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IV VI
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V.


Venne l’estate. Tutta la tanca diventò d’un bel giallo pallido, tranne nelle macchie e lungo la riva del ruscello dove la vegetazione prese un rigoglio tropicale. Che profonde dolcezze di sfondi c’erano adesso laggiù, nei mattini splendenti, nei crepuscoli d’oro-roseo, nelle notti brillanti di stelle, purissime, quando la luna nuova calava misteriosamente sui boschi taciti!

Elias si struggeva d’amore e di tristezza, ma non faceva un proposito, non un passo che arrestasse gli avvenimenti. Intanto il tempo passava; Pietro aveva avuto una magnifica raccolta, e le nozze dovevano celebrarsi tra pochi giorni. Elias non aveva più riveduto zio Martinu, e non cercava di rivederlo; ne aveva quasi paura, perchè invece di conforto il vecchio, che pure passava per un sapientone, gli aveva messo l’inferno nell’anima.

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— E s’egli avesse ragione? — si chiedeva talvolta; ma tosto si ribellava a questo pensiero, anche perchè sentiva di non aver la forza di agire, di muoversi, di rivelare il suo segreto, e sopratutto di attraversare la felicità di Pietro.

Ma il ricordo e il desiderio di Maddalena e il pensiero che fra poco ella sarebbe inesorabilmente perduta per lui, lo struggevano. Cercava di combattere contro il suo cuore e contro i suoi sensi, di ridersi della sua passione, di essere forte come zio Portolu voleva; che diavolo! ce ne son tante donne nel mondo; eppoi si può vivere anche senza di esse, anche senza amore; anzi un uomo veramente uomo deve ridersi di queste cose!

Ma la battaglia era vana; e senza la figura di Maddalena tutto l’orizzonte di Elias si vuotava e si oscurava. Intanto, come a San Francesco egli aveva ardentemente desiderato la lontananza, la solitudine, il silenzio della tanca, adesso anelava al giorno delle nozze di Pietro. Così almeno tutto sarebbe finito, per sempre. Gli pareva che dopo guarirebbe, ritrovando pace e salute. Perchè si sentiva deperire anche fisicamente. L’ardore di quei lunghi giorni luminosi e la frescura insidiosa delle chiare [p. 115 modifica]notti odorose lo annientavano e gli davano la febbre.

Nella sua tristezza egli aveva posto odio agli uomini; anche suo padre e Mattia lo disgustavano, e quindi li fuggiva, vagava tutto il giorno attraverso la gialla e ardente solitudine della tanca, e passava le notti all’aperto.

Se dormiva al meriggio, dopo aver letto e riletto i suoi libri santi, si svegliava con la testa cerchiata da un grave dolore; e poi di notte non poteva dormire. Allora restava a lungo nei suoi nascondigli, accoccolato sulle pietre, guardando il tramonto della luna sui boschi, o immerso in un’atonia dolorosa. Zio Portolu, la vecchia volpe, vedeva benissimo lo stato d’animo e di corpo del figliuolo, senza riuscire a indovinarne la causa, e se ne accorava, e sgridava acerbamente Elias nei pochi momenti che restavano insieme.

— Perchè ti nascondi? — gli urlava. — Che vita è questa! Se mediti un delitto, còmpilo e sia finita; se sei innamorato, appiccati. Uomo sei tu? Un fuscello sei, una statuetta di cacio di vacca! Non vedi che non puoi stare in gambe, e che il tuo viso è verde come una rana?

[p. 116 modifica]— Sto male, — diceva Elias, non per scusarsi, ma perchè aveva una folle paura che zio Portolu venisse ad indovinare il suo segreto.

— Se stai male, cùrati o muori; io non voglio vedere gente debole attorno a me, voglio veder dei leoni, voglio veder delle aquile, e tu sei una lucertola.

— Lasciatemi in pace, babbo mio, — supplicava Elias, allontanandosi infastidito.

— Va al diavolo! Va al diavolo! — gli urlava dietro zio Portolu; ma quando si trovava solo, il vecchio si rattristava, si sentiva anche lui il cuore piccolo come quello d’un uccellino.

— Sta a vedere che Elias s’ammala. Ah, no. San Francesco mio, pigliatevi me, ma lasciate vivi e forti i miei figliuoli! I miei figliuolini! I miei colombi! Gli uccellini miei! Ah, che essi sieno felici, e che zio Portolu muoia pure disperato. Elias, Elias, perchè non ti curi! Che farò io senza di te? Farò venire tua madre, ti farò tornare con essa in paese; ed essa ti metterà a letto e ti farà le medicine con le erbe, col sale, con le sante medaglie, come essa le sa fare.

Intanto Elias errava qua e là, triste, [p. 117 modifica]disperato, irritato contro sè stesso e contro gli altri. Una notte zio Portolu, attraversando la tanca, lo vide appollaiato su una roccia, in contemplazione della luna.

— Che egli faccia delle magie? Che mediti un delitto? Che voglia farsi frate? — si chiese il vecchio, fissando il figliuolo, con gli occhi arrossati più che mai dal calore di quelle abbaglianti giornate. — San Francesco mio, santu Franzischeddu meu, guaritemi questo figliuolino.

Ritornò verso la capanna molto angosciato: ah, invero, lo strano procedere di Elias gli avvelenava la gioia delle nozze di Pietro, che dovevano celebrarsi la domenica seguente. Intanto Elias, dall’alto della roccia, con gli occhi vitrei fissi e come affascinati dal puro splendore della luna, restava immobile, immerso in confuse visioni. Era lo stordimento, il ronzìo, la vaga vertigine provata la prima sera del ritorno nel cortiletto di casa sua. Il vento leggero che stormiva nei boschi, lontano, gli sembrava una voce confusa, ora dolce, ora paurosa. Che diceva? che diceva il vento? Che mormorava la selva? Egli avrebbe voluto sentir distinta quella voce, e si angosciava, s’inteneriva, s’irritava, non [p. 118 modifica]riuscendovi. Gli pareva la voce di prete Porcheddu, di Maddalena, di sua madre, di zio Martinu; ricordava il sogno fatto la prima sera del ritorno e quello in riva all’Isalle, e altri sogni, altre visioni lontane. E provava in fondo all’anima un’angoscia confusa, per quella voce che non poteva sentire, per quei sogni, per altre cose che non riusciva a ricordare.

La luna gli batteva sul volto, sugli occhi, dandogli un incantesimo di sogno. Intorno, sulla linea dei boschi, sui lontani orizzonti, il cielo svaniva in uno splendore di perla: le greggie pascolavano ancora, in lontananza, spendendo nella solitudine notturna il melanconico tintinnio delle loro campanelle. Mai Elias si era sentito triste come in quella notte. Gli accadeva anche una cosa insolita; ricordava cioè i giorni, i mesi, gli anni passati in quel luogo; li ricordava con dolore umiliante, come non li aveva mai ricordati; e confusamente pensava:

— Ah, se non avessi peccato nè frequentato i mali compagni, non sarei stato in quel luogo, avrei conosciuto Maddalena prima di Pietro, e adesso non sarei così infelice. Mi hanno domato, è vero, ma mi hanno reso debole come una femminuccia. E dire che io [p. 119 modifica]racconto sempre le memorie di quel luogo e me ne vanto! Svergognato, Elias Portolu, svergognato!

E gli pareva d’arrossire, e di nuovo i suoi pensieri si confondevano: tornavano le visioni, le voci confuse, la figura di prete Porcheddu, quella di Maddalena, quella di zio Martinu, ed altre figure vedute in quel luogo. E l’angoscia confusa che gli gravava sul cuore diventava ognor più pesante, schiacciante come un macigno. Finalmente gli parve di afferrare il ricordo e sentire la voce: un brivido gli passò per le spalle, il suo viso diventò livido, i denti batterono.

— Fra tre giorni ella si sposa: tutto è finito! — gridò fra sè. — È questo che mi uccide, ed io non faccio nulla, non mi muovo, non oso....

Lo prese un impeto di disperazione, una follia di propositi arditi.

— Io vado, io mi muovo. Non voglio morire: io l’amo, ed essa mi ama, me lo disse laggiù, in riva all’Isalle.... no, mentre tornavamo.... infine me lo disse, ed io l’ho baciata, ed essa è mia, è mia, è mia.... Io vado.... Ah, fratello mio, ammazzami se tu vuoi, ma essa è mia. Ora scendo, corro, vado a Nuoro, accomodo le cose. Si può tutto accomodare; [p. 120 modifica]zio Martinu ha ragione; ma bisogna che faccia presto.

Si mosse; tosto freddi brividi lo assalirono, salendogli dalla punta dei piedi e serpeggiandogli per tutto il corpo; sedette di nuovo in faccia alla luna, col viso cinereo, battendo i denti. Ricordava anche il suo voto, la sera che aveva pianto come un bimbo ai piedi di San Francesco; ma oramai quei propositi erano lontani: gli pareva di esser vinto dalla passione e di non poter più resistere. Pensava:

— Allora mi sembrava che il giorno delle nozze non arriverebbe mai: ora invece è vicino, è doman l’altro: bisogna che mi muova.

— Ma perchè non posso muovermi? — chiese poi a sè stesso, in un momento di lucidità. — Cerco di muovermi e non posso: mi sento le membra pesanti come pietre. E questi brividi? Ho la febbre, devo ammalarmi.

— Ah,— pensò poi con terrore, — e se mi ammalo? Se non posso muovermi? E se intanto.... Ah, no, no, io vado, io vado.

S’alzò pesantemente, scese dalla roccia e s’incamminò barcollando, attraverso le stoppie e il fieno scintillanti e odoranti alla luna.

Si sentiva sempre il melanconico tintinnio delle greggie, la lontana voce del vento nel [p. 121 modifica]bosco. Egli andava: avrebbe voluto correre, ma non poteva, e ogni tanto si fermava, con un cupo ronzio e acuti fischi entro le orecchie.

D’un tratto si lasciò cadere per terra, sotto un albero, tra i cui rami vedeva la luna guardarlo con un occhio luminoso quasi abbagliante. Quell’occhio di luna fu la sua ultima percezione; dopo non sentì che un acuto dolore al ciglio sinistro, e gli sembrò che gli avessero dato un colpo di scure; e il ronzio entro le orecchie aumentava. Ma nel suo sogno malefico continuava a camminare, dicendo le più strane cose. Gli pareva di attraversare un luogo pieno di roccie mostruose, di cespugli spinosi, di cardi secchi, illuminato da una luce azzurrognola di luna.

Nel delirio ricordava perfettamente dove era diretto e che cosa voleva; ma benchè corresse, arrampicandosi sulle roccie, saltando i cespugli, sudando, affaticato, angosciato, non riusciva ad allontanarsi da quel luogo misterioso. E ne provava un‘ira, un dolore da non dirsi. Tutte le giunture gli dolevano, sentiva la schiena rotta, i piedi, le mani, le tempie pulsanti, e tutta la persona inondata di sudore; e andava, andava sempre, su per quelle roccie che gli davano un senso di spavento, di [p. 122 modifica]raccapriccio, in quel chiarore livido di luna invisibile che lo circondava d’una luce strana, più triste e spaventosa delle tenebre. Quanto tempo durò quella sua lotta immane contro le roccie, i cespugli, i cardi, quella sua ira indistinta, quel suo spasimo opprimente, quella sua paura di invisibili mostri, di quella luce orrenda, non seppe precisarlo mai. Altre visioni non meno mostruose, ma confuse, incalzanti, che s’intrecciavano, si dissolvevano, ritornavano, come nuvole spinte dal vento, lo avvolsero, lo torturarono.

Giunse infine un momento nel quale l’anima stanca e vinta, affondò in uno scuro abisso d’incoscienza, mentre il corpo continuava a soffrire; poi come una triste luce di alba scese nell’abisso, e crebbe e crebbe, e l’anima percepì la sofferenza del corpo, ma senza più sogni, e il febbricitante riaprì gli occhi alla realtà.

Si trovò in casa sua, sul suo letto dalla rozza coperta di lana, nell’umile cameretta bianca. Una luce melanconia di crepuscolo scendeva dalla finestruola semichiusa: dal viottolo giungevano liete grida di bimbi, e dal cortiletto, dalla cucina, dalle stanzette attigue veniva un sommesso suono di voci. Doveva esserci [p. 123 modifica]molta gente: che dicevano? che facevano? C’era Maddalena? E Pietro? S’erano sposati?

Elias si sentì gelare; ma oramai il delirio era passato, e anche se Maddalena non ancora sposa gli fosse venuta davanti, egli non le avrebbe detto nulla. Desiderò anzi che le nozze fossero compiute; ma con questo desiderio lo assalì una violenta tristezza, e invocò la morte.

Ma invece della morte tornava la vita, tornavano le inquietudini. Aveva parlato nel suo delirio? Che era accaduto? Come lo avevano trovato? Come lo avevano trasportato? Maddalena lo aveva veduto? Lo aveva compassionato, Maddalena? A quest’idea della pietà di lei, si sentì intenerire, desiderò ancora la morte.

In quel punto entrò zia Annedda: vide tosto il miglioramento di Elias e si chinò sul guanciale sorridendo di gioia e di pietà.

— Saprà? — si domandò Elias abbassando le palpebre livide.

— Figlio mio! come ti senti? — chiese la madre, posandogli una mano sulla fronte.

— Così.

— Dio sia benedetto. Hai avuto una gran febbre, Elias. Quasi quasi sospendevano gli sponsali....

[p. 124 modifica]— Ella sa! — pensò egli con dolore.

— Ma stamattina stavi già un po’ meglio. Tuo fratello s’è sposato alle dieci.

— Essi non sanno nulla!

Ma questo pensiero non bastò a sollevarlo dall’indicibile dolore che le parole della madre gli davano. Perchè in fondo egli sperava ancora: che cosa sperava? Non lo sapeva neppur lui; sperava l’ignoto, l’impossibile, ma sperava.

Ora tutto era finito. Chiuse gli occhi e non aprì più bocca, e non sentì oltre le parole della madre. Si sentiva tutto il corpo indolenzito e pesante, immobile come una pietra, e gli pareva che se anche avesse voluto muoversi non avrebbe potuto.

Tutto era finito.

Zia Annedda lo lasciò ancora solo; nell’aprire ch’ella fece l’uscio, dalla cucina e dal cortiletto giunsero ad Elias più distinte le voci degli invitati, e qualche sommessa risata. Egli riaprì gli occhi, guardò le pareti ove moriva la melanconica luminosità del crepuscolo, pensò alla gioia degli altri, che non si davano pena per lui, e sentì più grave il suo grave dolore, la sua solitudine, la sua fine. E pianse silenziosamente, perdendosi in un dolore più oscuro della morte.

[p. 125 modifica]Intanto la notizia del suo miglioramento, portata in giro da zia Annedda, tolse dall’anima della famiglia e dei pochi invitati (tutti parenti degli sposi) l’ombra che il malore di Elias vi gettava. Il più lieto fu naturalmente zio Portolu.

— San Francesco sia lodato, — disse, balzando in piedi. — Se il mio figliuolino moriva io non gli sarei sopravvissuto. Andiamo a vederlo, a tenergli compagnia, andiamo.

Per la tristezza egli non aveva neppure bevuto, e neppure aveva rifatto le quattro treccioline dei suoi capelli; ma era pulito, con gli scarponi unti di sego, il costume nuovo fiammante. Solo Maddalena parve restar indifferente, con le larghe palpebre di Madonna abbassate con rassegnazione: ella sedeva accanto allo sposo, nel cortiletto, e parlava poco, guardandosi gli anelli e spesso cambiandoli da un dito all’altro. Pietro era felice; aveva il volto raso, gli occhi lucenti, le labbra rosse; e nella sua veste da sposo, col candido colletto della camicia trapuntato e con le punte rivoltate sul corpetto di velluto turchino, sembrava quasi bello.

— Andiamo, andiamo, — diceva zio Portolu, smanioso di rivedere Elias. E appena aperto [p. 126 modifica]l’uscio della cameretta cominciò a dir barzellette, ridendo col suo riso forzato, senza accorgersi del dolore mortale che paralizzava il figlio.

— Lo vedete su bellu mannu,1 il fiorellino di casa nostra, che voleva morire proprio il giorno in cui suo fratello si sposava? Son cose da farsi queste? Eh, ma io ti ho veduto sulle pietre, l’altra sera, e dissi fra me: il colombo vuole ammalarsi. Poi andiamo, lo troviamo lì sotto quell’albero, come morto, e lo dobbiamo portar qui sopra un carro. Se son cose da farsi! Ah, tu hai il volto bianco come la cenere, Elias, eh, eh, vuoi da bere? Eh, eh, il vino guarisce tutti i mali. Tuo fratello s’è sposato, lo sai? Ti alzerai, poi, e berremo alla salute degli sposi.

— Lascialo in pace — disse zia Annedda con voce sommessa, tirandogli la falda del cappotto. Ed egli tacque, fissando con tristezza gli occhi chiusi di Elias.

Gli sposi erano rimasti nel cortile, circondati dai parenti: in verità la conversazione non era molto animata; si sentiva ancora intorno una pesantezza, una noia, che il contegno timido [p. 127 modifica]e freddo della sposa non riusciva certo a dissipare.

Qualche monello impertinente si affacciava al portone, gridando, chiedendo dolci, lanciando pietre al muro. In cucina la madre della sposa e un’altra parente preparavano la cena: zia Annedda andava e veniva, dal cortile alla cucina, dalla cucina alla camera di Elias, in punta di piedi, bianca e calma in viso. Che Elias doveva migliorare ella lo sapeva: credendo ch’egli avesse “preso qualche spavento„ gli aveva preparato e fatto bere un’acqua speciale, poi gli aveva appeso ai collo una medaglia santa, aveva acceso la lampada a San Francesco, e infine aveva pronunziato le parole verdi, scongiuro per sapere se il malato doveva vivere o morire. Le parole verdi avevan risposto ch’egli doveva vivere; San Francesco sia lodato e Dio sia benedetto in tutte le sue sante volontà.

A poco a poco la gente se ne andò; rimasero solo due fratelli e la madre della sposa, e una vicina amica di zia Annedda. La cena fu più melanconica del pranzo; si sentiva Elias gemere di tanto in tanto, e un velo di tristezza gravava su tutti.

— Sembra d’assistere ad una cena [p. 128 modifica]funebre, — disse zio Portolu, sforzandosi a ridere, ma si sentiva triste e gli pareva di malaugurio per gli sposi la melanconia che aveva velato quel giorno di nozze. Quando si assicurò che niente mancava nella mensa, zia Annedda entrò da Elias portandogli una scodella di brodo.

— Sollevati un po’ e bevi, figlio mio, — disse amorevolmente, raffreddando il brodo col cucchiaio.

Ma Elias fece una smorfia di raccapriccio e allontanò con la sua la mano di sua madre.

— Elias, figlio mio, bevi, fa il savio; bevi, che ti farà bene.

— No, no, no.... — ripeteva egli infantilmente lamentoso.

— Suvvia, fa il savio: se resti così ti ammalerai davvero, e farai peccato mortale, perchè il Signore vuole che conserviamo la salute.

Egli aprì due grandi occhi pieni d’angoscia e di sofferenza fisica.

— Lasciatemi in pace, lasciatemi morire in pace, — disse.

Zia Annedda uscì e rientrò seguita da Maddalena: appena vide la sposa, Elias cominciò a tremare visibilmente, e non ebbe nè il [p. 129 modifica]desiderio nè la forza di nascondere il suo turbamento. Solo cercò di mormorare un augurio:

— Buona fortuna.... — ma le parole gli morirono in gola.

— Elias, perchè fai così? Perchè non prendi qualche cosa? — disse Maddalena, fredda e ferma. — Non sei più un ragazzino. Perchè addolori tua madre? Su, fa il savio, come dice lei.

Egli si sollevò immediatamente, prese la scodella e bevette, ansando e tremando tutto come una foglia. Dopo gli fecero bere del vino, ed egli cadde tosto in un sopore leggero gradevole che in breve si cambiò in sonno tranquillo.

Ma a notte alta si svegliò, e appena sveglio, nonostante il benessere fisico che il sonno gli aveva procurato, sentì un impeto d’angoscia indicibile, una disperazione profonda. Maddalena era là, sotto lo stesso tetto, e Piero era felice.

Elias sentì che per lui, se era finita la gioia della vita, cominciava lo spasimo della lotta contro la gelosia, il peccato, il dolore. Intorno e dentro di lui incombeva una terribile oscurità: ed egli sentì ancora un bisogno pazzo [p. 130 modifica]di alzarsi, muoversi, camminare, andare lontano. Era il suo destino.

— Io vado, — pensò, — bisogna che vada, che mi muova, che me ne vada lontano, che non ritorni più qui: altrimenti sono un uomo perduto. Ahi, ahi....

Si volse contorcendosi; strinse i pugni e battè la fronte sul guanciale, morsicandosi le labbra per soffocare i singulti e i gemiti, col desiderio rabbioso di strapparsi il cuore, prenderlo dentro il pugno e sbatterlo al muro.

Note

  1. Il bello grande, il molto bello, il bellissimo.