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IV

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V.

Il giorno dopo, di buon mattino, la contessa Orsolina si era precipitata ansante nella bottega della fruttaiola.

— «Trovatemi una donna qualunque, magari in prestito, che venga almeno per le faccende più grosse. Ho la mia bambinaia in letto, colla febbre. Anche questa mi doveva accadere!... E proprio oggi, figuratevi! che avevo un pranzo di dodici persone!»

— «Si troverà in un bell’impiccio, beata Vergine!»

— «Per gl’invitati, pazienza! Ho mandato a dire che invece pranzeranno con noi la vigilia di Natale.» [p. 221 modifica]

— «Mangeranno di magro!» pensò fra sè la fruttaiola; poi domandò notizie sulla malattia dell’Agnese.

— «Mah! Vattel’a pesca! — Il medico pretende che abbia la febbre..., sarà! Tosse come un’indemoniata, questo è sicuro. Non mi ha lasciato dormire in tutta la notte! A dirla a voi, credo che ieri abbia preso un’indigestione coi dolci della mia Ciocina e, a buon conto, le ho dato un’oncia di olio di ricino.»

Del resto, ci voleva ben altro che badare alle fanfaluche del medico. Il medico voleva curare le villane come usava colle signorine; tanto per mandarla in lungo colle visite. Ma lei non voleva saperne di tante smorfie; a lei occorreva che l’Agnese si rimettesse subito in gambe!

Invece la poveretta continuava a peggiorare.

Il terzo giorno la Contessa non aveva trovato altro che una donna in prestito, per un paio d’ore alla mattina, ed era sempre in grandi angustie colla veste da camera sbrindellata; coi capelli rossi arruffati, a ciocche, fuori del [p. 222 modifica] fazzoletto di foulard; e le stanze e i mobili non parevano più quelli, tanto, mancando Agnese, tutto era in disordine, sudicio, polveroso.

— «Non ho mai voluto che una mia persona di servizio fosse portata all’ospedale» raccontava poi la Signora, spassionandosi colla fruttaiola: «ma in questo caso il medico dice trattarsi di mal di petto, ed io non voglio assumermi alcuna responsabilità verso la famiglia della ragazza. Se accade una disgrazia non voglio si dica che è stata curata male!»

Ma il Municipio faceva difficoltà per accogliere l’Agnese all’ospedale, non essendo essa di Verona, e la Signora, intanto, smaniava gridando col conte Venceslao, perchè non era buono di muoversi, di farsi sentire e permetteva che la sua casa diventasse «l’infermeria dei villani!» La contessa Orsolina aveva pescato alla fine un’altra bambinaia, e aveva bisogno della soffitta di Agnese.

Tutti que’ giorni la povera ammalata li passò sola sola, nella misera cuccia. Spesso la febbre [p. 223 modifica] le cagionava un sonno intenso, morboso, e allora, ne’ deliri angosciosi, vedeva la mamma in un letto tutto bianco, che moriva, e Menico le piangeva accanto.

La contessa Orsolina non passava dalla sua stanza altro che per brontolare, e la Rosalia non dovea entrarci perchè aveano paura che pigliasse il male. Soltanto una volta, verso sera, mentre la Contessa era andata fuori, appunto per prendere le informazioni della nuova bambinaia, il conte Venceslao le capitò in camera, pauroso, titubante, e le nascose, in fretta, sotto le coperte, un arancio ch’egli avea preso a Rosalia. Ma raccomandò bene, quasi pregando la piccola ammalata, che lo ringraziava commossa, di non farsi vedere quando lo mangiava.

E la Contessa, frattanto, andava in solluchero colla nuova bambinaia; sbuffava sempre più perchè ancora si dovea tener in casa quell’altra, e nell’ira, dimenticando tutta la sua aristocrazia, scagliava contro il Municipio di Verona tutti gli epiteti e gl’improperi che, quando faceva [p. 224 modifica] l’affittacamere, aveva scagliato, per altre ragioni, contro il Municipio di Vicenza. Ma, finalmente, le fu mandato anche il certificato d’ammissione all’ospedale, e vennero presto anche du’ omini colla barella a prendere l’Agnese. Nel distendere sul lettuccio il misero corpicciuolo della ragazzina, que’ due burloni, grossi e tondi, si misero a sorridere: «C’era pericolo che si perdesse nella barella, tanto era piccina!»

Agnese, colla voce debole debole, ringraziò ancora il signor Conte, mandò un bacio a Rosalia, e domandò perdono di «tutto» alla signora Contessa. Ma a questo punto le viscere della Portomanero si commossero in modo straordinario e finì col fare i lucciconi. Baciò e ribaciò l’Agnese, le promise che sarebbe andata a trovarla; l’assicurò che, appena guarita, l’avrebbe subito ripresa, e a edificazione degli infermieri che la confortavano vedendola afflitta in quel modo, le colmò il lettino di aranci e di dolci, e volle ancora che bevesse due dita di fernet.

Poi, otto giorni dopo, appena finita una scena [p. 225 modifica] assai burrascosa colla nuova bambinaia che le aveva dato una rispostaccia, la Signora andò per trovare l’Agnese all’ospedale; ma quando ne disse il nome all’infermiera, le risposero che la poveretta era spirata nella notte.

Quella sera, al Caffè d’Europa, il Provveditore e tutti gli altri professori che facevano circolo intorno alla contessa Orsolina Portomanero avevano un bel fare per confortarla. La Contessa non poteva trattenere le lacrime, e dal petto poderoso traeva sospiri che parevano venir fuor da un mantice.

— «Mah! era così docile e buona quella povera Agnese! Era proprio un angelo! E a me, poi, voleva un bene, un bene all’anima! — Non è vero, Lao?»

E le memorie delle virtù e dei meriti della povera Agnese servirono d’esempio e di tormento insieme, per tutte le altre bambinaie che capitarono a servire in casa Portomanero. La Contessa ricordava sempre la piccola morta per destare la loro emulazione, per mortificarle, per [p. 226 modifica] strapazzarle; e ogni poco ne lodava, sospirando, «l’ordine, la pulizia, il cuore,» e finiva sempre per volere, in proposito, la testimonianza inappellabile del marito: — «Non è vero, Lao?!»

Il conte Venceslao chinava allora il capo confermando; ma a quelle parole che evocavano dinanzi al suo pensiero il profilo tisico della povera servetta, era preso da un brivido di freddo, e si sentiva nell’anima un senso ineffabile di pietà.

Fine.