Roma, parte I/V

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IV VI

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L’impulso che gl’imperatori della gente Flavia avevano dato alle grandi opere edilizie accentuò la trasformazione dello stile romano e lo portò a quel grado di eccellenza dopo la quale comincia a decadere e a finire nel balbettìo barbarico e rozzo dell’epoca di Costantino. Questa eccellenza la raggiunse sotto i due imperatori che terme di tito.(Fot. I. I. d’Arti Grafiche). seguirono Nerva: Traiano ed Adriano. D’origine spagnuola ambedue, amavano il fasto dei grandi edifici e l’apparenza sontuosa delle opere d’arte decorative: di più, buoni governanti e gelosi della dignità imperiale, sentirono il bisogno di arricchire la città con edifici che fossero gloriosi al loro nome. Le opere intraprese da Traiano furono veramente colossali e basterebbe a caratterizzarle quell’insieme di edifici, di colonne di basilica e di templi, che formavano il Foro da lui intitolato. Le ultime ricerche di Giacomo Boni, hanno portato una nuova luce su questo Foro e hanno distrutto per sempre la leggendaria interpretazione dell’epigrafe incisa sul piedistallo nella colonna commemorativa. Secondo questa interpretazione si voleva che l’altezza della colonna stesse a significare l’altezza di un ipotetico monte spianato per innalzarvi il Foro. Ma i filologi si sono messi d’accordo col geniale archeologo e hanno trovato che l’aspro lavoro era stato intrapreso nelle cave di marmo [p. 87 modifica]il gruppo di laocoonte — museo vaticano.
(Fot. Alinari).
[p. 88 modifica] da cui si era tratta la colonna, testimonio eterno di quanta fatica fosse costato il suo innalzamento. Fu sotto la direzione di Apollodoro di Damasco che furono intrapresi i lavori del nuovo Foro. Questo fu di forma irregolare, con due emicicli ai lati, un arco di trionfo che serviva di porta, una basilica (la basilica Ulpia) e un tempio circondato da un portico in mezzo al quale sorgeva la colonna eretta a ricordare il passaggio del Danubio e la conquista della Dacia. L’insieme di tutti questi edifici dovette comporre una si perfetta armonia, che agli spiriti eletti del Cristianesimo dolse il pensiero che l’autore di una simile opera di bellezza fosse dannato in eterno. Ed ecco che una leggenda nata intorno al secolo VII e che riflette molto ingenuamente questo sentimento, ci fa sapere come S. Gregorio, addolorato plutei di traiano - i «suovetaurilia».(Fot. Alinari). che un così grande imperatore vi si fosse salvato, pregò tanto ardentemente il Signore che questi lo ammise alle glorie del paradiso.

Disgraziatamente però, noi possediamo pochi avanzi di quelli edifici e questi pochi abbastanza confusi e mal ridotti, visto che le colonne di granito grigio non furono rimesse nella loro posizione primitiva e che l’abside di uno dei due emicicli è nascosta fra i cortili delle case che fronteggiano il Foro dalla parte di Via Nazionale. La basilica Ulpia, il recinto del Foro e il tempio di Traiano giacciono ancora sotto la terra che ne ricopre le rovine, e il grande arco per il quale si accedeva in questo museo di edifici, fu distrutto sotto Costantino quando si trattò di erigergli un arco di trionfo per la sua vittoria di Ponte Milvio. Le sculture dell’arco di Traiano — che rappresentano il buon periodo dell’arte puramente romana — passarono all’arco di Costantino, dove ancora si possono vedere. Esse sono: i bassorilievi della parte superiore, gli otto medaglioni sotto questi e i quattro riquadri con scene diverse che ne decorano i fianchi. Chi poi avesse curiosità di conoscerne i soggetti, potrà esaminarli sul luogo e si renderà facilmente conto della [p. 89 modifica]foro romano — plutei di traiano. (Fot. Alinari). [p. 90 modifica] differenza grande di stile fra le belle sculture del buon periodo e i fantocci barbarici della decadenza1.

Perfetta invece per conservazione è giunta fino a noi la colonna dove sono riprodotte in un bassorilievo a spirale le vittorie riportate dall’imperatore sul Danubio e contro i Daci. Essa sorge sopra una massiccia base quadrata, adorna di un bassorilievo rappresentante le armi dei popoli conquistate e da due Vittorie che recano il cartiglio dell’iscrizione. Fu adriano — testa trovata nel suo mausoleo.
museo vaticano.
(Fot. Alinari).
innalzata l’anno di Cristo 114 ed è composta da 19 riquadri di marmo pentelico su cui sono scolpite oltre 2500 figure: una scala di 180 scalini conduce alla sommità dove era la statua di bronzo dorato dell’imperatore che perduta nei molteplici saccheggi barbarici fu da Sisto V sostituita nel 1587 con quella di S. Pietro, l’apostolo protettore della città. Nella base della colonna — secondo quanto ci dicono Dione Cassiodoro ed Eutropio — era scavata una cripta, nella quale furono deposte le ceneri di Traiano in un’urna d’oro.

Un altro importante edificio, eretto durante il suo governo, fu quello delle Terme. Già Tito aveva costruita sopra una parte della domus aurea di Nerone le sue terme che per essere compiute frettolosamente dovettero essere ben presto restaurate da Domiziano e più tardi da Traiano che pensò di ingrandirle rifacendole dalle fondamenta. Esse rimasero quasi intatte fino al secolo XVI: ma in quell’epoca principiò la loro distruzione sistematica, tanto che in breve caddero completamente in rovina. Fu soltanto nel 1813 che ne furono intrapresi gli scavi; ma i lavori non sono mai stati condotti a fine e anche oggi rimangono mezzo sepolte e abbandonate, lungo la via Labicana, poco note ai viaggiatori e quasi completamente trascurate dalle guide. Sì tratta di nove gallerie a volta che formavano la base dell’esedra e di sette o otto stanze dove sono ancora i resti di una fontana colossale. È qui che nel 1506 fu trovato il gruppo del Laocoonte vaticano ed è anche qui che un po’ prima vennero rinvenuti quelli ornati che imitati da diversi artisti e da Raffaele nelle sue logge, per essere stati scoperti in una grotta furono detti [p. 91 modifica]tempio di nettuno in piazza di pietra.
(Fot. Alinari).
[p. 92 modifica] grotteschi. Se bene le terme di Tito e di Traiano non potessero gareggiare in magnificenza con quelle che furono erette più tardi, pure ai loro tempi rappresentavano il massimo sfoggio del lusso e della magnificenza, comode per la centralità della loro ubicazione e ricchissime di acque. I grandi serbatoi conosciuti oggi col nome di Sette Sale, che accoglievano le acque dell’aquedotto di Caligola e la distribuivano alla casa di Nerone e ai bagni di Tito, possono darci un’idea del lusso di queste terme.

Anche all’epoca di Traiano possiamo far risalire la settima Coorte dei Vigili — posta nella regione trasteverina, dietro il viale del Re — e l’anfiteatro Castrense incorporato nelle mura aureliane dietro l’attuale basilica di S. Croce in Gerusalemme. Le coorti dei vigili furono istituite — come abbiamo veduto — da Augusto e distribuite nelle varie regioni della città. L’excubitorium, o accasermamento del Trastevere, è stato scoperto abbastanza recentemente e consiste in una piccola corte pavimentata a mosaico e adorna da una fontana su cui si aprono alcune stanze decorate con grafiti che rimontano al III secolo della nostra Era. Se bene non sappiamo con certezza a che epoca risalga l’excubitorium, pure è certo che esisteva già nel secondo secolo. E nel secondo secolo dovette esistere l’anfiteatro Castrense, dove si sa che si esercitavano come in una palestra gli equites singulares le cui caserme erano poco distanti dalle case dei Laterani. La contessa Lovatelli, in uno dei suoi studii dove sa mettere tanta grazia femminile sotto una così austera dottrina, ha parlato a lungo di questa cavalleria scelta, istituita da Traiano e reclutata esclusivamente nelle provincie della Tracia, della Pannonia, della Resia e della Dacia. Esiste ancora il loro cimitero, fuori della Porta Maggiore, dove adesso è la chiesa di S. Pietro e Marcellino. Le lapidi uniformi ci mostrano il cavaliere giacente mentre dinanzi a lui il famulus reca il cavallo imbrigliato. Accasermati, come ho detto, nelle vicinanze delle case laterane, essi vi rimasero fin sotto il governo di Settimio Severo, quando per essere accresciuti di numero furono trasferiti ai nova castra severiana, fra la via Tasso e la via Emanuele Filiberto e a quell’epoca risale il piccolo cimitero di Tor Pignattara. In quanto all’anfiteatro Castrense, che per molti anni servì loro di palestra, è un edificio rotondo di mattoni, formato da due piani d’ordine corinzio, uno dei quali adorno di mezze colonne in mattoni di elegante snellezza.

Anche nel vecchio Foro Romano si trovano tracce dell’attività di Traiano e al suo impero appartengono i due eleganti plutei coi quali egli volle decorare i rostri rinnovati. In origine essi dovettero innalzarsi ai lati delle scale che conducevano alla tribuna; ma il loro uso non è ben stabilito. Rappresentano due scene della vita imperiale: in una si vede Traiano, assiso nel Foro, che ordina di bruciare i registri dove erano annotati i contravventori all’editto sulle tasse; nel secondo è rappresentato Traiano in atto di arringare il popolo da quelli stessi rostri e in un secondo riquadro Traiano che istituisce il sodalizio dei Pueri et puellae alimentariae, col quale si dovevano soccorrere i fanciulli dei cittadini morti poveri. Sulla seconda faccia sono rappresentati i suovetaurilia o animali del sacrificio: un maiale — sus — una pecora — ovis — e un torello — taurus — riprodotti con quel sentimento verista che fu proprio dell’arte romana. In questi bassorilievi è raggiunta l’estrema perfezione di quella scultura storica che abbiamo veduto nascere sul l’Ara pacis di Augusto e che dopo essere rimasta nella sua eccellenza ancora per [p. 93 modifica]avanzi del tempio di venere e roma. (Fot. Alinari). [p. 94 modifica]il pantheon. (Fot. Alinari). [p. 95 modifica]interno del pantheon. [p. 96 modifica] qualche anno sotto l’impero di Adriano, doveva irreparabilmente e rapidamente decadere.

E Adriano segna veramente l’ultimo limite di questa evoluzione. Egli fu uno spirito eletto, istruito nelle lettere greche e così amante dell’ellenismo che in Atene il pantheon — lato sinistro del portico.
(Fot. I. I. d’Arti Grafiche).
si diede a restaurare gli antichi monumenti, completò il tempio di Giove Olimpio e due nuovi ne edificò a Giunone e a Giove Panellenio. Il carattere principale dei suoi monumenti è una estrema eleganza unita a quella grandiosità scenografica che oramai doveva essere la base fondamentale dell’arte romana. Inoltre egli fu uno spirito nostalgico, in cerca della bellezza a traverso tutte le regioni dell’impero. Nel ventennio che durò il suo governo, Adriano fu un poco da per tutto: in Grecia — [p. 97 modifica]che prediligeva sopra le altre provincie — visse qualche tempo, percorse il Nilo, l’Eufrate, il Danubio, fu nelle Isole Britanniche dove edificò la grande muraglia di 80 miglia romane in difesa dei Caledoni; nella Spagna dove rifece in Tarragona il tempio di Augusto; in Egitto dove riedificò il sepolcro di Pompeo e incise il suo nome sul colosso di Amenofi e concepì quella Antinoé che deve rimanere ai nostri sguardi come la più inesplicabile manifestazione dello spirito adrianeo. Dovunque il pantheon — lato destro del portico. (Fot. I. I. d’Arti Grafiche). egli fu, in Asia come in Africa, nelle Gallie come nella Illiria, lasciò tracce del suo passaggio e si può dire di lui che fu veramente il grande popolarizzatore della civiltà romana, venuto dopo i conquistatori. I paesi che prima avevano poche capanne di strame, si arricchirono di monumenti architettonici, testimonianza della grandezza latina ed inizio di una nuova civiltà. Nessun imperatore e nessun sovrano mai, fu più munifico di Adriano nell’erigere edifici nuovi e nel restaurare gli antichi. Architetto egli stesso — e non indegno a giudicare dal tempio di Venere e Roma — volle vedere i suoi sogni fatti di pietra e di marmo. Spirito inquieto e cosmopolita, si compiacque di riunire tutte le forme di bellezza che lo avevano colpito e a Tivoli [p. 98 modifica] edificò una villa che doveva essere un museo architettonico e che doveva raccogliere nei suoi recinti la riproduzione di quelli edifici che più gli erano piaciuti nei suoi innumerevoli viaggi.

Si capirà facilmente come un simile spirito finisca col divenire un corruttore. Nella fusione di tante diverse tendenze e di stili così differenti, l’arte romana doveva perdere il suo carattere primitivo e deformarsi a poco a poco per giungere all’imbarbarimento degli ultimi secoli. E dunque sotto Adriano che bisogna ricercare gli ultimi bagliori della sua grandezza. Abbiamo veduto come egli disegnasse i piani arco trionfale dell’imperatore adriano sulla via flaminia (sec. xvii). del tempio di Venere e Roma: è in quell’edificio elegantissimo, costruito fra il Foro della Pace e il Colosseo che noi troveremo i caratteri fondamentali della sua arte. Questo tempio fu costruito l’anno 135, sopra una piattaforma artificiale ottenuta ricolmando le irregolarità della Velia e distruggendo gli edifici che si trovavano in quel punto. Aveva in origine due facciate che guardavano ai due lati opposti e due absidi che combaciavano nella loro periferia esterna. Si possono vedere anche oggi rivolta l’una verso l’anfiteatro Flavio, l’altra chiusa nel giardino del convento di S. Francesca romana. Ma questa particolarità non era visibile all’esterno e un unico tetto di bronzo dorato ricopriva l’intiero edificio. A Roma Eterna e a Venere Felice erano dedicate le due celle rivestite di marmi preziosi e precedute da quattro colonne, circondava questo tempio eretto in onore della città e della Divinità sua [p. 99 modifica]mausoleo di adriano.(Fot. Alinari). [p. 100 modifica] protettrice. Dagli avanzi che ancora sono rimasti, possiamo giudicarne le proporzioni elegantissime e la linea armoniosa e solenne al tempo stesso.

Anche il tempio di Nettuno — se bene edificato in origine da Agrippa — fu intieramente rifatto da Adriano, quando decise di restaurare i monumenti del CampoMarzio distrutti dall’incendio di Tito. Più che un tempio era questa una basilica e busto di antinoo. gli antichi scrittori la chiamarono Poseidonium. Aveva la facciata rivolta verso lavia Flaminia e sorgeva sopra un podio altissimo decorato sontuosamente con grandi statue — di cui se ne conservano alcune nel Museo Capitolino e in quello Nazionale di Napoli — rappresentanti figure muliebri che impersonavano le varie provincie deirimpero. Sui piedistalli di ciascuna statua erano scolpite in bassorilievo le armi e le suppellettili del popolo che essa rappresentava. Tutto intorno alla Basilica e al Tempio girava un portico, le cui pareti erano adorne di pitture rappresentanti la. [p. 101 modifica]spedizione degli argonauti e le cui porte erano precedute da colossali colonne di giallo antico.

Un altro edificio di Agrippa, rifece intieramente nel Campo Marzio: il Pantheon o tempio di tutti gli Dei che la sorte doveva tramandarci intatto e che anche oggi rappresenta la più completa manifestazione dell’arte romana. Si credeva fino a poco tempo fa che l’edificio attuale fosse il tempio primitivo del secolo di Augusto; ma gli studi intrapresi nel 1891 da Giorgio Chedanne e le ricerche tempio d’antonino e faustina. posteriori ordinate dal Ministero della pubblica istruzione ci rivelarono che la costruzione risaliva — dalle fondamenta alla cupola — al periodo adrianeo. Gli scavi recenti hanno inoltre dimostrato che il Pantheon di Agrippa aveva una forma rettangolare ed era più piccolo; le sue fondamenta sono state ritrovate sotto il portico dell’attuale edificio. Così che sotto la direzione di Adriano il tempio di tutti li Dei acquistava una diversa apparenza, più adatta al gusto del tempo e più degna della grandezza romana. Rispettoso però delle tradizioni e della storia, egli non volle dare al nuovo monumento il suo nome e preferì di lasciare nell’attico l’iscrizione primitiva: M. A grippa L. F. Cos. tertium fecit, non ostante che del consigliere d’Augusto conservasse oramai solamente il nome. [p. 102 modifica]

La riedificazione del Pantheon fu compiuta fra il 112 e il 126 — il periodo più fortunato del governo di Adriano — e se bene spogliato dei suoi ornamenti di bronzo e interrato da dieci o dodici metri di terra, rimane ancora il più bello e il più completo dei templi romani. Alto sul suo podio — a cui si accedeva per una scala di cinque gradini, con la cupola d’oro e le pareti rivestite di marmi busto di antonino pio - napoli, museo nazionale. preziosi, il suo aspetto doveva essere imponente. Ma è nell’interno che noi possiamo anche oggi ritrovare un poco della sua anima antica. Un’armonia perfetta di proporzioni, unita una grande semplicità di linee: questo è ancora il segreto per cui noi ci sentiamo compresi di stupore. La cupola ha un diametro eguale alla sua profondità (34 m. e 50 cm.); sette cappelle o nicchie sono distribuite simmetricamente intorno alle sue pareti e ne interrompono la monotonia con le snelle colonne di giallo antico e di pavonazzetto; l’occhio centrale della volta distribuisce una luce [p. 103 modifica]l’apoteosi d’antonino e di faustina — bassorilievo della base della colonna d’antonino — vaticano, nel giardino della pigna. diffusa, attenuando le ombre e togliendo l’inconveniente dei chiaroscuri troppo accentuati. Si può immaginare quello che doveva essere l’aspetto del tempio, quando tutto il suo interno era rivestito di marmi preziosi e tutti i cassoni della cupola erano coperti di lamine d’oro. Ma con tutto ciò, e non ostante la mole del tempio, l’architettura conserva la sua leggerezza aerea. Non vi è un solo particolare che abbia trascurato questa qualità: perfino le porte massicce di bronzo, finiscono nella parte superiore con una graticciata elegante, che pur mantenendone le proporzioni deve dar loro una incomparabile snellezza. Ed era giusto che questo edificio perfetto fosse il sacrario dell’Olimpo romano. La religione della bellezza e i suoi simulacri che avevano suggerito le perfette immagini agli artisti della Grecia, erano veramente degne del loro scrigno colossale e bellissimo. E si direbbe quasi che per un oscuro presagio, corteo militare funebre — bassorilievo della base della colonna d’antonino — vaticano, nel giardino della pigna. il tempio di tutti gli dei, il tempio che più d’ogni altro doveva rappresentare il paganesimo trionfante fosse appunto quello che i secoli ci dovevano tramandare nella sua intierezza!

Lo stesso — per nostra disgrazia — non si può dire del mausoleo che l’imperatore si era edificato sulla sponda del Tevere nella regione trastiberina. In questo monumento egli aveva voluto conservare la tradizione antica e in fondo non aveva fatto che ripetere le linee principali del mausoleo di Augusto, il quale a sua volta si avvicinava ai sepolcri circolari di cui abbiamo veduto un purissimo esempio nella tomba di Cecilia Metella. Trasformato in fortezza, fin dal primo medio evo, e divenuto in breve la rocca di Roma, il bell’edificio funebre perdette la sua forma primitiva, fu circondato di bastioni e di opere fortificate, [p. 104 modifica] fu sopraccaricato di alloggi per coloro che dovevano cercarvi rifugio. Questo meraviglioso sepolcro fu cominciato dallo stesso Adriano l’anno 130, ma non fu condotto a termine che 9 anni dopo sotto il governo di Antonino Pio2. Si componeva di un statua di marco aurelio.(Fot. Alinari). basamento colossale di marmo bianco, adorno di pilastri corinzi e di fregi a bucrani, uno dei quali si conserva ancora nel Museo Nazionale di Roma. Sul basamento [p. 105 modifica]colonna di marco aurelio. (Fot. Alinari). [p. 106 modifica] sorgeva la mole circolare, quella che rimane tutt’oggi, e che era anche essa decorata con grande magnificenza. Tutto l’edificio era circondato da una cancellata di bronzo adorna di pavoni dorati, che si apriva nell’asse del ponte Elio, sopra una porta dove in una nicchia s’innalzava l’immagine del sovrano. Dalla porta si scendeva per un corridoio pavimentato di mosaici bianchi e neri, fino alla cella funebre: stanza quadrata, con le pareti e la volta di peperino, dove nel centro giaceva il sarcofago di porfido contenente le ceneri di Adriano e di Sabina3. Numerose statue decorative, e colonne di marmo e vasi preziosi adornavano all’esterno il colossale mausoleo che una giudiziosa ricostruzione dell’Hülsen ci permette d’immaginare nella sua magnificenza primitiva.

Per accedere al suo sepolcro funebre, Adriano pensò anche di edificare un ponte monumentale che riunisse al Campo Marzio la sponda trasteverina. E fu veramente un accesso trionfale, degno complemento estetico del mausoleo. Si componeva in origine di otto grandi arcate di travertino ed era decorato sui parapetti da statue decorative. Dal nome stesso dell’imperatore — Elio Adriano — fu detto Ponte Elio ed è, dei ponti imperiali, l’unico che sia giunto fino a noi. Ridotto, nella sistemazione delle sponde fluviali, a sole cinque arcate e rimpicciolite le due laterali4 subì nelle decorazioni molti cambiamenti, ma durante tutto il medio evo il Ponte Elio rimase il ponte per eccellenza e l’unico accesso diretto fra la città e la basilica dell’apostolo Pietro.

Abbiamo veduto dunque come l’architettura giungesse sotto il governo di Adriano al suo più alto grado di splendore. La scultura, invece, si era fermata sotto Traiano e già cominciava ad irrigidirsi in quelle forme che a poco a poco dovevano trasformarla nei tentativi rozzissimi del IV secolo. Si può giudicare del suo valore dai frammenti che ancora ce ne rimangono. Così i busti perdono la finezza primitiva per divenire semplici accessori decorativi e i bassorilievi storici si modellano in una unica cifra, dove la snellezza ed il naturalismo di un tempo cedono a un principio di manierismo che andrà ormai aumentando di anno in anno. La testa colossale di Adriano al Vaticano ci dimostra già come per far grande si trascurassero quelle preziose qualità di analisi psicologica che avevano resa così interessante l’arte romana.

I bassorilievi che adornavano l’arco di trionfo dell’imperatore — arco che sorgeva sulla via Flaminia, di fronte all’Ara pacis e che fu distrutto per ragioni di viabilità in pieno secolo XVII — ci fanno vedere la degenerazione di questa scultura storica che abbiamo potuto ammirare nella sua ascensione dai monumenti di Augusto a quelli di Traiano. E finalmente i simulacri di quell’Antinoo, che fu la più ardente passione di un sovrano pur così diverso dai suoi predecessori, ci mettono innanzi le forme fredde, compassate e vorrei dire accademiche di un ellenismo artificioso, voluto dal sovrano e non sentito più da nessuno.

Ma l’arte romana aveva oramai compiuta la sua parabola ascendente. D’ora innanzi troveremo solo i progressi di quella decadenza che doveva lanciare gli ultimi bagliori della sua luce agonizzante e prossima a estinguersi, sotto Costantino Augusto, il distruttore della potenza di Roma. [p. 107 modifica]il miracolo della pioggia - bassorilievo della colonna di marco aurelio.

  1. Ecco la nota dei bassorilievi tolti all’arco di Traiano: A sinistra della facciata che guarda il Colosseo: 1. Ingresso di Traiano a Roma. — 2. Continuazione della Via Appia. — 3. Traiano soccorre i fanciulli poveri. — 4. Traiano giudica un barbaro. (A sinistra del lato opposto). — 5. Traiano incorona Portamaste re dei Parti. — 6. Soldati che conducono alcuni barbari a Traiano. — 7. Traiano arringa l’armata. — 8. Sacrificio di Traiano. I medaglioni rappresentano scene di sacrificio o di caccia. I quattro riquadri ricordano le battaglie contro i Daci e i vinti che implorano Traiano coronato dalla vittoria.
  2. Oltre all’imperatore Adriano furono sepolti in questo mausoleo: Antonino Pio, sua moglie Sabina, Faustina, Marco Aurelio, Fulvo Antonino, Galerio, Fadilla, ecc.
  3. Il coperchio di questo sarcofago si può vedere nella Basilica di S. Pietro dove è stato trasformato in concava battesimale.
  4. Durante i lavori del Lungo Tevere furono ritrovati gli arconi primitivi e scioccamente distrutti.