Rime (Bembo)/Donna, de' cui begli occhi alto diletto

Donna, de' cui begli occhi alto diletto

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Donna, de' cui begli occhi alto diletto
Che mi giova mirar donne e donzelle O Sol, di cui questo bel sole è raggio
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CLXII.

Donna, de’ cui begli occhi alto diletto
trasser i miei gran tempo, e lieto vissi,
mentre a te non dispiacque esser fra noi,
se vedi, che quant’io parlai né scrissi,
non è stato se non doglia e sospetto5
dopo ‘l quinci sparir dei raggi tuoi,
impetra dal Signor, non più ne’ suoi
lacci mi stringa il mondo, e possa l’alma,

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che devea gir inanzi, omai seguirti.
Tu godi, assisa tra beati spirti,10
de la tua gran virtute, e chiara et alma
senti e felice dirti;
io senza te rimaso in questo inferno,
sembro nave in gran mar senza governo,
e vo là dove il calle e ‘l piè m’invita,15
la tua morte piangendo e la mia vita.

Sì come più di me nessuno in terra
visse de’ suoi pensier pago e contento,
te qui tenendo la divina cura,
così cordoglio equale a quel, ch’io sento,20
non è, né credo ch’esser possa, e guerra
non fe’ giamai sì dispietata e dura
la spada, che suoi colpi non misura,
quanto or a me, che ‘n un sol chiuder d’occhi
le mie vive speranze ha tutte extinto;25
ond’io son ben in guisa oppresso e vinto,
che pur che ‘l cor di lagrime trabbocchi,
mentre d’intorno cinto
sarò de la caduca e frale spoglia,
altro non cerco: o quando fia che voglia30
di vita il Re celeste e pio levarme?
Prega ‘l tu, Santa, e così pòi quetarme.

Avea per sua vaghezza teso Amore
un’alta rete a mezzo del mio corso,
d’oro e di perle e di rubin contesta,35
che veduta al più fero e rigid’orso
umiliava e ‘nteneriva il core
e quetava ogni nembo, ogni tempesta;
questa lieto mi prese, e poscia in festa
tenne molt’anni: or l’ha sparsa e disciolta,40
per far me sempre tristo, acerba sorte.
Ahi cieca, sorda, avara, invida morte,

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dunque hai di me la parte maggior tolta,
e l’altra sprezzi? O forte
tenor di stelle, o già mia speme, quanto45
meglio m’era il morir, che ‘l viver tanto!
Deh non mi lasciar qui più lungo spazio,
ch’io son di sostenermi stanco e sazio.

Sovra le notti mie fur chiaro lume
e nel dubbio sentier fidata scorta50
i tuoi begli occhi e le dolci parole.
Or, lasso, che ti se’ oscurata e torta
tanto da me, conven ch’io mi consume
senza i soavi accenti e ‘l puro sole:
né so cosa mirar, che mi console,55
o voce udir, che ‘l cor dolente appaghi
né mica in questo lamentoso albergo,
lo qual dì e notte pur di pianto aspergo,
chiedendo che si volga e me rimpiaghi
morte, né più da tergo60
lasci, e m’ancida col suo stral secondo:
poi che col primo ha impoverito il mondo,
toltane te, per cui la nostra etade
sì ricca fu di senno e di beltade.

Avess’io almen penna più ferma o stile65
possente agli altri secoli di mille
de le tue lode farne passar una;
che già di leggiadrissime faville
s’accenderebbe ogni anima gentile,
e io mi dorrei men di mia fortuna,70
e men di morte, in aspettando alcuna
vendetta contra lei da le mie rime.
E per chieder ancora, o se ‘l mio inchiostro,
Mantova e Smirna, s’avanzasse al vostro
tanto, che non pur lei la più sublime75
in questo basso chiostro,

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ma tal là su facesse opra, che ‘l cielo
la sforzasse a tornar nel suo bel velo:
perché non fosse uom poi così beato,
con ch’io cangiassi il mio gioioso stato.80

Se tu stessa, canzone,
di quel vedermi lieto mai non credi,
che più vo desiando, a pianger riedi,
e di’, del pianto molle, ovunque arrive:
Madonna e morta, e quel misero vive.85