Plico del fotografo/Libro III/Parte I/Sezione III

Sezione III

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SEZIONE III.

Prove negative su collodio secco.

Vari sono i procedimenti che si possono comprendere sotto la denominazione generale di collodio secco. Il così detto collodio albuminato, gelatinato, alla grana di lino, al tannino, ecc., sono altrettanti procedimenti del collodio secco.

All’operatore imporla di conoscerne uno che sia facile e di riuscita costante. Sotto un tale punto di vista il procedimento del collodio albuminato è forse preferibile a tutti gli altri procedimenti, e noi lo raccomandiamo sia per l’autorità dei valenti operatori, dai quali lo abbiamo veduto usato esclusivamente, sia per l’esperienza che ne abbiamo fatto noi stessi in varie occasioni, con successo perfetto e costante.

Il collodio albuminato venne per la prima volta fatto conoscere dal prof. Taupenot. A prima giunta esso pare di una inutile complicazione, perchè consiste dalla combinazione di due procedimenti diversi, ed è per causa di una tale sembianza che l’autore non se ne occupò immediatamente quando venne pubblicato, e così tralasciò di parlarne nella prima edizione di questo trattato.

Questo procedimento non offre alcuna seria difficoltà nella sua esecuzione per chi conosce il procedimento su albumina ed il procedimento su collodio. Adunque noi lo descriveremo brevemente, persuasi che il lettore ne trarrà egual vantaggio, e che sarebbe cosa inutile il ripetere le osservazioni che già abbiamo fatto presso l’albumina ed il collodio. Ecco in qual modo si opera.

Si ricopre una lastra di vetro con collodio iodurato, quindi si sensibilizza la lastra nel modo ordinario. Se il collodio è vecchio, o contiene molto alcool, è migliore del collodio preparato di fresco e poco alcoolico, perchè allora si avrà uno strato più uniforme, polveroso, non reticolato.

Si lava con acqua lo strato sensibile facendo cadere da una bottiglia un sottile getto di acqua sullo strato sino a che questo [p. 417 modifica]abbia perduto la sua apparenza oleosa, e per questo occorre circa un mezzo litro d’acqua. Dopo si prende un poco d’acqua distillata, p. e. un mezzo bicchiere, che si versa sullo strato, e quindi si versa via, e si lascia sgocciolare bene per alcuni istanti.

Si versa ora sullo strato l’albumina iodurata. Questa è simile a quella che usasi per produrre le prove negative su albumina, cioè:

100

parti

albumina

10

»

acqua

3

»

gomma arabica

1

½

»

ioduro di potassio.


Essa è migliore dopo cinque o sei giorni che è preparata, e se le si aggiunge alcune goccie di ammoniaca liquida, ha veramente la proprietà di conservarsi per alcuni mesi atta a servire, la qual cosa è assai utile all’operatore, perchè lo esime dalla frequente preparazione di essa, fatica assai improba. Se l’albumina fosse dilungata con maggior quantità d’acqua, p. e. col suo peso di acqua, sarebbe egualmente efficace. Li signori Barresvil e Davanne1 nel loro eccellente trattato raccomandano di aggiungere all’albumina il 2 ½ per 100 di zuccaro bianco onde rendere lo strato più morbido.

Appena che l’albumina ricopre tutto lo strato sensibile, si inclina la lastra su di un bicchiere ad hoc, e la si lascia sgocciolar ben bene, e poi si pone la lastra stessa in una cassetta posta in silo secco in modo che essa termini di sgocciolare, e possa seccare perfettamente al riparo della luce. Se l’essiccamento è troppo lento per la troppa umidità o per una troppo bassa temperatura, vi è pericolo che l’albumina si sollevi, e faccia staccare il collodio dal vetro producendo delle bolle. Queste bolle si possono anche evitare facendo seccare immediatamente le lastre collodio-albuminate sopra un forno contenente pochi carboni accesi, oppure anche sopra la fiamma di una lampada. È cosa singolare ed utile che l’albumina stesa sul collodio è [p. 418 modifica]capace di essiccarsi sopra i carboni accesi in modo uniforme, senza produrre gli innumerevoli difetti che avrebbero luogo sullo strato se esso non avesse per base il collodio. Egli pare che dopo di essere stato lavato con acqua, lo strato di collodio sensibilizzato contenga ancora una sufficiente quantità di nitrato e di alcool da poter coagulare l’albumina che si insinua tra le sue fibre, per cui questa diventa di una solidità tale, che durante il suo essiccamento non viene alterata dalle minute particelle che possono cadere sopra di essa. Questa proprietà dell’albumina di solidificarsi uniformemente sopra il collodio è quella che rende il procedimento del collodio albuminato superiore ad ogni altro procedimento per operare a secco.

La lastra collodio-albuminata, quando è perfettamente secca, si sensibilizza nuovamente, ma ora con aceto-nitrato d’argento, e questo può benissimo essere composto, come dissimo presso l’albumina, di

100

parti di acqua

16

»

acido acetico cristallizzabile

8

»

nitrato d’argento.

La lastra si lascia nell’aceto-nitrato per circa 30 secondi, si lava nell’acqua, si fa seccare, e si conserva in un silo riparato dalla luce sino al momento di esporla nella camera oscura. Dopo due o tre mesi la lastra è ancor servibile. Il tempo dell’esposizione sarà più breve, che non coll’albumina.

Per svelare l’immagine prodotta dalla luce sul collodio albuminato, e per fissarla, si opera, come dissimo presso l’albumina, cioè:

Si tratta lo strato impressionato dalla luce nella camera oscura, alternativamente con una soluzione concentrata di acido gallico, e con una soluzione al 4 per 100 di nitrato d’argento preparata a bella posta, non ottenuta dilungando il bagno che avesse servito a sensibilizzare il collodio, e si fissa coll’iposolfito al 15 per 100.

In questo modo si otterrà delle negative bellissime, e, quel che più giova, con una costanza così grande, che su 10 prove fatte, almeno 9 sono riuscite bene, anche quando l’operatore sia di comune vaglia.


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Osservazione.

Collodio secco al tannino. — Nelle Photographic notes del 1861, N° 118, noi troviamo descritto il procedimento del collodio secco al tannino del maggiore Russel, il quale procedimento viene assai commendato dal signor Hardwich nell’ultima edizione del suo Manuale della chimica fotografica, e viene praticato con successo da molti. Ecco in poche parole il modo di operare.

La lastra collodionata, sensibilizzata, e lavata molto bene con acqua, si ricopre con una soluzione di tannino contenente 3 parti di tannino per 100 di acqua. Si mette a parte per lasciar seccare spontaneamente, o si fa seccare con calore artificiale. Si espone come d’ordinario, si sviluppa con acido pirogallico e nitrato d’argento acidulato con acido citrico dopo d’aver preventivamente inumidito lo strato con acqua distillata, e si fissa con una concentrata soluzione di iposolfito di soda. Il lato debole di questo procedimento è la poca solidità della pellicola di collodio, che è molto minore di quella che si ottiene coll’albumina, perciò si prescrive di ricoprire i margini dello strato con albumina dilungata con sei volte il suo peso di acqua, la quale impedisca allo strato di staccarsi dal vetro. Nel Photographisches Archiv del 30 giugno 1862 trovo annunziato che il signor Draper di New-York riuscì ad ottenere delle negative istantanee con questo procedimento a secco. Dopo della esposizione nella camera oscura, si mette la lastra nell’acqua calda, e quindi subito si versa sopra di essa lo sviluppatore freddo mentre che la lastra è ancor calda. Riscaldando lo sviluppatore, e versandolo sulla lastra fredda, non si otterrebbe più lo stesso risultato.

Tra gli altri procedimenti proposti potrei ancora citare quello alla glicerina, ma questo è nocivo alla conservazione dei nitrato d’argento, come fa osservare il signor Sparling nel suo trattato2, quindi non ci arresteremo intorno ad esso.

  1. Chimie photographique par MM. Barresvil et Davanne. Deuxième édition. Paris.
  2. Theory and practice of the photographic art, by M. Sparling. London, 1858.