asnes etc.
Amen dicas, Asine (qui bisognava inginocchiarsi)
     Jam satur de gramine,
     Amen, amen, itera — aspersione vetera.
     Hez va! hez va! hez va! hez!
     Biax sire Asnes, car aliez,
     Belle bouche car chantez.
Michelet, Hist. de France, t. 2. p. 657.


— O secoli di oro per la chiercuta gente, deh! dove siete or voi? — Ma sperano restaurarli, auspice l’Austria, e un po’ anco la Francia.



Note

  1. [p. 145 modifica]Nelle note al Malmantile occorre questa leggiadra ottava in dialetto napoletano descrittiva l'ora del mezzogiorno.

    Già lo sole correnno era arrivato
         All'osteria de miezzo cammino
         E quivi parea di esserse fermato
         Pe' arrafrescarsi, e pe' sentì lo vino:
         E l'ombra che mo dinanzi, e mo da lato
         Sempre va all'uomo vicino vicino,
         Pe' non sentì lo caudo era sparuta,
         E sotto a isso s'era annasconnuta.

  2. [p. 145 modifica]Vita del Rabelais in testa alle sue opere. Ediz. del Pantheon littèraire.
  3. [p. 145 modifica]

    . . . . . . Fratello, perdon ti domando
    Se ti fo male. E con queste proteste
    Ziffe; e l'aggiusta pel dì delle feste.
    Ricciardetto. C. 20, ott. 57

  4. [p. 145 modifica]Bandello, Novelle, par. 3, n. 20.
  5. [p. 145 modifica]Boccaccio, Nov. 2, gior. 8.
  6. [p. 145 modifica]Bandello, Nov., par. 2, n. 20.
  7. [p. 145 modifica]Hume, Storia d'Inghilterra, l. I, p. 368.
  8. [p. 145 modifica]Firenzuola Agnolo, N. 4.
  9. [p. 145 modifica]Hume, Stor. d'Inghilter. t. 1, p. 506.
  10. [p. 145 modifica]Novella 25.
  11. [p. 145 modifica]God. Monach. apud. Raumer.
  12. [p. 145 modifica]Bellincion., Sonet. 167.
  13. [p. 145 modifica]I Monasteri d'Oriente, p. 534.
  14. [p. 145 modifica]C. Agrippa, De occult. philos. c. 64.
  15. [p. 145 modifica]Opuscoli filosofici.
  16. [p. 145 modifica]C. Agrippa, De occult. philos., c. 64.
  17. [p. 145 modifica]Revue des deux Mondes, 1 nov. 1855, p. 461.
  18. [p. 145 modifica]Val. Maxim., I, 4, c. V., v. I.
  19. [p. 146 modifica]DESCURET, Medicina delle passioni.
  20. [p. 146 modifica]Idem.
  21. [p. 146 modifica]Idem.
  22. [p. 146 modifica]Amidei, Forte di Volterra, Storia moderna.
  23. [p. 146 modifica]Sonet. 105, in vita di Laura.
  24. [p. 146 modifica]Fatto vero: così salutava, entrando in chiesa, uno Spagnuolo di porto Rico Gesù Cristo. — Buon giorno, signor Cristo, e voi altri santi piccinini nulla! —
  25. [p. 146 modifica]Famosa Novella di Macchiavello — vedila nelle sue opere.
  26. [p. 146 modifica]Sopra la torre del palazzo vecchio le ore compaiono vermiglie, mercè un vetro trasparente di questo colore.
  27. [p. 146 modifica]Plutar. in Dionisio.
  28. [p. 146 modifica]Foscolo, I Sepolcri.
  29. [p. 146 modifica]Plutarco, in Catone majore; Aristotele, Storia degli animali, I. 6. cap. 24.
  30. [p. 146 modifica]Plutarco, in Dia, de Isid. et Osirid.
  31. [p. 146 modifica]Ninuc. Felic., in Oct., v. 28.
  32. [p. 146 modifica]Fortun, De nat. Deor., c. 21, Lactant., de divina instit. lib. I. c. I. Com. ad Petroni. Arb., c. 14. Giust. mariy. in Apo. II, p. 89.
  33. [p. 146 modifica]Cosimo Da Praga, Cronac. Boem.
  34. [p. 146 modifica]Apuleio, Metamorphoseon, lib. 8.
  35. [p. 146 modifica]Allucinazioni e misticismo cristiano. — Revue des deux Mondes, 1854, p. 461.
  36. [p. 146 modifica]Bonaventura, Vita di S. Francesco.
  37. [p. 146 modifica]F.t. Perrens. Savonarola.
  38. [p. 146 modifica]Cap. I, n. II
  39. [p. 146 modifica]Introduct. a l'Hist. des cor. des Jèsuites, p. 5.
  40. [p. 146 modifica]Papebrochius. Actus Sanctorum.
  41. [p. 146 modifica]Comm. di Pio II. pubblicato a nome di Gio. Gobelli suo segretario.
  42. [p. 146 modifica]Southey, Omniana.
  43. [p. 146 modifica]Quin etiam ab animalibus ut execrabiles haberi; canes enim quantum libet famelici panem anteporrectum ut intinctum veneno anathematis horrebant. — Baron., Annal. Eccles., t. 12, p. 641.
  44. [p. 146 modifica]Chateubriand, op. cit., t. 2., p. 46.
  45. [p. 146 modifica]St Gervais, op. cit. t. 2.
  46. [p. 147 modifica]Macrobio, Saturnal., lib. 2, c. 10.
  47. [p. 147 modifica]St Gervais, t. 2.
  48. [p. 147 modifica]Ivi.
  49. [p. 147 modifica]Questo fatto confessa il P. Alessandro de Rodes gesuita. Viaggio in China, ed in altri luoghi, stampato nel 1653, e ristampato nel 1854!
  50. [p. 147 modifica]Malmant. riacq. c. 12.
  51. [p. 147 modifica]Pa. A. Rodes, Viagg. cit.
  52. [p. 147 modifica]Ecco il Responsorio dell’Asino conservato dal Ducange. Alfine della messa il Prete volto al popolo invece di dire; Ite, missa est. — ragliava tre volte, e il Popolo invece di rispondere; Deo gratias, replicava ragliando: hinà, hinà, hinà.