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106 ITALIA ARTISTICA


geva la mole circolare, quella che rimane tutt’oggi, e che era anche essa decorata con grande magnificenza. Tutto l’edificio era circondato da una cancellata di bronzo adorna di pavoni dorati, che si apriva nell’asse del ponte Elio, sopra una porta dove in una nicchia s’innalzava l’immagine del sovrano. Dalla porta si scendeva per un corridoio pavimentato di mosaici bianchi e neri, fino alla cella funebre: stanza quadrata, con le pareti e la volta di peperino, dove nel centro giaceva il sarcofago di porfido contenente le ceneri di Adriano e di Sabina1. Numerose statue decorative, e colonne di marmo e vasi preziosi adornavano all’esterno il colossale mausoleo che una giudiziosa ricostruzione dell’Hülsen ci permette d’immaginare nella sua magnificenza primitiva.

Per accedere al suo sepolcro funebre, Adriano pensò anche di edificare un ponte monumentale che riunisse al Campo Marzio la sponda trasteverina. E fu veramente un accesso trionfale, degno complemento estetico del mausoleo. Si componeva in origine di otto grandi arcate di travertino ed era decorato sui parapetti da statue decorative. Dal nome stesso dell’imperatore — Elio Adriano — fu detto Ponte Elio ed è, dei ponti imperiali, l’unico che sia giunto fino a noi. Ridotto, nella sistemazione delle sponde fluviali, a sole cinque arcate e rimpicciolite le due laterali2 subì nelle decorazioni molti cambiamenti, ma durante tutto il medio evo il Ponte Elio rimase il ponte per eccellenza e l’unico accesso diretto fra la città e la basilica dell’apostolo Pietro.

Abbiamo veduto dunque come l’architettura giungesse sotto il governo di Adriano al suo più alto grado di splendore. La scultura, invece, si era fermata sotto Traiano e già cominciava ad irrigidirsi in quelle forme che a poco a poco dovevano trasformarla nei tentativi rozzissimi del IV secolo. Si può giudicare del suo valore dai frammenti che ancora ce ne rimangono. Così i busti perdono la finezza primitiva per divenire semplici accessori decorativi e i bassorilievi storici si modellano in una unica cifra, dove la snellezza ed il naturalismo di un tempo cedono a un principio di manierismo che andrà ormai aumentando di anno in anno. La testa colossale di Adriano al Vaticano ci dimostra già come per far grande si trascurassero quelle preziose qualità di analisi psicologica che avevano resa così interessante l’arte romana.

I bassorilievi che adornavano l’arco di trionfo dell’imperatore — arco che sorgeva sulla via Flaminia, di fronte all’Ara pacis e che fu distrutto per ragioni di viabilità in pieno secolo XVII — ci fanno vedere la degenerazione di questa scultura storica che abbiamo potuto ammirare nella sua ascensione dai monumenti di Augusto a quelli di Traiano. E finalmente i simulacri di quell’Antinoo, che fu la più ardente passione di un sovrano pur così diverso dai suoi predecessori, ci mettono innanzi le forme fredde, compassate e vorrei dire accademiche di un ellenismo artificioso, voluto dal sovrano e non sentito più da nessuno.

Ma l’arte romana aveva oramai compiuta la sua parabola ascendente. D’ora innanzi troveremo solo i progressi di quella decadenza che doveva lanciare gli ultimi bagliori della sua luce agonizzante e prossima a estinguersi, sotto Costantino Augusto, il distruttore della potenza di Roma.

  1. Il coperchio di questo sarcofago si può vedere nella Basilica di S. Pietro dove è stato trasformato in concava battesimale.
  2. Durante i lavori del Lungo Tevere furono ritrovati gli arconi primitivi e scioccamente distrutti.