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raccapriccio, in quel chiarore livido di luna invisibile che lo circondava d’una luce strana, più triste e spaventosa delle tenebre. Quanto tempo durò quella sua lotta immane contro le roccie, i cespugli, i cardi, quella sua ira indistinta, quel suo spasimo opprimente, quella sua paura di invisibili mostri, di quella luce orrenda, non seppe precisarlo mai. Altre visioni non meno mostruose, ma confuse, incalzanti, che s’intrecciavano, si dissolvevano, ritornavano, come nuvole spinte dal vento, lo avvolsero, lo torturarono.

Giunse infine un momento nel quale l’anima stanca e vinta, affondò in uno scuro abisso d’incoscienza, mentre il corpo continuava a soffrire; poi come una triste luce di alba scese nell’abisso, e crebbe e crebbe, e l’anima percepì la sofferenza del corpo, ma senza più sogni, e il febbricitante riaprì gli occhi alla realtà.

Si trovò in casa sua, sul suo letto dalla rozza coperta di lana, nell’umile cameretta bianca. Una luce melanconia di crepuscolo scendeva dalla finestruola semichiusa: dal viottolo giungevano liete grida di bimbi, e dal cortiletto, dalla cucina, dalle stanzette attigue veniva un sommesso suono di voci. Doveva esserci