Vulcano/Quinta sintesi

Quinta sintesi

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Quarta sintesi Sesta sintesi
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Quinta sintesi

LA BAITA

Interno di una baita diroccata. A sinistra una grande breccia dà sullo spiazzo della mandra cintato da muretti di pietre laviche.

In fondo a destra un rozzo palco di tronchi e fasci d’erbe alto 50 centimetri, che serve da dormitorio ai pastori. E’ ingombro di cappotti, pelli di pecora, socchi e selle di mulo. Al muro tre fucili da caccia. A terra le giarre e le bacinelle per la fabbricazione del formaggio. Sul palco è stesa Eugenia con la veste stracciata e le carni ferite e bruciate. Nella breccia il plenilunio sereno tagliato a quando a quando di bagliori rossi balzanti, vocìi lamentosi, profumi di ginestre e odore giallo di anidride solforosa. Una parte della breccia dovrà essere chiusa da una tela bianca per dar modo di crearvi sopra le ombre ingigantite dei pastori e cani selvaggi arruffati torvi che custodiscono la mandra delle pecore. La baita semibuia viene ogni tanto completamente ottenebrata quando passa davanti alla breccia il carrello della teleferica che porta la neve dalla neviera al piano. [p. 184 modifica]

Mario

dopo aver spiato col dottore il sonno affannoso di Eugenia:

Dottore, non allontanatevi, ve ne prego. Questa febbre mi preoccupa.

Il dottore

Non capisco perché i mulattieri tardino tanto a portare la neve. Andrò io alla neviera. Occorre vincere la temperatura coprendo tutto il corpo di neve.

Esce dalla breccia.

Eugenia

in delirio:

Mario! Mario! Mario, vieni qui. Vicino! Vicino! Ti faccio orrore?

Mario

No, no, amore. Speravo tu dormissi più calma.

Si china su Eugenia.

Eugenia

Dormo o sono sveglia? Non so. Prendimi fra le braccia. Ho seeete, seeete, seeeete! Ma non d’acqua! Di te! Di te! Che notte atroce, senza ristoro. Mario, baciami, baciami. (Singhiozza) Ma perché, perché mi hai portata qui? Volevo morire nel Vulcano. Ora non posso vivere cosí, con tutte queste piaghe che mi mordono, mi lacerano. Ognuna ha una bocca che mi tortura. Tutte implorano, tutte hanno sete. Temo di impazzire. Mario! Mario! Mario... Devo essere brutta!

Passa ringoiando il carrello. Buio completo e silenzio di un minuto. Poi brutalmente un urlo

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acutissimo lacera il plenilunio e tutta la mandra, pecore e cani, si slancia in un polverone violento, passando tumultuosamente davanti alla breccia, sotto il carrello.

Voci

disperate:

La laaava! La laaaaava!

In contrasto con questa fuga velocissima sale il passo ritmato e lentissimo di una processione di donne e bambini che circonda la baita.

Canto

grave e lamentoso:

Sant’Egidio! Sant’Egidio! Sant’Egidio!

Il dottore

rientrando seguito da due mulattieri:

Ecco la neve. Ma bisogna fuggire subito. La lava avanza presto. E’ vicina. 50 metri. Non di più.

Il mulattiere

Signore, siamo in quattro. Possiamo sollevare la signora e portarla giù; poi caricarla sul mulo.

Mario

mentre dispone col dottore i pezzi di neve sul corpo di Eugenia assopita:

Non è possibile. Ci morrebbe fra le braccia. [p. 186 modifica]

Il mulattiere

Fra cinque minuti la lava sarà qui, dove parliamo. E la baita sarà una fiamma sola come questo fiammifero. (Accende la pipa)

Mario

Non credo. Le mura del recinto sono spesse e resistenti. Conosco il terreno. Il pendio di destra farà deviare la lava. (Silenzio) Vi sono tante dagale fiorite che le lave abbracciarono ma non strangolarono. (Il dottore e i mulattieri escono brontolando)

Una voce lontana

È caduta la teleferica!...

Intanto la processione è giunta nella breccia della baita pregando.

Una voce della Processione

Sant’Egidio, salva la signora! Sant’Egidio! Sant’Egidio!

2ª VOCE

La signora è una santa!

3ª VOCE

Sant’Egidio, apri la lava davanti alla nostra buona signora, purché si salvi, tutta bella come una dagala fiorita.

2ª VOCE

È una santa! È una santa!

La folla

inginocchiandosi nella breccia:

Santa Dagala! Santa Dagala! Ora pro nobis!

Dal petto nudo di Eugenia assopita si innalza perpendicolarmente un cono rovesciato di luce rossastra.

Sipario