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Fiume Latte

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FIUME LATTE

La frazione di Fiume Latte prende il nome dall’omonimo e conosciutissimo fiume che è certo uno dei più corti fiumi d’Italia, giacchè il suo corso non misura che 150 metri di lunghezza circa. Le sue acque
Antica veduta di Fiume Latte (fotogr. Adamoli)
escono con un potente getto da una grotta, e rompendosi di masso in masso si gettano nel lago formando una bellissima e spumosa cascata, dal cui candore deriva il nome di fiume Latte.

La più importante caratteristica di questo fiume è la sua intermittenza; compare ogni anno in primavera, scorre fino all’autunno, e poi scompare. A chi lo guardi navigando o stando sull’opposta sponda di Bellagio, il fiume Latte si presenta come una striscia argentea segnata sulla ripida parete del monte.

Nei tempi anteriori alla costruzione alla strada così detta militare, la località dove scorre questo fiume era poco frequentata; il che spiega come tutti quelli che anticamente ne scrissero si sieno abbandonati a [p. 469 modifica]delle descrizioni fantastiche e leggendarie per essersi, molto probabilmente, limitati a contemplare il fiume dal lago.

Nel 1882 alli 16 di settembre un forte nubifragio rovinò le case lungo il fiume Latte ed asportò il ponte sullo stesso fiume.

Fiume Latte ha una ricca letteratura. Tuttavia Plinio, il grande naturalista che pure ci ha lasciato degli scritti sul lago di Como, non ne parla affatto. E stupiti di questo fatto alcuni hanno emessa l’ipotesi che ai tempi di Plinio Fiume Latte non esistesse. Ciò non è da escludersi, come non è impossibile che un giorno o l’altro il misterioso fiume scompaia. Il fenomeno di sorgenti che appaiono e scompaiono è conosciutissimo. Mi sembra invece senza esitazioni da scartare l’ipotesi ripetuta da Giovanni Battista Giovio, che le acque del Lario fossero ai tempi di Plinio di pelo alquanto più alto, e che «gli scorresse occulto nel grembo il mirabile fonte»; o quell’altra che «lo speco mille e settecento anni or sono fosse più prolungato e basso di guisa che per la cieca caverna nascosta piombasse giù nel lago il fiumicello».

Del resto lo stesso Giovio dichiara di essere stato indotto a tali concezioni dalla libertà dei naturalisti «che immaginano vogliosamente i finimondi ed architettano sovente le variazioni del globo» e non esclude l’ipotesi di un altro naturalista, Serra, e cioè che potesse non esistere il Fiume Latte ai tempi di Plinio.

Noi riteniamo anche possibile che pure essendovi già il fiume a quei tempi e pur avendolo notato, Plinio non abbia creduto di dargli una particolare importanza.

Il primo che ci parla del Fiume Latte è Leonardo da Vinci. Ricordando nel Codice Atlantico1 il suo viaggio al lago di Como, pare che due sole cose lo abbiano colpito: la fonte Pliniana e il Fiume Latte. Egli però, quasi certemente non visitò il nostro fiume, ma lo deve avere ammirato dalla villa Stanga di Bellagio dove si sa che fu ospite del marchesino StangaFonte/commento: 527. Di questo suo soggiorno a Bellagio, Leonardo ha lasciato solo poche parole dedicate a Fiume Latte. Eccole integralmente: «A Bellagio. A riscontro a Bellagio castello è il Fiume Lacteo, il quale cade da alto più che braccia 100 da la vena donde nasce a precipizio nel lago con inestimabile strepito e rumore. Questa vena versa solamente agosto e settembre».

Se Leonardo si fosse recato a Fiume Latte, avrebbe certamente parlato della grotta, e sarebbe stato meglio informato dei periodi d’intermittenza del nostro fiume. Il letterato comasco Paolo Giovio che scrisse verso il 1517 o il 1518 la Descriptio larii lacus dedicandola al conte Francesco Sfondrati, volendo spiegare le origini del Fiume Latte, parla di una grande conca posta fra i monti, dove si raccoglierebbero le [p. 470 modifica]acque della neve sciolta e dalla quale filtrerebbero a poco a poco in una sottostante caverna dai cui margini, straboccherebbero poi precipitosamente formando il fiume.

Accenna anche a qualche fantasticheria ripetuta poi da altri, relativa a miracolosa proprietà di quelle acque sui pesci.
Antica veduta di Fiume Latte (fotogr. Adamoli)
Un altro letterato della famiglia Giovio, Benedetto, l’autore della Storia Patria si è anch’egli occupato del Fiume Latte (Lettera LXXIV) e ne attribuisce l’origine allo scioglimento delle nevi e dei ghiacci. In quello stesso periodo di tempo, scrisse a lungo sul Fiume Latte il dottor Girolamo Serra nella sua teorica sui confluenti del Lario2. Egli, dopo aver combattuto gli argomenti di quelli che negano l’essere formato il Fiume Latte da acque provenienti dallo scioglimento delle nevi e da [p. 471 modifica]piogge, ma scaturire invece della terra, sostiene la sua teorica dicendo che la prova più evidente che il fiume viene alimentato dalle acque prodotte dallo sciogliersi delle nevi è costituita dal fatto che l’alveo si mantiene asciutto quando le nevi non si sciolgono. E quando lo scioglimento è abbondante allora il fiume è gonfio d’acqua, e quando lo
La cascata di Fiume Latte (fotogr. Adamoli)
scioglimento diminuisce anche il fiume decresce. Aggiunge che il fiume non può essere generato dalle viscere profonde della terra come vorrebbero alcuni, ma è invece necessario che scenda dall’alto perchè l’acqua tanto è più ripida nella corsa quanto più ha origine da luoghi elevati.

Il Serra ci racconta anche che nel 1383 tre abitanti del luogo vollero entrare nella grotta per rimontarla fino alle sorgenti dei fiume, ma inoltratisi troppo nell’interno si smarrirono e dopo aver vagato tre giorni senza aver potuto rintracciare la via d’uscita, morirono di [p. 472 modifica]sfinimento. Di questo vano tentativo di ricognizione della grotta ha qualche cenno anche Paolo Giovio. Sull’avvenimento la tradizione ci ha tramandato una graziosa leggenda posta poi in versi da Pietro Turati3.

Visitò la caverna nel 1539 il dotto Nicolò Boldoni di Bellano, zio del letterato e medico Sigismondo Boldoni. In una lunga lettera da lui scritta, nel febbraio del 1539, al conte Francesco Sfondrati, feudatario della Riviera e di Varenna e che possedeva una magnifica villa poco discosto dal fiume Latte, egli espose delle teorie su questo fiume che non hanno assolutamente nulla di scientifico. Ai suoi tempi vari altri scrittori tra i quali Tristano Calco, Porcacci, Borsieri, Alessandro Giovio4, Luigi Rusca e Paolo Bertarelli scrivono, decantando in prosa e in versi, le meraviglie del fiume Latte. Nei tempi più vicini ai nostri, Giovanni Battista Giovio, letterato comasco, discendente dagli altri Giovio dei quali si è fatto cenno, ne parla lungamente5. Egli nota come gli scrittori non sieno d’accordo nello stabilire la durata del periodo in cui il fiume Latte è in attività. Vi fu persino qualcuno, come Paolo Bertarelli, che giunse a fissare al 25 di marzo il giorno in cui ogni anno il fiume verrebbe alla luce6.

Ritiene O. B. Oiovio che il fiume spumeggi per un periodo di nove mesi almeno, che qualche rarissima volta cessi del tutto come nel 1540, e che talora scorra anche nell’inverno se mite e piovoso. Egli, pur ammettendo che sia alimentato dallo sciogliersi delle nevi e dei ghiacci, ritiene che vi concorrano in gran parte le acque piovane. Ma egli si domanda: Come mai ci sono tanti fiumi che in climi più freddi e pur scaturendo di sotto il ghiaccio scorrono tutto l’anno? E conclude confessando di non sapersi rendere ragione del perchè il fiume Latte non scorra per tre mesi dell’anno.

Anche Davide Bortolotti7 nei primissimi del XVIII secolo scrisse un racconto leggendario secondo il quale due cappuccini entrati nella caverna del fiume Latte durante l’inverno vi si smarrirono e non ne uscirono più vivi; nella primavera all’improvviso irrompere dalle acque furono visti comparire travolti da esse i due cadaveri.

Il Bertolotti dopo aver ripetuto presso a poco quanto hanno detto gli altri, dà una strana notizia e cioè che dopo una pioggia di tempesta, le acque del fiume Latte trabocchino colorate in rosso. Ciò non consta, a meno che egli abbia inteso dire che escono sporche e terrose il che si verifica difatti. [p. 473 modifica]

Una pecca comune a quasi tutti gli scrittori che si occuparono del Fiume Latte al principio del secolo scorso, è quella relativa all’altezza e pendenza della cascata del fiume stesso. Nelle guide del lago di Como dell’Ostinelli, negli almanacchi manuali della provincia di Como e nelle pubblicazioni di Cesare Cantù sul lago, si legge che il fiume Latte precipita
Veduta moderna di Fiume Latte (fotogr. Adamoli)
quasi a picco nel lago da un’altezza di 300 e più metri. Antonio Gentile fa scendere il fiume da una caverna lontana dal lago un quarto di miglio8 e Ignazio Cantù9 fa cadere le acque nel lago quasi a perpendicolo da un’altezza nientemeno di 1000 metri.

Hanno esagerato tutti. Il fiume Latte non ha che un percorso di circa 230 metri, ed una pendenza media di quarantacinque gradi che supera per breve tratto, nel punto in cui si getta nel lago. [p. 474 modifica]

Fra i contemporanei, gli studiosi di questo fiume non sono invero molti. Don Santo Monti, pur convenendo che questo fiume abbia le sorgenti nelle viscere del Moncodeno, dimostra come sia una fola che possa essere alimentato dai ghiacci del monte stesso. Il Moncodeno non ha ghiacciai propriamente detti, ma una grotta ripiena di ghiaccio conosciuta dai pastori, che se ne servono per ricavarne acqua, col nome di giazzera, la quale misura 15 metri di lunghezza, 5 di larghezza e 9 di altezza; e quindi sarebbe ridicolo sostenere che essa possa alimentare il fiume Latte.

Secondo il Monti, per l’inclinazione degli strati rocciosi le acque prodottesi dallo scioglimento delle nevi scorrerebbero nelle viscere del monte, di dove poi scaturirebbero dando origine al fiume Latte10. Anche il Cermenati non ammette naturalmente che il fiume possa avere origine dalla ghiacciaia del Moncodeno11.

Egli ritiene che si tratti di grosse cavità nei monti circostanti, le quali si riempiono d’acqua nella stagione piovosa e poi quando sono colme versano quest’acqua al di fuori.

Per ultimo ci sia permesso esporre qui anche una nostra ipotesi ed esaminiamo questo disegno tracciato a linee schematiche.

Lo spazio bianco rappresenta la sezione del serbatoio nel quale si raccolgono le acque della regione soprastante; in alto si vedono i canali d’immissione che per semplicità abbiamo limitato a tre o quattro; ma si pensi che da questi tre o quattro canali che dovrebbero essere gli ultimi collettori, si diramano verso l’alto, man mano, numerosi altri canali che giungendo sino alla superficie del suolo formano una fittissima rete di un numero infinito di grandi e piccoli e piccolissimi canali. All’inizio della primavera, allo sciogliersi delle nevi e alle prime piogge, [p. 475 modifica]le acque, per queste innumerevoli vie affluiscono nel serbatoio il quale, poco alla volta, si riempie fino a raggiungere la linea di livello L che è all’altezza del canale d’uscita U.

Il canale U è quello che porta l’acqua nella nostra grotta di fiume Latte. È quindi chiaro che non appena l’acqua del bacino avrà raggiunto la superficie L, straboccherà pel canale di scarico e precipitosamente scenderà per esso producendo all’uscita della grotta il fenomeno dell’improvviso scaturire del fiume.

Ma ciò non è sufficiente a spiegare il fenomeno dell’intermittenza perchè il fatto ora descritto si verifica per tutti i bacini e per tutte le sorgenti che ne derivano. È ovvio che una volta colmo sino alla linea di livello L il bacino si manterrà sempre tale e basterà il rivolo d’acqua che lo alimenta per tenere constantemente in attività il canale di scarico e quindi il fiume Latte.

Ma l’acqua non conserva sempre l’altezza di livello L perchè il serbatoio ha un secondo canale di scarico e di portata inferiore a quella del primo. Quando i canali alimentatori del serbatoio versano complessivamente una quantità di acqua superiore alla portata del canale di scarico u, l’acqua mantiene la linea di livello L ed il fiume Latte è in attività; ma quando invece i predetti canali versano una quantità d’acqua inferiore, la linea di livello si abbassa in l ed allora non funziona che il solo canale di scarico u. È quindi naturale che il funzionamento del canale di scarico u corrisponderà al periodo di asciutta del fiume.

E dove andrà a finire l’acqua di scarico del canale u?

In prossimità del Fiume Latte vi è una sorgente d’acqua perenne che si chiama Fonte Uga, la quale serve ad abbellire con piccole cascate e graziosi giochi d’acqua i giardini che erano già della famosa villa Capoana, una volta proprietà dei conti Sfondrati. È presumibile che questa fonte sia costituita dallo scarico u del nostro serbatoio. La sua ubicazione rispetto al fiume Latte, la identica struttura e inclinazione della roccia dalla quale scaturiscono le due acque e l’eguale freddissima temperatura delle medesime, lasciano ritenere che il fiume Latte e la fonte Uga abbiano origine dallo stesso serbatoio.

Per completare queste note sulla letteratura del fiume Latte, bisogna aggiungere che nei tempi moderni lo hanno cantato in versi l’Arici, il Berchet ed altri. Alcuni di questi versi sono stati già riprodotti nell’apposito capitolo.

Il 4 dicembre 1921 ebbe luogo l’esplorazione della grotta di Fiume Latte. Vi parteciparono il cav. Valsecchi, il dott. Comm. Marco de Marchi, l’ing. A. Ballabio, Marcello ed Ettore Del Torre e Giuseppe Calvello. La permanenza nella grotta durò circa otto ore. L’esplorazione dette questi risultati: L’accesso alla grotta è formato da un imbocco principale di forma circolare e da un altro secondario che mette subito capo nel primo. [p. 476 modifica]

Il primissimo tratto è in discesa fino ad una specie di vestibolo dal quale si diramano diverse gallerie, che con giri viziosi ascendenti e discretamente lunghi comunicano fra di loro. Una di queste però prosegue per un lungo tratto con forte inclinazione in salita, fino poi a divenire cieca; questa è stata segnata con bollo e freccia in biacca. In certi punti questo vero budello è di una ripidezza tale da raggiungere la verticale. La grotta venne completamente esplorata fin dove è accessibile senza speciali lavori12.

Chiuderemo questo capitolo ricordando che la maggiore larghezza del lago di Como è tra Fiume Latte e Maiolica presso Menaggio, infatti la larghezza del lago qui è di metri 4000.

Balza ch’el fa parer candido latte.
L’acqua si rompe tra macigni neri,
E fa un’acqua spumosa dove batte
Che appresso e da lontan par vero latte
Dà da filosofar a dotti veri,
Perchè s’asconde e mostra a suo talento
O bianco come latte o come argento13.

Note

  1. Foglietto 214 del Codice Atlantico in Ambrosiana.
  2. Girolamo Serra Mirabilia aquarum Lacus Larj theoria. Comi, 1584.
  3. Vedi Le sette Vergini del Lago. Pubblicato in appendice in Como e il suo lago. Giorgietti. Como 1859.
  4. Alessandro figlio del celebre Benedetto Giovio.
  5. Como e il Lario. Commentario di Poliante Lariano Capo XIV. Como. Tip. Ostinelli, 1793.
  6. Paolo Bertarelli. Il borgo di Menaggio. Como, 1635.
  7. Davide Bortolotti. Viaggio al lago di Como. Ostinelli, 1821.
  8. Antonio Gentile. Como e il suo lago. Como, Giorgetti, 1858.
  9. Ignazio Cantù. Guida per la Brianza e per le terre circonvicine. Milano. Brunetta, 1837.
  10. Santo Monti. Lettere di Benedetto Giovio Commento alla lettera LXXIV.
  11. M. Cermenati. Bellezze naturali dei dintorni di Lecco.
  12. Vedi articolo di Giuseppe Calvello sulle «Vie d’Italia» 1922.
  13. Codice P. E. Parlaschino c. G XIII.