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Vite di illustri Numismatici Italiani - Ireneo Affò

Costantino Luppi

1890 V Indice:Rivista italiana di numismatica 1890.djvu Rivista italiana di numismatica 1890

Vite di illustri Numismatici Italiani

Ireneo Affò Intestazione 2 marzo 2012 75% Numismatica

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Nuvola apps bookcase.svg Questo testo fa parte della rivista Rivista italiana di numismatica 1890

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VITE

di

ILLUSTRI NUMISMATICI ITALIANI




V.


P. IRENEO AFFO’




In un antico feudo de’ Pallavicini, regnante Filippo fratello di Carlo Borbone, in Busseto a 29 chilometri da Parma, il giorno 10 dicembre 1741, nacque Davide Affò. Figlio a Pietro ed a Francesca Dalle Donne, fino dalla fanciullezza rivelò una inclinazione molto spiccata al disegno ed alla poesia. I genitori, oscuri, ma onesti cittadini, onde secondare il suo genio cercarono d’avviarlo all’arte e fecero opera di collocarlo nella scuola di Pietro Balestra rinomato pittore di quel tempo. Ma questo artista non volle saperne di aderire alle loro richieste, avendo risoluto da tempo di chiudere la sua scuola, perchè disgustato de’ suoi allievi. Allora il padre, deciso a non lasciar soffocare nell’ignoranza le belle doti del figlio, destinollo allo studio delle lettere, inviandolo a Soragna presso una zia materna, perchè vi fosse iniziato in quelle scuole alla coltura del latino e dei classici antichi. Varcati i tredici anni, richiamato in patria Davide continuò nei pubblici istituti di Busseto i suoi studi, passando di grado in grado ai più elevati della letteratura e della filosofia. Suo maestro fu Bonafede Vitali medico e coltissimo bussetano, col quale l’allievo si strinse di riconoscente affetto, che non cessò in lui che colla vita. A diciassette anni il discepolo lesse il suo primo lavoro [p. 146 modifica]poetico, un carme a Maria Assunta, con plauso generale, talchò fu aggregato all’Accademia de’ Pastori Emonii col pseudonimo di Enargo Assioteo. La fama conquistata dal giovane poeta, suscitò la gelosia di un emulo, che lo morse con un sonetto. L’Affò di natura sdegnoso, non seppe tollerare le punture dell’avversario, e gli rispose con un capitolo non meno mordace. E così dichiarata aperta guerra al suo nemico, fatto ritorno all’antico genio, che in lui durò sempre vivo per l’arti imitative, ritrasse sopra una tela un satiro, che con una forbice di legno s’argomentava di tagliare un ferro, con sotto l’anagramma del nome arcadico dell’emulo, ed alcuni versi allusivi. Poi, vestitosi alla foggia de’ pittori, percorse le vie di Busseto, mostrando a tutti il Satiro e l’epigramma, sollevando con ciò le risa de’ suoi concittadini. Troppo aspra fu questa vendetta; se n’accorse presto anche l’Affò, e calmatosi in lui lo sdegno, si propose per l’avvenire di stare in guardia sopra sé stesso per non più cadere in simili eccessi. Un anno dopo, rivoltosi con passione al culto della religione e della morale compose un poemetto che intitolò la Fuga dal mondo, preludio del cambiamento profondo che effettuavasi in lui e abbandonatosi a quel sentimento di ascetismo che diventava in lui sempre più vivace, malgrado la ripugnanza del padre, solitario e pedestre si trasferì a Bologna, e bussando alla porta del convento dei padri Minori Osservanti, cercò presso di loro la pace dell’anima sua. L’accettarono que’ frati e l’inviarono a Busseto, sua patria, a fare il noviziato. Mantenutosi fermo nella sua risoluzione, tocchi appena i vent’anni, pronunciò i voti solenni, assumendo il nome di Padre Ireneo. Quivi però, nel convento, in luogo di trovare la pace e la tranquillità che aveva tanto bramato, incontrò invece altri emuli, non meno fieri del primo, invidiosi del suo ingegno e della fama che s’era acquistata. Non per questo l’Affò si pentì della scelta del suo nuovo stato, e non badando alle piccole traversie, si diede con maggior ardore a coltivare il suo ingegno, perfezionandosi nella filosofia nell’Istituto di Parma, e nella teologia in quello di Bologna. A vent’un anni fu promosso sacerdote. Da questo momento avendo [p. 147 modifica]

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[p. 148 modifica] [p. 149 modifica]maggior agio a frugare nelle biblioteche di cui andavano doviziosi i conventi dell’Ordine, intraprese la scoperta di preziosi codici che ivi erano giaciuti fino allora inesplorati, ne corresse e ne diede in luce parecchi. Nel 1766 allargando le sue indagini alle cronache e ai documenti d’ogni genere, ne faceva oggetto delle sue meditazioni, infondendo nuova vita agli studi letterari, con erudite pubblicazioni che riscuotevano il plauso universale dei letterati e dei dotti. Recatosi per diporto in patria ordinò la libreria del suo convento di Busseto, e ne compilò il Catalogo. Simili cure estese alle biblioteche dell’Ordine, in Bologna e Ferrara. Maturo di studi e ricco di svariate cognizioni, concorse alla cattedra di filosofia nel convento di Parma. Allora appunto nel 1768, per la caduta de’ Gesuiti, era rimasta vacante quella di Guastalla; a questa, per le raccomandazioni del celebre Padre Paolo Maria Paciaudi, fu eletto professore l’Affò. In quell’anno stesso l’Affò diede in luce il suo Dizionario della poesia volgare; poco di poi, avendo scoperto fra i codici di Santo Spirito in Reggio, un antico manoscritto di Angelo Poliziano, l’Affò ridotta la famosa tragedia dell’Orfeo alla sua genuina integrità e perfezione ne curò la stampa dottamente illustrata. Dimorando in Guastalla richiamò a nuova vita l’Accademia degli Inesperti, ivi fondata più d’un secolo prima, e per l’amore del luogo, datosi alle ricerche erudite intorno a quella città, scrisse dell’origine e della storia di Guastalla, dell’antichità della sua Chiesa e della zecca ivi aperta dai Gonzaga. Nel 1773 il Paciaudi, ammiratore dell’ingegno e della dottrina dell’Affò, propose al Duca Filippo di Borbone la nomina del padre Ireneo a bibliotecario della Parmense, ma alla caduta del ministro Dutillot, il Paciaudi abbandonata Parma, si ridusse a Torino, non cessando di mantenere coll’Affò, una corrispondenza continua ed affettuosa. Non trascorsi però cinque anni, richiamato il Paciaudi dal Duca insistendo egli nella sua proposta, l’Affò ottenne l’ambito posto di Vicebibliotecario. Nel frattempo l’Affò non aveva intralasciato le sue pubblicazioni, che si succedevano l’una all’altra, e fra queste, come più notevoli o interessanti, la vita [p. 150 modifica]di Pier Luigi Farnese, quelle di Luigi Gonzaga detto Rodomonte, di Vespasiano duca di Sabbioneta e d’Ippolita pure ambedue dell’illustre famiglia Gonzaga, del Cardinale Sforza Pallavicino, ed altre molte. Riconoscente verso il Duca per l’onorifico incarico ottenuto di Vicebibliotecario della Parmense, rifiutò la prefettura della Biblioteca di Brera di Milano offertagli dal celebre Conte Carlo di Firmian, in quel tempo governatore della Lombardia. Eletto Definitore generale dell’Ordine, raddoppiò la sua prodigiosa attività per non mancare agli obblighi contratti verso i suoi fratelli, e continuare in pari tempo le svariate e innumerevoli scritture, che uscivano dalla sua penna sempre feconda e inesauribile. Tra queste molteplici pubblicazioni, ci occuperemo solo di quelle concernenti i nostri studî. Tali sono: L Il Trattato della zecca di Guastalla; 16 marzo 1779; II. Le Lettere intorno al diritto conceduto alla Casa Gonzaga di battere moneta in tutte le terre da essa possedute nella Diocesi di Cremona e nella Contea di Rodigo colla spiegazione delle monete che uscirono specialmente dalle zecche di Sabbioneta, Pomponesco e Bozzolo; 3 aprile 1781; III. Le monete de’ Gonzaghi principi di Castiglione delle Stiviere, e Signori di Solferino, illustrate colle memorie genealogiche della stessa famiglia; 15 maggio dello stesso anno 1781. IV. Lettera al Signor Guid'Antonio Zanetti intorno la zecca e le monete di Novellara; 11 settembre dello stesso 1781. Queste erudite Dissertazioni furono dal sunnominato Zanetti inserte nel volume terzo della sua celebre Opera: Nuova raccolta delle monete e zecche d'Italia uscito in luce a Bologna dalla stamperia di Lelio della Volpe l’anno 1789. Poi che l’Affò ebbe dato l’ultima mano ai succitati lavori, gli venne desiderio, per completare i suoi studi, di visitare gli archivi e le biblioteche d’altre città importanti della penisola, e nel settembre dello stesso anno 1781, intraprese il viaggio alla volta di Roma, senza renderne avvertito il Paciaudi, suo superiore. In Roma l’Affò ebbe un’udienza particolare dal papa Pio VI, e festeggiato dai dotti, e letterati di quella metropoli gli furono aperte le porte di tutti gli istituti letterari e scientifici; fu [p. 151 modifica]accolto con onori nelle famose Accademie degli Arcadi e degli Occulti, ne fu annoverato tra i soci. Nel febbraio dell’anno seguente, 1782, continuò il suo viaggio alla volta di Napoli, dove però non potò, come bramava, esaminare con agio la Biblioteca di Capo di Monte, perchè imminente allora il trasloco di quella celebre libreria. Ritrattosi in patria, quivi non fu accolto coll’usata cordialità dal Paciaudi, il quale serbava verso di lui un certo rancore, non ancor sopito, per quella sua improvvisa e non denunciata partenza da Parma. Gli eruditi suoi lavori che andava continuamente pubblicando, gli valsero la nomina a socio corrispondente dell’Accademia Clementina di Bologna. Ma, stanco per la succeduta freddezza del Paciaudi, e forse più per le diuturne occupazioni della mente e del corpo, vennegli in pensiero di ritirarsi in qualche angolo remoto d’Italia per godersi gli ultimi giorni della vita in pace, col modesto emolumento guadagnato in tanti anni di fatiche, quando gli giunse l’annunzio della repentina morte del Paciaudi. Ne senti dolore sincero e profondo, e ne difese la fama contro i postumi detrattori. Succedutogli nel posto elevato di B. bibliotecario il 17 marzo 1785, attese tosto con ardore ad accrescere sempre più il decoro e la preziosità di quella insigne biblioteca. In pari tempo pose mano alla pubblicazione del primo volume della Storia di Guastalla cui tennero dietro nei seguenti due anni gli altri tre volumi; nel 1787 diede principio alla compilazione delle Memorie degli Scrittori e Letterati parmigiani, il primo tomo delle quali apparve nel 1789 coi tipi nella R. Stamperia. Dopo altri meno importanti lavori, in quello stesso anno fa pubblicare dallo Zanetti in Bologna la Zecca e moneta parmigiana illustrata, inserta nel V volume della Nuova Raccolta delle monete e zecche d’Italia. Altro lavoro di questo infaticabile scrittore, e che interessa al pari degli ultimi citati qui sopra i nostri studi e non da passare sotto silenzio, è l’Illustrazione di un antico piombo del Museo Forgiano di Velletri appartenente alla memoria ed al culto di San Genesio vescovo di Bruxelles con appendice di documenti, stampata a Parma il 1790 coi tipi del Carmignani, dove a [p. 152 modifica]pag. 40 discorre della zecca di Brescello e nella seguente dà l’impronta di tre monete di quell’officina fino allora quasi sconosciute. Nominato Ex Definitore generale, poi Definitore generale, 1791, diede in luce il suo celebrato Saggio sulla tipografia parmense e il primo volume della Storia della città di Parma, che fu poi seguito dagli altri tre, che giungono fino all’anno 1346. Nell’aprile del 1797 si recò in patria nel suo convento per godervi un po’ di riposo; ma questo non fu per lui, come dice il suo biografo Pezzana, che il preludio del riposo eterno. Nell’esercizio de’ suoi doveri sacerdotali, cioè mentre prestava gli ultimi uffici ad una ammalata. Barbara Ponticelli, affetta da violenta febbre petecchiale, l’inferma inconsciamente gli trasfuse il morbo letale, che sviluppatosi con rapida intensità, ad onta della cura sapiente ed affettuosa del medico Bonafede Vitali, che quarant’anni prima aveva creata la vita letteraria dell’Affò, ancora nel fiore della vita dovette soccombere alla forza del male e il buon medico non potè altro che ricevere gli estremi aneliti dell’uomo, ch’egli aveva si bene incamminato sulla via dell’onore e della celebrità. Dopo sette giorni di febbre, il Padre Ireneo Affò mori rassegnato in mezzo al compianto de’ confratelli, che circondavano il suo letto, e pregavano la pace eterna a lui, che la fatica in vita non aveva mai potuto domare. Tutta Busseto ne senti dolore; il mesto annunzio tosto si diffuse anche a Parma, e troncò in un attimo le piccole e sorde gare che avevano troppo spesso turbato la vita dell’infaticabile scrittore. Le sue esequie furono celebrate con mestissima pubblica solennità.

Qualche anno prima il valente incisore Weber aveva coniato una bella medaglia in onore dell’Affò.




Questi cenni sulla vita del Padre Ireneo furono tratti dalle Memorie degli Scrittori e letterati parmigiani raccolte dal padre Ireneo Affò e continuate da Angelo Pezzana. In 4°, Parma tipografia ducale. La prima parte 1823 del tomo sesto di quest’opera contiene la vita dell’Affò scritta dal Pezzana. — Biografia degli [p. 153 modifica]Italiani Illustri nelle scienze, lettere ed arti del secolo XVIII e dei contemporanei, compilata da letterati italiani di ogni provincia e pubblicata per cura del professore Emilio de Tipaldo. Volume nono. Venezia 1844; in 8.° — Biographie universelle ancienne et moderne. Ouvrage redige par une société de gens de lettres et de Savants Tome premier. Paris, 1343, in 8°; pag. 209. — Zanetti Guid’Antonio: Nuova raccolta delle monete e zecche d’Italia, Bologna 1783, e 1789; vol. III e V. Angelo Fava: Dizionario storico-mitologico-geografico Torino 1856, parte I, pag. 25. — Giuseppe Maffei: Storia della letteratura Italiana. Firenze, 1853, vol.II, pag. 192. — Le Stanze, l’Orfeo e le Rime di Messer Angelo Ambrogini Polisiano ritedute su i codici e su le antiche stampe e illustrate con annotazioni di varii e nuove da Giosuè Carducci. Firenze, 1863; pag. 163. — La città di Busseto capitale un tempo dello Stato Pallavicino. Memorie storiche raccolte da Emilio Seletti. Milano, 1883. Vol. II, pagine 191-205.







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