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rato, irritato contro sè stesso e contro gli altri. Una notte zio Portolu, attraversando la tanca, lo vide appollaiato su una roccia, in contemplazione della luna.

— Che egli faccia delle magie? Che mediti un delitto? Che voglia farsi frate? — si chiese il vecchio, fissando il figliuolo, con gli occhi arrossati più che mai dal calore di quelle abbaglianti giornate. — San Francesco mio, santu Franzischeddu meu, guaritemi questo figliuolino.

Ritornò verso la capanna molto angosciato: ah, invero, lo strano procedere di Elias gli avvelenava la gioia delle nozze di Pietro, che dovevano celebrarsi la domenica seguente. Intanto Elias, dall’alto della roccia, con gli occhi vitrei fissi e come affascinati dal puro splendore della luna, restava immobile, immerso in confuse visioni. Era lo stordimento, il ronzìo, la vaga vertigine provata la prima sera del ritorno nel cortiletto di casa sua. Il vento leggero che stormiva nei boschi, lontano, gli sembrava una voce confusa, ora dolce, ora paurosa. Che diceva? che diceva il vento? Che mormorava la selva? Egli avrebbe voluto sentir distinta quella voce, e si angosciava, s’inteneriva, s’irritava, non riuscen-