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IV

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III V
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IV.

Non c'era versi: la fruttaiola sotto i Portoni dei Borsari non riusciva a pescare una bambinaia per casa Portomanero!

E la Contessa, allora, pensò fare di necessità virtù, e presa occasione da una lettera ricevuta in quei giorni da Trento, dichiarò che si sarebbe rassegnata a tenersi ancora l'Agnese «per fare un'opera di carità».

Infatti la lettera avvertiva la contessa Orsolina che la mamma dell'Agnese era stata ricoverata all'Ospedale, ridotta in fin di vita dalla pellagra. [p. 209 modifica]

La Contessa avea dato il doloroso annunzio alla bambinaia senza preamboli e traendone anzi argomento per un nuovo predicozzo: — «Imparate a far la cattiva. E’ un castigo che vi manda il Signore. In quanto a me», e si rizzava impettita, con una grand’aria di magnanimità «in quanto a me avevo trovata una cameriera bravissima che mi dovea venir da Milano, e contava darvi gli otto giorni. Tuttavia, adesso, per non lasciarvi in mezzo di una strada, vuol dire che... starò a vedere e vi proverò ancora un po’ di tempo. Ma vi avverto che in questo mese avete rotto un piatto e un bicchiere, per cui mi terrò diciotto soldi sul vostro salario».

Alle prime parole, udendo che la mamma era tanto ammalata, Agnese rimase istupidita, poi cominciò a tremare, a tremar tutta come se avesse avuta la febbre, e mentre la padrona finiva appena di parlare, mandò un grido acutissimo e cadde che parea morta, per terra.

La Contessa, lì per lì, si spaventò parecchio [p. 210 modifica] e anche lei si diede a strillare, con quanto fiato aveva in corpo. Sollevò di peso la bambinaia, la portò sul canapè, le spruzzò la faccia con acqua e aceto; la baciò, la ribaciò, le riscaldò col fiato le manine diacce, e quando ritornò in sè, le giurò che non l’avrebbe mai abbandonata, che sarebbe stata come la sua mamma, e ad ogni costo le fece buttar giù un mezzo bicchierino di fernet puro, che, non essendoci la ragazzina abituata, le dette il travaglio di stomaco.

E per tutto quel giorno la signora fu buona coll’Agnese, e ogni momento volea darle da mangiare. Ma poi, dopo pranzo, tutto quel calore si raffreddò; cominciò a stringere le labbra e a rannuvolarsi, brontolando che «non bisognava abusare del buon cuore dei padroni». Agnese, ecco il guaio, aveva pregata la Contessa di lasciarla restar in casa per quella sera.

— «Cheh! cheh! doveva uscire per distrarsi! Un po’ d’aria le avrebbe fatto bene! — Non è vero, Lao? — E poi, dovea portarsela in braccio lei, la Rosalia?» [p. 211 modifica]

In que’ giorni appunto ricorreva a Verona la fiera di Santa Lucia; la gran festa dei bambini.

Santa Lucia, raccontavano le mamme, passava ogni anno, nella notte dal dodici al tredici dicembre, coll’asinello carico di doni, di giocattoli, di bei vestiti, di dolci, di aranci, di mandorlato; e tutto ciò per regalarlo in premio ai ragazzini ch’erano stati buoni e che avrebbero messo un bel piatto pieno d’avena vicino alla finestra del salotto, per rinfrescare l’asinello della santa.

E siccome Santa Lucia, a quanto pare, scende dalle celesti sfere per far le sue provviste in città, così a Verona, in quel tempo dell’anno, c’è fiera per tre giorni; e la sera illuminazione e folla, e baccano in Via Nuova e in Piazza Brà, e gran lusso nelle mostre dei negozi; e per tutto baracconi, trabacche e casotti pieni di roba.

La contessa Orsolina, cascasse il mondo, non sarebbe certo rimasta in casa in una di quelle tre sere. — Figurarsi! — La Rosalia se la godeva tanto! — E pensava, invece, che se [p. 212 modifica] l’Agnese avesse avuto un solo briciolino di sentimento, non dovea neppur fiatare, in una simile ricorrenza.

E si rodeva vedendola «per tutta la sera andare in su e in giù come un allocco, tenendo la Rosalia in braccio con un mal garbo che faceva dispetto!» — Sempre con una faccia imbroncita, senza mai dire una parola, senza nemmeno voltarsi a guardar l'Arena, illuminata dal bengala, ch’era proprio un «effetto magico!»

In Piazza Brà ci fu un momento in cui una brigata di giovinastri avvinazzati passando vicino all’Agnese e vedendola camminare così trasognata, per burlarsi di lei, le intronarono la testa improvvisamente, con uno squillo rauco di certa lor tromba stonata.

— «Figurarsi!» esclamava dopo, al Caffè, la signora, nel riferire la scena. — Figurarsi! quella mummia s’era messa a piangere, mentre la mia Ciocina batteva le sue manine gridando dall’allegrezza: «Evviva sonatori!»

Poi mentre la Contessa si disponeva ad [p. 213 modifica] andare a ad andare a letto (al tocco dopo la mezzanotte, chè il baccano era durato tardi), nel licenziare la bambinaia, rinnovò, in forma di epilogo, una succosa paternale.

— «Badate che sono stata indulgente fino ad ora, ma che sarò d’or innanzi assai più severa. La vostra disgrazia deve farvi mettere il capo a partito, e non dovete fingervi oppressa dal dolore per abusare della mia bontà e mancare al vostro dovere!» Il conte Venceslao era già in letto, e a questo punto cacciò la testa sotto le lenzuola, fingendo di dormire.

— «Da domani, vita nuova!» continuò la matrona che in camicia, così disciolta com’era, pareva ancor più corpulenta. «Vita nuova, se no:

guardatemi!»

La bimba avea in una mano il lume e lo scaldaletto; sul braccio le vesti della Contessa. Nell’altra mano due paia di scarpe, e sull’altro braccio tutti gli abiti del conte Venceslao.

— «Guardatemi!» ripetè più forte la Contessa. [p. 214 modifica]

Agnese spinse fuori il visino pallido fra quel mucchio di roba. — «Di voi...» e qui la padrona, rifece, gravemente e lentamente, l’atto famoso di Pilato: «di voi, me ne la-vo le ma-ni!»

— «A me Santa Lucia porterà l’abitino bello, a te niente!... A me, le chicche bone... a te niente!... a me... pru... pru... a te niente!» canticchiava Rosalia, la vigilia della festa, per mortificare l’Agnese.

Ma alla povera bambinaia non facevano gola nè l’abitino, nè le chicche, nè il cavallino di legno. Essa pure aspettava con ansia, quasi con angoscia, il regaluccio di Santa Lucia; ma era ben altro: erano i denari del viaggio per andar a trovare la mamma ammalata.

E aveva tanto pregato per ottenere i quattrinelli occorrenti, ed era tanta la fede della ragazzina buona, ch’ella si teneva proprio sicura, in cuor suo, di essere esaudita. — «Anche la Rosalia non aveva sempre ottenuto dalla Santa tutto ciò che le avea domandato? — La contessa Orsolina non assicurava la figliuola che l’abito [p. 215 modifica] di velluto cremisi, e il pru-pru lo avrebbe avuto di certo?... E dunque? Perchè avrebbe dovuto negare proprio a lei, que’ po’ di soldi?... — Sì, sì; era certa di rivedere la mamma!»

— «Guarda un po’, se non ho ragione di dire che nel cuore ci ha tanto di pelo quella croata?!...» diceva al conte Venceslao la contessa Orsolina. «Non l’ho mai veduta così gaia come adesso che sua madre sta per crepare!»

Ma ottenere il miracolo di veder la mamma, per l’Agnese voleva anche dire vederla guarita. E ogni momento tirava fuori di sotto al lettuccio la scatola di mostarda senza coperchio, dove c’erano riposti i confetti che le avevano regalato in principio, e tutto ciò ch’essa aveva potuto raccattare giorno per giorno, spazzando le camere, e che pensava di portare a Menico «quando fosse ritornata al paese». Erano le scatolette vuote dei cerini, i rocchetti del cotone, le capocchie di vetro degli spilli rotti, i vasettini delle pomate, senza il turacciolo, e in fine un mazzo di carte vecchie, al quale non mancavano altro che il [p. 216 modifica] tre di denari e il fante di spade. Per la bimba pareva tutto ciò un tesoretto, e un tesoretto, certo, doveva sembrare anche a Menico. Ma la Rosalia aveva spiata la bambinaia quando stava disponendo le sue robuccie; aspettò appunto che andasse per abbigliare la mamma, entrò nella soffitta, si spinse sotto la cuccia, tirò fuori la scatola, e portò via ogni cosa.

Appena Agnese ritornò, e non trovò più le sue ricchezze, e le vide poi fra le mani di Rosalia che ne faceva sterminio, sentì un gran dolore, e lì per lì, si sciolse in lacrime, mentre la contessina rideva e beffava la Tata «brutta, bruttaccia!» Ma presto si fe’ cuore, offrì alla Santa quel nuovo patimento, e si sentì più sicura di ottenere la grazia invocata.

Quella notte che Santa Lucia doveva passar da Verona, Agnese pregò per ore ed ore inginocchiata a piè del lettuccio, sul pavimento diaccio, tremando di freddo nella lacera camicina. Ma era riscaldata dal fervore stesso della sua fede. Anche la bambinaia avea ottenuto di [p. 217 modifica] mettere il suo piattino d’avena per il buon asinello vicino al vassoio ricolmo di Rosalia, e pregò, pregò, pregò tanto che finì per assopirsi così inginocchiata, col capo appoggiato sul saccone. Allora sognò la mamma bella che le veniva incontro alla fermata della diligenza; sognò il prato dietro la casuccia, sparso di margherite e di papaveri rossi sfolgoranti, e sognò di correre con Menico all’aria aperta accompagnata dai latrati festevoli di Parigi, che echeggiavano nella valletta tutta verde.

Fu destata assai prima di giorno dalle grida di allegrezza della piccola Rosalia. — Si vestì lesta, lesta, col cuore che le palpitava; ma non osò correre in salotto, non osò muoversi, aspettando di essere chiamata... — Ma perchè tardavano tanto?... Che non vi fosse nulla per lei?... — E affrettatamente, ma con un fervore intenso, supremo, recitò un’altra avemmaria.

— «Tata, Tata!» strillò infine la padroncina.

La chiamavano! Dunque la Santa l’aveva esaudita!... [p. 218 modifica]

Corse, entrò nel salotto rossa, confusa, e al lume della candela che teneva in una mano la Contessa, ancora in sottanino e con in braccio la Rosalia, vide subito sul tavolo grande, dove avevano disteso una tovaglia bianca, il vestitino di velluto cremisi, il cavallo di legno, e poi bambole, giocattoli, aranci, dolci, mandorlato... Era la Santa Lucia che arrivava da Venezia, dalla parente dei cinque dogi.

Agnese, con un moto irresistibile allungò il collo verso un cantuccio, in fondo della stanza, dove avevano messo il suo piattino...

— «Tata, Tata!» fece la Rosalia.

— «Andiamo a vedere che cosa la Santa avrà portato per voi» disse la Contessa, colla voce ancor roca, per aver dormito, ma sempre piena di una gravità solenne.

Si avvicinarono col lume dov’era il piatto dell’Agnese, e questa ci vide sopra un oggetto che di primo acchito non distinse bene, poi... poi lo raffigurò: era uno scudiscio, di legna verde.

— «Ah! si vede che Santa Lucia vi conosce!» [p. 219 modifica] esclamò la contessa Orsolina, «e vi premia secondo i vostri meriti.»

Agnese rimase muta, poi scoppiò in un pianto dirotto.

— «Brutta bruttaccia! brutta bruttaccia!» continuava intanto a ciangottare la Rosalia, colla bocca piena di mandorlato.