Rime varie (Alfieri, 1912)/XXVI. Contro la propria avarizia

XXVI. Contro la propria avarizia

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XXVI. Contro la propria avarizia
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XXVI [xliv].1

Contro la propria avarizia.

Tempo già fu, cor mio, ch’ambe le chiavi
Tenea di te ben nata cortesia;2
Gentil costume, alto pensar ne uscia;
4Amor, fede, amistà, dentro albergavi.3
Ahi vil! qual veggio or di ferrate travi
Dura porta a virtú chiuder la via?
Qual starvi a guardia macilente Arpia
8Che dà sol varco a desir bassi e pravi?
E in van pietade, amor, gloria, vergogna
Lor caldi strali saettando vanno
11 In lei che mai non dorme e sempre sogna?
Cor mio, tu schiavo? e del peggior tiranno?
Deh, cessa. Ad uom, che viver franco agogna
14Serve ricchezze libertà non danno.4


Note

  1. Fatta la donazione del patrimonio alla sorella, l’A. restrinse quanto gli fu possibile le proprie spese, congedando tutti i servi meno uno ed il cuoco, facendosi ancor piú parco di prima nel vitto, e parte de’ suoi cavalli vendendo, parte regalando per non essere obbligato a mantenerli. «E cosí», conclude l’A., «in ogni altro genere mi andai sempre piú restringendo anche grettamente al semplicissimo necessario, a tal segno ch’io mi ritrovai ad un medesimo tempo e donator d’ogni cosa ed avaro» (Aut., IV, 7°). A questo periodo della vita dell’A. si riferisce il presente sonetto, che ha nel ms. la data: «8 febbraio 1780».
  2. 2. Cortesia, nel significato di liberalità, magnificenza, come usavasi anticamente: cosí il Boccaccio (Decameron, V, 9): «Federico... in opera d’arme et in cortesia pregiato [era] sopra ogni altro donzel di Toscana». È noto che nell’età giovanile l’A. fu veramente princeps iuventutis della sua città.
  3. 3-4. L’avarizia.
  4. 14. Il Petrarca (Rime, CCCVIII):
    Quella per cui con Sorga ho cangiato Arno,
    Con franca povertà serve ricchezze...